Inanimus, mostri & chimere del presente

Guardo in alto, verso i ganci mobili a cui venivano appese le carni, e immagino il sangue e la sofferenza che queste mura hanno dovuto contenere – sopportare – per lunghi anni. Morte e dolore sono gli strumenti che la vita ha per procedere, mi dico.

Mi trovo nei locali dell’ex-macello di Padova: uno spazio specificamente progettato come luogo di massacro e in cui oggi gli animali vivono una seconda, bizzarra vita grazie alle opere di Alberto Michelon.
Quando lo incontro, mi investe subito con il febbrile entusiasmo di chi ha la fortuna (e il coraggio) di lavorare per vocazione. È evidente che quello che esce dalla sua bocca dev’essere un quinto di ciò che gli passa per la testa. Come dice John Waters, “la vita è nulla senza ossessione”.
L’ossessione di Alberto sono gli animali, e la tassidermia.

La tassidermia è tradizionalmente legata a due ambiti di impiego: i trofei di caccia, e le installazioni didattiche museali.
Oggi la domanda di preparazioni tassidermiche, però, va esaurendosi in entrambi questi contesti. Da una parte assistiamo al declino delle attività venatorie, che ormai trovano sempre meno posto nella cultura occidentale a fronte delle preoccupazioni ecologiche, e di un’evoluzione della sensibilità etica nei confronti degli animali. Dall’altra, anche i grandi musei di storia naturale hanno già le loro collezioni ben stabilite e raramente acquisiscono nuovi esemplari: spesso si limitano a chiamare il tassidermista quando è necessario effettuare operazioni di restauro sugli animali già musealizzati.

Per questo – mi spiega Alberto – oggi lavoro principalmente per privati che vogliono conservare i propri animali domestici. È più difficile, perché bisogna ricreare fedelmente l’espressività originaria del cane o del gatto, a partire dalle foto che mi danno; imbalsamare un animale da compagnia, conosciuto e amato, richiede il massimo scrupolo. Ma la soddisfazione è enorme quando riesce bene. Spesso i clienti piangono, parlano con l’animale – quando presento il lavoro ultimato, mi faccio sempre da parte e lascio alle persone un po’ di intimità. È una cosa che aiuta a superare la perdita”.

La cosa non mi sorprende: in un mio post sulle wunderkammer ho collegato la seconda giovinezza di cui sta godendo oggi la tassidermia (dopo un’epoca in cui sembrava ormai un’arte superata) al bisogno sociale di riconfigurare il rapporto con la morte.
Ma se sono venuto fin qui è perché Alberto non è solo un tassidermista tradizionale: è anche l’unico vero esponente italiano di tassidermia artistica.

Fino al 5 novembre, qui all’ex-macello, è possibile visitare la sua mostra Inanimus – un bestiario contemporaneo, una raccolta di tutti i suoi principali lavori.
A uno sguardo superficiale la tassidermia artistica, ossia non naturalistica, potrebbe sembrare non pienamente rispettosa dell’animale. In realtà la maggior parte degli artisti che utilizzano come medium il materiale organico animale, lo fa proprio per riflettere sul nostro rapporto con le altre specie, realizzando le loro opere a partire da fonti etiche (animali deceduti di morte naturale, raccolti in natura, ecc.).

Anche Alberto adotta un simile approccio deontologico, visto che ha iniziato i suoi esperimenti utilizzando gli scarti del suo atelier. “Mi dispiaceva dover buttare delle parti di pelle, o degli esemplari che non avrebbero trovato collocazione”, mi dice. “Ho cominciato quasi per passatempo, in maniera istintiva, seguendo un’urgenza intima.
Confessa candidamente di non conoscere bene né la scena della Rogue Taxidermy americana, né quella delle gallerie moderne. E che Alberto sia in realtà una specie di alieno rispetto all’universo dell’arte contemporanea, così spesso supponente e presuntuoso, è evidente: mi parla di istinto, di gioco, ma soprattutto – orrore e sacrilegio! – si permette di fare quello che nessun artista “serio” mai si sognerebbe: mi spiega il messaggio delle sue opere, una dopo l’altra.

Le sue opere hanno davvero molto da dire: più che di messaggi, però, si tratta di inviti alla riflessione, di una continua e multiforme rielaborazione della contemporaneità, del tentativo di usare queste spoglie di animali come uno specchio in cui indagare il nostro stesso volto.
Alcuni suoi lavori mi colpiscono immediatamente per la franchezza con cui affrontano temi di attualità: dal dramma dei migranti agli OGM, dall’eutanasia fino alla fobia odierna degli attentati terroristici.

Non credo di aver mai visto alcun artista usare la tassidermia per parlare del presente in una declinazione così diretta.
Una testa di capriolo rivestita di pelle di serpente, con una casacca arancione come quella dei prigionieri degli estremisti islamici, ha una catena al collo. Il riferimento è ovvio: le teste degli infedeli decapitati sono assimilate a trofei di caccia.
Ad essere sincero, questo rimando esplicito alle immagini di attualità (che, volenti o nolenti, sono divenute “pop”) mi turba non poco, e non sono nemmeno sicuro che mi piaccia – ma se qualcosa mi toglie il terreno sotto i piedi, la benedico comunque. Questo è quello che l’arte migliore dovrebbe fare.

Altre installazioni, invece, vogliono raccontare le contraddizioni dell’Occidente, a metà strada fra la satira e la critica aperta a un sistema capitalistico ormai sempre più difficilmente sostenibile.
Una testuggine, rappresentata come una vecchia ingioiellata dai seni cadenti, è l’emblema di una società conservatrice basata sul privilegio economico: una concezione “preistorica” che, proprio come il rettile in questione, ha rifiutato qualsiasi evoluzione.

Un cavallo conquistatore, fiero e rampante, esibisce un pomposo manto a scacchi, composto a partire da diversi equini.
Un cavallo arrivista: per trovarsi dov’è, deve per forza aver fatto la pelle ad altri cavalli”, mi dice Alberto con un sorriso.

Un’installazione mostra gli organi interni di una tigre, conservati in liquido e disposti seguendo l’anatomia dell’animale stesso: occhi, lingua e cervello all’estremità dove dovrebbe trovarsi la testa, e così via. Alcune chimere sembrano sottoporsi a una sessione di bondage erotico: allusione al bracconaggio per approvvigionarsi di fantomatici elisir afrodisiaci come il corno di rinoceronte, e al fil rouge che ci lega a questi massacri.

Un cinghiale, seduto sulla tazza del water, è intento a sfogliare una rivista alla ricerca di un paio di occhi di vetro per riempire le suo orbite vuote.
L’importanza della libertà di scelta riguardo al fine vita è incarnata da due visoni che si sono impiccati – piuttosto che finire a far parte di una pelliccia.
Tre teschi di animali da allevamento sono appesi come trofei, e dai fori delle pistole da macello escono fiori di plastica (“li ho raccolti dalle tombe del cimitero, sostituendoli con fiori nuovi”, racconta Michelon).

