Bizzarro Bazar a Parigi – III

Eccoci al nostro terzo ed ultimo appuntamento con la Parigi più insolita e curiosa.

Quando ci troviamo nel cuore di una metropoli, tutto ci aspetteremmo tranne che poter osservare… gli animali selvaggi nel proprio habitat. Eppure, nel centralissimo quartiere di Les Halles a pochi passi del Centre Pompidou, esiste un luogo davvero unico: il Museo della Caccia e della Natura.

Prima di approfondire le implicazioni filosofiche ed artistiche di questa stupefacente istituzione, lasciatevi raccontare quello che attende il visitatore che decida di varcare la soglia del Museo.
Mentre ci si avventura nella luce soffusa della prima stanza, gli arazzi alle pareti, le ricercate poltrone antiche e i raffinati mobili d’ebano intarsiati di splendide fantasie in avorio danno l’impressione di essere appena entrati in un’abitazione privata di un ricco collezionista dell’800. Eppure, a sorpresa, ecco un cinghiale proprio nel bel mezzo di questo nobile salotto – l’animale ci fissa, la sua enorme massa scura è minacciosa ed imponente. Chiaramente si tratta di un esemplare tassidermico, ma il contrasto con l’ambiente circostante è spiazzante.
Lì vicino si può notare un armadio diverso dagli altri: è il pannello dedicato proprio al cinghiale. I cassetti e le ante di questo particolare mobiletto si possono aprire liberamente: facendo scivolare un largo e basso cassetto, ecco una ricostruzione del terreno del sottobosco – in cui all’inizio si stenta a scorgere alcunché se non del fango e delle foglie secche, ma ecco, guardando meglio si possono distinguere le impronte lasciate dal passaggio degli zoccoli del cinghiale. È la pista che dovremmo saper riconoscere e seguire se volessimo dare la caccia a questa difficile preda. In un altro cassettino, ecco una riproduzione degli escrementi della bestia.

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Vi è anche una specie di binocolo integrato all’interno del legno dell’armadio. Accostando gli occhi, vediamo un paesaggio naturale in tre dimensioni. Sembra tutto piuttosto statico, i rami ondeggiano un poco e le acque di un lago si increspano, finché, con un po’ di pazienza, scorgiamo qualcosa che si muove in lontananza, fra le foglie… che sia proprio un cinghiale?

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Lasciata la stanza del cinghiale, si entra in quella del cervo, e lo strano senso di spaesamento si rinnova.
A parte le due bellissime plance esplicative ai lati del mobile, marchiate a fuoco nel legno, che raccontano le abitudini e le caratteristiche dell’animale, non vi è traccia delle classiche e pedisseque targhette da museo. Alcune sottili associazioni sono liberamente lasciate alla sensibilità del visitatore, come ad esempio quando a due passi dal teschio del cervo s’incontra una statua che rappresenta un satiro: molti passeranno oltre, senza accorgersi che le corna della statua antica sono perfettamente somiglianti a quelle del cervo… ma quando nella mente dell’osservatore prende forma questa analogia, ecco che senza bisogno di tante parole quella stanza svela l’importanza fondamentale dell’animale (il cervo, in questo caso) nell’immaginario umano. E mano a mano che ci si aggira per le sale, risulta sempre più evidente che, più che un Museo della Caccia, questo luogo è un tributo al complesso e stratificato rapporto fra esseri umani ed animali, e a come esso sia mutato nel corso dei millenni.

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Nelle altre stanze si possono trovare opere d’arte e installazioni moderne proposte di fianco a carabine d’epoca, saloni che esplorano la tradizione venatoria del trofeo (rappresentazione ed esposizione della gloria del massacro, inquietante ed infantile al tempo stesso), teche piene di maschere di carnevale dalle fattezze animalesche che dimostrano come, a livello simbolico, la bestia sia radicata nel nostro inconscio – tanto da spingerci a dare vita anche ad animali e chimere di fantasia, di cui facciamo la conoscenza nello splendido gabinetto dell’unicorno.

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Ma qual è la storia dietro a questo eccentrico museo? La fondazione si deve a François Sommer e a sua moglie Jacqueline: ricco collezionista e appassionato cacciatore, Sommer fu tra i primi a sostenere attivamente la necessità di una caccia etica, rispettosa dell’equilibrio naturale. Il cinghiale e il cervo, in via di estinzione, ritornarono a popolare le foreste francesi proprio grazie a Sommer e alle sue tenute, in cui voleva che gli animali selvaggi potessero moltiplicarsi al riparo dalla venagione indiscriminata.

