Film nel film

Portal Party è un canale YouTube, recentemente creato da Aaron Maurer, Dylan Dawson ed Eric Clem, che promette video folli e divertenti.

Vi proponiamo qui il loro ultimo lavoro, che fa parte della webseries Movies Starring Movies: il concept della serie, tanto semplice quanto delirante, è quello di far interpretare la parte dei protagonisti di un film… ad altri film.

Ecco quindi l’episodio dedicato al genere horror, divertente esercizio di metacinema weird.

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R.I.P. Mike Vraney

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Il 2 gennaio, all’età di 56 anni si è spento Mike Vraney. Sicuramente il suo nome non vi dirà molto, ma questo eterno adolescente dall’entusiasmo senza freni è stato il fondatore della Something Weird, una distribuzione home video che ha cambiato a suo modo la storia del cinema. Giusto per chiarire, se non fosse per lui l’ormai celebratissima pin-up Bettie Page e il padrino del gore Herschell G. Lewis non sarebbero forse oggi così sconosciuti.

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Mike aveva una missione: scovare, distribuire e rendere noti al pubblico tutti quei film a bassissimo budget, prodotti in maniera oscura, che rischiano di venire dimenticati come spazzatura. Collezionava in modo ossessivo film assurdi, weird, talmente folli o brutti da possedere un innegabile potere di seduzione: le pellicole, insomma, in cui le ristrettezze economiche o l’incompetenza della troupe rendono comici e stranamente poetici tutti quegli errori che in un film mainstream non potremmo mai tollerare.

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I produttori di questi film spesso li tenevano chiusi nel casssetto, ritenendoli ringuardabili e invendibili. Vraney, scandagliando i loro archivi, scovava le “perle” nascoste, e comprava i negativi, di cui essi erano ben lieti di sbarazzarsi.
Poi, spiazzando tutti, ci faceva i soldi: per questo motivo era stato soprannominato affettuosamente “il quarantunesimo ladrone”.

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Il suo business funzionava proprio perché era lui stesso in prima persona un fan sfegatato di tutto ciò che di bizzarro il cinema di serie B o Z è riuscito a sfornare. Il catalogo della Something Weird propone al pubblico una gamma sorprendente di “filoni” e generi di cui pochi, anche fra i cinefili più smaliziati, avevano sentito parlare prima che Vraney li distribuisse. Vi si trovano enfatici filmati “educativi” anni ’50 sui pericoli della strada (che talvolta erano degli splatter ante litteram), e sugli esagerati e irrealistici danni della marijuana o del sesso; i nudies cuties, film di inzio anni ’60 che con il pretesto di una striminzita trama proponevano i primi, scandalosi (per l’epoca) nudi femminili; introvabili e rari loop erotici/striptease dell’era del proibizionismo, fra cui appunto quelli di Bettie Page; film pensati per i bambini, ma per un motivo o per l’altro risultati completamente distorti e angoscianti; peplum con scenografie da recita scolastica; spaghetti-western messicaneggianti ridicoli e raffazzonati; i primi film della storia a rappresentare il “terzo sesso” (l’omosessualità), con tutte le ingenuità che ci si può aspettare; e, ancora, cartoni animati svalvolati, detective privati guardoni, assassini pazzoidi più pericolosi per il loro overacting che per la crudeltà, film celebri reinterpretati da un cast interamente di colore, e tutta una galassia di seni, culi, melodrammi, pubblicità ambigue, film di guerra e di avventura senza guerre né avventure (sempre per motivi di budget).

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Le proposte editoriali della Something Weird sono talvolta uno spasso già dal titolo. Eccone alcuni:
The Secret Sex Lives Of Romeo And Juliet (Le segrete vite sessuali di Romeo E Giulietta)
Fire Monsters Vs. The Son Of Hercules (I Mostri del Fuoco contro il Figlio di Ercole)
Masked Man Against The Pirates (L’Uomo Mascherato contro i Pirati)
Superargo Vs. The Faceless Giants (Superargo contro i Giganti Senza Volto)
Diary Of A Nudist (Il Diario di una Nudista)
Adult Version of Jeckyll & Hyde (La versione adulta di Jeckyll & Hyde)
The Fabulous Bastard From Chicago (Il Favoloso Bastardo di Chicago)

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Il cinema, si sa, è un’arte che si mescola e si confonde con l’industria: con buona pace di chi sbraita che i film dovrebbero essere questo o quello, sia i blockbuster di Michael Bay che gli esperimenti di Guy Debord sono cinema. E allora, se qualcosa ci insegna la meticolosa ricerca di Vraney, è che si possono trovare delle piccole pepite anche nell’immensa “fogna” dei film di consumo, quelli che un tempo venivano girati esclusivamente a fini economici, senza alcuna aspirazione artistica… ma che offrono di sicuro almeno una sana risata se non proprio, in rari casi, qualche breve e fulminea illuminazione. E ci fanno riflettere su quanto complessa e variegata sia stata nell’ultimo secolo la produzione cinematografica, e sul patrimonio che andrebbe completamente perduto in assenza di persone come Mike.

