Link, curiosità & meraviglie assortite – 13

GIF art di Colin Raff

Gli ultimi tempi sono stati abbastanza densi, sulla scia della pubblicazione de Il pietrificatore.
Permettetemi un breve riassunto. 1) Sul Venerdì di Repubblica è uscito un bell’articolo a cura di Giulia Villoresi che prende le mosse dal libro per spaziare poi a più ampio raggio sulla nuova estetica del macabro, riservando delle belle parole a questo blog. 2) Sono stato ospitato dal sito svizzero Ossarium per la serie Death Expert of the Month, e rispondendo a una delle tre domande previste dal format ho raccontato un episodio tragico che mi ha particolarmente fatto riflettere. 3) Ho anche partecipato a The Death Hangout, podcast + serie YouTube in cui ho chiacchierato per mezz’ora a ruota libera assieme ai due conduttori Olivier e Keith, discutendo di musei e luoghi perturbanti, del significato simbolico dei resti umani, della crudeltà e bestialità della morte, ecc. 4) Infine le fotografie di Carlo Vannini sono servite da spunto alla bravissima Claudia Crobatia di A Course In Dying per le sue ottime considerazioni sulla curiosità morbosa, ma feconda, della generazione cresciuta con siti come Rotten.com.

E partiamo subito con i link, ma non prima di aver ripassato un classico, weirdissimo sketch dei Monty Python del 1972, in cui si immagina un film sull’idillio dei “bei tempi andati” della upper class inglese… diretto però da Sam Peckinpah, regista in quegli anni molto controverso per la violenza dei suoi western.

  • Il blog Rocaille — dedicato alla Bellezza che si nasconde nell’oscurità — è uno dei miei spazi virtuali preferiti. E di recente Annalisa ha visitato la wunderkammer Theatrum Mundi (di cui avevo parlato anch’io), che è uno dei miei spazi concreti preferiti. Per cui, figuratevi, la delizia è stata doppia.
  • Un’altra cara amica per cui nutro incondizionata ammirazione è la “cacciatrice di reliquie” Elizabeth Harper, che gestisce il sito All The Saints You Should Know. Qualche giorno fa è uscito un suo articolo davvero eccezionale sulle processioni della Settimana Santa a Zamora, in Spagna: durante le lunghe giornate dedicate alla celebrazione della morte di Cristo, ha assistito a un paradossale allentarsi dei freni sessuali inibitori. Ma è davvero un paradosso? Forse no, se l’erotismo, come affermato da Georges Bataille, non è altro che un’anticipazione della morte stessa, che annulla i nostri confini individuali. Ecco perché è così strettamente collegato all’estasi, e al sacro.

  • Visto che parliamo di Bataille: nella sua oscena Storia dell’occhio c’è un indimenticabile passaggio in cui la protagonista Simone si infila fra le gambe il bulbo oculare strappato al cadavere di un prete (l’incisione qui sopra, ispirata alla scena in questione, è di Bellmer).
    Un’immagine estrema e ributtante, quella della vagina oculata, ma a suo modo archetipica, e rappresentativa della complessa analogia occhio/uovo che attraversa tutto il racconto.
    Seguendo il medesimo accostamento tra creazione (“dare alla luce”) e visione, c’è chi ha inserito nei genitali femminili una macchina fotografica stenopeica. Il blog Brainoise ce ne parla in un affascinante articolo: diversi artisti hanno infatti provato a usare questi rudimentali e artigianali apparecchi in una fusione cronenberghiana con il corpo umano.
  • Per inciso, uno dei primi articoli postati su Bizzarro Bazar era dedicato proprio alle macchine stenoscopiche di Wayne Martin Belger, che contenevano al loro interno materiale organico e resti umani.
  • Il pittore Toru Kamei dipinge delle bellissime nature morte o, per meglio dire, non-proprio-morte. Eccone qualcuna:

  • Intervallo ridanciano: noi italiani, quando in rete si parla di ricette, sappiamo essere davvero esasperanti. Qualcuno prova a mettere un po’ di carne di pollo negli spaghetti e 3, 2, 1!, viene immediatamente subissato di commenti indignati, se non proprio di coloriti e maccheronici insulti. Al riguardo trovate un bell’articolo e un esilarante account Twitter.