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Eppure, per quanto rispettoso e appassionato naturalista, egli era pur sempre un amante della caccia: da qui l’idea di un museo che mostrasse quanto questa attività avesse contribuito alla civilizzazione, e che allo stesso tempo esplorasse la nostra percezione degli animali e come si è radicalmente evoluta dalla preistoria ai giorni nostri.

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Oggi che è venuto a mancare il suo fine sostentativo, rifiutiamo la caccia come superflua e crudele (affidandoci per l’approvvigionamento di carne ad altri metodi, bisogna vedere se meno crudeli), e consideriamo gli animali come vittime: ma un tempo il cinghiale, ad esempio, era un fiero e pericolosissimo avversario, capace di sbudellare il cacciatore con le sue zanne in pochi minuti. Esisteva dunque un naturale rispetto per l’animale che si è venuto a modificare.
Nel nostro Occidente ipertecnologico ed industrializzato, la caccia sta progressivamente perdendo ogni motivo di esistere; questo non cancella però il peso fondamentale che questa attività ha rivestito nei secoli. La storia della caccia, in fondo, è la storia del faticoso tentativo dell’uomo di prevalere nella gerarchia naturale, ma anche la storia delle nostre paure più ancestrali, dei nostri sogni, dei nostri miti.

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Per approfondire e completare questa riflessione sui rapporti fra esseri umani e animali, ci rechiamo nuovamente nella banlieue, questa volta a nord-ovest di Parigi sulla rive gauche, ad Asnières-sur-Seine. Qui si trova il Cimitero dei Cani che, nonostante il nome, ospita anche molte altre specie di animali da compagnia.

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Ufficialmente aperto alla fine dell’estate del 1899, il cimitero rispecchia il trasformarsi della funzione dell’animale (da utilitario ad animale di compagnia) avvenuta nel corso del XIX secolo. Se in quegli ultimi decenni le condizioni di vita degli “amici a quattro zampe” erano infatti migliorate, si avvertiva l’esigenza di una sistemazione più consona anche per le spoglie degli animali deceduti, e che fino a quel momento venivano squartati, o abbandonati nell’immondizia, o gettati nella Senna.

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Nonostante alcune croniche difficoltà che continueranno, nel corso del secolo successivo, ad affliggerlo, il Cimitero dei Cani conoscerà un successo crescente, popolandosi di monumenti e sepolture sempre più prestigiose. Nel 1900 ad esempio viene eretto all’entrata del cimitero un monumento alla memoria di Barry, un San Bernardo che all’inizio del secolo precedente aveva “salvato la vita a 40 persone, restando ucciso dalla 41ma!”; a quanto pare, cioè, il coraggioso cane morì stremato da quest’ultimo sforzo. Alla sua morte, il suo corpo venne imbalsamato e conservato presso il Museo di storia naturale di Berna.
Un’altra tomba commemora un cane randagio che il 15 maggio del 1958 venne a morire proprio alle porte del cimitero: casualità straordinaria, si trattava del quarantamillesimo animale ad essere seppellito lì.

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Ma qui, tutte le tombe raccontano delle storie di affetto e di amore fra persone ed animali, legami forti che apparentemente nulla hanno da invidiare a quelli fra esseri umani. Alcune iscrizioni sono davvero toccanti: “Figlia mia / Amore della mia vita / Ti amo / Tua mamma“, recita la tomba di Caramel. Sulla lapide della scimmietta Kiki è iscritto il verso “Dormi mia cara / fosti la gioia della mia vita“. Il proprietario del barboncino Youpi, morto nel 2001, scrive: “Il tuo immenso affetto ha illuminato la mia vita, sono talmente triste senza di te e il tuo meraviglioso sguardo“. E ancora: “In memoria della mia cara Emma, dal 12 Aprile 1889 al 2 Agosto 1900 fedele compagna e sola amica della mia vita errante e desolata“.

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Iscrizioni commoventi, dicevamo: in certi casi l’incontro fra uomo e animale può rivelarsi una bellissima amicizia, tanto che ogni barriera specifica viene a cadere di fronte all’affetto creatosi fra due esseri viventi.
Eppure, bisogna ammetterlo, il Cimitero dei Cani fa anche un po’ sorridere. I mausolei sfarzosi e riccamente ornati, le grosse lapidi erette per un pesciolino rosso o per un criceto, i monumenti fatti scolpire appositamente per tartarughe, cavalli, topolini, uccelli, conigli e perfino gazzelle, fennec e lemuri ci possono sembrare in alcuni casi francamente esagerati.

