Link, curiosità & meraviglie assortite – V

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

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Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

La scacchiera e la Nera Signora

Pochi giochi si prestano alla metafora filosofica come gli scacchi.
Le due armate, una oscura e l’altra luminosa, si affrontano da millenni in eterno scontro. Una lotta astratta, di perfezione matematica, in cui il “terribile amore per la guerra” dell’Uomo viene iscritto in una griglia ortogonale solo superficialmente rassicurante.
La scacchiera nasconde infatti un’impossibile vertigine combinatoria, un’infinità di varianti. Tocca non lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità dello schema (la stima delle possibili partite è un numero da capogiro), e ricordarsi del Faraone che accettando di pagare un chicco di grano sulla prima casella e di raddoppiarlo per le successive si ritrovò sul lastrico.

La battaglia dei 32 pezzi sulle 64 caselle ha ispirato, al di là delle ovvie allegorie marziali, diversi componimenti poetici che tracciano un’analogia tra la scacchiera e l’universo intero, e tra le pedine e la condizione umana.
La più antica e celebre è una delle quartine del Rubaiyyát di ʿUmar Khayyām (1048–1131):

Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera di giorni e notti,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.

Quest’idea di Dio che muove gli uomini a suo piacimento sulle caselle è già piuttosto inquietante; Jorge Luis Borges la moltiplicò in una regressione ad infinitum, con una geniale struttura “a cannocchiale”, domandandosi se perfino Dio non fosse pezzo inconsapevole di una scacchiera più ampia:

E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.

Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
è prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.

Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Questa partita cosmica ci interroga naturalmente sulla questione del libero arbitrio, ma si iscrive anche nel più ampio contesto del memento mori e della Morte livellatrice. Che siamo Re o Alfieri, torri o semplici pedine; che si combatta per i Bianchi o per i Neri; che il nostro esercito vinca o perda — il vero esito della battaglia è comunque segnato. Si finirà tutti riposti nella cassetta dei pezzi, nella “fossa comune del tempo“.

Non sorprende dunque che la Morte personificata si sia a più riprese seduta alla scacchiera con l’Uomo.

Nelle raffigurazioni più antiche lo scheletro era dipinto come crudele e pericoloso, pronto a ghermire l’ignaro passante con la violenza; a partire dal tardo medioevo con la Danza Macabra (e la possibile fusione con la figura bretone di Ankou, inquietante ma non malevola) ritroviamo invece lo scheletro disarmato e pacifico, perfino danzante, in una festa carnascialesca che, se da un lato ricorda l’inevitabile destino, funge anche da esorcismo.

Che la Morte concedesse una partita a scacchi, dunque, si accordava con quest’idea più positiva rispetto ai temi iconografici antecedenti (trionfo, Giudizio Universale, incontro con i vivi, ecc.). Di più: il fatto che il Mietitore potesse ora essere addirittura sfidato, suggerisce la nascita di un atteggiamento tipico del pensiero rinascimentale.


Anche nelle raffigurazioni della partita a scacchi con la Morte infatti, come nella Danza Macabra, non ci sono

allusioni o simboli che direttamente riportino il pensiero alla presenza apocalittica della religione o alla necessità dei suoi riti; non ci sono elementi che suggeriscano per esempio la necessità di ricevere, nell’atto finale, gli estremi conforti di un sacerdote o l’assoluzione come viatico per l’al di là, sottolineando così ancor di più il senso d’impotenza dell’uomo. È un uomo, quello ritratto nelle figurazioni di Danza Macabra, che si vede inserito nel mondo e riconosce di essere artefice del cambiamento della sua realtà, non solo quella personale ma anche quella sociale, in una prospettiva storica.

(A. Tanfoglio, Lo spettacolo della morte… Quaderni di estetica e mimesi del bello nell’arte macabra in Europa, Vol. 4, 1985)

Quello che fa le sue mosse contro la Morte, quindi, non è già più un uomo medievale, ma moderno.
Più tardi a questo gioco verrà sconfitto il Diavolo stesso: secondo il folklore, lo scacchista cinquecentesco Paolo Boi (detto Il Siracusano) giocò un giorno una partita con un misterioso sconosciuto che fuggì inorridito nel momento in cui sulla scacchiera i pezzi disegnarono la forma di una croce…

Ma l’episodio forse più interessante risale a tempi molto recenti, al 1985.
Un certo Dr. Wolfgang Eisenbeiss e un suo conoscente decisero di organizzare una partita a scacchi del tutto particolare: si sarebbe disputata tra due grandi maestri, uno vivo e uno morto.
Lo svolgimento del gioco sarebbe stato possibile grazie a Robert Rollans, un medium “affidabile” e profano degli scacchi (per non inquinare il risultato).
La strana combriccola trovò presto il giocatore vivo disposto a tentare l’esperimento, il grande maestro internazionale Viktor Korchnoi; fu un po’ più complicato mettersi in contatto con lo sfidante, ma il 15 giugno la tenzone fu accettata dallo spirito di Géza Maróczy, morto più di trent’anni prima il 29 maggio 1951.
Anche comunicare le mosse e le contromosse fra i due avversari, tramite la scrittura automatica del sensitivo, prese più tempo del previsto. La partita durò ben 7 anni e 8 mesi, finché il fantasma di Maróczy non gettò la spugna, alla sua 47esima mossa.

Questa partita “soprannaturale” testimonia come il valore simbolico degli scacchi sia sopravvissuto al passare dei secoli.
Uno dei giochi più antichi del mondo continua a fornire ispirazione alla fantasia umana, dalla letteratura (Attraverso lo specchio di Carroll è costruito su un enigma scacchistico) alla pittura, dalla scultura alla misteriologia (potevano gli scacchi non avere un ruolo anche nella mitologia di Rennes-le-Château?).
E di volta in volta i 64 quadrati sono stati usati ad emblema di schermaglie amorose, di sfide politiche, o della grande guerra fra il Bianco e il Nero, quella con se stessi, che ha luogo sulla scacchiera dell’anima.