  • Questo qui sopra è uno scheletrino mummificato ritrovato 15 anni fa nel deserto di Atacama in Cile. In tanti hanno sperato si trattasse di un alieno. I test del DNA hanno rivelato una verità più terrena, e più commovente.
  • Una tipica mattinata in Australia: ti svegli, ancora assonnato metti giù i piedi dal letto e ti accorgi che una delle pantofole è scomparsa. Dove accidenti sarà finita? Sei sicuro di averla lasciata lì ieri sera, di fianco all’altra. Sei anche abbastanza sicuro che ieri sera, in camera da letto, non c’era quel pitone di tre metri.

  • Sempre in Australia, una famigliola in gita in spiaggia ha scoperto il più antico messaggio in una bottiglia mai ritrovato.
  • Nel frattempo il grande Mariano Tomatis si è messo alla ricerca del tesoro della mitica città perduta di Rama, sulle pendici del Rocciamelone, basandosi su un vecchio e oscuro saggio esoterico di fine Ottocento. I misteri della Valsusa sono scandagliati nel suo nuovo libro bifronte, scritto assieme a assieme a Davide Gastaldo e Filo Sottile: Il codice Dell’Oro/Roc Maol e Mompantero. Potete scoprire i retroscena nello speciale dedicato alla strana pubblicazione.
  • In a Parallel Universe è una serie di fotografie di Eli Rezkallah che ribaltano umoristicamente alcune pubblicità sessiste degli anni ’50.

  • C’è una buona probabilità che conosciate il Mardi Gras di New Orleans, la parata di carnevale con i celebri carri colorati e i costumi appariscenti. Meno nota è la sua versione più viscerale, che si tiene in diverse comunità Cajun della Louisiana del sud: il courir de Mardi Gras. Maschere inquietanti di antichissima tradizione che sbeffeggiano i vestiti dei nobili e del clero, eserciti di burloni indisciplinati che portano il caos per le strade e che vengono frustati da capitani a cavallo, polli sacrificali rincorsi per i campi ricoperti di fango… ecco alcune meravigliose foto in bianco e nero dell’eccentrica manifestazione. (Grazie, Elisa!)

  • Esistono numerose vanitas “metamorfiche”, che contengono al loro interno un teschio visibile soltanto se si guarda l’immagine da una certa distanza. Questa qui sotto è in assoluto la mia preferita, per via dell’inusuale vista laterale e della perfetta sintesi di Eros e Thanatos; qualcuno sa chi è l’artista? [EDIT: si tratta di Bernhard Gutmann, 1905, “In the midst of life we are in death”. Grazie Roberto!]

  • In Vermont le case di campagna hanno spesso una finestra storta, che all’apparenza non ha alcuna utilità pratica. Forse però serve per scoraggiare eventuali streghe che si trovassero a svolazzare da quelle parti.
  • Mi è un po’ impazzito il Twitter da quando ho postato le foto di questa superba capra, diffusa principalmente in Siria e Libano. La razza è il risultato di un’attenta selezione genetica e ha vinto svariati concorsi di bellezza per ruminanti. E scommetto che questa maliarda farebbe strage di cuori anche nella taverna di Guerre Stellari.

  • Infine, vorrei lasciarvi con un regalo che spero sia gradito: ho creato una playlist su Spotify per tutti i lettori di Bizzarro Bazar.
    Un’offerta musicale molto eterogenea, ma con un comune denominatore che in definitiva è lo stesso del blog: la meraviglia. Che si tratti di un pezzo indie sperimentale, una melodia dark, una polka squinternata e indiavolata, un brano nostalgico, un vecchio blues sulla morte, una rivisitazione ironica e weird di qualche tema classico, oppure di outsider music suonata da senzatetto e personaggi devianti, questa è musica in grado di sorprendere l’ascoltatore, trasportarlo in paesaggi sonori insoliti, talvolta farlo uscire dalla zona di comfort.
    Ogni brano è stato selezionato per un motivo preciso che potrei anche esporvi in maniera didascalica — ma non lo farò. Vi lascerò il piacere della scoperta, e anche la libertà di indovinare la ragione che mi ha spinto a includere questo o quest’altro.
    La playlist consiste di oltre 8 ore di musica (e continuerò ad aggiungerne), il che dovrebbe garantire a chiunque di trovare qualcosina di stimolante, che magari faccia da spunto a nuove ricerche e scoperte. Buon ascolto!

Le violon noir

Il direttore d’orchestra piemontese Guido Rimonda, virtuoso del violino, possiede uno strumento eccezionale: lo Stradivari Leclair del 1721.
Come tutti gli Stradivari, anche questo violino ha ereditato il nome del suo più celebre proprietario: Jean-Marie Leclair, considerato il padre della scuola violinistica di Francia, “il più italiano dei compositori francesi”.
Ma lo strumento porta anche l’inquietante nomignolo di “violino nero” (violon noir): è infatti protagonista di un’oscura leggenda che riguarda proprio Jean-Marie Leclair, morto in circostanze drammatiche e misteriose.

