L’esperimento di Carney Landis

Poniamo il caso che stiate camminando all’interno di una giungla, e scostando del fogliame vi troviate davanti un enorme serpente pronto ad attaccarvi. Di colpo una scarica di adrenalina attraversa il vostro corpo, sbarrate gli occhi, cominciate istantaneamente a sudare mentre il vostro cuore si mette a battere all’impazzata: in breve, provate paura.
Ma è il terrore che scatena tutte queste reazioni fisiche, o viceversa?
Per fare un esempio meno inquietante, immaginate di provare un classico colpo di fulmine per una persona. Sono le endorfine il motivo della vostra eccitazione, o è la vostra eccitazione a causarne il rilascio all’interno del corpo?
Cosa viene prima, il cambiamento fisiologico o l’emozione? Qual è la causa e quale l’effetto?

Questo dilemma era centrale agli albori degli studi sull’emozione, a cavallo tra Ottocento e Novecento (e continua a esserlo per le cosiddette neuroscienze affettive). Fra le prime e più influenti teorie spiccava quella di James-Lange, che sosteneva il primato della modificazione fisiologica: secondo questa ipotesi, il cervello recepisce un cambiamento negli stimoli provenienti dal sistema nervoso, e solo successivamente  li “interpreta” dando vita a un’emozione.

Uno dei problemi di questa teoria era l’impossibilità di provarla con certezza. Se ogni emozione nasce meccanicamente nel corpo, ragionavano gli scettici, allora deve pur esserci una ghiandola o un organo che, opportunamente stimolato, farà scattare invariabilmente la stessa emozione in qualunque persona. Oggi conosciamo un po’ meglio alcuni meccanismi dell’emozione, relativamente all’amigdala e alle varie aree della corteccia cerebrale, ma all’inizio del Novecento l’obiezione sollevata alla teoria di James-Lange era proprio questa — “avanti, trovami il muscolo della tristezza!

Nel 1924 Carney Landis, laureando all’Università del Minnesota, decise innanzitutto di capire sperimentalmente se i cambi fisiologici fossero gli stessi per tutti. Si concentrò sulle modifiche più evidenti e più facili da studiare: i movimenti dei muscoli facciali quando affiora un’emozione. Il suo studio voleva cercare di rintracciare dei pattern ripetitivi nelle espressioni facciali.

Per comprendere se tutti i soggetti reagissero allo stesso modo alle emozioni, Landis reclutò un buon numero di colleghi laureandi e cominciò con il marcare il loro volto con dei segni standard, per evidenziare le smorfie e il relativo movimento dei muscoli facciali.
L’esperimento vero e proprio consisteva nel sottoporli a diversi stimoli, e fotografarli.

All’inizio ai volontari veniva richiesto di compiere delle azioni piuttosto innocue: ascoltare un po’ di jazz, annusare dell’ammoniaca, leggere un passo della Bibbia, dire una bugia. Ma i risultati erano piuttosto deludenti, e Landis decise che forse era il caso di alzare la posta.

Cominciò a mostrare ai suoi soggetti delle immagini pornografiche. Poi delle foto mediche che mostravano persone con agghiccianti malattie della pelle. Poi provò a far esplodere un colpo di pistola e catturare al volo con la macchina fotografica il momento dello spavento. Ma ancora le espressioni faticavano a emergere chiaramente, e Landis con ogni probabilità iniziava a sentirsi frustrato. E qui il suo esperimento prese una strada più oscura.

Invitò i soggetti a infilare una mano in un secchio, senza guardare. Il secchio era pieno di rane vive. Click, faceva la sua macchina fotografica.
Landis li esortava a cercare meglio, dentro al misterioso secchio. Vincendo il disgusto, i malcapitati rimestavano fra le ranocchie viscide finché non incappavano nella vera sorpresa: dei cavi elettrici scoperti, pronti ad assestare una bella scossa. Click. Click.
Ma il peggio doveva ancora venire.

Il climax raggiungeva il suo apice quando Landis metteva nella mano sinistra del soggetto un topolino vivo, e nella destra un coltello. Il suo perentorio ordine era di decapitare il topo.
La maggior parte dei soggetti, increduli e sgomenti, chiesero a Landis se si trattasse di uno scherzo. Non lo era, dovevano davvero tagliare la testa alla piccola cavia, o l’avrebbe fatto lui stesso sotto i loro occhi.
A questo punto, come Landis aveva sperato, le reazioni diventavano davvero palesi — ma purtroppo anche molto più complesse del previsto. Di fronte alla situazione di alto stress emotivo c’era chi piangeva, ma anche chi rideva istericamente; c’era chi rimaneva come pietrificato, e chi si agitava imprecando.

Due terzi dei partecipanti finirono con l’obbedire al ricercatore, e portarono a termine la macabra esecuzione. Il rimanente terzo dovette comunque assistere alla decapitazione eseguita da Landis stesso.
Come dicevamo, i soggetti erano principalmente altri studenti del corso di laurea, ma tra questi faceva eccezione un ragazzo di tredici anni che si trovava al dipartimento come paziente, dato che soffriva di problemi psicologici e pressione alta. La sua reazione venne documentata dagli impietosi scatti di Landis.

Forse l’aspetto più imbarazzante dell’intera vicenda fu che il risultato di questo crudele test — che oggi nessun consiglio etico potrebbe mai permettere — non fu nemmeno particolarmente degno di nota.
Landis nel suo Studies of Emotional Reactions, II., General Behavior and Facial Expression (pubblicato sul Journal of Comparative Psychology, 4 [5], 447-509) arrivò alla conclusione che:

1) non esiste un’espressione facciale tipica che accompagni alcuna emozione suscitata nell’esperimento;
2) nessuna emozione è caratterizzata da un pattern ricorrente di comportamento muscolare;
3) il sorriso era la reazione più comune, perfino durante le esperienze spiacevoli;
4) non si verificavano quasi mai delle reazioni corporali asimmetriche;
5) i maschi si erano dimostrati più espressivi delle femmine.

Non un granché per giustificare l’eccidio di topolini e il trauma inflitto ai partecipanti.

Una volta ottenuta la laurea, Carney Landis si dedicò alla psicopatologia sessuale. Ebbe una brillante carriera allo New York State Psychiatric Institute. E lasciò per sempre in pace i roditori, nonostante oggi venga ricordato più per il suo sventurato esperimento giovanile che per i successivi quarant’anni di onorata ricerca.

C’è però un ultimo dettaglio che è importante menzionare.
Alex Boese nel suo Elefanti in acido nota come di questo bizzarro esperimento sia passato inosservato proprio quello che è il dato di maggior interesse. Ovvero il fatto che i due terzi dei soggetti, pur protestando e soffrendo, obbedirono all’ordine terribile.
E di fatto questa percentuale è analoga a quella registrata nel famigerato esperimento di Milgram, in cui uno scienziato comandava ai soggetti di infliggere una scossa a un terzo individuo (in realtà un attore che fingeva di ricevere la scarica dolorosa). Anche in quel caso, nonostante il conflitto etico provato dai partecipanti, il fatto che l’ordine arrivasse da una figura autoritaria li spinse a eseguire un’azione che consideravano aberrante.