Si tratta in definitiva di un fascino ambiguo, duplice.
La scacchiera propone un campo di battaglia finito, certo, razionalista. La vita come un insieme di decisioni strategiche, di leggi e movimenti prevedibili. Ci piace pensare che la partita abbia un suo rigore e un senso logico.
Eppure ogni gioco è precario, e c’è sempre la possibilità che il vero “finale di partita” ci colga impreparati, a tradimento, come successe al Faraone:

CLOV (sguardo fisso, voce bianca):
Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
(Pausa).
I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

(Grazie, Mauro!)

R.I.P. Leonard Cohen

Aveva visto il futuro. Aveva conosciuto la tenebra e la luce. Aveva sempre osservato il mondo senza sconti, con una sincerità talvolta crudele perfino con se stesso, non esitando a farci parte dei suoi fallimenti. Aveva anche compreso come siano proprio quelle ferite che portiamo dentro di noi, a permettere la bellezza.
Negli ultimi tempi, dava l’idea di un uomo che si preparava alla morte spogliandosi delle sue maschere, ad una ad una.
È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. Sappi che ti sono così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia.” Così scriveva pochi mesi fa a Marianne Ihlen, la musa che aveva l’ispirato  e che si trovava in quei giorni sul letto di morte.

Il percorso di Leonard Cohen è stato tormentato, in perenne precario equilibrio fra i due estremi dello spettro dell’esperienza: vizio ed estasi, depressione e misticismo, eccessi e frugalità, cinismo e romanticismo.
Eppure sarebbe vano cercare di rintracciare nelle sue parole una qualsiasi indulgenza o presunzione. Guardatevi una sua qualsiasi intervista, e vedrete una modestia quasi imbarazzata (la sua leggendaria insicurezza gli diede in effetti non pochi problemi con le esibizioni dal vivo), e la gentilezza di chi è consapevole della pena di essere vivi.

Era questo il fulcro delle sue poesie, e della sua musica. La qualità liturgica di molti suoi testi era forse per lui il registro più naturale per affrontare il problema della sofferenza, ma non esitava a contaminarla con elementi profani. In effetti la sua è sempre stata una ricerca sintetica, un tentativo di conciliare gli opposti che aveva vissuto: e si traduceva anche in un paziente lavoro di condensamento sulla parola (cinque anni per scrivere Hallelujah, dieci per Anthem). Lo scopo era giungere il più possibile vicino alla perfezione della semplicità.
Arrivare a versi come questo, capace di riassumere in un breve tocco l’idea più autentica di amore: “Tu va’ per la tua strada / me ne andrò anch’io per la tua“.

Questa necessità di trascendenza aveva portato il “piccolo ebreo” innamorato della Cabala a sperimentare diversi sentieri spirituali, fino a rinchiudersi in un monastero Zen — e non da “turista”, ci rimase sei anni. Salvo comprendere infine, come confessava nell’ultimo singolo pubblicato, che i suoi demoni erano sempre stati vergognosamente borghesi e noiosi.

Già, quell’ultimo gioiello nero, You Want It Darker; una sorta di testamento o di preparazione alla fine.
Un cupo dialogo tra l’uomo-Cohen, l’Uomo di ogni epoca e latitudine, e un Dio con cui è impossibile il vero compromesso (“Se tu sei il banco, abbandono il gioco / Se tu sei il guaritore, allora io sono debole e spezzato / Se tua è la gloria, a me lasci la vergogna“); un Dio che si rifiuta di tendere la sua mano verso l’uomo, lasciandolo perduto nell’inferno che gli è stato preparato (“un milione di candele accese per un aiuto che non è mai arrivato“).
Un Dio freddo ed enigmatico dal cui mistero scaturisce perfino il Male, tanto che tutto l’orrore sembra nascere dal Suo ordine imperscrutabile: se Dio vuole questa Terra un po’ più oscura, noi uomini, pronti, “soffochiamo la fiamma“.
Ed è in questo desolante affresco che, come un fiato finale, come un’estrema preghiera, arriva quello straziante hineni. “Eccomi“, la parola pronunciata da Abramo mentre si accingeva a sacrificare suo figlio per conto del Signore.
Sono pronto“, sussurra Leonard.

Forse era davvero, finalmente, pronto.

La Suicida punita

Questo articolo è apparso originariamente in lingua inglese sul sito Death & The Maiden, che esplora i rapporti fra le donne e la morte.

Padova, 1863.

Una mattina, sotto un cielo color cenere, una giovane ragazza saltò nelle acque fangose del fiume che scorreva proprio dietro all’ospedale cittadino. Non conosciamo il suo nome, soltanto che lavorava come cucitrice, che aveva diciotto anni, e che il suo suicidio era con tutta probabilità dovuto a una delusione d’amore.
Un triste ma anonimo episodio, uno di quelli che la Storia è incline a dimenticare – se non fosse accaduto, per così dire, nel posto e nel momento “giusti”.

La città di Padova era sede di una delle più antiche Università della storia, ed era riconosciuta anche come la culla dell’anatomia. Fra gli altri, vi avevano insegnato medicina il grande Vesalio, Morgagni e Falloppio; nel 1595 Girolamo Fabrici d’Acquapendente vi aveva fatto costruire il primo teatro anatomico stabile, all’interno del Palazzo del Bo.
Nel 1863, la cattedra di Anatomia Patologica era occupata da Lodovico Brunetti (1813-1899), il quale, come molti anatomisti del tempo, aveva messo a punto un suo personale metodo per preservare gli esemplari anatomici: la tannizzazione. Il processo consisteva nell’essiccare i campioni e iniettarli poi con acido tannico; si trattava di una procedura lunga e difficile (e come tale non avrà infatti molta fortuna dopo di lui), ma nonostante ciò dava risultati qualitativamente straordinari. Ho avuto l’opportunità di saggiare la consistenza di alcuni suoi preparati, e ancora oggi mantengono meglio di altri le dimensioni naturali, l’elasticità e la morbidezza dei tessuti originari.
Ma torniamo alla nostra storia.