Come avrete già capito, in realtà l’aspetto più interessante delle opere raccolte per Inanimus è la sperimentazione incessante a livello formale.
Ogni installazione è estremamente diversa dalla precedente, e Alberto Michelon trova sempre nuovi e sorprendenti metodi di utilizzo della materia animale: ci sono quadri astratti la cui tela è costituita da pelli di serpente o di pesci; composizioni entomologiche; tassidermie antropomorfe; un crocifisso interamente composto di frammenti ossei incollati pazientemente fra loro; maschere tribali, serpenti fallici che fanno il verso all’intimo griffato, lampadari scheletrici, testi in Braille ricavati dalle fantasie del manto di un sauro.

Ma gli altri tassidermisti, diciamo i “puristi”, non storcono il naso?
Certamente alcuni non la ritengono vera tassidermia, forse pensano che io mi sia montato la testa. Non mi importa. Cosa vuoi farci? Questo progetto sta prendendo sempre più importanza, mi diverte e mi entusiasma.

A ben vedere, non c’è poi grande differenza tra tassidermia classica e tassidermia artistica. Sia gli animali imbalsamati che si trovano nei musei di scienze naturali, che questi di Alberto, in fondo non sono altro che rappresentazioni, interpretazioni, simulacri.
Ogni tassidermista utilizza la pelle, e la forma, dell’animale per veicolare una particolare visione del mondo; e la narrativa museale (per quanto talmente consueta da essere ormai “invisibile” ai nostri occhi) non è forse più lecita di una prospettiva personale.

Per quanto Alberto mi ripeta di sentirsi ancora un artista alle prime armi, tutto sommato acerbo, i lavori di Inanimus testimoniano di una direzione artistica ben precisa. Mentre mi avvio verso l’uscita, ho la netta sensazione di aver visto qualcosa di unico, perlomeno nel panorama italiano. Quindi non posso esimermi dalla banale domanda di rito: progetti futuri?
Voglio continuare a migliorare, a imparare, a sperimentare nuove cose”, mi risponde Alberto perdendo lo sguardo tutto attorno, nella folla dei suoi animali trasfigurati.

Inanimus – un bestiario contemporaneo
Padova, Cattedrale Ex-macello, Via Cornaro 1
Fino al 17 Ottobre 2017 [Prorogato fino al 5 Novembre 2017]
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Link, curiosità & meraviglie assortite – 9

Iniziamo con qualche veloce aggiornamento.

Mancano soltanto tre giorni alla fine del Bizzarro Bazar Contest. Sono arrivati moltissimi contributi fantastici, che scoprirete la settimana prossima quando saranno annunciati i vincitori. Quindi se siete fra i ritardatari dateci dentro, senza dimenticare una ripassatina alle linee guida: questo blog deve essere esplicitamente menzionato/raffigurato nel vostro lavoro.

Il 1 ottobre sarò al Teatro Bonci di Cesena nell’ambito nel CICAP Fest 2017. Visto che l’edizione di quest’anno è tutta incentrata sul tema delle bufale e della post-verità, l’amico Massimo Polidoro mi ha chiesto di portare un po’ di meraviglie dalla mia wunderkammer — nello specifico alcuni oggetti che si situano sul confine tra vero e falso, tra realtà e immaginazione. E, giusto per fare un po’ il “ribelle”, parlerò di bufale creative e di complotti fruttuosi.

Già che stiamo parlando della mia collezione, volevo condividere con i lettori il mio entusiasmo per uno degli ultimi arrivi: questa straordinaria opera d’arte.

Direte, “Be’, che avrà di così particolare?“. Si vede che non capite proprio niente di arte moderna!
Il quadro, del 2008, è stato dipinto dal celebre artista Jomo.

Ecco Jomo:

Ecco Jomo immortalato in una statua di bronzo, acquisita assieme al quadro.

Esatto, l’avrete indovinato: d’ora in poi potrò sperimentare sui miei ignari ospiti la vecchia beffa di Pierre Brassau.
Sono anche contento che i proventi della vendita del dipinto del gorilla siano andati al personale dello zoo di Toronto, che quotidianamente accudisce questi magnifici primati. Per inciso, lo Zoo di Toronto è membro attivo del North American Gorilla Species Survival Plan e lavora anche in Africa per salvare i gorilla che rischiano l’estinzione (a causa, ho scoperto, dei nostri cellulari).

E ora via con la nostra usuale selezione di link:

  • La poesia che vi favorisco qui sopra è di Igino Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura, la corrente letteraria più bizzarra, gotica e maudit che l’Italia abbia conosciuto. (Il prossimo libro della Collana Bizzarro Bazar tratterà, seppure marginalmente, anche degli scapigliati.)

  • E passiamo alle averle, deliziosi uccellini dell’ordine dei Passeriformes.
    Deliziosi sì, ma carnivori: il nome della loro famiglia, Laniidae, deriva dal latino per “macellaio” e in effetti, essendo così piccoli, devono ricorrere a un’astuzia piuttosto crudele. Dopo aver attaccato le loro prede (insetti ma anche piccoli vertebrati), le averle le impalano su spine, rametti, rovi o fili spinati, al fine di immobilizzarle e poi sbranarle con comodo, spesso ancora vive, pezzetto dopo pezzetto — facendo sembrare Vlad Tepes un vero novellino.

  • Sempre in tema di animali, le balene (come molti altri mammiferi) piangono i loro morti. Ecco un articolo del National Geographic sul lutto nei cetacei.
  • Cambiamo argomento e parliamo un po’ di sex toys. L’amico sexpert Ayzad ha compilato la lista definitiva dei giocattoli erotici da NON comprare: gli accessori di pessimo gusto, completamente demenziali e perfino inquietanti sono talmente numerosi che ha dovuto dividere il tutto in tre articoli, uno, due e tre. Preparatevi per una discesa nella parte più schizofrenica e aberrante del consumismo sessuale (ovviamente alcune foto sono NSFW).
  • E arriviamo ai feticisti della cultura: le persone che si definiscono “sapiosessuali”, ovvero attratte sessualmente dall’intelligenza e dall’erudizione di un individuo, sono il miraggio di ogni nerd e di ogni introverso topo di biblioteca.
    Però, suggerisce questo articolo, scegliere un partner intelligente non è poi una gran trovata: fa già parte delle strategie evolutive da milioni di anni. Dunque chi si autodefinisce sapiosessuale sui social network fa la figura del vanitoso e finisce per sembrare stupido. Facendo così scappare a gambe levate chi ha un minimo di intelligenza. Ah, l’ironia.

Finalmente qualcuno ha pensato ad aggiustare le giraffe.