L’esperimento di Milgram fu condotto inel 1961, quasi quarant’anni più tardi di quello di Landis. “Con gli esperimenti spesso va così — scrive Boese — uno scienziato predispone tutto quanto per una dimostrazione, ma si imbatte in qualcosa di completamente diverso, qualcosa di molto più interessante. Per questo motivo i bravi ricercatori sanno di dover sempre prestare attenzione agli eventi strani che accadono nel corso dei loro esperimenti. Potrebbe esserci una grande scoperta proprio sotto i loro occhi. O sotto la lama del coltello“.

Sulle espressioni del volto in relazione alle emozioni vedi anche questo post su Guillaume Duchenne.

L’abominevole vizio

Tra le curiosità bibliografiche che ho collezionato negli anni, c’è anche un volumetto intitolato L’amico discreto. Si tratta dell’edizione italiana del 1862 di The silent friend (1847) di R. e L. Perry; oltre a 100 belle tavole anatomiche fuori testo, il libro esibisce anche un sottotitolo impagabile: Osservazioni sull’Onanismo ed i suoi funesti risultati, come L’Incapacità e l’Impotenza intellettuale e fisica.

Anche soltanto scorrendo l’indice, si comprende come la masturbazione fosse indicata dagli autori come causa principe delle malattie più disparate: si va dall’indigestione alla “malinconia ipocondriaca“, dalla sordità alla “curvatura della verga“, dal colorito pallido all’impossibilità di camminare, in un crescendo di sintomi sempre più terribili che spianano la via per l’inevitabile decorso finale — la morte.
Pagina dopo pagina, il lettore viene edotto su come l’onanismo provochi simili danni, nello specifico perché causa una

irritazione del sistema nervoso [che] produce, prima che l’età matura succeda alla gioventù, tutte le infermità della vecchiezza, effettuando ne’ suoi effetti terribili un concorso tale d’irritazione malaticcia che espone il corpo ad una eccitazione immensa e difficile a sopportare.

Ma questo non è che l’inizio: il male maggiore è quello arrecato allo spirito, perché la costante stimolazione nervosa

che mette l’uomo in uno stato d’angoscia e di miseria per tutto il resto della sua vita, e che sarebbe difficile a descrivere, fa sì che vegeti ma non viva: […] conduce l’uomo alla degradazione graduale e fatale di se stesso ed alla violazione dei diritti che la natura ha saggiamente istituiti per la conservazione della specie […] ad onta di tutte le leggi morali e religiose: di tal modo l’uomo che nella sua adolescenza era dotato d’uno spirito vivo e sociabile, diventa misantropo prima che sia giunto all’età di venti anni. Quanto devono essere deboli i sentimenti morali di colui che non si sente abbastanza forte per arrestarsi sull’orlo d’un sì terribile precipizio! […] Non è forse nulla d’accendere la tetra fiaccola che conduce a passi lenti e tristi al sepolcro della virilità, nel fiore della gioventù, lorché la sacra fiamma del genio, dei sentimenti e delle passioni dovrebbero invece animare tutto il sistema?

Trattandosi di un volume di anatomia e fisiologia, l’enfasi e il vocabolario evocativo (più vicino a quello di uno scadente poetucolo che alla terminologia scientifica) sembrano stranamente fuori posto — e possiamo sorridere nel leggere simili assurde teorie; eppure L’amico discreto non è che uno dei tanti esempi ottocenteschi di testi che demonizzavano la masturbazione, popolari e diffusissimi fin da quando nel 1712 un anonimo sacerdote aveva dato alle stampe un volume intitolato Onania, seguito nel 1760 da L’Onanisme del medico svizzero Samuel-Auguste Tissot, che divenne in breve tempo un best-seller del suo tempo.
Ora, se i medici reagivano in maniera tanto dura alla masturbazione maschile, vi lascio immaginare come fosse vista quella femminile.

Qui la repulsione per un atto già in sé considerato aberrante si arricchiva di tutti le ancestrali paure che da sempre avevano riguardato la sessualità della donna. Dall’antica vagina dentata (di cui ho già scritto), alla descrizione platonica dell’utero (hystera) come animale aggressivo che vaga nell’addome della femmina, passando per i dettami teologici biblico-cristiani, la medicina aveva ereditato una visione cupa e fortemente misogina: la sessualità femminile, vero e proprio rimosso, era avvertita come pericolosa e ingovernabile.
Un altro dei testi nella mia libreria è l’analogo femminile dell’Onania di Tissot: opera di J.D.T. de Bienville, La Ninfomania ovvero il Furore Uterino fu originariamente pubblicato in Francia nel 1771.
Copio un paio di passaggi, che mostrano toni molto simili a quelli degli estratti precedenti:

Si vedono ancora certe sviate fanciulle, che per lungo tratto di tempo hanno condotta una vita voluttuosa, attaccate improvvisamente da questo morbo; e ciò accade allorché uno sforzato ritiro le tien lontane dalle occasioni, che favorivano la rea e fatale loro inclinazione. […] Tutte, in somma, dopo che sono invase da tal morbo, si occupano con egual forza, e vivacità perpetuamente in oggetti, che possono accendere nella loro passione la fiamma infernale del piacer lubrico […], si trattengono nella lettura di lubrici Romanzi, che incominciano a disporre il cuore a teneri sentimenti, e terminano con ispirare la più grossolana, e turpe incontinenza. […] Le femmine che dopo aver inoltrati i primi passi in questo orrido laberinto, non hanno forza di tornare indietro, cadono insensibilmente, quasi senza avvedersene, in eccessi, i quali dopo aver corrotta, e danneggiata la loro buona fama, terminano col privarle della vita.

Il libro continua descrivendo il delirio in cui cadono le ninfomani, che si avventano come furie sugli uomini (evidentemente tutti casti e puri) lasciando “appena tempo di fuggir loro dalle mani“.
Certo, il testo è settecentesco. Ma le cose non migliorarono nel secolo successivo: è proprio nell’Ottocento che il malcelato desiderio di reprimere la sessualità femminile trovò una delle sue più crudeli attuazioni, nella moda della cosiddetta “estirpazione”.

Sotto questo eufemismo si indicava la pratica della clitoridectomia, l’asportazione chirurgica del clitoride.
Tutti sanno che le mutilazioni genitali femminili continuano ad essere una realtà in diversi paesi del mondo, e sono al centro di numerose campagne internazionali volte a promuovere l’abbandono della pratica.
Risulta forse più difficile credere che, lungi dall’essere tradizione esclusivamente tribale, essa fosse diffusa sia in Europa che in America nel quadro della medicina occidentale moderna.
La clitoridectomia, operazione tanto semplice quanto micidiale, si basava sull’idea che la masturbazione femminile portasse all’isteria, al lesbismo e alla ninfomania. Il perfetto ragionamento circolare che sottendeva questa teoria era il seguente: poiché le pazienti dei manicomi venivano spesso colte nell’atto di masturbarsi, evidentemente la masturbazione doveva aver causato la loro follia.

Uno dei più ferventi promotori dell’estirpazione era il Dr. Isaac Baker Brown, ginecologo e chirurgo ostetrico inglese.
Nel 1858 aprì una sua clinica a Notting Hill, e le sue terapie avevano tanto successo da spingere Baker Brown a rassegnare le dimissioni dal Guy’s Hospital per lavorare privatamente a tempo pieno. Mediante la clitoridectomia, il medico riusciva a curare (almeno a quanto raccontava) diverse forme di pazzia, epilessia, catalessi e isteria nelle sue pazienti: nel 1866 pubblicò un bel volumetto al riguardo, che il Times si affrettò a lodare, affermando che Brown aveva “condotto la follia alla portata del trattamento chirurgico“. Nel suo libro Brown riportava 48 casi di masturbazione femminile, i conseguenti, atroci effetti sulla salute delle pazienti, e il miracoloso risultato della clitoridectomia nella cura dei sintomi.