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Le meravigliose locandine

L’epica del cinema mobile ghanese

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Il Cinema, pensatelo che arriva da voi a bordo di un fuoristrada ammaccato e impolverato; dopo una giornata di sudore e fatica, immaginate che il Film vi attenda nel fresco della notte, quando le ombre sono calate, per raccontarvi storie di eroi e terribili pericoli.

Negli anni ’80, in Ghana, non era facile andare al cinema. La corrente elettrica era ancora poco diffusa, e per questo motivo le sale di proiezione si trovavano soltanto nei grossi centri. Per chi viveva nei villaggi, muoversi per raggiungere il cinema avrebbe comportato una spesa impossibile.
Ma con l’arrivo del videoregistratore, le cose cambiarono. I proprietari dei cinema decisero di portare i film in giro per il paese, per massimizzare i profitti. Nelle piccole comunità rurali cominciarono ad arrivare, dalla capitale Accra, i cosiddetti “cinema mobili”: si trattava in realtà molto spesso di un semplice televisore, a cui era collegato un videoregistratore; il tutto era supportato da un vecchio e rumoroso generatore. In altri casi i cinema mobili erano organizzati un po’ meglio, con un videoproiettore e un minischermo che veniva drizzato sulla stessa automobile scassata su cui viaggiavano i  proiezionisti.

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Tutta la gente del paese, dopo una dura giornata di lavoro nei campi, poteva finalmente raggrupparsi e passare un paio d’ore di divertimento assistendo a spettacoli provenienti da Hollywood, ma non solo. Venivano proposti anche film di kung fu e arti marziali, così come gli ultimi successi di Nollywood (l’industria cinematografica nigeriana).

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I proprietari dei cinema artigianali che attraversavano il Ghana in lungo e in largo avevano però un problema: l’autopromozione. Ovviamente, non facendo parte di un circuito di distribuzione ufficiale, non avevano a disposizione alcuna locandina con cui pubblicizzare i loro film. Così i “boss” del cinema mobile ghanese cominciarono ad appoggiarsi ad artisti locali, per prodursi da soli i loro poster.

Si trattava di locandine realizzate a mano – spesso su ritagli di tela provenienti dai sacchi di farina: opere uniche, che venivano religiosamente avvolte e riutilizzate infinite volte, in ogni paesino, villaggio o centro abitato per promuovere la proiezione del film, finché non erano completamente distrutte.

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Gli artisti che dipingevano queste locandine non sempre avevano visto il film in questione. Si basavano quindi sul titolo e sulle immagini che suggeriva, tiravano insomma a indovinare cosa potesse succedere nella pellicola; oppure cercavano di ricopiare le locandine occidentali inserendovi però elementi che avessero un certo appeal per il pubblico ghanese. Questo risulta in un effetto spiazzante, per chi conosce i film in questione, perché nelle locandine si riconoscono inesattezze, dettagli inventati e situazioni che non c’entrano assolutamente nulla con la vera trama.

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Un’altra caratteristica peculiare di questi poster cinematografici è la mescolanza di alcuni tratti palesemente africani con molte altre influenze, come ad esempio alcuni accenni cubisti o surrealisti. Alcuni di questi pittori, infatti, provenivano da scuole d’arte in cui avevano ricevuto un’educazione più o meno formale e, nonostante sbarcassero il lunario in questo modo, provavano ad inserire elementi più “raffinati” per far mostra del loro stile. Laddove i poster hollywoodiani, per risaltare nell’abbondanza dell’offerta, miravano alla sinteticità e al design accattivante che sottolineasse i volti delle star, i pittori ghanesi si concentravano invece sulla spettacolarità della scena epica, sullo shock della crudeltà, sul dettaglio macabro in grado di impressionare grandi e piccini.

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Alla fine degli anni ’90 le televisioni e i videoregistratori calarono di prezzo, e sempre più famiglie ghanesi furono in grado di acquistare la propria postazione TV; così i cinema mobili sparirono a poco a poco, e con loro questi manifesti folkloristici che perfino Walter Hill dichiarò “spesso più interessanti dei film stessi”. Oggi le locandine ghanesi sono molto ricercate dai collezionisti d’arte popolare africana – tanto che alcuni artisti continuano a produrle anche per i film più moderni.