Yellow Kim Press: dalla Corea con furore

Chi aveva sentito parlare di Sixto Rodriguez, prima dello strepitoso documentario Searching for Sugar Man?
Il film (vincitore dei BAFTA e poi dell’Oscar) raccontava l’incredibile storia vera di un piccolo cantautore degli anni ’60, fallito e dimenticato da tutti, che a sua insaputa era diventato un’icona della resistenza nel Sudafrica dell’apartheid. Mai come in quel clamoroso frangente ci si era resi conto di quanto un regime potesse tenere il resto del mondo all’oscuro delle controculture che si agitavano al suo interno.

Quest’anno al festival di fumetti underground AFA (5-6-7 maggio al Leoncavallo di Milano) verrà sollevato il velo su un’altra realtà di cui soltanto pochi fortunati in Occidente erano a conoscenza. Se di “realtà” si può parlare, perché in questi casi le poche notizie certe sono inestricabilmente avvinghiate al mito. Come dev’essere.

Negli spazi della fiera, infatti, sarà organizzata la prima retrospettiva mondiale delle produzioni della Yellow Kim Press, factory nordcoreana di fumetti che per sessant’anni ha combattuto il regime clandestinamente, con le armi della satira e dell’iconoclastia. Ancora una volta, all’insaputa dell’Occidente.

Forse sto esagerando: qualcuno fra i più informati appassionati di fumetti conoscerà certamente degli aneddoti su questa scena coreana; e di sicuro esiste qualche collezionista che possiede una o due tavole originali. Ma per la maggioranza del pubblico (incluso chi scrive queste righe) la retrospettiva è un vero e proprio fulmine a ciel sereno, così come incredibile è la storia del manipolo di coraggiosi artisti che hanno provato a sabotare il regime con inchiostro e colori. Una vicenda tanto perfetta da sembrare sceneggiata, tra fallimenti, pericoli e resistenza.

L’avventura della Yellow Kim Press comincia da un singolo uomo, Aju Meosjin, di cui non esistono fotografie ufficiali.
Nato a Pyongyang nel 1946, Aju cresce fra stampe e litografie: suo padre si era trasferito nella capitale dopo la divisione della Corea per continuare il suo lavoro di tipografo, iniziato il decennio precedente nella piccola cittadina portuale di Wŏnsan. Quando eredita la tipografia, alla morte del padre, Aju ha soltanto undici anni ma evidentemente è cresciuto in fretta e ha le idee fin troppo chiare. Comincia a rifiutarsi di produrre
gruim-chaek, le stampe a disegni di propaganda governativa, e fonda la casa editrice Yellow Kim, con cui sogna di dare voce al sottobosco di artisti locali, spesso dissidenti.

Giada (7 piccoli albi pubblicati dal 1969 al 1973). L’autrice venne arrestata con l’accusa di omosessualità nel 1974.

 

Giada, bozzetti preparatori.

Sono gli anni in cui negli Stati Uniti esplode la controcultura hippie, in cui anche il linguaggio del fumetto si fa scorretto, sgangherato e psichedelico: gli anni dei poster di Rick Griffin, dei primi numeri di Zap Comix di Robert Crumb, della consacrazione di Mad Magazine (sotto la guida di Al Feldstein) a nemico numero uno di genitori e insegnanti. Un periodo in cui perfino in America si poteva finire in carcere per una striscia troppo esplicita: si può dunque immaginare le ripercussioni da affrontare nella Corea del Nord, se la polizia fosse riuscita a rintracciare i distributori di materiale considerato sovversivo.

Negli anni approdano alla Yellow Kim autori dalle personalità variegate: da Pak Doo-Kil – il visionario del gruppo, autore dell’allucinata serie San che resterà nel mirino delle autorità per lungo tempo – al più politico Seong-Su Kim, reo di aver “sfigurato” diverse immagini di regime; dallo sperimentalista Syg Moon Jung-ian all’ironico Li Zan-jo, di cui conosciamo soltanto la vignetta satirica che gli valse l’arresto per sabotaggio, poiché tracciava un parallelo troppo azzardato fra Hiroshima e la Corea.

San (pubblicato dal 1962 al 1970) di Pak Doo-Kil

 

Autore: Li Zan-jo

 

Seong-Su Kim, opera del 1983

 

Con la fine della Guerra Fredda la Yellow Kim Press sembra poter tirare il fiato, e sperare in una maggiore libertà di circolazione. Aju Meosjin prova ad avviare delle collaborazioni con l’estero, ma si tratta di un’ennesima illusione: la sua corrispondenza con gli editori occidentali, relativa al biennio 1989-1990, viene intercettata dalle autorità e la tipografia espropriata. Questa non è la prima volta che la Yellow Kim e i suoi autori passano dei guai giudiziari, ma è senza dubbio il colpo più duro da assorbire.

Durante gli anni ’90 si continuano a pubblicare sottobanco diverse strisce e albi indipendenti, ma quarant’anni di clandestinità cominciano a pesare.

La fanzine Geokkulo (“Inverted”, 1990) curata da Bon-Hwa Sin

 

John Go (Yeongo, pubblicata dal 1968 al 1997) di BALMOG

 

Jeong-aeg (“Sborra”, 198…) di Baek Yeon

 

Duckorea (1975) di An Ohn-im

L’ultima “azione poetica” di Aju avviene durante i funerali di stato per la morte del dittatore Kim Jong-il nel 2011, quando assieme ad altri artisti, musicisti e scrittori inscena la propria morte per tentare la fuga, approfittando del lutto nazionale. Anche questo progetto fallisce, e la polizia arresta il gruppo, ma Aju riesce ancora una volta a scappare. Di lui non si sa più nulla.

Oggi le gesta di questa audace e folle impresa editoriale, trapelate in maniera frammentaria, distorte dal passaparola, vengono finalmente portate in superficie dopo sei decenni di oscuramento. Nella retrospettiva curata dal Festival AFA, si potrà ammirare una raccolta di foto, video, biografie, disegni originali, bozzetti e opere “maledette” della scuola coreana.

Attraverso una serie di contenuti multimediali saranno anche analizzati i rapporti fra l’underground nostrano e la Yellow Kim: nelle interviste, diversi nomi storici del fumetto italiano, come Adriano Carnevali (celebre autore dei Ronfi), Jorge Vacca (fondatore della Topolin Edizioni) o Luigi Bona (direttore del Museo del Fumetto WOW di Milano) parlano dei saltuari e difficili contatti avuti con la casa editrice; Marcello Baraghini, fondatore di Stampa Alternativa, racconta di aver incontrato il fantomatico Aju Meosjin addirittura nel ’63 sul Pincio, dopo essere scappato dalla propria famiglia.

Copertina dell’album Dear Apocalypse (1981) della band Keun Hongsu (Cataclisma) disegnata dal fondatore del gruppo Lee Yeon-Suk.

 

Chollima (1980-1990), ispirato alla figura mitologica tradizionale di un cavallo alato.