Nato a Lione il 10 maggio 1697, Leclair godette di una straordinaria carriera: cominciò come primo ballerino al Teatro dell’opera di Torino – all’epoca i violinisti dovevano essere anche maestri di danza – e, stabilitosi a Parigi, a partire dal 1728 si guadagnò il favore di pubblico e critica grazie alle sue composizioni eleganti e innovative. Applaudito ai Concerts Spirituels, autore di numerose sonate per violino e basso continuo nonché per flauto, si esibì in Francia, Italia, Inghilterra, Germania e Paesi Bassi. Appuntato ordinario di musica e direttore della regia orchestra da Luigi XV nel 1733 (carica che per quattro anni condivise a rotazione con il suo rivale Pierre Guignon, prima di licenziarsi per i continui dissapori), venne ingaggiato anche alla corte d’Orange sotto la Principessa Anna.
Il suo declino cominciò nel 1746 con la sua prima e unica opera lirica, Scilla e Glauco, che non ebbe il successo sperato nonostante sia oggi considerata un piccolo capolavoro capace di fondere suggestioni italiane e francesi, antiche e moderne. Il successivo impiego al teatro di Puteaux, diretto dal suo ex-studente Antoine-Antonin duca di Gramont, si concluse nel 1751 a causa dei problemi finanziari del duca.

Nel 1758 Leclair si separò dalla seconda moglie, Louise Roussel, dopo ventotto anni di matrimonio e di collaborazione (la consorte, anch’ella musicista, aveva inciso in rame tutti i suoi lavori). Amareggiato sentimentalmente e professionalmente, si ritirò a vivere da solo in una piccola casa nel Quartier du Temple, all’epoca una zona pericolosa e malfamata di Parigi.
Le storie che cominciarono a circolare sul suo conto erano tante, e spesso diametralmente opposte: si diceva che egli, divenuto misantropo, vivesse recluso rifiutando ogni visita e facendosi passare i viveri con una carrucola; altri al contrario sostenevano che conducesse l’esistenza dissoluta del libertino.

Nemmeno la morte del musicista mise un punto finale a queste dicerie, anzi: perché il 23 ottobre del 1764, Jean-Marie Leclair venne trovato assassinato, con tre pugnalate, all’interno della sua abitazione. L’omicida non fu mai catturato.

Negli anni e nei secoli a venire, il giallo riguardante la sua morte non ha cessato di incuriosire gli amanti della musica, e come ci si può aspettare è sorta anche una leggenda “nera” sul suo conto.
La versione più popolare, raccontata spesso da Guido Rimonda, vuole che Leclair, appena dopo essere stato pugnalato, avesse raccolto le ultime forze per stringere al petto lo Stradivari.
Il violino era l’unica cosa che, nella sua misantropia, egli ancora amava.
Il cadavere fu trovato soltanto due mesi dopo la morte, mentre ancora teneva tra le mani lo strumento musicale; decomponendosi, la sua mano aveva lasciato sul legno un’impronta nera e indelebile, visibile ancora oggi.

Che si tratti, appunto, di una leggenda, lo dimostrerebbero i rapporti della polizia che, oltre a non fare menzione del famoso violino, raccontano il ritrovamento della vittima la mattina successiva all’omicidio (e non a mesi di distanza):

Il 23 ottobre 1764, di mattina presto, un giardiniere di nome Bourgeois […] passando davanti alla casa di Leclair si accorgeva che la porta era aperta. Quasi al medesimo istante arrivava sul luogo Jacques Paysan, il giardiniere del musicista. La casa piuttosto triste del violinista aveva un giardino in una corte interna. Ed entrambi gli uomini, avendo notato il cappello e la parrucca di Leclair che giacevano nel giardino, come precauzione cercarono dei testimoni prima di penetrare nella casa. Assieme a qualche vicino, entrarono dal musicista e lo trovarono per terra nel suo vestibolo. […] Jean-Marie Leclair era steso sulla schiena, con la camicia e la canottiera macchiate di sangue. Gli erano state inferte tre ferite con un oggetto appuntito, una sopra il capezzolo sinistro, l’altra sotto lo stomaco sul fianco destro, e la terza al centro del petto. Di fianco al corpo giacevano diversi oggetti, che sembravano essere stati posti lì intenzionalmente. Un cappello, un libro intitolato L’èlite des bons mots, della carta da musica, e un coltello da caccia privo di tracce di sangue. Leclair indossava il cinturone di questo coltello ed era evidente che l’assassino aveva ideato tutta questa messa in scena. L’esame del cadavere, compiuto dal signor Pierre Charles, chirurgo, riportava delle ecchimosi nella parte lombare, al labbro superiore e inferiore e alle ossa della mascella, il che provava che dopo una lotta con il suo assassino Leclair era stato buttato a terra di schiena.