Non sappiamo con certezza quante donne finirono sotto il bisturi dell’entusiasta dottore.
Brown avrebbe probabilmente continuato senza impedimenti la sua opera di mutilazione, se non avesse commesso l’errore di organizzare un clamoroso battage pubblicitario per reclamizzare la sua clinica. Anche allora era considerato eticamente scorretto per un medico auto-promuoversi, e fu questo che spinse il British Medical Journal a pubblicare il 29 aprile 1866 un pesante j’accuse nei confronti del medico. Seguì a stretto giro il Lancet, e subito dopo anche il Times mostrò di aver cambiato opinione, chiedendosi in un editoriale se il trattamento chirurgico della follia fosse o meno consentito dalla legge. Brown finì indagato dalla Lunacy Commission, che si occupava del benessere dei pazienti dei manicomi, e preso dal panico negò di aver mai effettuato clitoridectomie sulle pazienti malate di mente ospitate nella sua clinica.

Ma ormai era troppo tardi.
Persino i piani alti del Royal College of Surgeons gli voltarono le spalle, e durante una seduta venne stabilita (con 194 voti favorevoli e 38 contrari) la sua espulsione immediata dall’Obstetric Society of London.
R. Youngson e I. Schott, nel loro A Brief History of Bad Medicine (Robinson, 2012), sottolineano il paradosso della storia:

La cosa straordinaria fu che Baker Brown cadde in disgrazia non perché praticasse la clitoridectomia per indicazioni assurde, ma perché, per avidità, aveva offeso l’etica professionale. Nessuno suggerì mai che vi fosse alcunché di sbagliato nella clitoridectomia in sé. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che questa operazione venisse condannata dalla professione medica.

E ancora molti di più, perché infine la stessa masturbazione si liberasse dallo stigma della criminalizzazione medica e dai pregiudizi di carattere morale: ancora a inizio Novecento si continuavano a raccomandare e prescrivere lacci restrittivi, camicie di forza, cinture di castità, fino alle terapie d’urto come cauterizzazione ed elettroshock.

Brevetto del 1903 per prevenire erezioni e polluzioni notturne tramite l’uso di spuntoni, scosse elettriche e una campanella d’allarme.

In tutta questa terribile galassia dei presidi anti-masturbatori, ce n’è uno che a prima vista sembrerebbe innocuo e addirittura salutare: sono i corn flakes, inventati dal famoso Dr. Kellogg come dieta coadiuvante per sconfiggere le tentazioni dell’onanismo. Eppure, quando i cereali non bastavano, Kellogg suggeriva di cucire con il fil di ferro il prepuzio dei giovani ragazzi, e quanto alle femminucce consigliava di bruciare il clitoride con l’acido fenico, che a suo dire era

un mezzo eccellente per sedare l’eccitazione anormale, e prevenire che la pratica venga ripetuta in coloro la cui forza di volontà si è indebolita a tal punto che la paziente è incapace di esercitare l’autocontrollo.
I peggiori casi tra le giovinette sono quelli in cui la malattia è in stato così avanzato che i pensieri erotici sono accompagnati dalle stesse sensazioni voluttuose dell’atto pratico. L’autore ha incontrato molti simili casi in giovani donne che riferivano che bastava questo a produrre l’orgasmo sessuale, anche più volte al giorno. L’applicazione di acido fenico nel modo già descritto è utile anche in questi casi per placare l’eccitazione abnorme, che è frequentemente provocata dalla pratica di questa forma di masturbazione mentale.

(J. H. Kellogg, Plain Facts for Old And Young, 1888)

Bisognerà aspettare il Rapporto Kinsey (1948-1953) per vedere la masturbazione definitivamente sdoganata in quanto parte naturale e salutare della sessualità.
In fondo, nelle parole di Woody Allen, non è altro che “fare sesso con qualcuno che amate“.

Sulla “fisiologia fantastica” dell’utero, si veda questo meraviglioso articolo di R. K. Salinari; Wikipedia ha invece un lemma sulla storia della masturbazione; consiglio anche Orgasmo e Occidente. Storia del piacere dal Rinascimento a oggi, di R. Muchembled.

Tassidermia e vegetarianismo

SideTour_Taxidermy

La tassidermia sembra conoscere, in questi ultimi anni, una sorta di nuova vita. Alimentata dall’interesse per l’epoca vittoriana e dal diffondersi dell’iconografia e l’estetica della sottocultura goth, l’antica arte tassidermica sta velocemente diventando addirittura una moda: innumerevoli sono gli artisti che hanno cominciato ad integrare parti autentiche di animali nei loro gioielli e accessori, come vi confermerà un giro su Etsy, la più grande piattaforma di e-commerce per prodotti artigianali.

taxidermy kitten mouse necklace-f50586

tumblr_lovkxjtwur1qbkjd0o1_400

il_570xN.311750603

il_570xN.530781784_rwry
A Londra e a New York conoscono un crescente successo i workshop che insegnano, nel giro di una giornata o due, i rudimenti del mestiere. Un tassidermista esperto guida i partecipanti passo passo nella preparazione del loro primo esemplare, normalmente un topolino acquistato in un negozio di animali e destinato all’alimentazione dei rettili; molti alunni portano addirittura con sé dei minuscoli abiti, per vestire il proprio topolino alla maniera di Walter Potter.

article-2107482-11F22C86000005DC-726_634x460
Su Bizzarro Bazar abbiamo regolarmente parlato di tassidermia, e sappiamo per esperienza che l’argomento è sensibile: alcuni dei nostri articoli (rimbalzati senza controllo da un social all’altro) hanno scatenato le ire di animalisti e vegetariani, dando vita ad appassionati flame. Ci sembra quindi particolarmente interessante un articolo apparso da poco sull’Huffington Post a cura di Margot Magpie, sui rapporti fra tassidermia e vegetarianesimo.

Margot Magpie è istruttrice tassidermica proprio a Londra, e sostiene che una gran parte dei suoi alunni sia costituita da vegetariani o vegani. Ma come si concilia questa scelta di rispetto per gli animali con l’arte di impagliarli?

article-2107482-11F22FDE000005DC-919_634x408

article-2107482-11F22D3C000005DC-29_634x460

article-2107482-11F22EC7000005DC-410_634x523
Ovviamente, tagliare e preparare il corpo di un animale non implica certo mangiarne la carne. E una gran parte degli artisti, vegetariani e non, che operano oggi nel settore ci tengono a precisare che i loro esemplari non vengono uccisi con lo scopo di creare l’opera tassidermica, ma sono già morti di cause naturali oppure – come nel caso dei topolini – allevati per un motivo più accettabile. (Certo, anche sul commercio dei rettili come animali da compagnia si potrebbe discutere, ma questo esula dal nostro tema). Si tratta in definitiva di materiale biologico che andrebbe sprecato e distrutto, quindi perché non usarlo?

article-2107482-11DCE7C2000005DC-704_634x505

article-2107482-11F230BC000005DC-859_634x449

article-2107482-11F231D9000005DC-824_634x483
Ma preparare un animale comporta comunque il superamento di un fattore di disgusto che sembrerebbe incompatibile con il vegetarianismo: significa entrare in contatto diretto con la carne e il sangue, sventrare, spellare, raschiare e via dicendo. A quanto dice Margot, però, i suoi allievi vegetariani colgono una differenza fondamentale fra l’allevamento degli animali a fini alimentari – con tutti i problemi etici che l’industrializzazione del mercato della carne porta con sé – e la tassidermia, che è vista invece come un rispettoso atto d’amore per l’animale stesso. “La tassidermia per me significa essere stupiti dall’anatomia e dalla biologia delle creature, e aiutarle a continuare a vivere anche dopo la morte, in modo che noi possiamo vederle ed apprezzarle”, dice un suo studente.