 

Chollima (1980-1990)

Certo, come ammettono gli stessi organizzatori, siamo ben distanti dall’aver chiarito la storia sommersa e oscura della casa editrice; ma il primo passo è fatto.
Almeno a giudicare dalle anticipazioni che potete vedere in questo post –
gentilmente messe a disposizione dalla “Yellow Kim Foundation”, il piccolo collettivo italo-coreano che ha reso possibile la mostra – la produzione non sfigura affatto al paragone con quella Occidentale.
Cinismo, satira al vetriolo, linguaggio “adulto” e impegnato evidenziano la modernità delle opere esposte.

Autore: Neulin Segseu

 

Baby Kimchi (“L’infanzia del dittatore”, 1984) di Kim Chin Mae

La vera sorpresa sta proprio nello scoprire come questa insospettata realtà risulti florida ed estremamente sfaccettata, nonostante i tentativi di soffocamento da parte del regime. In alcuni casi, fatichiamo quasi a comprendere come alcuni lavori possano essere stati un tempo reputati sovversivi: eppure questi sono fumetti rivoluzionari, che potevano davvero significare la prigione o peggio. Ogni tavola ha un impatto emotivo ancora più forte proprio se si considerano le condizioni in cui ha visto la luce, le battaglie affrontate, i rischi corsi e le conseguenze talvolta pagate.

Un’ennesima riprova che il fumetto, lungi dall’essere mera espressione popolare (cultura “bassa”, si diceva un tempo), può anche essere strumento di lotta e di tensione verso un ideale vivo – quella libertà di espressione che spesso diamo per assodata, la libertà di non essere d’accordo, la libertà di innalzare la propria voce fuori dal coro.

Gli adolescenti di Balthus

L’arte dovrebbe confortare chi è disturbato,
e disturbare chi è confortato.

(Cesar A. Cruz)

C’è tempo fino al 31 gennaio 2016 per visitare la retrospettiva su Balthus a Roma, suddivisa in due parti, la più “istituzionale” e comprensiva alle Scuderie del Quirinale, e una seconda parte a Villa Medici che si concentra sul processo creativo e dà accesso alle sale abitate e rinnovate dal pittore nei 16 anni in cui fu direttore dell’Accademia di Francia.

Per molti versi Balthus rimane ancora una figura enigmatica, così risolutamente antimodernista da tenerci a distanza: il suo sguardo sempre rivolto al passato rinascimentale (Piero della Francesca in primis) si sposa a una ricerca costante e meticolosa sui materiali, sulla pittura stessa prima di tutto il resto. Visti da vicino, i suoi quadri rivelano un immenso lavoro plastico sulla vernice, stesa in maniera irregolare e graffiante, ma che facendo qualche passo indietro si rivela funzionale alla creazione di quel peculiare pulviscolo che sempre danza nella luce delle sue composizioni, quella specie di glow che ammanta le figure e gli oggetti donando loro un’aura di realismo magico.

Nonostante la mostra abbia il pregio di ripercorrere tutta la gamma di influenze, sperimentazioni e diversi filoni esplorati dal pittore nella sua lunga (ma non troppo prolifica) carriera, è indubitabile che sono i dipinti realizzati fra gli anni ’30 e ’50 a rimanere nell’immaginario collettivo. Il fatto che Balthus non sia ampiamente conosciuto ed esposto è da imputare poi alla predilezione dell’artista per i soggetti adolescenti, spesso fanciulle discinte e in pose allusive. A Villa Medici sono esposte alcune delle famigerate polaroid che causarono il blocco di una mostra in Germania l’anno scorso, tacciata di esporre materiale pedopornografico.

Questa della presunta pedofilia di Balthus — latente o meno — è una questione che non poteva che sorgere ai giorni nostri, in cui il tabù relativo ai bambini è cresciuto fino ad assumere dimensioni senza precedenti; e ricorda da vicino i sospetti sul conto di Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, reo di aver scattato decine di foto di bambine (foto che Balthus, per inciso, adorava).

Eppure se alcuni suoi quadri creano tanto scalpore ancora oggi è perché portano alla luce qualcosa di sottilmente inquietante. Si tratta di erotismo, addirittura di pornografia, o di qualcos’altro?

Voler trovare la perfetta definizione che separa l’erotismo dalla pornografia è ormai un esercizio superato. Più interessante ricordare la distinzione operata da Angela Carter (straordinaria scrittrice impegnata anche sul fronte del femminismo) nel suo saggio La donna sadiana, ovvero la contrapposizione fra pornografia reazionaria e pornografia “morale” (rivoluzionaria).

La Carter afferma che la pornografia, pur essendo oscena, è in larga misura reazionaria: è pensata, cioè, per confortare e rafforzare gli stereotipi, riducendo la sessualità al livello dei rozzi graffiti sui muri dei bagni. Questo tipo di rappresentazione dell’atto sessuale finisce per essere sempre e soltanto l’incontro di peni e vagine, o dei loro analoghi sostituti. Ciò che non viene preso in esame è la complessità che sta dietro ad ogni espressione sessuale, inevitabilmente influenzata dall’economia, dalla società e dalla politica, anche se fatichiamo a rendercene conto. Essere poveri, per fare un esempio estremamente basilare, può limitare o impedire le raffinatezze erotiche: se vivete in climi freddi e non avete la possibilità di pagare il riscaldamento, vi è preclusa ad esempio la nudità; se avete molti figli, vi sarà negata l’intimità, e via dicendo. Il modo in cui facciamo l’amore è deciso dalle contingenze, dalla classe sociale, dalla cultura e da altri molteplici fattori.

Così, il pornografo “morale” è colui che non indietreggia di fronte alla complessità, non cerca di ridurla ma la sottolinea, anche a discapito della carica erotica della sua opera; così facendo, si distanzia dal topos pornografico che vorrebbe l’atto sessuale un mero incontro di mucose avulso da ogni realtà, icona superficiale e vuota; nel ridare alla sessualità il suo reale spessore, il pornografo crea vera letteratura, o vera arte. Questo atteggiamento è evidentemente sovversivo, perché mette in discussione i preconcetti e per certi versi gli archetipi che la nostra cultura — sempre secondo la Carter — ci ha inoculato a nostra insaputa (ad esempio il maschio dal sesso eretto fatto per invadere e conquistare, la donna che ancora ogni mese sanguina per l’atavica castrazione che rese i suoi genitali passivi e “ricettivi”, ecc.).

In questo senso la Carter vede in Sade non un semplice satiro ma un satirista, il precursore di questa pornografia che smaschera le logiche e gli stereotipi utilizzati dal potere per ammansire e ottundere le menti: nell’universo del Marchese, infatti, il sesso è sempre un atto di prevaricazione, ed è utilizzato narrativamente per rimandare a un orizzonte sociale altrettanto violento e immorale. La visione di Sade non è tenera né con i potenti, descritti come ripugnanti mostri dediti ai soprusi per loro propria natura, né con i deboli che decretano la loro stessa condizione perché incapaci di ribellarsi. Basta confrontare una simile pornografia con tutta quella precedente e successiva, in particolare il filone dell’educazione sessuale delle giovinette, per rendersi conto di quanto Sade l’abbia invece utilizzata a fini sovversivi e dissacranti.