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Ma si tratta sempre, a ben vedere, dello stesso antico bisogno (forse, sì, patetico, ma incrollabile e a suo modo eroico) che sta alla base di qualsiasi necropoli: la necessità, tutta umana, di dare valore alle cose e alla vita, cercando di impedire che il passaggio sulla terra di coloro che amiamo termini senza lasciare traccia alcuna. Una battaglia destinata a fallire, in ultima istanza, ma che offre conforto a chi si trova ad elaborare un lutto.

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Abbandoniamo il Cimitero dei Cani, non prima di aver visitato un’ultima, umile tomba: quella di una celebre star del cinema…

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Terminiamo quindi il nostro viaggio con una visita a quello che è probabilmente il luogo più magico dell’intera capitale: il Musée des Arts Forains.
Si tratta di un’enorme collezione/installazione dedicata alle  fêtes foraines, cioè quelle giostre itineranti che da noi presero il nome di luna park (dal primo parco di attrazioni della storia, a Coney Island). Un tempo le giostre non erano nemmeno itineranti, ma trovavano posto all’interno delle città; poi, in seguito alle lamentele per il rumore, vennero spostate lontano dai centri abitati, e con il nomadismo iniziò anche il loro declino.

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Il Museo è collocato all’interno dei pittoreschi Pavillons Bercy, antichi depositi di vino, e magazzini di scalo per le merci in attesa d’essere caricate sui battelli fluviali. La visita guidata (che va prenotata in anticipo, visto che i gruppi hanno un numero limitato di partecipanti) si articola in tre diversi spazi: il Teatro del Meraviglioso, il Musée des Art Forains vero e proprio, e il Salone Veneziano.

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Il Teatro del Meraviglioso accoglie il visitatore con un’esplosione di luci colorate e di strane scenografie, in una sorta di ritorno all’atmosfera delle esposizioni universali di inizio secolo. C’è da restare a bocca aperta. Un elefante, appeso ad una mongolfiera, porta sulla schiena un incredibile e fragilissimo diorama creato interamente in mollica di pane; fra le foglie e gli intricati tronchi naturali, appositamente selezionati per la loro forma curiosa e artistica, fanno la ruota i pavoni meccanici; statue di sirene montano la guardia agli antenati dei flipper; tutto intorno, macchinari e giocattoli fantastici mentre, in fondo al salone, una corsa di cavalli con le biglie impegna i visitatori in una gara all’ultimo lancio. Sì, perché tutte le giostre che si trovano nel museo, originali di fine ‘800 e inizio ‘900, sono ancora funzionanti e il tour include l’esperienza di provarne alcune in prima persona.

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Nel salone a fianco è la musica a farla da padrone. Un unicorno se ne sta ritto vicino ad un pianoforte i cui tasti si muovono da soli, mentre la guida turistica (per metà Virgilio, per metà imbonitore) dà inizio alle danze, facendo vibrare le pareti al suono di un antico organo e un carillon di tubi che si diramano lungo su tutte le pareti. Assieme ai visitatori che si cimentano in un valzer improvvisato, si muovono a tempo di musica sui loro baldacchini e parapetti anche gli automi con le fattezze di alcuni personaggi famosi degli anni d’oro di Parigi.

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Questo spazio, evocativo e misterioso, viene utilizzato per serate ed eventi ed è anche dotato, per queste occasioni speciali, di 12 video proiettori che sono in grado di trasformare i muri nelle pareti interne del Nautilus, il celebre sottomarino del Capitano Nemo.

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Ci si sposta poi in un diverso padiglione, dove è ospitato il Musée des Arts Forains, dedicato al luna park vero e proprio. Come prima cosa, si prova sui propri timpani la potenza sonora dell’Organetto di Barberia: quando il mantice soffiava nelle canne, questo strumento a rullo spandeva l’allegra musica per chilometri sottovento, annunciando con le sue note l’arrivo delle giostre in città.

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Poi, ecco comparire l’emblema e il simbolo di qualsiasi luna park: la giostra con i cavalli. Ad una popolazione divenuta urbana a seguito della rivoluzione industriale, questa attrazione ricordava le proprie origini rurali; e, al tempo stesso, prometteva alla gente comune il sogno di sentirsi nobili cavalieri per lo spazio di qualche giro di giostra.
Uno dei dettagli interessanti è il fatto che solitamente i cavalli hanno un solo lato perfettamente decorato e dipinto, quello che dà verso l’esterno. Il loro fianco interno, invece, è pitturato molto più grossolanamente – con il tipico cinismo dei circensi, i costruttori sapevano che l’importante era attirare chi sulla giostra non era ancora salito!