La passione per la tecnica tassidermica proviene spesso dall’interesse per la storia naturale. Visitare un museo e ammirare splendidi animali esotici (che normalmente non potremmo vedere) perfettamente conservati, può far nascere la curiosità sui processi utilizzati per prepararli. E questo amore per gli animali, dice Margot, è una costante riconoscibile in tutti i suoi alunni.

article-2107482-11F22AA9000005DC-736_634x455
“Combatto con questo dilemma da un po’. – racconta un’altra artista vegetariana – La gente mi dice che ‘non dovrebbe piacermi’, ma ci sono piccole cose nella vita che ci danno gioia, e non possiamo farne a meno. Mi sembra che sia come donare all’animale una vita interamente nuova, permettergli di vivere per sempre in un nuovo mondo d’amore, per essere attentamente rimesso in sesto, posizionato e decorato, ed è un’impresa premurosa e amorevole”.

article-2107482-11F235DE000005DC-79_634x454
L’altro problema è che non tutti i lavori tassidermici sono “naturalistici”, cioè mirati a riprodurre esattamente l’animale nelle pose e negli atteggiamenti che aveva in vita. Non a caso facevamo l’esempio della tassidermia antropomorfica, in cui l’animale viene vestito e fissato in pose umane, talvolta inserito in contesti e diorami di fantasia, oppure integrato come parte di un accessorio di vestiario, un pendaglio, un anello. Si tratta di una tassidermia più personale, che riflette il gusto creativo dell’artista. Per alcuni questa pratica è irrispettosa dell’animale, ma non tutti la pensano così: secondo Margot e alcuni dei suoi studenti la cosa non crea alcun conflitto, fintanto che il corpo proviene da ambiti controllati.

article-2107482-11F233AB000005DC-674_634x453

“Credo che utilizzare animali provenienti da fonti etiche per la tassidermia sia positivo e, per questo motivo, posso continuare felicemente con il vegetarianismo e con il mio interesse di lunga data per la tassidermia. Sento di molti tassidermisti moderni che usano esclusivamente animali morti per cause naturali o in incidenti, quindi credo che ci troviamo in una nuova era di tassidermia etica. Sono felice di farne parte”.

C’è chi invece il problema l’ha aggirato del tutto. L’artista americana Aimée Baldwin ha creato quella che chiama “tassidermia vegana”: i suoi uccelli sono in realtà sculture costruite con carta crespa. Il lavoro certosino e la conoscenza del materiale, con cui sperimenta da anni, le permettono di ottenere un risultato incredibilmente realistico.

Vegan Taxidermy  An Intersection of Art, Science, and Conservation

Raven-360x240

Kingfisher432

HeronCity432

AmericanAvocet-288x432

Ecco il link all’articolo di Margot Magpie. Gran parte delle fotografie nell’articolo provengono da questo articolo su un workshop tassidermico newyorkese. Ecco infine il sito ufficiale di Aimée Baldwin.

The Monster Study

Vi sono molti disturbi ai quali la scienza non ha ancora saputo trovare un’origine e una causa certa.

Sotto il comune termine di “balbuzie” si è soliti raggruppare diversi tipi di impedimenti del linguaggio, più o meno gravi; al di là delle classificazioni specialistiche, ciò che risulta chiaro anche ai profani è che chi soffre di questo genere di disfluenze verbali finisce per essere sottoposto a forte stress, tanto da farsi problemi ad iniziare una conversazione, avere attacchi di ansia, e addirittura nei casi più estremi isolarsi dalla vita sociale. Si tratta di un circolo vizioso, perché se la balbuzie provoca ansia, l’ansia a sua volta ne aggrava i sintomi: la persona balbuziente, quindi, deve saper superare un continuo sentimento di inadeguatezza, lottando costantemente contro la perdita di controllo.

Le cause esatte della balbuzie non sono state scoperte, così come non è ancora stata trovata una vera e propria cura definitiva per il problema; è indubbio che il fattore ansiogeno sia comunque fondamentale, come dimostrano quelle situazioni in cui, a fronte di uno stress più ridotto (ad esempio, parlando al telefono), i sintomi tendono ad affievolirsi notevolmente se non a scomparire del tutto.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=UB3N_nmeB9k]

Fra i primi a sottolineare l’importanza dell’aspetto psicologico della balbuzie (pensieri, attitudini ed emozioni dei pazienti) fu il Dr. Wendell Johnson. Riconosciuto oggi come uno dei più influenti patologi del linguaggio, egli focalizzò il suo lavoro su queste problematiche in un’epoca, gli anni ’30, in cui gli studi sul campo erano agli albori: eppure i dati raccolti nelle sue ricerche sui bambini balbuzienti sono ancora oggi i più numerosi ed esaustivi a disposizione degli psicologi.

wjoldcap
Nonostante le molte terapie efficaci da lui iniziate, e una vita intera dedicata alla comprensione e alla cura di questo disturbo (di cui egli stesso soffriva), Johnson viene spesso ricordato soltanto per un esperimento sfortunato e discutibile sotto il profilo etico, che nel tempo è divenuto tristemente famoso.

Wendell Johnson era convinto che la balbuzie non fosse genetica, ma che venisse invece fortemente influenzata da fattori esterni quali l’educazione, l’autostima e in generale l’ambiente di sviluppo del bambino. Per provare questa sua teoria, nel 1939 Johnson elaborò un complesso esperimento che affidò a una studentessa universitaria, Mary Tudor, sotto la sua supervisione. Lo scopo del progetto consisteva nel verificare quanto influissero i complimenti e i rimproveri sullo sviluppo del linguaggio: la Tudor avrebbe cercato di “curare” la balbuzie di alcuni bambini, lodando il loro modo di esprimersi, e allo stesso tempo – ecco che arriva la parte spinosa – di indurla in altri bambini perfettamente in grado di parlare, tramite continui attacchi alla loro autostima. Venne deciso che le piccole cavie umane sarebbero state dei bambini orfani, in quanto facili da reperire e privi di figure genitoriali che potessero interferire con il progetto.

In un orfanotrofio di veterani nello Iowa, Johnson e Tudor selezionarono ventidue bambini dai 5 ai 15 anni, che avevano tutti perso i genitori in guerra; fra questi, soltanto dieci erano balbuzienti. I bambini con problemi di balbuzie vennero divisi in due gruppi: a quelli del gruppo IA, sperimentale, la Tudor doveva ripetere che il loro linguaggio era ottimo, e che non avevano da preoccuparsi. Il gruppo IB, di controllo, non riceveva particolari suggestioni o complimenti.