(in Marc Pincherle, Jean-Marie Leclair l’aîné, 1952,
citato in Musicus Politicus, Qui a tué Jean-Marie Leclair?, 2016)

I sospetti della polizia si concentrarono sul giardiniere Jacques Paysan, la cui testimonianza era incerta e imprecisa, ma soprattutto sul nipote di Leclair, François-Guillaume Vial.
Quest’ultimo, un uomo di una quarantina d’anni, era figlio della sorella di Leclair; musicista egli stesso, arrivato a Parigi verso il 1750, da tempo perseguitava lo zio affinché lo facesse entrare al servizio del Duca di Gramont.
Sempre secondo il rapporto di polizia, Vial “si lamentava di ingiustizie che lo zio gli avrebbe fatto subire, dichiarava che aveva avuto quello che si meritava visto che aveva sempre vissuto come un lupo, che era un maledetto pezzente che se l’era cercata, e che aveva abbandonato sua moglie e i suoi figli per ridursi a vivere tutto solo in quella casa rifiutando di vedere chiunque della sua famiglia”. Vial fornì dichiarazioni contraddittorie agli inquirenti, oltre ad un alibi maldestro e palesemente falso.

Eppure, forse scoraggiati dalla doppia pista, gli investigatori decisero di archiviare il caso. All’epoca le indagini erano tutt’altro che scientifiche, e in casi come questi ci si limitava a interrogare i vicini e i familiari; l’assassinio di Leclair rimase così insoluto.

Ma torniamo alla macchia nera che impreziosisce il violino di Rimonda. Nonostante le fonti sembrino smentirne la provenienza “maledetta”, mai come in questo caso la veridicità storica si rivela ben poco rilevante in confronto alla portata della narrativa leggendaria.

Il violon noir è un autentico simbolo, quanto mai affascinante: appartenuto a un artista pienamente iscritto nell’epoca dei Lumi, esso ci parla invece dell’Ombra.
Mantiene impressa nel legno l’impronta della morte (lo spirito del defunto attraverso la sua traccia fisica), e si fa emblema della violenza, della crudeltà che gli esseri umani si infliggono l’un l’altro a dispetto della Ragione. Ma il marchio nero – quell’ultimo, affettuoso e disperato abbraccio di Leclair al suo strumento – è anche il segno dell’amore di cui l’uomo è capace: amore per la musica, per l’impalpabile, per la bellezza, vale a dire per tutto ciò che è trascendente.

Se ogni Stradivari è inestimabile, il violino di Rimonda lo è doppiamente in quanto rappresenta tutto ciò che c’è di terribile e di meraviglioso nella nostra natura. E quando lo si ascolta, sembra sprigionare diverse voci al medesimo istante: la personalità di Rimonda, che in maniera sublime esegue le note vere e proprie, si mescola con quella di Stradivari, percepibile nella limpidezza del timbro. Ma una terza presenza sembra aleggiare: è la memoria di Leclair e, assieme, la sua rivincita. Dimenticato in vita, continua oggi a riecheggiare attraverso l’adorato violino.

Potete ascoltare il violino di Rimonda nell’album Le violon noir, disponibile in CD e in formato digitale.

(Grazie, Flavio!)

Link, curiosità & meraviglie assortite – 12

Eli Bowen “la Meraviglia Senza Gambe”, con famiglia al completo, vi dà il benvenuto a questa nuova raccolta di notizie e stranezze dal mondo! Partiamo senza indugi!

  • Qui sopra nella foto, Walt Disney illustra il suo progetto per delle maschere di Topolino… un po’ particolari.
  • I globster sono misteriosi ammassi gelatinosi di origine organica che vengono ritrovati di tanto in tanto sulle spiagge di tutto il mondo. Qui la spiegazione di cosa sono davvero.