Quando Brunetti seppe del suicidio della giovane, chiese che gli fosse portato il corpo, per i suoi esperimenti.
Per prima cosa realizzò un calco in gesso del volto e della parte superiore del busto. Poi rimosse tutta la pelle dalla testa e dal collo, facendo particolare attenzione a preservare la bella chioma dorata della ragazza. Si accinse infine a trattare la pelle, sgrassandola con etere solforico e fissandola con la formula di acido tannico di sua invenzione. Una volta salvata la pelle dalla putrefazione, la stese sul calco in gesso che riproduceva i tratti somatici della giovane donna, e aggiunse alla sua creazione occhi in vetro e orecchie di gesso.

Ma qualcosa non andava.
L’anatomista si accorse che in diversi punti la pelle era lacerata. Erano gli strappi lasciati dagli uncini, usati dagli uomini per trascinare il corpo fuori dall’acqua, sull’argine del fiume.
Brunetti, che evidentemente doveva essere un perfezionista, ricorse allora a un’ingegnosa trovata per mascherare quei segni.

Piantò dei rametti vicino al busto e vi attorcigliò attorno dei serpenti tannizzati, posizionando attentamente i rettili come se stessero divorando il viso della ragazza. Fece colare un po’ di cera rossa per simulare degli spruzzi di sangue, ed ecco fatto: una perfetta allegoria della punizione riservata all’Inferno a coloro che avevano commesso il peccato mortale del suicidio.

Chiamò questa sua composizione La suicida punita.

Se questo fosse quanto, Brunetti potrebbe sembrare una sorta di psicopatico, e il suo lavoro sarebbe inaccettabile e spaventoso, sotto qualsiasi prospettiva etica.
Ma la storia non finisce qui.
Dopo aver completato il suo capolavoro, la prima cosa che fece Brunetti fu mostrarlo ai genitori della ragazza.
E qui le cose prendono una piega davvero inaspettata.
Perché i genitori della morta, invece di essere scioccati e orripilati, gli presentarono i loro complimenti per la precisione mostrata nel riprodurre le fattezze della loro figliola.
Sono riuscito a conservare la sua fisionomia tanto perfettamente – annotava orgoglioso Brunetti – che tutti hanno potuto riconoscerla”.

Ma aspettate, c’è di più.
Quattro anni più tardi, apriva a Parigi l’Esposizione Universale, e Brunetti chiese all’Università di assegnargli dei fondi per portare la sua Suicida punita in Francia. Ci aspetteremmo qualche tipo di imbarazzo da parte dell’Accademia, e invece non vi furono problemi a finanziare il viaggio a Parigi.
All’Esposizione Universale migliaia di spettatori, provenienti da tutto il mondo per ammirare le ultime innovazioni tecnologiche e scientifiche, videro la Suicida punita. Cosa pensate che successe a Brunetti allora? Il suo lavoro causò forse uno scandalo, venne forse criticato o esecrato?
Non proprio. Vinse il Grand Prix per le Arti e i Mestieri.

Se a questo punto avvertite una leggera vertigine, be’, probabilmente fate bene.
Considerando questa sconcertante storia, rimaniamo con due opzioni soltanto: o tutti nel mondo intero, Brunetti incluso, erano palesemente pazzi; oppure dev’esserci un enorme scarto di percezione fra il nostro sguardo sulla morte e quello della gente dell’epoca.
Mi colpisce sempre come non ci sia bisogno di allontanarsi troppo sull’asse temporale per provare questo tipo di vertigine: gli eventi di cui parliamo risalgono a meno di 150 anni fa, eppure fatichiamo a capire come ragionavano i nostri bis-bisnonni.
Certo, gli antropologi ci ricordano che la rimozione culturale della morte e la medicalizzazione del cadavere sono processi avvenuti in tempi relativamente recenti, cominciati all’incirca a inizio Novecento. Ma finché non ci troviamo faccia a faccia con un “oggetto” difficile come questo, non riusciamo veramente ad afferrare la distanza abissale che ci separa dai nostri antenati, l’intensità di questo cambiamento di sensibilità.
La Suicida punita è, in questo senso, un complesso e meraviglioso indizio di come i confini culturali e i tabù possano variare nell’arco di un brevissimo periodo di tempo.
Perfetto esempio di intersezione fra arte (che incontri o meno il nostro gusto moderno), anatomia (serviva in fin dei conti a illustrare una tecnica conservativa) e sacro (in quanto allegoria dell’Aldilà), è uno dei reperti più impegnativi tra i molti ancora visibili nel Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova.

Il volto anonimo di questa giovane ragazza, fissato per sempre in un’agonia tormentata nella sua teca di vetro, non può non suscitare una risposta emotiva fortissima. Ci forza a considerare molte essenziali questioni relative al nostro passato, al nostro stesso rapporto con la morte, al modo in cui intendiamo trattare i nostri morti in futuro, all’etica dell’esposizione museale di resti umani, e via dicendo.
Proprio in virtù della ricchezza e fecondità dei dilemmi che pone, mi piace pensare che la sua morte non sia stata del tutto vana.

Al Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova è dedicato l’ultimo libro della Collana Bizzarro Bazar, Sua Maestà Anatomica. Tutte le foto sono di Carlo Vannini. La storia della “suicida punita” è stata portata alla luce per la prima volta da F. Zampieri, A. Zanatta e M. Rippa Bonati su Physis, XLVIII(1-2):297-338, 2012.