Poi c’erano i dodici bambini che parlavano fluentemente: anche loro vennero divisi in due gruppi, IIA e IIB. I più fortunati erano quelli del secondo gruppo di controllo (IIB), che venivano educati in maniera normale e corretta. Il gruppo IIA, invece, è il vero e proprio pomo della discordia: ai bambini, tutti in grado di parlare bene, venne fatto credere che il loro linguaggio mostrasse un inizio preoccupante di balbuzie. La Tudor li incalzava, durante le sue visite, facendo notare ogni loro minimo inciampo, e recitando dei copioni precedentemente concordati con il suo docente: “Siamo arrivati alla conclusione che hai dei grossi problemi di linguaggio… hai molti dei sintomi di un bambino che comincia a balbettare. Devi cercare immediatamente di fermarti. Usa la forza di volontà… Fa’ qualunque cosa pur di non balbettare… Non parlare nemmeno finché non sai di poterlo fare bene. Vedi come balbetta quel bambino, vero? Beh, certamente ha iniziato proprio in questo modo”.

L’esperimento durò da gennaio a maggio, con Mary Tudor che parlava ad ogni bambino per 45 minuti ogni due o tre settimane. I bambini del gruppo IIA, bersagliati per i loro fantomatici difetti di pronuncia, accusarono immediatamente il trattamento: i loro voti peggiorarono, e la loro sicurezza si disintegrò totalmente. Una bambina di nove anni cominciò a rifiutarsi di parlare e a tenere gli occhi coperti da un braccio tutto il tempo, un’altra di cinque divenne molto silenziosa. Una ragazzina quindicenne, per evitare di balbettare, ripeteva “Ah” sempre più frequentemente fra una parola e l’altra; rimproverata anche per questo, cadde in una sorta di loop e iniziò a schioccare le dita per impedirsi di dire “Ah”.

I bambini della sezione IIA, nel corso dei cinque mesi dell’esperimento, divennero introversi e insicuri. La stessa Mary Tudor riteneva che la ricerca si fosse spinta troppo oltre: presa dai sensi di colpa, per ben tre volte dopo aver concluso l’esperimento Mary ritornò all’orfanotrofio per rimediare ai danni che era convinta di aver provocato. Così, di sua spontanea iniziativa, cercò di far capire ai bambini del gruppo IIA che, in realtà, non avevano mai veramente balbettato. Se questo tardivo moto di pietà sia servito a ridare sicurezza ai piccoli orfani, oppure abbia disorientato ancora di più le loro già confuse menti, non lo sapremo mai.

WJ 3

I risultati dell’esperimento dimostravano, secondo Johnson, che la balbuzie vera e propria poteva nascere da un errato riconoscimento del problema in famiglia: anche con le migliori intenzioni, i genitori potevano infatti scambiare per balbuzie dei piccoli difetti di linguaggio, perfettamente normali durante la crescita, e ingigantirli fino a portarli a livello di una vera e propria patologia. Lo psicologo si rese comunque conto che il suo esperimento poggiava su un confine etico piuttosto delicato, e decise di non pubblicarlo, ma di renderlo liberamente disponibile nella biblioteca dell’Università dello Iowa.

Passarono più di sessant’anni, quando nel 2001 un giornalista investigativo del San Jose Mercury News scoprì l’intera vicenda, e intuì subito di poterci costruire uno scoop clamoroso. Johnson, morto nel frattempo nel 1965, era ritenuto uno degli studiosi del linguaggio di più alto profilo, rispettato ed ammirato; il sensazionale furore mediatico che scaturì dalla rivelazione dell’esperimento alimentò un intenso dibattito sull’eticità del suo lavoro. L’Università si scusò pubblicamente per aver finanziato il “Monster Study” (com’era stato immediatamente ribattezzato dai giornali), e il 17 agosto 2007 sei degli orfani ancora in vita ottennero dallo Stato un risarcimento di 950.000 dollari, per le ferite psicologiche ed emotive sofferte a causa dall’esperimento.

Era davvero così “mostruoso” questo studio? I bambini del gruppo IIA rimasero balbuzienti per tutta la vita?

In realtà, non lo divennero mai, nonostante Johnson sostenesse di aver provato la sua tesi anti-genetica. Mary Tudor aveva parlato di “conseguenze inequivocabili” sulle abilità linguistiche degli orfani, eppure a nessuno dei bambini del gruppo IIA venne in seguito diagnosticata una balbuzie. Alcuni di loro riferirono in tribunale di essere diventati introversi, ma di vera e propria balbuzie indotta, neanche l’ombra.

Le valutazioni degli odierni patologi del linguaggio variano considerevolmente sugli effetti negativi che la ricerca di Johnson potrebbe aver provocato. Quanto all’eticità del progetto in sé, non va dimenticato che negli anni ’30 la sensibilità era differente, e non esisteva ancora alcuna direttiva scientifica internazionale riguardo gli esperimenti sugli esseri umani. A sorpresa, in tutto questo, l’aspetto più discutibile rimane quello scientifico: i professori Nicoline G. Ambrose e Ehud Yairi, in un’analisi dell’esperimento condotta dopo il 2001, si mostrano estremamente critici nei confronti dei risultati, viziati secondo loro dalla frettolosa e confusa progettazione e dai “ripensamenti” della Tudor. Anche l’idea che la balbuzie sia un comportamento che il bambino sviluppa a causa della pressione psicologica dei genitori – concetto di cui Johnson era strenuamente convinto e che ripeté come un mantra fino alla fine dei suoi giorni – non viene assolutamente corroborata dai dati dell’esperimento, visto che alcuni dei bambini in cui sarebbe dovuta insorgere la balbuzie avevano invece conosciuto addirittura dei miglioramenti.

La vera macchia nella brillante carriera di Johnson, quindi, non sarebbe tanto la sua mancanza di scrupoli, ma di scrupolo: la ricerca, una volta spogliata da tutti gli elementi sensazionalistici ed analizzata oggettivamente, si è rivelata meno grave del previsto nelle conseguenze, ma più pasticciata e tendenziosa nei risultati che proponeva.

Il Monster Study è ancora oggi un esperimento pressoché universalmente ritenuto infame e riprovevole, e di sicuro lo è secondo gli standard morali odierni, visto che ha causato un indubbio stress emotivo a un gruppo di minori già provati a sufficienza dalla morte dei genitori. Ma, come si è detto, erano altri tempi; di lì a poco si sarebbero conosciuti esperimenti umani ben più terrificanti, questa volta dalla nostra parte dell’Oceano.

Ad oggi, nonostante l’eziologia precisa del disturbo rimanga sconosciuta, si ritiene che la balbuzie abbia cause di tipo genetico e neurologico.

La bambina nella scatola

Dietro ogni cosa bella
c’è stato qualche tipo di dolore.
(Bob Dylan, Not Dark Yet)

La storia di Irina Ionesco e di sua figlia Eva suscita scandalo da quarant’anni, ed è certamente un caso unico nel panorama dell’arte contemporanea per le implicazioni etiche e morali che lo accompagnano.