  • Una soluzione per mettere d’accordo vegani, vegetariani e carnivori? La bio-economia post-animale, e tra le altre cose punta a far “crescere” la carne in laboratorio a partire da cellule staminali.
    Un metodo del tutto indolore per gli animali, che potrebbero finalmente vivere le loro vite tranquilli, senza che si debba rinunciare a una bella bistecca, a un bicchiere di latte, a un uovo in camicia. E non si tratterebbe di prodotti alternativi ma proprio del medesimo prodotto, sviluppato in maniera tra l’altro più sostenibile rispetto all’agricoltura lineare (che ha dimostrato di essere problematica per quantità di terreno, sostanze chimiche, pesticidi, risorse energetiche, acqua impiegata, lavoro necessario, e gas serra emessi).
    Prendete per esempio il tanto controverso foie gras: in futuro potrebbe venire prodotto a partire dalle cellule staminali contenute sulla punta di una piuma d’oca. Sembra fantascienza, ma il primo foie gras da laboratorio è già realtà, e questo giornalista l’ha assaggiato in anteprima.
    Restano soltanto due scogli: da una parte occorre ridurre i costi della tecnica, ancora troppo alti per un utilizzo su larga scala (ma non ci vorrà molto tempo); dall’altra, c’è il piccolo dettaglio che si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che agricola. Bisognerà scoprire come reagiranno gli allevatori tradizionali, e soprattutto se i consumatori abituali di carne saranno disposti a provare i nuovi prodotti cruelty-free.

  • La città di Branau am Inn, in Austria, è tristemente nota per aver dato i natali a un certo dittatore di nome Adolf. Ma andrebbe ricordata, invece, per un’altra storia: quella di Hans Steininger, borgomastro che il 28 settembre del 1567 venne ucciso dalla sua stessa barba. Una lanugine folta e prodigiosamente lunga, che gli risultò fatale durante un grande incendio: nella concitazione della fuga dalle fiamme, il sindaco Hans dimenticò di arrotolare i suoi due metri di barba e metterseli in tasca, come faceva abitualmente, vi inciampò e precipitò giù per le scale spezzandosi il collo.
    Dato che nel ‘500 non esistevano ancora i Darwin Awards, i concittadini eressero una bella lapide sul fianco della chiesa e conservarono la barba assassina, ancora oggi visibile nel museo civico di Branau. Come monito, suppongo, per quelli che fanno gli originali a tutti i costi.

  • Ma se pensate che le morti imbecilli siano un’esclusiva umana, sentite questa: “a causa dell’umidità dell’ambiente e della lentezza con cui un bradipo si muove, nella sua pelliccia crescono dei vegetali. Questo, in combinazione con la vista scarsa, fa sì che alcuni bradipi afferrino il proprio stesso braccio, credendolo un ramo d’albero, e cadano verso morte certa.” (via Seriously Strange)

  • E ancora, come non citare quel genio di un roditore che si infilò in una trappola per topi vecchia di 155 anni esposta in un museo?
  • Sei sempre così ombroso e depresso, dicevano.
    Perché non impari a suonare uno strumento musicale, così ti rilassi e ti diverti?, dicevano.
    Li ho accontentati.

  • L’Olandese Volante del XX° secolo si chiama SS Baychimo, una nave cargo incagliatasi nei ghiacci dell’Alaska nel 1931 e abbandonata. Per i trentotto anni successivi il relitto fantasma è stato avvistato in diverse occasioni; c’è anche chi è riuscito a salire a bordo, ma ogni volta la Baychimo è sempre riuscita a sfuggire senza farsi ricatturare. (Grazie, Stefano!)
  • La terribile storia di “El Negro”, ovvero quando i cercatori di curiosità naturali nelle colonie non spedivano indietro in Europa soltanto pelli di animali, ma anche di esseri umani che avevano dissotterrato di notte dalle loro tombe.

  • Visto che parliamo di resti umani, otto anni fa veniva organizzata la più grande mostra itinerante di mummie (45 in totale). Non avete avuto la fortuna di vederla? Neanch’io. Ma ecco un po’ di belle foto.
  • Quando il senso estetico giapponese permea ogni più minuscolo dettaglio: date un’occhiata a queste due pagine tratte da un manoscritto del tardo Diciassettesimo secolo, che mostrano i vari tipi di design per i wagashi (dolcetti tipici serviti durante la cerimonia del tè). Food porn ante litteram.
  • Alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin e dell’Università del Maryland hanno creato dei brani musicali espressamente studiati per piacere ai gatti, con frequenze e suoni che dovrebbero essere, almeno in teoria, “felino-centrici“. Le tracce si possono acquistare, anche se a dire la verità i sample proposti non sembrano aver impressionato particolarmente i miei gatti. Ma quei due sono schizzinosi e viziati.
  • Un articolo di due anni fa, purtroppo ancora attuale: le persone transgender faticano ad essere riconosciute come tali perfino da morte.