R.I.P. Herschell G. Lewis

Ieri si è spento a 87 anni Herschell Gordon Lewis.
Quest’uomo rimane un adorabile, irripetibile paradosso. Un regista maldestro, spavaldo e dall’immarcescibile faccia tosta, completamente alieno all’eleganza delle immagini, che ha sempre e solo girato film per raggranellare qualche dollaro. Un uomo che ha cambiato la storia del cinema, senza volerlo.

La sua intuizione — anche un po’ casuale, secondo la leggenda — è stata comprendere che i B-movie avevano il compito di riempire, di esplicitare le ellissi del cinema mainstream: far entrare nell’inquadratura, cioè, tutto quello che per morale o per convenzione veniva normalmente tenuto fuori campo.
C’era l’esempio dei nudies, quei filmetti dalla trama pretestuosa (se c’era) pensati per mostrare tette e culi, rudimentale sexploitation che nemmeno si sforzava di essere pruriginosa. H. G. Lewis è stato il primo ad accorgersi che, oltre al nudo, nei film “seri” esisteva un secondo tabù che non veniva mai mostrato, e su cui si poteva tentare di far cassa: la violenza o, meglio, i suoi effetti. L’oscena vista del sangue, della carne martoriata, delle budella esposte.

Nel 1960 Hitchcock, per far passare Psycho al vaglio della censura, aveva dovuto promettere di cambiare il montaggio della scena della doccia, perché qualcuno nella commissione credeva di aver visto un fotogramma in cui la lama del coltello penetrava la pelle di Janet Leigh. Lasciamo perdere il fatto che Hitch non rimontò affatto la scena, ma la ripropose un mese dopo esattamente identica (e questa volta nessuno vi vide nulla di scandaloso): l’aneddoto è comunque emblematico delle imposizioni dettate all’epoca dal Codice Hays.
Tre anni dopo, uscì Blood Feast di Lewis. Un filmaccio senza capo né coda, dalla recitazione imbarazzante e dalla regia ancora più approssimativa. Però l’incipit da solo era una bomba: sullo schermo, una donna veniva accoltellata in un occhio, quindi smembrata con dovizia di particolari… e tutto questo, nella vasca da bagno.
Alla faccia tua, Sir Alfred.

Certo oggi le sequenze hardcore di Lewis, dirette discendenti delle macellerie del Grand Guignol, sembrano risibili nella loro ingenuità. Si fa fatica persino a immaginare che lo splatter sia stato un genere, prima che un linguaggio.

La violenza esplicita è ormai un colore in più nella tavolozza del regista, un’opzione sempre aperta e utilizzabile con cognizione di causa: la ritroviamo ovunque, dal poliziesco alla fantascienza e perfino in contesti comici. Il sangue, entrato a far parte del lessico cinematografico, è adesso un elemento ragionato, studiato, soppesato, talvolta estetizzato fino al limite del manierismo (sto guardando te, Quentin).

Ma per arrivare a questo punto, a questa libertà, il gore è rimasto innanzitutto relegato, e per lungo tempo, ai film di seconda o terza categoria. Al cinema brutto, sporco e cattivo che se ne infischiava della sociologia della violenza, o dei suoi significati simbolici. E proprio per questo, a suo modo, esaltante.

Blood Feast è come un poema di Walt Whitman“, amava ripetere Lewis. “Non è bello, ma è il primo del suo genere“.
Oggi, con la morte del suo padrino, possiamo ritenere il genere gore definitivamente concluso, storicizzato.

Eppure, ogni volta che rimaniamo scioccati da una feroce uccisione nell’ultimo episodio di Game of Thrones, dovremmo ringraziare mentalmente quest’uomo, e quel secchio di frattaglie acquistate solo per fare un film sanguinolento.

Per una storia del cinema estremo e hardcore, il miglior testo rimane ancora lo splendido Sex and violence di Curti e La Selva.

Morte e tazze infrante

Questo articolo è originariamente apparso su The Order of the Good Death. Del movimento death positive, per il quale queste righe vogliono essere un piccolo contributo, ho già scritto qui e qui.

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Appena la tomba è riempita, delle ghiande dovranno esservi piantate, così che nuovi alberi più tardi ne cresceranno, e il bosco sarà fitto come prima. Ogni traccia della mia tomba dovrà svanire dalla faccia della terra, così come mi compiaccio di pensare che la mia memoria svanirà dalla mente degli uomini”.

Questo passaggio dal testamento del Marchese de Sade ha sempre toccato una corda profonda in me. Ovviamente, nell’intento dell’autore si trattava di un ultimo rabbioso, sdegnoso sberleffo all’umanità, ma lo stesso identico pensiero può anche risultare rasserenante.
Sono sempre stato sensibile alla fantasia un po’ poetica, un po’ romantica, del monaco taoista o buddista che si ritira sulla sua bella montagnola per prepararsi alla morte. Da giovane pensavo che morire significasse lasciarsi il mondo alle spalle, che non comportasse alcuna responsabilità. Anzi, da qualsiasi responsabilità avrebbe dovuto teoricamente liberarmi quel momento. La mia morte era cosa mia.
Un’esperienza intima, sacra, meravigliosa che avrei tentato di affrontare con curiosità.
Impermanenza? Svanire dalle “menti degli uomini”? Poco male. Se il mio ego è transitorio come tutto il resto, non è poi tutto questo dramma. Lasciatemi andare, gente, una volta per tutte.
Nella mia mente, la cosa importante era focalizzarsi sulla mia stessa morte. Allearmi. Prepararmi.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta”, scrivevo nel mio diario.
Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno. Senza lasciare traccia del mio passaggio”.