Irina Ionesco, nata a Parigi da padre violinista e madre trapezista, viene abbandonata all’età di quattro anni. Spedita in Romania, paese da cui provenivano i genitori, Irina viene cresciuta dalla nonna e dagli zii nell’ambiente del circo. Nonostante sognasse di diventare ballerina, a causa del suo fisico asciutto ed elastico verrà indirizzata verso l’antica arte del contorsionismo. Dai 15 ai 22 anni gira l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente con il circo; durante il suo spettacolo si esibisce con due serpenti boa, e più tardi dichiarerà: “ero diventata schiava di quei serpenti, e alla fine ne ho avuto abbastanza”.

Durante una convalescenza a causa di un incidente di danza a Damasco, Irina comincia a disegnare e a dipingere; abbandonato il circo, viaggia per qualche anno con un ricco giocatore d’azzardo iraniano che la copre di gioielli e abiti lussuosi, prima di studiare arte a Parigi. Poi, ecco da una parte l’incontro fortuito con la fotografia (l’artista belga Corneille le regala una reflex nel 1964), e con gli scritti sulfurei e trasgressivi di Georges Bataille dall’altra.

435e5f3f8df0a_big

6602620753_61f5b28e5a_o

6602627313_3e0e1a8b6b_o

Le sue fotografie, che inizialmente ritraggono amiche e amici agghindati con gli abiti che Irina aveva nel suo stesso guardaroba e fotografati al lume di candela, conoscono un immediato successo fin dalla prima esposizione. Già da questi primi scatti sono evidenti quegli elementi che attraverseranno tutta l’opera della fotografa: l’erotismo feticistico, i costumi di scena ricercati e barocchi, le pose teatrali, le collane di perle, e i dettagli gotici (teschi, corredi funebri, composizioni floreali).

irinaionescoporte20doree1

irina-ionesco-photos

irina-ionescoimg_2047_2

6602632673_beca56ea50_o

Ma le fotografie davvero controverse di Irina Ionesco non sono queste. Dal 1969 in poi, Irina decide di fotografare sua figlia Eva, di appena 4 anni, nei medesimi contesti in cui fotografa le modelle adulte. Cioè nuda, in pose da femme fatale, e agghindata soltanto con quegli accessori che avrebbero dovuto renderla un’icona dell’erotismo.

eva_ionesco-shoot-irina-paris-1970

eva_01

1-irina-ionesco-unveiled-dream

160aa8a942a6db0a40bc26c4_Eva_Ionesco_playboy

071111_blog.uncovering.org_fotografia_irina_ionesco_eva2

Siamo negli anni ’70, un’epoca in cui i tabù sessuali sembrano cadere ad uno ad uno, e chiaramente il lavoro di Irina si iscrive in questo contesto storico specifico; ciononostante le foto creano un grosso scandalo – che ovviamente porta fama e successo alla fotografa. La critica discute animatamente se si tratti di arte o di pornografia, e anzi per qualcuno le fotografie proiettano un’ombra ancora più inquietante, quella dell’istigazione alla pedofilia.

Eva Ionesco (10)

Eva Ionesco (7)

Eva Ionesco - eva065

ion2Ma in tutto questo, cosa prova la piccola Eva Ionesco? È in grado, data la sua tenera età, di comprendere appieno ciò che le sta accadendo?

Mia madre mi ha fatto posare per foto al limite della pornografia fin dall’età di 4 anni. Tre volte a settimana, per dieci anni. Ed era un ricatto: se non posavo, non avevo diritto ad avere dei bei vestiti nuovi. E soprattutto non potevo vedere mia mamma. Mia madre non mi ha mai allevata; il nostro unico rapporto, erano le foto.

tumblr_mmwkdid8xl1ri24cpo1_400

tumblr_livrq2Ynon1qcq66ao1_400

ionesco-img3

ionesco_collectortribune

Eva Ionesco diviene ben presto una piccola star: nell’ottobre del 1976, all’età di 11 anni, viene pubblicato un servizio su di lei sul numero italiano di Playboy. È la più giovane modella mai apparsa nuda sulle pagine della rivista. Seguono alcuni ingaggi come attrice (il primo nell’Inquilino del Terzo Piano di Polanski), fra i quali spicca il suo ruolo nel film “maledetto” di Pier Giuseppe Murgia, Maladolescenza, del 1977. Il film racconta la scoperta, da parte di tre adolescenti, della sessualità e degli istinti crudeli ad essa collegati, in un ambiente naturale e privo di sovrastrutture (in un chiaro riferimento al Signore delle Mosche); le due attrici protagoniste di 11 anni e il loro compagno di 17, nel film sono impegnati in scene di sesso simulato e mostrati mentre si dedicano a torture reciproche e contro gli animali. Il film non manca di una sua poesia, per quanto efferata e disturbante, ma nei decenni successivi viene ritirato, censurato, rieditato e infine condannato definitivamente per pedopornografia nel 2010 da una corte olandese.

iz64sq5ym1td1nmg3b4b

Da tutta questa serie di attività di modella a sfondo erotico, decise e volute dalla madre, Eva riuscirà a liberarsi proprio nel 1977, quando Irina perde l’affidamento della figlia. Eppure l’ombra di quelle fotografie perseguita Eva ancora oggi. E se madre e figlia non hanno mai avuto un vero rapporto, per anni si sono parlate soltanto per interposti avvocati.

Non vuole rendermi le stampe e i negativi. Continua a vendere un numero enorme di quelle fotografie. In Giappone si trova ancora un sacco di roba, libri, CD erotici. La gente crede che Irina Ionesco significhi soltanto foto vintage con una piccola principessa che viene spogliata. Ma io me ne frego dei reggicalze! Bisogna dire le cose come stanno: voglio far proibire le foto in cui mi si vedono il sesso e l’ano.

4034722766_dbb5b03753_z

I processi giudiziari, per mezzo dei quali Eva ha cercato di riappropriarsi dei propri diritti e di farsi riconsegnare dalla madre gli scatti più espliciti, hanno avuto un amaro epilogo nel 2012: il tribunale le ha riconosciuto soltanto parte delle richieste, e ha condannato Irina a versare 10.000 euro di danni e interessi per sfruttamento dell’immagine e della vita privata della figlia. Ma le foto sono ancora di proprietà della madre.

my_mlittle_princess-8ac27

Nel 2010 Eva ha cercato di liberarsi dei fantasmi della sua infanzia curando la regia di My Little Princess, un film in parte autobiografico in cui il personaggio della madre è affidato all’interpretazione di Isabelle Huppert e quello della bambina a una sorprendente Anamaria Vartolomei. Nel film, l’arte fotografica è vista come un’attività senza dubbio pericolosa:

Isabelle Huppert carica la macchina fotografica come un’arma. L’immagine rinchiude, rende il personaggio muto. Fotografarmi, significava mettermi in una scatola: dirmi “sii bella e stai zitta”.

E in un’altra intervista, Eva rincara la dose:

Spogliare qualcuno, fotografarlo, rispogliarlo, rifotografarlo, non è violenza? Accompagnata da parole gentili, naturalmente: sei magnifica, sublime, meravigliosa, ti adoro. […] Volevo raccontare una persona senza coscienza né barriere, dispotica e narcisa. Una persona che non vede. Fotografa, ma non vede.

eva-by-irina-ionesco

Il valore artistico dell’opera di Irina Ionesco non è mai stato messo in discussione, nemmeno dalla figlia, che le riconosce un’incontestabile qualità di stile; sono le implicazioni etiche che fanno ancora discutere a distanza di decenni. Le fotografie della Ionesco ci interrogano sui rapporti fra l’arte e la vita in modo estremo e viscerale. Esistono infatti innumerevoli esempi di opere sublimi, la cui realizzazione da parte dell’artista ha comportato o implicato la sofferenza altrui; ma fino a dove è lecito spingersi?