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I visitatori montano sulle loro selle, chiudono gli occhi, e sulle note di Mon manège à moi di Édith Piaf i cavalli di legno si mettono in moto… da quando fu creata, nel 1890, più di due milioni di persone hanno riscoperto la loro anima di bambini su questa giostra di origine tedesca.

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Dopo aver passato in rassegna innumerevoli altri tipi di attrazioni, si sale sulla giostra probabilmente più bizzarra dell’intera collezione: un manège vélocipédique del 1897. Qui sono i visitatori stessi che con le loro pedalate mettono in moto la giostra, raggiungendo velocità da capogiro.

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Infine, ecco che ci si sposta nel terzo padiglione, dedicato a Venezia, per una “corsa” molto più rilassante e serena su una giostra di gondole, mentre si ammira l’insolita ricostruzione dei canali e dei palazzi che adorna le pareti.

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La visita termina con uno spettacolo di musica lirica interpretata dagli automi di Casanova, del Doge, di Arlecchino, Pantalone, eccetera.

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Ritornati fuori, alla luce del sole, ci si accorge con sorpresa che senza l’aiuto di un orologio sarebbe impossibile dire quanto sia durata la visita. Un’ora e mezza, due ore, o ancora di più? Per qualche ragione, all’interno di questo spazio, per il quale l’aggettivo “meraviglioso” non è affatto fuori luogo, ogni cognizione del tempo è rimasta alterata.
Ci si guarda l’un l’altro, ed ecco che – ultima magia – negli occhi di tutti brilla quell’antico senso di incanto che sembrava ormai perduto.

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MUSEE DE LA CHASSE ET DE LA NATURE
62, rue des Archives
Apertura: Tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: Mar-Dom 11-18, Mer 11-21.30
Sito Web

CEMETIERE DES CHIENS
4, pont de Clichy
Asnières-sur-Seine
Apertura: tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: dal 16 marzo al 15 ottobre 10-18, dal 16 ottobre al 15 marzo 10-16.30

MUSEE DES ARTS FORAINS
53, Av des Terroirs de France
Apertura e orari: consultare il calendario per le prenotazioni sul sito.
Sito Web

(Questo articolo è l’ultimo di una serie dedicata a Parigi. I primi due capitoli sono qui e qui.)

Daikichi Amano

Daikichi Amano è un fotografo nato in Giappone nel 1973; dopo gli studi in America, torna in patria e si dedica inizialmente alla moda. Stancatosi delle foto patinate commissionategli dalle riviste, decide di concentrarsi su progetti propri e comincia fin da subito a scandagliare il lato meno solare della cultura nipponica: il sesso e il feticismo.

I primi scatti di questa nuova piega nel suo lavoro sono dedicati al cosiddetto octopus fetish (di cui avevamo già parlato brevemente in questo post): belle modelle nude vengono ricoperte di piovre e polpi, che talvolta sottolineano con i tentacoli le loro forme, ma più spesso creano una sorta di grottesco e mostruoso ibrido. Le immagini sono al tempo stesso repellenti e sensuali, quasi archetipiche, e il raffinato uso della luce e della composizione fa risaltare questa strana commistione di umano e di animale, sottolineando la sessualità allusa dalla scivolosa e umida pelle dei cefalopodi.

Poi gli animali cambiano, si moltiplicano, proliferano sui corpi delle modelle che sembrano sempre più offerte in sacrificio alla natura: anguille, rospi, rane, insetti, vermi ricoprono le donne di Amano, in composizioni sempre più astratte e surreali, ne violano gli orifizi, prendono possesso della loro fisicità.


Con il passare del tempo, la fotografia di Daikichi Amano rivela sempre di più il valore mitologico che la sottende. Le donne-uccello ricoperte di piume ricordano esplicitamente l’immaginario fantastico nipponico, ricco di demoni e fantasmi dalle forme terribili e inusitate, e la fusione fra uomo e natura (tanto vagheggiata nella filosofia e nella tradizione giapponese) assume i contorni dell’incubo e del surreale.