Pierre Klossowski, fratello di Balthus, fu uno dei massimi esegeti dell’opera di Sade, ma non è tanto a questa connessione che si dovrebbe guardare quanto piuttosto all’amicizia del pittore con Antonin Artaud.

Infatti, al di là dei frutti tangibili della loro collaborazione (nel 1934 Artaud recensì la prima personale di Balthus, che a sua volta l’anno successivo disegnò scenografie e costumi per la messa in scena de I Cenci), sono proprio le teorie artaudiane che possono aiutarci a dare una lettura più profonda delle opere “scandalose” del pittore.

La crudeltà era per Artaud forza distruttrice e vivificatrice al tempo stesso, requisito essenziale del teatro come di qualsiasi tipo di arte: crudeltà innanzitutto nei confronti dello spettatore, a cui si deve usare violenza perché sia scosso dalle sue certezze, e crudeltà su se stessi, sull’uomo intero, al fine di spezzare ogni maschera e spalancare l’abisso vertiginoso che dietro ad esse si cela.

Il perturbante di Balthus non agisce in maniera così eclatante, ma si muove nella stessa direzione. Egli vede nei suoi adolescenti, ritratti in scarni interni borghesi dalle rigide prospettive geometriche, una forza sovversiva — crudele perché rimanda al crudo, alla sfera degli istinti, all’ancestrale animalità che l’uomo tenta di smentire e negare.

L’età prepuberale e puberale è il momento in cui, lasciata l’innocenza infantile, il conflitto fra natura e cultura entra nella vita quotidiana. Per la prima volta il bambino si scontra con le proibizioni che, nell’idea degli adulti, dovrebbero creare una cesura con il nostro passato selvaggio: gli istinti più indecorosi devono essere soppressi dalle regole della buona condotta. E, quasi ad irritare lo spettatore, i ragazzini di Balthus tutto fanno tranne che stare seduti composti: leggono in posizioni sconvenienti, si appoggiano in bilico sulle poltrone a cosce scartate, incorreggibilmente provocanti nonostante i volti inespressivi.

Ma questa provocazione è sessuale, o semplicemente ribelle? Balthus ha ripetuto allo sfinimento che la malizia sta solo negli occhi di chi guarda. Perché gli adolescenti sono ancora puri, anche se per poco, e con la loro naturalezza smascherano le inibizioni degli adulti.

Questa è la sottile ed elegante vena sovversiva dei suoi quadri, il vero motivo per cui ancora oggi fanno scalpore: la crudeltà di Balthus sta nel mostrarci un’età dell’oro, la nostra anima più pura, che viene uccisa ogni volta che un adolescente diviene adulto. La sua ammirazione, estetica e poetica, è tutta diretta a questa libertà intravista, a quell’attimo in cui brilla il diamante perduto della giovinezza.

E se ad ogni costo nei suoi quadri si vuole ricercare una traccia di erotismo, si tratta senza dubbio di erotismo “rivoluzionario”, come abbiamo visto, che insinua sotto pelle una complessità di emozioni di certo non rassicuranti. Perché con la loro disinvolta ambiguità le ragazzine di Balthus ci lasciano sempre con la spiacevole sensazione di essere noi, i pervertiti.

Pierre Brassau, l’artista misterioso

Nel 1964 la Gallerie Christinae a Göteborg, in Svezia, propose una mostra di giovani pittori d’avanguardia.
Fra le opere di questi promettenti artisti provenienti dall’Italia, l’Austria, la Danimarca, l’Inghilterra e la Svezia, vi erano anche quattro dipinti astratti del francese Pierre Brassau. Il suo nome era totalmente sconosciuto alla scena artistica, ma il suo talento pareva a prima vista indiscutibile: il ragazzo, benché alle prime armi, sembrava davvero avere i numeri per diventare il nuovo Jackson Pollock — tanto che già dal vernissage i suoi quadri rubarono immediatamente la scena agli altri lavori esposti.

I giornalisti e i critici d’arte erano pressoché unanimi nel considerare Pierre Brassau la vera rivelazione della mostra alla Gallerie Christinae. Rolf Anderberg, un critico del Posten, rimase particolarmente impressionato e firmò un articolo, apparso il giorno dopo, in cui affermava: “Brassau dipinge con colpi potenti, ma anche con chiara determinazione. Le sue pennellate si contorcono con furiosa meticolosità. Pierre è un artista che opera con la delicatezza di un ballerino di danza classica“.

Ovviamente, nonostante l’entusiasmo generale, non poteva mancare il solito bastian contrario. Un critico, voce isolata, dichiarò sprezzante: “solo una scimmia può aver fatto una roba simile“.
C’è sempre chi deve andare per forza controcorrente. E, per quanto agli altri bruci ammetterlo, talvolta lo fa perché ha la vista lunga.
Pierre Brassau, in verità, era proprio una scimmia. O meglio, uno scimpanzé africano di quattro anni residente allo zoo di Borås.

La trovata di esporre i quadri di un primate all’interno di una mostra d’arte moderna era venuta al giornalista Åke “Dacke” Axelsso, che all’epoca scriveva per il quotidiano Göteborgs-Tidningen. L’idea non veniva dal nulla: proprio qualche anno prima lo scimpanzé Congo era divenuto celeberrimo grazie ai suoi dipinti, che avevano affascinato Picasso, Miro e Dalì (nel 2005 saranno battuti all’asta per 14.400 sterline, mentre nella stessa vendita un dipinto di Warhol e una scultura di Renoir verranno snobbate).
Åke dunque aveva deciso di sfidare provocatoriamente i critici: dietro la facciata umoristica della sua burla non c’era (soltanto) la volontà di mettere in ridicolo l’establishment del mondo dell’arte, quanto piuttosto di sollevare la domanda che sarebbe diventata di lì a poco sempre più urgente: è possibile valutare e giudicare oggettivamente un’opera di arte astratta, che rifiuta la tecnica figurativa — o addirittura contesta che vi sia bisogno di alcuna competenza specifica per fare arte?

Così Åke aveva convinto il guardiano dello zoo, all’epoca diciassettenne, a fornire lo scimpanzé Peter di tela e pennello. All’inizio Peter aveva sparso la vernice ovunque, tranne che sulla tela, arrivando perfino a mangiarsela: andava particolarmente ghiotto, a quanto pare, del blu cobalto — colore che comparirà poi preminentemente nei suoi lavori. Incoraggiato dal giornalista, il primate aveva però cominciato a dipingere sul serio, e a prendere gusto all’attività creativa. Åke aveva selezionato i quattro quadri meglio riusciti per esporli alla mostra.