“Quasi pronta caro, mi metto due perle e usciamo.”

  • Tra i musei più bizzarri, un posto di rilievo va tributato al Museum of Broken Relationships. Consiste di oggetti, donati dal pubblico stesso, che stanno a simboleggiare una relazione sentimentale ormai terminata: la collana di perle che un fidanzato violento aveva regalato alla sua ragazza per farsi perdonare gli ultimi abusi; un’ascia usata da una donna per sfasciare tutto il mobilio di una ex; i volumi di Proust che un marito leggeva ad alta voce a sua moglie — con le ultime 200 pagine ancora intonse, perché la loro relazione è finita prima del libro. Va be’, ma quale storia dura più a lungo della Recherche? (via Futility Closet)

In chiusura, vi ricordo che sabato 17 sarò a Bologna presso la libreria-wunderkammer Mirabilia (via de’ Carbonesi 3/e) per presentare il nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar. Con me anche il fotografo Carlo Vannini e Alberto Carli, curatore della Collezione Anatomica Paolo Gorini. Vi aspetto!

Tiny Tim, il reietto trovatore

Ricorda, è meglio essere una vecchia gloria
che non essere mai stato nessuno.
(Tiny Tim)

Il fatto che un outsider come Tiny Tim sia arrivato al successo, seppure breve, è senza dubbio da imputare all’appetito per le stranezze tipico degli anni ’60, quelli dell’etica/estetica del Freak Out!, perennemente alla ricerca di un pop non allineato e dalla follia liberatoria e sovversiva.
Eppure, rispetto a molti altri weird acts dell’epoca, questo bizzarro personaggio incarnava a suo modo un’innocenza e una purezza in cui la Love Generation si rispecchiava in pieno.

Al secolo Herbert Khaury nato a New York nel 1932, Tiny Tim era un omone grande e grosso, dall’enorme naso aquilino e dai lunghi capelli disordinati. Nonostante in realtà fosse un maniaco della pulizia e non avesse passato un giorno della sua vita senza farsi una doccia, dava sempre l’impressione di una certa untuosità. Si presentava sul palcoscenico in maniera quasi imbarazzata, il volto ricoperto di uno strato di cerone bianco, e tirava fuori da un sacchetto di carta il suo fido ukulele; i suoi occhi roteavano in maniera ambigua, caricati di un’enfasi melodrammatica fuori luogo. E quando incominciava a cantare, arrivava l’ultimo shock. Da quel volto vagamente inquietante si levava un incredibile, tremolante falsetto da bambina. Come se una Shirley Temple fosse rimasta imprigionata nel corpo di un gigante.

Ad aumentare l’effetto straniante contribuiva anche la scelta dei brani eseguiti da Tiny Tim sul suo ukulele: quasi invariabilmente oscure melodie degli anni ’20 o ’30, dal sapore già antico, reinterpretati in maniera affettata e ironica.

Facile sospettare che si trattasse di un personaggio creato a tavolino, con l’intento di perturbare e al tempo stesso di suscitare una risata. E le risate di sicuro non infastidivano Tiny Tim. Ma il vero segreto di questo eccentrico artista è che non portava alcuna maschera.
Tiny Tim era sempre rimasto un bambino.

Justin Martell, autore della biografia più completa sull’artista (Eternal Troubadour: The Improbable Life of Tiny Tim, con A. Wray Mcdonald), ha avuto occasione di decifrare alcuni diari di Tiny, compilati talvolta in scrittura bustrofedica: e qui si scopre che effettivamente per poco egli evitò l’ospedale psichiatrico.
Che i tratti peculiari della sua personalità avessero o meno a che fare con qualche disturbo nello spettro autistico, come è stato ipotizzato, l’unica cosa certa è che il suo infantilismo non era una messinscena. In grado di ricordare i nomi di chiunque incontrasse, mostrava un rispetto d’altri tempi per qualsiasi interlocutore – fino a riferirsi alle sue tre mogli chiamandole invariabilmente “signorina”: Miss Vicki, Miss Jan, Miss Sue. I primi due matrimoni fallirono anche per il suo dichiarato disgusto per il sesso, alle cui tentazioni resisteva strenuamente, da fervente cristiano. Un altro elemento che fece scalpore all’epoca era proprio il candore e la schiettezza con cui Tiny Tim parlava pubblicamente della sua vita sessuale, o dell’assenza della stessa. “Ringrazio Dio che mi ha dato la capacità di guardare tranquillamente le donne nude e avere solo pensieri puri”, diceva.
A sentire lui, era stato proprio Gesù che gli aveva rivelato l’abilità di cantare in falsetto, nonostante il suo timbro di baritono naturale (che spesso utilizzava come “seconda voce”, da alternare al registro più alto). “Stavo cercando uno stile originale che non suonasse come Tony Bennett o chiunque altro. Così pregai il Signore, e mi risvegliai con questa voce acuta e verso il 1954 partecipavo già a concorsi per principianti, e vincevo”.