Forse oggi ciò che rimane è una dicotomia fra due poli contrapposti: da una parte le splendide immagini, provocanti e sensuali proprio per il fatto che ci mettono a disagio, come dovrebbe sempre fare l’erotismo vero – un mondo immaginario, quello di Irina Ionesco, che secondo Mandiargues “appartiene a un ambito che non possiamo conoscere, se non attraverso la nostra fede in fragili ricordi”.
Dall’altra, la ben più prosaica e triste vicenda umana di una madre fredda, chiusa nel suo narcisismo, che rende sua figlia una bambina-manichino, oggetto di sofisticate fantasie barocche in un’età in cui forse la piccola avrebbe preferito giocare con i compagni (cosa che Irina le ha sempre proibito).

L’innegabile fascino delle fotografie della Ionesco sarà quindi per sempre incrinato da questo conflitto insanabile – la consapevolezza che dietro quegli scatti si nascondesse un abuso; eppure questo stesso conflitto le rende particolarmente inquietanti e ambigue, addirittura al di là delle intenzioni originali dell’autrice, in quanto stimolano nello spettatore emozioni contrastanti che poche altre opere erotiche sono in grado di veicolare.

url

Irina compirà 78 anni a settembre, e continua ad esporre e a lavorare. Eva Ionesco oggi ha 48 anni, e un figlio: non è davvero sorprendente che non gli abbia mai scattato una foto.

Irina-Eva

Le interviste a cui fa riferimento l’articolo sono consultabili qui e qui.

Amore materno

Su consiglio di una nostra affezionata lettrice, parliamo oggi di un classico della ricerca psicologica.

Abbiamo già affrontato (in questo articolo) l’esperimento di Watson sul “piccolo Albert”: come Watson, all’epoca la maggioranza degli psicologi pensava che l’amore materno fosse un sentimento sopravvalutato, e che i bambini stessero attaccati alle madri soltanto perché fornivano loro il latte, o per ricevere protezione. L’idea comune era che dare troppe attenzioni a un bambino l’avrebbe reso un pappamolle.

Il dottor Harry Harlow, docente all’Università del Wisconsin, era interessato allo studio di questo particolare tipo di relazione che si instaura fra madre e figlio nei primi anni di vita del bambino. Al contrario dei suoi contemporanei, sospettava che vi fosse qualcosa di più, che la simbiosi fra figlio e genitrice nascondesse un tipo di bisogno primario molto più forte; che quel legame così assoluto avesse insomma uno scopo ben più profondo del ricevere cibo o protezione.

Allevando degli esemplari di macaco in laboratorio, egli aveva provato a separare i cuccioli dalla madre per lunghi periodi di tempo. Aveva posto piccoli di macaco in camere di isolamento piccole e buie (da lui chiamate pits of dispair, “pozzi della disperazione”) addirittura per 24 mesi. Le scimmiette non avevano reagito bene: depresse, aggressive, emotivamente e mentalmente turbate, avevano sviluppato attaccamento per dei “surrogati” di madre, restando abbracciate per ore ai morbidi tappetini che coprivano il fondo delle gabbie. Questo aveva portato Harlow a credere che il bisogno del contatto materno fosse uno stimolo potente quanto la fame.

Deciso ad indagare a fondo la faccenda, in una serie di celebri esperimenti che si protrassero dal 1957 al 1963, egli studiò le reazioni di piccole scimmie isolate alla nascita dalle loro madri biologiche, ma dotate di diverse “mamme-surrogato” di sua invenzione.

La prima mamma era chiamata “madre di pezza”. Consisteva in un pezzo di legno avvolto in gomma, spugna e tessuto, riscaldato con una lampadina. Questa era la mamma buona, calda, soffice, paziente, che era sempre disponibile per ventiquattr’ore al giorno. Ma aveva un piccolo difetto: non dava il latte.

Il secondo surrogato era la “madre di fil di ferro”. Una struttura di fili d’acciaio, per niente adatta alle coccole, ma con delle mammelle posticce che fornivano il latte. Cosa avrebbero scelto le scimmie? Il cibo o il calore di una madre morbida e soffice?

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=KlfOecrr6kI]

I cuccioli non avevano dubbi: se ne stavano per quasi tutto il tempo accoccolati sulla madre di pezza, rassicurati dal suo calore. Quando avevano fame, correvano per pochi secondi a prendere il latte dalla madre di ferro, per poi tornare precipitosamente a ripararsi al calduccio della mamma di pezza. Chiaramente per loro le coccole erano più importanti del cibo. Decenni di dogmi psicologici erano stati spazzati via.

Ma Harlow non si fermò qui. Le scimmie “allevate” dalla madre di pezza soffrivano comunque di seri disturbi: erano timide, antisociali, depresse, si nascondevano negli angoli, e le altre scimmie le evitavano. Le scimmie allevate dalla sola mamma di ferro stavano anche peggio. Così Harlow si decise a determinare scientificamente quali fossero le giuste qualità per una madre perfetta. Cambiando diverse variabili, costruì altrettante madri-surrogato che si distinguevano per un solo tratto fondamentale, al fine di scoprire quali madri le scimmie avrebbero preferito. Provò molti materiali di rivestimento differenti, per capire quale consistenza fosse maggiormente gradita ai cuccioli: la spugna vinse il primo posto, confermando così che una buona madre deve essere soffice. Provò poi a capire se una madre fredda potesse piacere: facendo passare in una serpentina dell’acqua fredda, abbassò la temperatura della madre-surrogato. Niente da fare. Per quello che potevano saperne, quella mamma poteva anche essere morta, e così i cuccioli la evitavano.

Infine, Harlow si domandò se il movimento non avesse un qualche ruolo fondamentale nello sviluppo dell’attaccamento madre-figlio. Costruì così delle madri-surrogato appese a una certa distanza da terra, delle specie di sacchi di pezza penzolanti dal soffitto. A sorpresa, i cuccioli le adoravano. Una buona madre, quindi, dev’essere calda, soffice, e deve muoversi.

Il lavoro di Harlow, già abbastanza controverso, divenne in seguito ancora più crudele. Ancorché animato da buone intenzioni (Harlow voleva scoprire in che modo il legame madre-figlio potesse essere interrotto, al fine di aiutare i bambini di famiglie disfunzionali), egli cominciò a costruire “mamme” torturatrici. Madri-surrogato che picchiavano i propri cuccioli, che davano loro degli schiaffoni tanto forti da farli volare dall’altra parte della gabbia, madri ad aria compressa che colpivano con getti d’aria improvvisi le povere scimmiette, mamme-vergini-di-Norimberga con punte di ottone che spuntavano saltuariamente dalla pelliccia. Picchiati, spaventati, aggrediti, i piccoli ritornavano sempre e comunque dalle loro crudeli mamme. L’attaccamento era così ostinato, e il loro bisogno di affetto talmente fondamentale e profondo, che nessuna violenza li avrebbe mai separati da quei tristi fantocci che erano il loro unico punto di riferimento.