Purtroppo ora sono ben conscio che le cose non andranno così, e che mi verrà negato il dolce conforto di essere velocemente dimenticato.
Ho passato la maggior parte del mio tempo ad addomesticare la morte – invitandola nella mia casa, cercando di farmela amica, di comprenderla – e adesso scopro che l’unica cosa che davvero temo riguardo alla mia dipartita è lo strazio che inevitabilmente causerà. È l’altro lato dell’amare ed essere amati: la morte farà male, arriverà al costo di ferire e lasciare un segno sulle persone a cui tengo di più.

Morire non è mai soltanto un affare privato, riguarda gli altri.
E puoi sentirti a tuo agio, pronto, pacifico, ma cercare una “buona” morte significa aiutare anche i tuoi cari a prepararsi. Se solo ci fosse un modo semplice per farlo.

Il fatto è che tutti sopportiamo molte piccole morti.
I luoghi possono morire: torniamo al parco giochi in cui scorrazzavamo da bambini, e ora è scomparso, fagocitato da un’orrenda stazione di servizio.
La malinconia di non poter dare un bacio per la prima volta ancora.
Abbiamo sofferto per la morte dei nostri sogni, delle nostre relazioni, della nostra giovinezza, di quel tempo esaltante in cui ogni sera fuori con gli amici sembrava una nuova avventura. Tutte queste cose se ne sono andate per sempre.
Abbiamo fatto esperienza di morti ancora più minuscole, come la nostra tazza preferita che finisce per terra un giorno, e va in pezzi.

È ogni volta lo stesso sentimento, come se qualcosa si fosse irrimediabilmente perso. Guardiamo i frammenti della tazza rotta, e sappiamo che anche tentando di incollarli insieme, non sarebbe più la stessa tazza. Possiamo ancora vederne l’immagine nella mente, ricordare com’era, ma sappiamo che non tornerà più intera.

Mi sono talvolta imbattuto nell’idea che quando perdi qualcuno, il dolore non potrà mai andarsene; eppure se impari ad accettarlo, puoi riprendere a vivere. Ma questo non è abbastanza.
Penso che abbiamo bisogno di abbracciare il lutto, piuttosto che accettarlo soltanto, abbiamo bisogno di renderlo prezioso. Suona strano, perché il dolore è il nuovo tabù, e viviamo in un mondo che continua a suggerirci che soffrire non ha alcun valore. Ideiamo continuamente nuovi antidolorifici per ogni tipo di afflizione. Ma il dolore è l’altra faccia dell’amore, e ci forma, ci definisce e rende unici.

Per secoli in Giappone i vasai hanno preso ciotole e coppe rotte, proprio come la nostra tazza caduta, aggiustandole con lacca e polvere d’oro, una tecnica chiamata kintsugi. Quando l’oggetto è riparato, le crepe dorate – che formano una decorazione assolutemente singolare, impossibile da replicare – diventano la sua vera qualità. Cicatrici che trasformano una comune ciotola in un tesoro.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta. Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno, e dire ai miei cari, ad uno ad uno: non aver paura.

Ora credi che la coppa sia infranta, ma il dolore è l’altro lato dell’amore, la prova che hai amato. Ed è una lacca dorata che può essere usata per rimettere assieme i pezzi.
Guarda questa scheggia: questa è la notte d’inverno che passammo a suonare il blues di fronte al camino, neve fuori dalla finestra e vin brulé dentro al bicchiere.
Prendi quest’altra: questo è quando ti ho detto che avevo deciso di lasciare il lavoro, e tu mi hai risposto non preoccuparti, io sono dalla tua parte.
Questo pezzo è quando tu eri a terra, e ti ho trascinato fuori e ti ho portato giù alla spiaggia a vedere l’eclissi.
Questo pezzo è quando ti ho detto che mi ero innamorato di te.

Abbiamo tutti un cuore kintsugi.
Il lutto è affetto, possiamo usarlo per tenere assieme le schegge, e trasformarle in un gioiello. Perfino più meraviglioso di prima.
Per usare le parole di Tom Waits, “tutto ciò che hai amato, è tutto ciò che possiedi”.

La Morgue, ieri e oggi

Riguardo al tabù occidentale per la morte, si è scritto estesamente di come la sua “rimozione sociale” sia avvenuta pressappoco in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale e l’istituzione dei grandi ospedali moderni; eppure sarebbe forse più corretto parlare di rimozione e medicalizzazione del cadavere. Di morte, in realtà, si è continuato a parlare estesamente per tutto il ‘900: un secolo intriso di funeree meditazioni, anche a causa della sua storia di inaudita violenza. Ciò che è scomparso dalla quotidianità delle nostre vite, piuttosto, è la presenza del corpo morto e soprattutto della putrefazione.

Fino alla fine dell’800 il rapporto con le spoglie era inevitabile e accettato come parte naturale dell’esistenza, non soltanto nella preparazione delle salme svolta in casa, ma anche nell’esperienza concreta delle morti avvenute per cause non naturali.
Uno degli esempi più eclatanti di questa familiarità con la decomposizione è senza dubbio la famigerata Morgue di Parigi.

Istituita nel 1804 a sostituzione del deposito di cadaveri che nei secoli precedenti era situato nelle galere del Grand Châtelet, la Morgue si trovava nel cuore della capitale, sull’île de la Cité. Nel 1864 venne trasferita in un edificio più ampio sulla punta dell’isola, proprio dietro a Notre Dame. Il termine indicava, fin dal ‘500, la cella in cui venivano identificati i criminali; nelle carceri, i prigionieri venivano messi “alla morgue” per essere riconosciuti. Dal ‘600 invece la parola cominciò ad essere usata esclusivamente per designare il luogo in cui si svolgeva il riconoscimento delle salme.