Mai volgare, anche quando si spinge fino nei territori tabù della rappresentazione esplicita dei genitali femminili, Amano è un autore sensibile alle atmosfere e fedele alla sua visione: non è un caso che, così pare, alla fine di ogni sessione fotografica egli decida di mangiare – assieme alle modelle e alla troupe – tutti gli animali già morti utilizzati per lo scatto, siano essi polpi o insetti o lucertole, secondo una sorta di rituale di ringraziamento per aver prestato la loro “anima” alla creazione della fotografia. Il mito è il vero fulcro dell’arte di Amano.


Le sue fotografie sono indubbiamente estreme, e hanno creato fin da subito scalpore (soprattutto in Occidente), riesumando l’ormai trito dibattito sui confini fra arte e pornografia: qual è la linea di separazione fra i due ambiti? È ovviamente impossibile definire oggettivamente il concetto di arte, ma di sicuro la pornografia non contempla affatto il simbolico e la stratificazione mitologica (quando si apre a questi aspetti, diviene erotismo), e quindi ci sentiremmo di escludere le fotografie di Amano dall’ambito della pura sexploitation. Andrebbe considerata anche la barriera culturale fra Occidente e Giappone, che pare insuperabile per molti critici,  soprattutto nei riguardi di determinati risvolti della sessualità. Ma nelle fotografie di Amano è contenuta tutta l’epica del Sol Levante, l’ideale della compenetrazione con la natura, il concetto di identità in mutamento, l’amore per il grottesco e per il perturbante, la continua seduzione che la morte esercita sulla vita e viceversa.


Le sue immagini possono sicuramente turbare e perfino disgustarci, ma di certo è difficile licenziarle come semplice, squallida pornografia.

Ecco il sito ufficiale di Daikichi Amano.

Immortalità

La paura della morte è un processo psicologico riscontrabile in pressoché tutte le culture, ed è dovuto alla capacità del pensiero umano di figurarsi in future e passate situazioni, a trascendere il presente per visualizzare immagini differenti. La certezza della nostra dipartita deriva dall’osservazione della più basilare delle leggi naturali: il mondo è un continuo cambiare di forme, un aggregarsi e un disgregarsi senza tregua, e se siamo vivi lo dobbiamo al fatto che qualcun altro è morto. Quindi, sappiamo che siamo spacciati. Allacciamo la cintura di sicurezza ogni giorno, guardiamo bene prima di attraversare sulle strisce, facciamo check-up medici, ma in fondo sappiamo che prima o poi toccherà a noi. Secondo alcuni psicologi questo terrore è talmente paralizzante che la stessa cultura non sarebbe altro che uno stratagemma per sfuggire dalla paura della morte: un complesso sistema di produzione di senso, di modo che ci illudiamo di sapere cosa ci serve, cosa è importante, cosa si può fare e cosa no, quali sono le regole del successo, quali sono i valori e le tradizioni, chi siamo veramente –  un’imponente struttura simbolica in cui ognuno occupa una precisa posizione con doveri e diritti. Questo per combattere l’idea della morte, che annulla ogni senso e vanifica ogni nostro sforzo.

Dall’altro versante, la morte è stata combattuta concretamente e simbolicamente con le tecniche più disparate. Dagli elisir di lunga vita e la ricerca della pietra filosofale nell’alchimia classica, alle pratiche magiche e spirituali del Taoismo religioso, fino alla costruzione di mitologie che spostassero la vita oltre i limiti del corpo vero e proprio (il Nirvana, l’aldilà, la resurrezione Cristiana, ecc.) o che concedessero la consolazione di un’immortalità differita (raggiunta attraverso opere artistiche o dell’ingegno, attraverso la rilevanza storica acquisita dalla persona, attraverso l’atto di mettere al mondo dei figli per continuare a “vivere” nel loro ricordo, ecc.).

Oggi però anche la scienza tenta l’impossibile. Da trent’anni i ricercatori stanno studiando e mettendo a punto processi che rallentino l’invecchiamento. Ovviamente restare giovani non basterebbe, ma dovrebbe essere coadiuvato da ulteriori progressi medico-chirurgici per proteggerci da malattie e incidenti. Inoltre il quadro si complica se pensiamo alla densità di popolazione attuale – andrebbero risolti ovviamente anche i problemi relativi alle risorse energetiche. Da queste poche righe, è chiaro che stiamo parlando ancora di estrema fantascienza, nonostante l’ottimismo di alcuni ricercatori (vedi questo articolo).