Anche quando la vera identità del misterioso Pierre Brassau venne rivelata, molti critici continuarono a sostenere che i suoi quadri erano i migliori fra quelli presenti alla galleria. Cos’altro avrebbero dovuto dire?
Il più felice, in tutto questo scandalo, fu probabilmente il collezionista privato Bertil Eklöt, che aveva acquistato un quadro dello scimpanzé per 90 dollari (equivalenti a 7-800 dollari odierni). Forse intendeva soltanto assicurarsi un’opera curiosa: eppure adesso quel dipinto potrebbe valere una fortuna, dato che Pierre Brassau è ormai un aneddoto classico della storia dell’arte. E la sua vicenda ancora oggi ci interroga su quanto davvero le opere d’arte siano, nelle parole di Rilke, “di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica“.


Il primo articolo di stampa internazionale sulla storia di Brassau è apparso su Time. Altre informazioni tratte da questo post del Museum of Hoaxes.

(Grazie, Giacomo!)

Inferno fresco: Dante Alighieri e la cultura goth

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Quest’anno ricorre il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri.

Il vero miracolo della Commedia non è strettamente poetico, ma risiede soprattutto nella incredibile portata che ha avuto, e ha tuttora, nel plasmare l’immaginario occidentale. Il termine “classico” è noioso e invecchiato male, ma difficilmente un testo ha trasceso a questo modo epoche e popoli: Dante è un classico nel senso più attivo della parola, la sua opera dopo sette secoli è viva tutta attorno a noi ed è capace di influenzare ancora oggi le nuove generazioni di artisti.

Certo, i giovani apprezzano soprattutto l’Inferno.
E questo perché l’Inferno è un turbine di emozioni crudeli, di sensi strappati, di terrori e pietà. Lontano dalla simpatica verve buonista di alcune divulgazioni, che pure riempiono le piazze strizzando l’occhio all’attualità (quando abbiamo conosciuto ben altre letture), l’Inferno è rimasto un coltello che scava nel profondo degli errori dell’anima, che mette a nudo un’umanità fallace e fallata con cui non possiamo che identificarci. E al tempo stesso dipinge un sulfureo affresco, dalla forza terribile e violenta.
Anche secondo Emil Cioran non c’è paragone fra i tre libri: “l’Inferno – esatto come un verbale. Il Purgatorio – falso come ogni allusione al Cielo. Il Paradiso – sfoggio di invenzioni e di insulsaggini… La trilogia di Dante è la maggiore riabilitazione del diavolo che un cristiano abbia intrapreso” (in Sillogismi dell’amarezza, 1952).

Vittorio Sermonti, uno dei maggiori esegeti della Commedia, intervistato nel 2006 sulle pagine del Corriere stimava che “i giovani capiscono Dante meglio di tanti accademici […] L’Inferno è più splatter di certi fumetti o videogiochi”. Quattro anni dopo, a riprova dell’appeal che il libro può ancora avere nella cultura pop giovanile, esce il videogame Dante’s Inferno.

Per esplorare le influenze dantesche sul mondo dell’immaginario contemporaneo apre il 25 settembre al MIAAO (Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi) di Torino una mostra curata da Lorenza Bessone dal titolo Inferno fresco.

Abbiamo deciso di segnalare questa iniziativa per due motivi.
Innanzitutto questa mostra è curiosa in quanto si propone di esplorare l’impatto del primo libro della Commedia sull’immaginario delle sottoculture dark/goth, spesso poco considerate ma che rappresentano una declinazione giovanile fertile e interessante.
In secondo luogo, il taglio dato alla mostra è eminentemente femminile: con l’eccezione di tre artisti maschi, tutte le opere presentate sono a firma di illustratrici più o meno affermate. La dimensione femminile, lungi dall’edulcorare i toni, apporta alle rappresentazioni infernali una visceralità e un’intensità sicuramente uniche.

 

Pablo Echaurren, Mutilati ignavi (Dante’s Inferno Canto XXVIII), 2004, tarsia di panni e plastiche imbottite eseguita da Marta Pederzoli, 113x66 cm. Courtesy MIAAO.

Pablo Echaurren, Mutilati ignavi (Dante’s Inferno Canto XXVIII), 2004, tarsia di panni e plastiche imbottite eseguita da Marta Pederzoli, 113×66 cm. Courtesy MIAAO.

 

Pole Ka Hell Canto XXXIV

Alice Richard aka Pole Ka, Lucifer (Dante’s Inferno Canto XXXIV), 2014, grafite e inchiostri di china su carta, 42×29 cm.

Lo chiarisce il comunicato stampa della mostra:

A proposito degli esiti di questa dantesca chiamata alle arti, si anticipa una interessante riflessione della curatrice Lorenza Bessone, che appartiene alla stessa generazione di molte tra le disegnatrici invitate, tutte under 40: “nonostante l’approccio oltranzista del brief di progetto, che si riferiva all’ horror-splatter anche per evitare ogni insopportabile visione ‘benigna’ di Dante, molti elaborati sono sorprendenti pure per la sofisticazione nelle scelte di alcuni personaggi e la dissimmetria delle varie referenze culturali, tra pop e top”. A esempio la francesina Pole Ka, a partire da Semiramis lussuriosa compone una suite perturbante, fondata anche su una sua dichiarazione di poetica: L’Enfer est intime, ed è la ricorrente rappresentazione dell’apparato uterino come luogo di destino ferale. Oppure Beatrice è ritratta da Helbones all’età del primo incontro con Dante, a 9 anni, caratterizzata da Big Eyes, evidente citazione di pittura Lowbrow, con però delle stelline di dentro a cinque punte, e un’iscrizione in provenzale che presuppone frequentazioni di filologia fromanza…E ancora un’altra subalpina, Elisa Scesa, con una sua araldica Aracne provoca il brivido dell’ibrido, gemmato da accoppiamenti assolutamente non giudiziosi… E così via, con prove tutte, ci si sente persino di azzardare, di nuova Stilmischung, di quella mescolanza di stili sublimi, medi, e umili che secondo un altro grande lettore di Dante, Erich Auerbach, caratterizza anche la Commedia dantesca.

Finamore Hell Canto IX

Giorgio Finamore, Le feroci Erine (Dante’s Inferno Canto IX), 2015, matita su carta, editing e pittura digitale, 42×29,5 cm.

 

Seitzinger Hell Canto XVII

Elisa Scesa aka Elisa Ada Seitzinger, Aracne (Dante’s Inferno Canto XVII, Purgatorio Canto XII), 2015, tecnica mista su carta, 42×29,5 cm.

Inferno fresco. Nuove illustratrici dantesche
direzione artistica Enzo Biffi Gentili / a cura di Lorenza Bessone
Sede: MIAAO Galleria Sottana. via Maria Vittoria 5. 10123 Torino. Italia
Periodo di svolgimento: dal 25 settembre al 31 ottobre 2015
Orari di apertura: sabato ore 15-19.30, domenica ore 11-19
Inaugurazione venerdì 25 settembre 2015 alle ore 12
INGRESSO LIBERO
Info: Tel. 011 561 11 61 Mail: [email protected]

De profundis, mostra e booksigning

Keep The World Weird

Fra pochi giorni sarà finalmente disponibile il secondo volume della Collana Bizzarro Bazar. Intitolato De profundis, il libro esplora le suggestioni del Cimitero delle Fontanelle di Napoli portando il lettore faccia a faccia con le “capuzzelle” e il loro significato simbolico grazie alle fotografie di Carlo Vannini.