Visto il grande numero di morti violente e di corpi ripescati nella Senna, questo obitorio era costantemente rifornito di nuovi “ospiti”, e ben presto la sua funzione originaria venne trascesa. La maggior parte dei visitatori, cioè, non avevano familiari scomparsi da riconoscere.
I primi che avevano motivi diversi da quelli ufficiali per recarsi ad osservare i cadaveri, allungati su dodici tavoli di marmo nero dietro la grande vetrata, erano naturalmente gli studiosi di medicina e di anatomia.

Questo ricettacolo per i morti sconosciuti trovati a Parigi e nei sobborghi della città contribuisce non poco all’avanzamento delle scienze mediche, grazie al vasto numero di corpi che fornisce, che, di media, ammontano a circa duecento all’anno. Il processo della decomposizione nel corpo umano alla Morgue può essere seguito attraverso ogni stadio fino alla sua soluzione da coloro che dal gusto, o dalla ricerca della scienza, son condotti fino a quella triste esibizione. I medici frequentano spesso il posto, non per mera curiosità, ma a fini di osservazione medica, poiché ferite, fratture e lesioni di ogni sorta si presentano occasionalmente, come effetti di un incidente o di un assassinio. A malapena un giorno passa senza l’arrivo di cadaveri freschi, trovati principalmente nella Senna, e molto probabilmente uccisi per essere stati lanciati o fuori dalle finestre che affacciano sul fiume, oppure già dai ponti, o da quelle chiatte di legno a cui generalmente ritornano con le tasche piene di soldi quegli uomini che vendono le merci […]. I vestiti dei morti portati in questo edificio vengono appesi, e il cadavere esposto in una stanza pubblica per essere ispezionato da chi visita il posto in cerca di un amico perduto o di un familiare. Se non viene riconosciuto nel giro di quattro giorni, viene dissezionato pubblicamente, e poi seppellito.

(R. Sears, Scenes and sketches in continental Europe, 1847)

Questa descrizione, però, è fin troppo “pulita”. Nonostante i provvedimenti presi per mantenere i corpi a una bassa temperatura, e i bagni in cloruro di calcio, le esalazioni erano tutt’altro che piacevoli:

Per la maggior parte del XIX secolo, e fin da un’epoca ancora precedente, l’odore dei cadaveri fa parte del quotidiano della Morgue. A causa del suo scopo e del suo modo di funzionamento, la Morgue è il luogo privilegiato del fetore cadaverico a Parigi […]. In effetti, i cadaveri che hanno soggiornato nell’acqua costituiscono la realtà ordinaria della Morgue. La loro putrefazione è particolarmente spettacolare.

(B. Bertherat, Le miasme sans la jonquille, l’odeur du cadavre à la Morgue de Paris au XIXe siècle,
in Imaginaire et sensibilités au XIXe siècle, Créaphis, 2005)

Quello che per noi oggi risulta più curioso (e per certi versi incomprensibile) è il fatto che la Morgue divenne ben presto una delle attrazioni parigine più alla moda.
Vero e proprio teatro della morte, pubblica esibizione dell’orrore, accoglieva frotte di visitatori appartenenti a ogni ceto sociale, e offriva certamente il brivido di uno spettacolo unico. Era tappa fissa nei tour della capitale, come dimostrano i diari dell’epoca:

Abbiamo lasciato il Louvre e siamo andati alla Morgue dove tre cadaveri attendevano di essere identificati. Erano una vista orribile. In una teca di vetro c’era un bambino che era stato ucciso, il suo volto paurosamente fracassato.

(Diario di Adelia “Addie” Sturtevant, 17 settembre 1889)

La descrizione più illuminante emerge dalle splendide e terribili pagine che all’obitorio dedica Émile Zola. Le sue parole ci restituiscono un’immagine perfetta dell’esperienza della Morgue nel XIX secolo:

Laurent si prese la briga di passare ogni mattina dalla Morgue mentre andava al lavoro. […] Quando entrava, un odore nauseabondo, un odore di carne macerata lo disgustava, e soffi gelidi gli correvano sulla pelle; l’umidità dei muri sembrava impregnargli gli abiti che sentiva più pesanti sulle spalle. Andava difilato alla vetrata che separa gli spettatori dai cadaveri; appiccicava ai vetri la faccia pallida, guardava. Davanti a lui erano allineate grigie lastre di pietra. E sulla pietra i corpi nudi apparivano come sparse macchie verdi e gialle, bianche e rosse; certuni serbavano nella rigidità della morte le loro carni illibate; altri sembravano informi avanzi di macellazione, sanguinolenti e putrefatti. In fondo, contro il muro, pietosi brandelli di indumenti, gonne e pantaloni, pendevano raggrinziti sull’imbiancata nudità della parete. […] Sovente la carne di quei volti cadeva a brandelli, le ossa avevano perforato la pelle diventata molle, la faccia era come spappolata e disossata. […] Un mattino si prese un vero spavento. Stava osservando un annegato da qualche minuto, piccolo di statura, atrocemente sfigurato. Le sue carni erano molli e sfatte, e l’acqua corrente che le lavava le portava via pezzo dopo pezzo. Il getto che cadeva sulla faccia scavava un buco a sinistra del naso. E all’improvviso il naso si spianò, le labbra si staccarono scoprendo i denti bianchi. La testa dell’annegato si spalancò in una risata.

Zola esplora anche la malcelata tensione erotica che un simile spettacolo poteva provocare negli spettatori, sia maschi che femmine. Una zona liminale — il confine fra Eros e Thanatos — che per la nostra sensibilità odierna è ancora più “pericolosa”.