A quanto ne sappiamo, in natura esiste un solo animale virtualmente immortale. Si tratta della turritopsis nutricula, un tipo di idrozoo della famiglia Oceanidae. Questa medusa è l’unico animale in grado di invertire il proprio orologio biologico: dopo aver raggiunto la maturità sessuale, la t. nutricula è capace di ritornare allo stadio immaturo, e regredire allo stato di polipo. Un po’ come una farfalla che si tramutasse in bruco, insomma. Questa sorprendente trasformazione è possibile grazie a un processo chiamato transdifferenziazione, in cui un tipo di cellula altera il proprio corredo genetico e diviene un altro tipo di cellula. Altri animali sono capaci di limitate transdifferenziazioni (ad alcune salamandre possono crescere nuovi arti), ma soltanto la t. nutricula rigenera il suo corpo tutto intero. Il processo teoricamente potrebbe essere ripetuto all’infinito, se non fosse che le meduse sono soggette agli stessi pericoli degli altri animali e poche di loro arrivano ad avere l’opportunità di ritornare polipi, prima di finire sul menu di qualche pesce più grosso. Ma, chi lo sa? forse proprio questa minuscola medusa svelerà agli scienziati il segreto per invertire l’invecchiamento.

Il progresso tecnologico avanza a passi da gigante. La scienza si sta già avvicinando alla produzione di organi di ricambio, la ricerca su clonazione, staminali e nanotecnologie applicate alla medicina promette di cambiare il modo in cui pensiamo al futuro. L’idea che non noi, non i nostri figli, ma magari i nostri lontani pronipoti potrebbero avere accesso a vite, se non eterne, lunghe qualche centinaio di anni, stimola la fantasia e pone inediti problemi morali e filosofici. Certamente molti lettori, stando al gioco della speculazione fantascientifica, si domanderanno: ne vale davvero la pena? Chi vorrebbe vivere così a lungo? Non sarebbe forse meglio trovare un modo per imparare a morire serenamente, piuttosto che imparare a vivere in eterno? Altri penseranno invece che, se c’è questa possibilità, perché non provare?

Se qualcuno fosse curioso di approfondire il discorso, questo libro di E. Boncinelli e G. Sciarretta traccia il sogno dell’immortalità dalle origini mitologiche fino alla scienza moderna; il bellissimo documentario Flight From Death – The Quest for Immortality analizza invece la psicologia della morte, la creazione della cultura come schermo protettivo, e l’accettazione del nostro destino finale.

In chiusura, proponiamo come spunto di riflessione la splendida incoscienza (e l’intuitiva saggezza) di una delle più belle fiabe, il capolavoro di James M. Barrie Le Avventure di Peter Pan: “Morire sarà una grande meravigliosa avventura.”

Agnello vegetale

Molti conoscono la mandragola (o mandragora), la mitica pianta a forma di neonato, nata dallo sperma degli impiccati, che si pensava possedesse forti qualità magiche. Un’altra creatura che, nel Medioevo, si credeva stesse a metà fra il mondo vegetale e quello animale era l’Agnello Vegetale della Tartaria (Agnus scythicus o Planta Tartarica Barometz).

I fiori che crescevano su questa pianta , diffusa nell’Asia centrale, erano dei veri e propri agnelli, congiunti alle radici da un cordone ombelicale vegetale.

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Gli agnelli potevano piegare l’arbusto per chinarsi a brucare l’erba e le piante circostanti, ma una volta che le “scorte” di cibo nei paraggi si esaurivano, erano costretti a seccarsi e morire. Secondo altre fonti, gli agnelli potevano staccarsi dal barometz per cercare cibo, lasciando che soltanto la radice morisse essiccata.

Non è chiaro se la leggenda sia nata, come sostengono alcuni, addirittura nel I secolo dopo Cristo; certo è che nel XI secolo se ne trova ampia trattazione in diversi bestiari.

Questa creatura immaginaria sarebbe servita a spiegare l’origine del cotone. È infatti ormai assodato che la leggenda abbia preso spunto da una pianta realmente esistente (proprio come successe per la mandragola): si tratta del Cibotium barometz, una pianta lanuginosa e con radici a fittone, solitamente in numero di quattro o cinque, originaria di alcune parti della Cina e della Malaysia.

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La pianta veniva raccolta e preservata come prova dell’esistenza dell’Agnello vegetale. Nel Museum of Garden History di Londra è conservato un esemplare del Cibotium risalente al XIX secolo: questo preparato illustra perfettamente l’indubbio potere evocativo che la strana forma di questo tipo di felce doveva esercitare sui nostri antenati naturalisti.

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