Logos Edizioni in collaborazione con Ateliers ViaDueGobbiTre, nell’ambito della manifestazione internazionale Fotografia Europea, ha organizzato una mostra fotografica che presenterà in esposizione i migliori scatti dei primi due volumi della Collana. All’evento, intitolato Keep The World Weird, ovviamente sarà presente anche il vostro affezionato Bizzarro Bazar, che aprirà le danze parlando della “meraviglia nera” e del suo potere sovversivo. L’appuntamento è per venerdì 15 maggio alle ore 19, presso l’atelier Laura Cadelo Bertrand in Via Due Gobbi, Reggio Emilia.

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Per i due giorni successivi, sabato 16 maggio e domenica 17 maggio, mi troverete intento a firmare e dedicare le copie di De profundis al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand Logos. E per la gioia di grandi e piccini sarà anche possibile impadronirsi di un profluvio di golosi gadget (shopper, spille, magneti, cartoline, e chi più ne ha più ne metta); tutti accessori imprescindibili per ostentare con classe il vostro orgoglio weird!

Gadget

Per eventuali ulteriori aggiornamenti, ricordo che ora esiste anche la nostra pagina Facebook.

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Bizzarro Bazar a Parigi – II

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Cominciamo il nostro secondo tour di Parigi facendo una capatina da Deyrolle. Dal 1831 questo favoloso negozio propone, in un’atmosfera da camera delle meraviglie, importanti collezioni tassidermiche, entomologiche e naturalistiche.

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La Maison Deyrolle ospita anche regolarmente esposizioni di famosi artisti (vi sono passate le opere, fra gli altri, di Niki De Saint Phalle e Damien Hirst), invitati ad elaborare dei progetti specifici a partire dall’immenso catalogo di preparati tassidermici ed entomologici a disposizione.

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Aggirandosi per le stanze stracolme di animali, fra uccelli esotici e orsi bruni, non si fatica a capire perché Deyrolle sia una vera e propria istituzione, e conti i migliori professionisti sul campo. Va anche sottolineato che nessuno di questi animali è stato ucciso al fine di essere imbalsamato: gli esemplari non domestici provengono da zoo, circhi o allevamenti nei quali sono morti di vecchiaia o malattia.

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Spostiamoci ora in uno dei templi dell’arte mondiale, il Musée d’Orsay. Qui, fino al 25 Gennaio 2015, sarà possibile visitare l’esposizione Sade – Attaquer le soleil, che si propone di rintracciare l’influenza del Marchese De Sade sull’arte del XIX e XX secolo.

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Franz von Stuck, Giuditta e Oloferne, 1927

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Eugène Delacroix, Medea furiosa, 1838

La mostra da sola vale il biglietto d’ingresso: l’impressionante corpus di opere selezionate conta più di 500 pezzi. Da Delacroix a von Stuck, da Goya a Kubin, da Füssli a Beardsley, da Ernst a Bellmer, l’esposizione si concentra sull’impossibilità di rappresentare il desiderio, sul corpo, sulla crudeltà. La filosofia sadiana, per quanto negata e messa al bando per più di un secolo, si rivela in realtà un fil rouge, insinuatosi clandestinamente nel mondo dell’arte, che unisce pittori differenti e lontani fra loro nel tempo e nello spazio, una sorta di corrente sotterranea che porta fino alla “riscoperta” dell’autore da parte dei Surrealisti e al suo successivo sdoganamento.

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Franz von Stuck, Il peccato, 1899

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Alfred Kubin, La donna a cavallo, 1900-1901

Ma l’influenza di Sade non risiede soltanto nelle opere degli artisti che ha in qualche modo ispirato: secondo i curatori, egli ha cambiato anche il modo in cui guardiamo all’arte precedente ai suoi scritti. La prima sezione infatti, intitolata Humain, trop humain, inhumain mostra come tutti i temi sadiani fossero già presenti nell’arte prima di lui, ma all’interno di codici accettabili. Una scena di martirio in una chiesa, ad esempio, non scandalizzava nessuno. Sade però fa cadere il velo, e dopo di lui non sarà più possibile ammirare uno spettacolo di violenza senza pensare alle sue parole: “La crudeltà, ben lontana dall’essere un vizio, è il primo sentimento che la natura imprime in noi; il bambino rompe il suo giocattolo, morde il seno della nutrice, strangola il suo uccellino, molto prima d’avere l’età della ragione” (La filosofia nel boudoir, 1795).

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Jindrich Styrsky, Emilie viene a me in sogno, 1933

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Francisco de Goya, I cannibali, 1800-1808

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Félix Vallotton, Orfeo smembrato dalle Menadi, 1914

Non lontano dal Musée d’Orsay si trova il quartiere universitario della Sorbona. Ci trasferiamo al Museo della Storia della Medicina, che raccoglie una collezione di strumenti chirurgici d’epoca.

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Fra i pezzi più straordinari, vi sono certamente gli strumenti ideati nell’800 dall’urologo Jean Civiale per l’estrazione dei calcoli (le immagini qui sotto rendono bene l’idea di quanto l’operazione fosse complicata – e terrificante, visto che il tutto era svolto in assenza di anestesia); e se questo non bastasse a farvi venire la pelle d’oca, ecco le seghe con catena a carica automatica per amputazioni, fra gli strumenti meno precisi e maneggevoli mai sperimentati in chirurgia.

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Ma il vero gioiello del museo, a nostro parere, è il tavolo realizzato dall’italiano Efisio Marini e offerto a Napoleone III.

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Perché è così interessante? Perché quello che sembra un semplice tavolino mosaicato su cui è appoggiata la scultura di un piede, è in realtà formato a partire da pezzi pietrificati di cervello, sangue, bile, fegato, polmoni e ghiandole. Il piede è un vero piede, anch’esso pietrificato, così come le quattro orecchie che spuntano dalla superficie del tavolino e le vertebre sezionate che lo adornano. Osservando da vicino quest’opera incredibile, non si fatica a comprendere perché Efisio Marini fosse considerato uno dei più abili anatomisti preparatori del suo tempo (vedi il nostro articolo sui pietrificatori).

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Ritorniamo infine ai nostri amati animali, ma stavolta con una visita più classica: quella alla Grande Galérie de l’Evolution. Non è certo un museo poco conosciuto, quindi aspettatevi un po’ di coda e le grida entusiaste dei più piccoli.

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Ma una volta dentro, tutti ridiventano bambini. Dopo essere passati sotto al gigantesco scheletro di un capodoglio, e una prima sala dedicata agli animali marini (per la verità un po’ deludente), si arriva al grande salone che contiene una fra le attrazioni principali: la spettacolare camminata dei mammiferi africani.