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Quello che affascina in questi poster è innanzitutto il loro gusto kitsch e infantile, che di primo acchito ci sorprende e ci diverte, particolarmente oggi che siamo consumatori smaliziati ed iperimbottiti di blockbuster ed effetti speciali roboanti. Ma ad un secondo livello è impossibile non avvertire, di fronte a queste locandine, una piccola punta di nostalgia: sembrano parlarci di un’innocenza ormai perduta, quell’incanto primitivo delle immagini in movimento, il terrore e la meraviglia che ci si aspetta da un film d’avventura.

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Lo confessiamo. Anche a noi è capitato, tanti anni fa – in ragione della nostra allora giovane età? o perché erano diversi “i tempi”? – di provare un lungo brivido di trepidazione di fronte a una locandina che prometteva emozioni forti. Forse quello che ci commuove in questi poster è proprio il riconoscere quel tipo di ingenuità che ci permetteva (e permette ancora, di tanto in tanto) di vivere il cinema come un viaggio immaginario, una favola, un sogno costellato di suggestive emozioni.

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Il dentista di Jaipur

Falk Peplinski è l’autore di questo cortometraggio documentario che narra la quotidianità del dentista Pushkar e del suo maestro Pyara Singh, che operano nei pressi della stazione ferroviaria di Jaipur. Nonostante il tono ironico, questo breve (ma intenso!) filmato vuole essere una dichiarazione d’amore per l’India, paese in cui tutto può succedere…

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R.I.P. Jacopetti

L’uomo che inventò i mondo movies non c’è più.

Ieri si è spento a 91 anni Gualtiero Jacopetti, controverso regista assieme a F. Prosperi di Mondo Cane (1962), Mondo Cane 2 (1963) e Africa Addio (1966).

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Snuff Movies

Di tanto in tanto, nelle notizie di cronaca più sensazionalistiche, fanno capolino i fantomatici snuff movies. Se ne parla da decenni e, nonostante le centinaia di pagine di inchiostro scritte al proposito, l’alone di mistero che li circonfonde resiste. Cosa sono esattamente?

Molti di voi sapranno già la risposta: si tratta di film prodotti a basso budget in cui vengono mostrate sevizie e torture reali, che culminano con l’uccisione del “protagonista” davanti al freddo occhio della videocamera, senza effetti speciali e senza trucchi. La morte violenta e reale della vittima di uno snuff movie garantisce un mercato esclusivo per la pellicola in questione, che viene venduta  a peso d’oro ai collezionisti più morbosi e depravati. Questo, almeno, è quanto si racconta. Sì, perché in verità nessuno ha mai visto uno snuff movie.

Essendo la morte, nella nostra cultura, un tabù progressivamente sostituito dalla sua immagine, sempre più onnipresente, la curiosità di vedere la morte, nell’esatto momento in cui avviene, cresce di continuo. Così, di filmati che mostrano la morte in diretta se ne trovano a centinaia su internet: dai classici intramontabili quali il suicidio di Budd Dwyer (prima grande star del voyeurismo mediatico, suo malgrado), fino alle decapitazioni ad opera dei terroristi islamici, alle atrocità di guerra negli stati sovietici o agli incidenti fatali più agghiaccianti, la morte su internet è presente in abbondanza. Trovare addirittura fotografie e filmati realizzati da alcuni serial killer, che mostrano violenze e smembramenti davvero agghiaccianti, è in definitiva un gioco da ragazzi.

Ma gli snuff sarebbero qualcosa di differente. Lo snuff movie dovrebbe avere alle spalle una vera e propria produzione, ed essere girato con l’unico scopo di mostrare un omicidio reale, senza alcuna altra motivazione che il profitto derivante dalla vendita del film. I filmati in cui vediamo un serial killer uccidere le sue vittime non sono snuff, perché originariamente intesi per uso personale. Lo snuff vero e proprio prevede una organizzazione che intrappola vittime innocenti e le sacrifica in nome di un mercato sotterraneo alla ricerca di emozioni sempre più forti.

Insomma, avete capito l’antifona: qualche miliardario senza scrupoli (solitamente americano) ordina un filmato di morte, e un gruppo di persone organizza un apposito set (solitamente in Sudamerica, dove la vita è più a buon mercato), per realizzarlo con il “contributo” di una ignara attrice assassinata davanti alla macchina da presa. Non so se in questo momento a voi sta suonando un campanello di allarme. Farebbe bene a suonare, con una scritta lampeggiante che dice “LEGGENDA METROPOLITANA”.

Analizziamo i concetti base della storia. Il ricco miliardario è in realtà un morboso e sadico voyeurista. Già questo personaggio (basato sull’idea che i soldi rendono “sporchi” e “diabolici”, e spingono alla ricerca dell’estremo onanismo sadico, visto che i piaceri comuni non bastano più) puzza di cliché. Se esaminiamo il resto della leggenda – la prostituta spesso proveniente dal Terzo Mondo, a sottolineare come la gente povera sia disposta a tutto – ci ritroviamo all’interno dei più triti preconcetti da bar. Unite a questo una spruzzata di superstizione nei riguardi della macchina da presa che “ruba l’anima”, un etto di chiacchiere sull’assenza di scrupolo da parte dei media, ed ecco che la leggenda diventa plausibile agli occhi dei più.