Divenne chiaro a poco a poco che, per quanto scientificamente interessanti, le ricerche di Harlow stavano progressivamente varcando una soglia etica e morale. Uno dei suoi più stretti collaboratori dichiarò che “continuò ad andare avanti al punto che molte persone si resero conto che stava violando la sensibilità comune, che chiunque avesse rispetto per la vita o per le persone avrebbe trovato tutto questo offensivo”. Nonostante nell’ultima parte della sua carriera Harlow avesse tentato di “riabilitare” e curare le scimmie da lui traumatizzate, le critiche piovvero su di lui come un uragano.

Gli esperimenti di Harlow furono un terremoto per la ricerca psicologica, e non soltanto per i loro risultati: diedero una forte spinta per la creazione di movimenti per la protezione degli animali, che garantiscono oggi (per quanto possibile) un trattamento più amorevole e dignitoso agli animali da laboratorio. Le sofferenze inflitte da Harlow alle sue scimmie hanno quindi avuto almeno due esiti positivi: da una parte, una conoscenza scientifica più profonda degli istinti che legano una madre al proprio cucciolo; dall’altra, paradossalmente, un’aumentata coscienza etica nel pubblico, e negli stessi ricercatori.

Sito web che riporta (in inglese) il classico The Nature of Love di Harry Harlow.

Pagina di Wikipedia su Harlow.

Aborto

Abbiamo meditato per lungo tempo se fosse il caso, qui a Bizzarro Bazar, di inserire un articolo riguardante l’aborto. L’interruzione prematura di una gravidanza non ha nulla di meraviglioso, di fantastico o di strano. Certo è un evento macabro, come qualsiasi morte, ma sarebbe facile distorcere a proprio piacimento il senso di un post su un argomento tanto delicato, al centro di un dibattito etico che si prolunga da anni.

Se decidiamo infine di affrontare la questione è perché, in definitiva, guardato con il tipo giusto di occhi, si tratta effettivamente di qualcosa di strano e incredibile. Qualcosa che solo gli esseri umani sono arrivati a concepire. E allo stesso tempo sembra che l’informazione al riguardo sia piuttosto scarsa, e sempre “di seconda mano”. Tante volte abbiamo qui sostenuto il dovere di esperire con i propri sensi, di formarsi una propria opinione, al di là delle regole morali o delle facili strumentalizzazioni. Abbiamo dato spazio a tutto ciò che è altro e deviante, cercando di immedesimarci e di comprendere qualcosa in più sulla natura umana. Per quanto riguarda l’aborto, l’identificazione con una donna che è di fronte al terribile bivio dovrebbe essere altettanto importante. Vorremmo qui proporre una visione semplice e diretta, scioccante (ma è giusto che lo sia) e senza sconti, di una pratica che divide e infervora. Cosa significa veramente avere un aborto? Quali sono le conseguenze?

La legge italiana permette a una donna di interrompere la gravidanza qualora lo desideri, e qualora questo non implichi complicazioni di salute. In Italia il termine entro il quale si può scegliere di abortire è generalmente fissato entro la dodicesima settimana di gestazione (salvo diverse complicazioni).

Passiamo quindi ad esaminare i metodi più utilizzati per praticare l’aborto. Il modo più semplice e diffuso è lo svuotamento strumentale. Significa basilarmente inserire delle cannule che aspirano il feto. A seconda del periodo di gestazione può essere necessaria una dilatazione della cervice per far passare cannule più grosse. L’embrione (o il feto) vengono praticamente risucchiati via dall’utero, aspirati attraverso un tubo o fatti a pezzi con delle pinze ed estratti a poco a poco (raschiamento). Se si tratta di gravidanze oltre la dodicesima settimana, bisogna ricorrere a ferri che dilatino gradatamente la cervice, ed è necessario aspirare anche placenta, liquido amniotico e residui fetali. Quando parliamo di residui fetali, parliamo essenzialmente di questo:

Un altro metodo è l’aborto indotto per via farmacologica. L’induzione farmacologica dell’aborto è l’ultimo metodo di interruzione di gravidanza introdotto nella medicina tradizionale. Con questo metodo il distacco del feto dall’utero è chimico e non è necessario nessun intervento di natura chirurgica sul corpo della donna. Dal 2009 è approvato anche in Italia, ma bisogna sottolineare che questo metodo non ha nulla a che vedere con la cosiddetta “pillola del giorno dopo”: si tratta di una applicazione farmacologica che necessita l’obbligo di ricovero per tutta la durata dell’assunzione del farmaco.

Altra soluzione è il parto prematuro, che di norma viene adottato soltanto quando la donna è in grave pericolo: si tratta di indurre il parto per via farmacologica, tramite assunzione di prostaglandine. Il feto viene così espulso, ma essendo prematuro, è destinato a morte immediata.

Un metodo efficace negli aborti dalla sedicesima settimana alla nascita, vietato dalla legge italiana, è quello della nascita parziale. Esso consiste nell’estrazione parziale del feto dall’utero attraverso l’uso di una pinza, che permette l’avvicinamento del cranio alla cervice e lo svuotamento del medesimo attraverso l’introduzione in esso di una canula aspiratrice. Praticamente, si risucchia il cervello e la testa del feto attraverso un tubo aspiratore. Lo svuotamento del cranio si rende necessario per permetterne il passaggio agevole attraverso la cervice. A partire dal 2003 questa tecnica è vietata anche negli Stati Uniti, escludendo i casi in cui la salute della madre possa risultare compromessa.

Nei ceti meno abbienti, con maggiore incidenza in Europa tra le immigrate extracomunitarie, si sono ultimamente diffuse tecniche improprie di aborto attraverso l’abuso di farmaci antiulcera (Misoprostolo) che si è mostrato particolarmente efficace, ovviamente con numerose complicanze ed effetti collaterali, nel provocare farmacologicamente contrazioni uterine. Nel 2005 l’ISTAT ha quantificato in circa 20.000 casi annui gli aborti clandestini in Italia riconducibili a questa metodologia. Dal 2006 il misoprostolo è accessibile solo dietro presentazione di ricetta medica non ripetibile.


Le conseguenze fisiche e psicologiche dell’aborto sono innumerevoli, e talvolta davvero pesanti. L’aborto è una tecnica (che sia farmacologica o chirurgica) essenzialmente invasiva, che provoca la morte di una parte dell’organismo. Anche senza contare i dilemmi etici, psicologici e morali correlati, un’esperienza simile è assolutamente traumatica per la donna che vi si sottopone. Tradotto, questo vuol dire: dolore, soprattutto psicologico. Oggi sembra che l’attitudine maschile sia cambiata, e che l’aborto sia una realtà condivisa all’interno di giovani coppie, piuttosto che essere considerata esclusivamente un “problema femminile”. Rimangono intatti tutti gli spinosi dilemmi che molto hanno fatto parlare. A che stadio possiamo dire con certezza che un feto diviene un essere umano? Quando comincia a provare dolore? Come possiamo essere sicuri che questo non sia un vero e proprio omicidio? Si può discriminare una donna che pratica l’aborto senza alzare un dito per garantirle un futuro? Di fronte a stupri o violenze sessuali che culminano in una gravidanza, come ci si dovrebbe comportare? E se crediamo che di assassinio si tratti, può la nostra opinione personale spingersi fino a negare il diritto di una donna di terminare una gravidanza indesiderata?