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Sotto una volta d’acciaio e vetro che cambia colore imitando le diverse fasi del giorno, gli animali della savana sembrano avviati verso un’invisibile Arca di Noè, o verso un futuro ancora sconosciuto (una nuova evoluzione?). Fu proprio questa installazione curiosa e innovativa che vent’anni fa, quando la Galleria aprì i battenti sostituendo la precedente Galleria di Zoologia, le assicurò una rapida fama.

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Ma la biodiversità e le infinite forme di vita plasmate dall’evoluzione trovano spazio sui tre piani del complesso, fra diorami artistici e illuminanti raffronti fra le varie specie.

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Fra qualche giorno la terza ed ultima parte di questa ricognizione della Parigi meno risaputa: preparatevi perché abbiamo tenuto il meglio per la fine…

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LA MAISON DEYROLLE
46, rue du Bac
Apertura: dal lunedì al sabato
Orari: Lun 10-13 e 14-19, mar-sab 10-19
Sito web

MUSEE D’ORSAY
1, rue de la Légion d’Honneur
Apertura: chiuso il lunedì
Orari: 9.30-18, il giovedì 9.30-21.45
Sito web

MUSEE DE L’HISTOIRE DE LA MEDECINE
12, rue de l’Ecole de Médecine
Apertura: tutti i giorni tranne giovedì e domenica
Orari: 14-17.30
Sito web

GRANDE GALERIE DE L’EVOLUTION
36 rue Geoffroy Saint-Hilaire
Apertura: tutti i giorni tranne il martedì e il 1 maggio.
Orari: 10-18
Sito web

(Questo articolo è il secondo di una serie dedicata a Parigi. Gli altri due capitoli sono qui e qui.)

Wunderkammer alla Biennale

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C’è tempo ancora fino al 29 settembre per visitare l’esposizione Wunderkammer, allestita nella prestigiosa cornice secentesca di Palazzo Widmann a Venezia.

La mostra è arrivata in Italia dopo il successo dell’edizione belga, e propone una selezione di opere di più di 20 artisti che danno vita ad una “Camera delle meraviglie” in chiave contemporanea, ispirandosi a quei collezionisti che tra il XVI ed il XVIII secolo erano soliti raccogliere e conservare oggetti stravaganti ed eccezionali realizzati dall’Uomo o dalla Natura.

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Grazie alle luci soffuse ed ad un ipnotizzante sottofondo musicale, si ritrova la stessa atmosfera delle antiche wunderkammer rinascimentali: ma la raccolta di oggetti d’arte, sculture, installazioni, fotografie, pitture, non vuole essere semplicemente un’ideale continuazione, quanto piuttosto una rilettura di quello che significava nei secoli scorsi entrare in uno di questi antesignani dei musei, nella confusione di Naturalia e Artificialia. Se, allora, il senso di meraviglia era dato dalle mille forme inaspettate ed ignote che poteva assumere il mondo attorno a noi, oggi un sentimento simile viene invece veicolato dalla riflessione sull’ibridazione, sulla mutazione, l’androginia, e sui rapporti uomo-ambiente. Qui non è unicamente la Natura ad essere messa al centro della produzione artistica, ma soprattutto l’uomo nei suoi rapporti con essa, e nella sua identità ormai proteiforme.

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Spiega il curatore Antonio Nardone: “Siamo abituati a vedere le opere contemporanee da sole, sulle pareti bianche dei musei e delle gallerie. Qui, le presento riunite in maniera variegata e, soprattutto, accompagnate da testi completamente immaginari, come Il corno di Unicorno o Il sangue di drago, che si trovavano nelle camere delle meraviglie. Il visitatore, al di là della lettura proposta, diventa “protagonista” sviluppando la propria interpretazione dell’opera.”

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Ecco la lista degli artisti (alcuni dei quali particolarmente controversi) che partecipano con le loro opere all’esposizione: Pascal Bernier, Isobel Blank, Stefano Bombardieri, Ulrike Bolenz, Charley Case, Marcello Carrà, Eric Croes, Dany Danino, Wim Delvoye, Laurence Dervaux, Yves Dethier & Olivia Droeshaut, Jacques Dujardin, Jan Fabre, Alessandro Filippini, Manuel Geerinck, Roberto Kusterle, Jean-Luc Moerman, Michel Mouffe, Ivan Piano, Vincent Solheid, Bénédicte van Caloen, Patrick van Roy, Sofi van Saltbommel.

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La mostra è aperta tutti i giorni dalle 11 alle 19, presso il Palazzo Widmann, Calle Larga Widmann (Rialto-Ospedale), Venezia. Ecco il sito ufficiale dell’esposizione. L’intervista integrale al curatore è su Espoarte.

Body Worlds a Roma

Abbiamo già trattato, in uno dei primissimi (e ancora timidi!) articoli apparsi su Bizzarro Bazar, di Gunther von Hagens, anatomopatologo inventore della tecnica della plastinazione. Torniamo a parlarne perché, finalmente, la sua celebre mostra itinerante intitolata Body Worlds è sbarcata in Italia, a Roma, dove resterà aperta al pubblico fino al 12 febbraio 2012.

La nuova tecnica di conservazione dei tessuti messa a punto da Von Hagens si basa sulla sostituzione dei liquidi con dei polimeri di silicone; questo permette ai reperti organici di rimanere virtualmente inalterati nel tempo, rigidi e inodori, ma di mantenere perfettamente i colori originari. Così Von Hagens, grazie alle numerose donazioni di cadaveri a scopo scientifico, ha potuto raccogliere un’impressionante collezione anatomica, specialmente preparata per illustrare al pubblico il funzionamento dell’organismo in modo inedito e incisivo.

I cadaveri esibiti nella mostra sono tutti reali, anche se talvolta possono sembrare sculture moderne: sono stati sezionati in modo da mostrare il corpo umano nella sua intricata armonia, lasciando scoperti di volta in volta i differenti sistemi, e le relazioni che intercorrono tra le diverse parti del corpo. Body Worlds offre l’opportunità più unica che rara di sbirciare direttamente dentro il corpo umano come fosse un mondo alieno, di osservare con i propri occhi il posizionamento degli organi, l’incredibile perfezione dei vasi sanguigni o delle fasce muscolari, e di guardare “in diretta” lo sviluppo di un feto.

Un’esperienza da non mancare assolutamente, e che nonostante le mille polemiche continua ad attirare milioni di visitatori; infatti, al lato più squisitamente didattico, unisce anche un inedito livello umano, perché ognuno di quei corpi che oggi ci “insegnano” l’anatomia era un tempo una donna, o un uomo. E, grazie alla loro generosa decisione, anche noi possiamo rimanere stupiti di fronte alla straordinaria complessità del nostro stesso corpo.

Trovate tutte le informazioni sulla mostra sul sito ufficiale.