Nessuno snuff è mai stato ritrovato in nessun angolo del mondo, fino ad ora. Né l’FBI, né alcuna altra organizzazione investigativa ne ha mai rilevato traccia. E, nell’era di internet, nessuno snuff è mai affiorato sulla rete. La storia di questa persistente leggenda urbana è particolarmente interessante perché, a differenza di altri miti moderni, ha un inizio ben preciso.

Nel 1971 Michael e Roberta Findlay girano in Cile e Argentina un film intitolato Slaughter. La pellicola cercava di far leva sulla strage di Bel Air, avvenuta due anni prima, nella quale perse la vita anche la moglie di Roman Polanski, Sharon Tate, ad opera degli adepti di Charles Manson. Slaughter si rivela un filmaccio a basso budget della peggior specie, ma viene acquistato per una miseria dal distributore Allan Shackleton nel ’72. Per distribuire una tale porcheria, Shackleton (che era della vecchia scuola di distributori di sexploitation, abituato a inventarsi le trovate più mirabolanti pur di vendere una pellicola) decide che ci vuole una mossa di marketing costruita a regola d’arte.

Mette così in piedi una campagna pubblicitaria ad effetto, lasciando intendere che il film sia stato originariamente sequestrato dalla polizia mentre veniva contrabbandato dal Sudamerica agli Stati Uniti, e che presenti nel finale una sequenza di omicidio non simulata. Cambia il titolo della pellicola in Snuff.  Distribuisce addirittura ritagli di giornale a firma di un giornalista, “Vincent Sheehan”, che nei suoi articoli astiosi polemizza contro l’uscita del film nelle sale. Sheehan è ovviamente un altro parto della fervida fantasia di Shackleton.

“L’isteria della stampa fa il resto: i critici di tutto il paese si lanciano in fumiganti filippiche contro il film, prendendo per buone le panzane di Shackleton e dando così credibilità alle voci giudiziosamente sparse dal distributore. Prima ancora di uscire nelle sale, Snuff è già oggetto di scandalo e riprovazione. Il bello è che Shackleton deve ancora preparare il finale vero e proprio del film, che rimpiazzerà quello originario di Slaughter: i cinque minuti finali vengono girati […] in un solo giorno in un appartamento di Manhattan, al costo di 10.000 dollari” (da Sex and Violence, di R. Curti e T. La Selva, 2003, Lindau).

Nonostante Shackleton sia in seguito costretto ad ammettere che si trattava di una bufala, il clamore suscitato dalla pellicola fonda il mito degli snuff movie. Da lì in poi, sarà tutto un susseguirsi di operazioni di bassa exploitation che cercheranno di sfruttare quest’idea geniale. Nei cosiddetti mondo movies italiani molte scene “documentaristiche” sono in realtà ricreate ad arte e spacciate per vere, e così farà anche Ruggero Deodato nel suo famigerato Cannibal Holocaust (1978): il regista chiederà addirittura agli attori (tra i quali figura un giovane Luca Barbareschi, protagonista di una controversa scena in cui spara a un maialino) di scomparire dalla circolazione nei mesi successivi all’uscita del film, per alimentare la leggenda che le loro “morti” non fossero simulate.

Con regolarità, nei decenni successivi, di tanto in tanto spunta qualche sequenza di sevizie che fa il giro del mondo perché ritenuta uno snuff, salvo poi rendersi conto che è stata estrapolata da qualche film horror di bassa lega. Anche l’attore Charlie Sheen viene gabbato nel 1997, quando viene in possesso di uno snuff incredibile: una donna giapponese, legata ad un letto, viene seviziata e fatta lentamente a pezzi da un uomo vestito da samurai. Sheen, sconvolto, consegna il filmato all’FBI, convinto che si tratti di torture vere. Si scoprirà quasi subito che le riprese provengono dalla serie TV giapponese Guinea Pig, girata negli anni ’80 e famosa per i suoi effetti speciali iperrealistici.

Per quanto possa sembrare sorprendente, ancora oggi la leggenda resiste, viva e vegeta, nonostante l’assenza di prove e le continue bufale smascherate di volta in volta. Ancora più strano è che questo mito perduri in un’epoca in cui basta un po’ di esperienza per scovare sulla rete diversi siti che propongono efferatezze e crudeltà (purtroppo) tutt’altro che inventate. Ma gli snuff movies evidentemente hanno un fattore in più, che fa presa sull’immaginario collettivo: come in una favola moderna, ci parlano simbolicamente dell’avidità umana, della mancanza di scrupoli e del pericoloso potere occulto delle immagini.

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