Era uno spettacolo che lo divertiva, soprattutto quando c’erano donne con il petto nudo bene in vista. Queste nudità brutalmente esposte, macchiate di san­gue, qua e là sforacchiate, lo attiravano e lo trattenevano alla vetrata. Una volta vide una giovane donna di vent’anni, una ragazza del popolo, grossa e forte, che pareva dormisse sulla pietra; il suo corpo fresco e opu­lento biancheggiava con una soavità di tinte di una grande delicatezza; accennava un sorriso, la testa appena reclinata, e offriva il petto in un modo provocante; poteva sembrare una cortigiana in una posa di molle abbandono non fosse stato per una linea nera sul collo che le metteva come un vezzo d’ombra; era una ragazza che si era impiccata per una delusione d’amore. Laurent la osservò a lungo, come accarezzandola con lo sguardo, smarrito in una sorta di trepido desiderio. […] Un giorno Laurent vide una di queste signore che se ne stava ferma a qualche passo dalla vetrata coprendosi le narici con un fazzoletto di batista. Indossava una deliziosa sottana di seta grigia e un’ampia mantellina di pizzo nero; una veletta le nascondeva il volto, e le mani guantate sembravano minute e finissime. Un dolce profumo di violetta le aleggiava attorno. Guardava un cadavere. Su una pietra non troppo distante giaceva il corpo di un ragazzo robusto, un manovale morto sul colpo cadendo da un’impalcatura; aveva un busto quadrato, muscoli grossi e tozzi, carne bianca e pingue; la morte ne aveva fatto una statua mormorea. La signora lo esaminava, lo rivoltava per così dire con lo sguardo, lo soppesava, restava assorta nella visione di quell’uomo. Alzò una punta della veletta, guardò ancora, poi uscì.

Infine, la Morgue era anche un’attrazione ironicamente democratica, proprio come la morte stessa:

La Morgue è uno spettacolo alla portata di tutte le borse, che qualunque passante, povero o ricco, si concede gratuitamente. La porta è aperta, entra chi vuole. Ci sono ammiratori che allungano il cammino pur di non perdersi una di queste rappresentazioni della morte. Quando le lastre di pietra sono spoglie, la gente esce delusa, come defraudata, biascicando proteste. Quando sono ben fornite, quando c’è sfoggio di carne umana, i visitatori accorrono numerosi per procurarsi emozioni a buon mercato – si spaventano, scherzano, applaudono o fischiano come a teatro, e per quel giorno escono soddisfatti commentando la buona riuscita della Morgue.
Laurent fece presto a conoscere il pubblico che frequentava il posto, un pubblico variopinto e disparato che lì veniva a impietosirsi e a sghignazzare in compagnia. Entravano operai diretti al lavoro, con una pagnotta e gli attrezzi sotto il braccio; la trovavano buffa la morte. In mezzo a loro qualche mattacchione di turno faceva sorridere la platea con qualche battuta sul ghigno di ogni cadavere; i morti carbonizzati li chiamavano “i carbonai”; gli impiccati, gli assassinati, gli annegati, i cadaveri sforacchiati o maciullati eccitavano il loro estro beffardo, e con una voce che leggermente si incrinava balbettavano frasi comiche nel vibrante silenzio della sala.

(É. Zola, Thérèse Raquin, 1867)

 

Nell’arco della sua attività, la Morgue non venne criticata se non sporadicamente, e soltanto per la posizione ritenuta troppo centrale. La curiosità di vedere le salme non era evidentemente avvertita come morbosa, o perlomeno non era considerata particolarmente sconveniente: del famoso obitorio e dei suoi corpi scrivevano volentieri i giornali, dedicando spazio ai ritrovamenti più misteriosi.
Il 15 marzo 1907 la Morgue venne definitivamente chiusa al pubblico, per questioni di “igiene morale”. I tempi, evidentemente, stavano già cambiando: di lì a poco l’Europa conoscerà purtroppo una saturazione di cadaveri tale da non poter essere più considerata uno spettacolo di intrattenimento.

Eppure, il desiderio e l’impulso a osservare gli effetti della morte sul corpo umano non sono mai del tutto scomparsi. Oggi sopravvivono nelle “morgue” virtuali dei siti internet che propongono fotografie e video di violenze e incidenti. Riparati non più da una vetrata a muro, ma dalla distanza offerta dallo schermo di un computer, i visitatori contemporanei osservano questi iperrealistici obitori in cui la fragilità corporea è declinata in tutte le sue possibili varianti, testimoni della sfrenata fantasia della morte.
La cosa che più colpisce, navigando in queste bacheche in cui l’osceno è messo in vetrina, sono le reazioni degli utenti. In questo sottobosco estremo (che sarebbe interessante studiare seriamente, con gli strumenti della psicologia sociale) si trova una vasta gamma di persone, dall’avventore più o meno casuale in cerca di brividi fino ai gorehound più esperti, che sembrano collezionare queste immagini quasi fossero figurine e che, a ogni nuovo video postato, fanno gli “scafati” disquisendo della qualità tecnica ed estetica della realizzazione.
Sarà forse per esorcizzare il disgusto, ma un’altra costante è il ricorso a uno humor sgraziato e fuori luogo; ed è impossibile leggere queste battute, oscene e apparentemente irrispettose, senza pensare ai “mattacchioni” di cui parlava Zola, che scherzavano di fronte all’orrore.

Gli aggregatori di immagini brutali fanno discutere sulla libertà di informazione, sull’etica e la liceità dell’esibizione del cadavere, e ci si può domandare se abbiano davvero un qualche scopo “educativo” oppure siano soltanto derive morbose, abnormi, patologiche.
Ma simili fascinazioni non sono affatto inedite: mi pare anzi che questo tipo di curiosità sia in un certo senso intrinseco alla specie umana, come ho già avuto modo di sostenere.
E, a ben vedere, si tratta in fondo dello stesso istinto autoptico, la stessa voglia di “vedere con i propri occhi” che in un tempo non certo lontano (l’epoca, per intenderci, dei nonni dei nostri nonni) faceva della Morgue parigina una sortie en vogue, un’uscita alla moda di gran richiamo.