Il palco era evidentemente tutta la sua vita, e che il pubblico lo trovasse buffo oppure che ne apprezzasse le qualità canore era tutto sommato indifferente: a Tiny Tim interessava portare gioia. Questa era la sua ingenua idea di show business – si trattava soltanto di essere amato, e di contraccambiare l’affetto regalando un po’ di allegria.

Tiny era un avido ricercatore d’archivio della musica americana di inizio secolo, di cui possedeva una conoscenza enciclopedica. Idolatrava i classici crooner come Rudy Vallee, Bing Crosby e Russ Columbo: e in un certo senso proprio ai suoi eroi faceva il verso, quando cantava degli standard come Livin’ In The Sunlight, Lovin’ In The Moonlight o My Way. Il suo humor cartoonesco non cessava comunque mai di essere rispettoso e reverenziale.

Tiny Tim ebbe un clamoroso e inaspettato successo nel 1968 con il singolo Tiptoe Through The Tulips, che raggiunse il diciassettesimo posto della classifica annuale; l’album di debutto da cui era tratto, God Bless Tiny Tim, godette di analoga fortuna di critica e pubblico.
Di colpo proiettato verso un’implausibile fama, accettò l’anno seguente di sposare la fidanzata Victoria Budinger in diretta TV al Tonight Show di Johnny Carson, di fronte a un’audience da record di 40 milioni di spettatori.

Nel 1970 si esibì al famoso rock festival dell’Isola di Wight, dopo Joan Baez e prima di Miles Davis; con la sua versione di There’ll Always Be An England riuscì, nelle parole della stampa, a rubare la scena “senza un singolo strumento elettrico”.

Ma il trionfo non durò a lungo: Tiny Tim ritornò poco dopo alla relativa oscurità che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua carriera. Durante tutti gli anni ’80 e ’90 visse di alterne fortune, tra matrimoni falliti e difficoltà economiche, invitato sporadicamente a programmi televisivi o radiofonici, e incidendo album in cui i suoi amati brani del passato erano inframezzati a cover di successi pop contemporanei (dagli AC/DC ai Bee Gees, da Joan Jett ai Doors).

Secondo una delle leggende che circolano sul suo conto, ogni volta che faceva una telefonata chiedeva al suo interlocutore: “hai fatto partire il registratore?
E in effetti in ogni intervista Tiny sembrava sempre intento a costruire una sua personale mitologia, a sviluppare il suo ideale romantico di artista “maestro di confusione”, spiazzante, sfuggente a qualsiasi categoria. Secondo alcuni, rimase sempre “un reietto solitario inebriato dalla fama”; anche quando la fama l’aveva ormai abbandonato. L’uomo che un tempo si accompagnava con i Beatles o con Bob Dylan, invitato a tutti i compleanni delle star, a poco a poco venne dimenticato e finì a suonare per pochi spiccioli in locali di terz’ordine, e perfino nei circhi. “Finché la mia voce resiste, e c’è un Holiday Inn che mi aspetta, va tutto alla grande”.

Come performer non smise mai di esibirsi, instancabilmente impegnato in logoranti tour attraverso gli States che alla fine richiesero il dazio: malato di cuore, contro il parere del medico Tiny Tim decise di continuare a cantare di fronte ai suoi sempre meno numerosi fan. Il secondo, fatale infarto arrivò il 30 novembre 1996 sul palcoscenico di una serata di beneficenza, mentre cantava la sua hit più celebre, Tiptoe Through The Tulips.

E proprio così, “in punta di piedi”, come recitava la canzone, quest’essere eternamente romantico, idealista, di rara gentilezza lasciò il mondo, e la scena, senza grande clamore.
Il pubblico se n’era già andato, e la sala era ormai semivuota.