Le nuove morgue virtuali costituiscono certamente una nicchia e, rispetto alle folle che sfilavano a vedere i corpi gonfi degli annegati, in generale la nostra attitudine è più complessa. Di sicuro, come detto in apertura, è coinvolto un elemento di tabù che a quei tempi era molto meno presente.
Il cadavere, ai nostri occhi, rimane ancora una realtà scomoda, scandalosa e spesso troppo dolorosa da accettare. Eppure, consciamente o no, torniamo sempre a fissare il nostro sguardo su di esso, come se racchiudesse un misterioso segreto.

Afterlife

Cosa sentiremo al momento della morte?
Cosa verrà dopo l’iniziale, inevitabile paura?
Proveremo una strana familiarità nell’estremo, contemporaneo rilassarsi di ogni muscolo?
L’ultimo abbandono sarà simile alla sensazione antica e primitiva di annullarsi in un orgasmo?

Secondo il celebre ragionamento di Epicuro (peraltro filosoficamente ed eticamente discutibile), la cosa non dovrebbe nemmeno importarci, perché quando ci sarà la morte non ci saremo noi, e viceversa.
Inconoscibilità della morte: come si dice spesso, “nessuno è mai tornato indietro” a raccontarci cosa c’è dall’altra parte. A dispetto di quest’idea, le tradizioni religiose invece hanno spesso descritto per filo e per segno le varie fasi che l’anima dovrà attraversare, una volta oltrepassata l’invisibile soglia.

Questo nei secoli ha portato alla stesura di veri e propri manuali che indicavano come morire nella maniera migliore.
Le Ars moriendi occidentali si focalizzavano sui momenti appena precedenti alla morte, in Oriente ci si concentrava invece su quelli successivi. Ma in definitiva la maggior parte delle filosofie spirituali condividono il timore che il passaggio comporti dei pericoli concreti per l’anima del moribondo: i demoni, le visioni cercheranno di distogliere l’attenzione dello spirito dalla corretta via da seguire.
Nella morte, insomma, ci si può smarrire.

Una delle intuizioni che ritengo più interessanti è contenuta nella seconda parte del Bardo Thodol:

Figlio di nobile famiglia, quando il tuo corpo e la tua mente si stavano separando, devi aver intravisto un barlume della Pura Verità, sottile, scintillante, luminosa, abbagliante, gloriosa e radiosamente meravigliosa, come un miraggio che attraversi un panorama primaverile in un continuo flusso di vibrazioni. Non essere dunque scoraggiato, né terrificato, né stupito. Quella è la radiosità della tua vera natura. Riconoscila.
Da quella radiosità, arriverà il suono naturale della Realtà, che si riverbera come mille tuoni simultanei. Quello è il suono naturale del tuo stesso essere.  Non essere dunque scoraggiato, né terrificato, né stupito. […] Dacché non hai un corpo materiale di carne e sangue, ciò che verrà — suoni, luci o raggi tutti e tre sono ugualmente incapaci di nuocerti: tu non puoi più morire. È sufficiente che tu sappia che queste apparizioni sono manifestazioni della tua stessa mente.

Mi pare che quest’idea, per quanto descritta nel libro in maniera figurativa, possa in un certo senso resistere anche a uno sguardo scettico e secolarizzato. Se la si spoglia dell’apparato simbolico-sciamanico buddhista, sembra cioè quasi un’osservazione “oggettiva”: la morte è essenzialmente lo stato naturale da cui abbiamo preso forma e al quale ritorniamo. Ciò che esperiremo dopo la morte — se esperiremo qualcosa, poco o tanto che sia — è dunque in definitiva tutto quello che c’è da capire. In termini poetici, è il nostro vero volto, il fondo delle cose, la nostra intima realtà.

Nel 1978 l’animatore indiano Ishu Patel, affascinato da questi interrogativi, decise di trasporre in immagini la sua personale visione dell’aldilà. Il pluripremiato cortometraggio Afterlife offre ancora oggi una delle più suggestive rappresentazioni allegoriche della morte come viaggio: viaggio psichedelico innanzitutto, ma anche momento di essenziale lucidità. La coscienza, che sta lasciando il corpo, si confronta con forme archetipiche e cangianti, fa il suo ingresso in un non-luogo mentale dove nulla è certo eppure tutto parla un linguaggio che possiamo riconoscere all’istante.

La rappresentazione artistica e fantasiosa di Patel affronta la morte come un momento in cui si tirano i fili di una vita intera, in cui ci sarà dato di scorgere un riflesso del mistero dell’esistenza. Idea bellissima, e forse fin troppo confortante.
Patel ha dichiarato di essersi ispirato alle mitologie orientali e ai racconti di esperienze di pre-morte (NDE), e quest’ultimo dettaglio apre un interrogativo ulteriore: anche ammettendo che in punto di morte fossimo in preda a visioni simili, non potrebbe trattarsi soltanto di una mera illusione?

Certo, per la scienza le NDE sono perfettamente coerenti con i processi neurologici degenerativi a cui il cervello è sottoposto in punto di morte. Così come sono state analizzate le cause psicofisiche delle estasi mistiche, degli stati auto-ipnotici indotti dalla reiterazione di mantra o preghiere, delle visioni provocate dal prolungato digiuno o dall’ingestione di sostanze psicotrope alla base di molti riti sciamanici, eccetera.
Ma la spiegazione fisiologica di queste alterazioni di coscienza non intacca la loro portata simbolica.
La bellezza sublime delle allucinazioni sta nel fatto che è ininfluente se esse siano vere o meno; è il significato che vi attribuiamo ad avere valore.

Forse una sola cosa si può affermare, dopotutto: la morte rimane ancora una tela bianca. Sta a noi decidere cosa proiettare sullo schermo.
Afterlife fa proprio questo, con l’enigmatica leggerezza di una danza; è una meravigliosa, commovente cavalcata fino al centro delle cose.

Afterlife, Ishu Patel, National Film Board of Canada