R.I.P. Leonard Cohen

Aveva visto il futuro. Aveva conosciuto la tenebra e la luce. Aveva sempre osservato il mondo senza sconti, con una sincerità talvolta crudele perfino con se stesso, non esitando a farci parte dei suoi fallimenti. Aveva anche compreso come siano proprio quelle ferite che portiamo dentro di noi, a permettere la bellezza.
Negli ultimi tempi, dava l’idea di un uomo che si preparava alla morte spogliandosi delle sue maschere, ad una ad una.
È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. Sappi che ti sono così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia.” Così scriveva pochi mesi fa a Marianne Ihlen, la musa che aveva l’ispirato  e che si trovava in quei giorni sul letto di morte.

Il percorso di Leonard Cohen è stato tormentato, in perenne precario equilibrio fra i due estremi dello spettro dell’esperienza: vizio ed estasi, depressione e misticismo, eccessi e frugalità, cinismo e romanticismo.
Eppure sarebbe vano cercare di rintracciare nelle sue parole una qualsiasi indulgenza o presunzione. Guardatevi una sua qualsiasi intervista, e vedrete una modestia quasi imbarazzata (la sua leggendaria insicurezza gli diede in effetti non pochi problemi con le esibizioni dal vivo), e la gentilezza di chi è consapevole della pena di essere vivi.

Era questo il fulcro delle sue poesie, e della sua musica. La qualità liturgica di molti suoi testi era forse per lui il registro più naturale per affrontare il problema della sofferenza, ma non esitava a contaminarla con elementi profani. In effetti la sua è sempre stata una ricerca sintetica, un tentativo di conciliare gli opposti che aveva vissuto: e si traduceva anche in un paziente lavoro di condensamento sulla parola (cinque anni per scrivere Hallelujah, dieci per Anthem). Lo scopo era giungere il più possibile vicino alla perfezione della semplicità.
Arrivare a versi come questo, capace di riassumere in un breve tocco l’idea più autentica di amore: “Tu va’ per la tua strada / me ne andrò anch’io per la tua“.

Questa necessità di trascendenza aveva portato il “piccolo ebreo” innamorato della Cabala a sperimentare diversi sentieri spirituali, fino a rinchiudersi in un monastero Zen — e non da “turista”, ci rimase sei anni. Salvo comprendere infine, come confessava nell’ultimo singolo pubblicato, che i suoi demoni erano sempre stati vergognosamente borghesi e noiosi.

Già, quell’ultimo gioiello nero, You Want It Darker; una sorta di testamento o di preparazione alla fine.
Un cupo dialogo tra l’uomo-Cohen, l’Uomo di ogni epoca e latitudine, e un Dio con cui è impossibile il vero compromesso (“Se tu sei il banco, abbandono il gioco / Se tu sei il guaritore, allora io sono debole e spezzato / Se tua è la gloria, a me lasci la vergogna“); un Dio che si rifiuta di tendere la sua mano verso l’uomo, lasciandolo perduto nell’inferno che gli è stato preparato (“un milione di candele accese per un aiuto che non è mai arrivato“).
Un Dio freddo ed enigmatico dal cui mistero scaturisce perfino il Male, tanto che tutto l’orrore sembra nascere dal Suo ordine imperscrutabile: se Dio vuole questa Terra un po’ più oscura, noi uomini, pronti, “soffochiamo la fiamma“.
Ed è in questo desolante affresco che, come un fiato finale, come un’estrema preghiera, arriva quello straziante hineni. “Eccomi“, la parola pronunciata da Abramo mentre si accingeva a sacrificare suo figlio per conto del Signore.
Sono pronto“, sussurra Leonard.

Forse era davvero, finalmente, pronto.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 3

Nuova miscellanea di link interessanti e fatti bizzarri.

  • C’è un gruppo di famiglie italiane che diversi anni fa ha deciso di provare a vivere sugli alberi. Nel 2010 il giornalista vicentino Antonio Gregolin ha visitato questi misteriosi “eremiti” (non così reclusi, però, quanto si potrebbe pensare) firmando un meraviglioso reportage sul loro villaggio arboricolo.

  • Un interessante long read sul disgusto, sugli errori cognitivi in cui ci fa incappare, e su come potrebbe aver contribuito alla nascita della morale, della politica, delle leggi — in sostanza, alla creazione delle società umane.
  • Siete pronti per un viaggio musicale nel tempo e nello spazio? Su questo sito potete scegliere un paese del mondo e una decade dal 1900 ad oggi, e scoprire quali erano le hit discografiche del periodo. Organizzate il vostro itinerario/playlist con un taxi virtuale fissando tappe inconcepibilmente distanti tra loro: potreste partire dalle prime registrazioni di canti tradizionali della Tanzania, saltare alla disco coreana degli anni ’80, e approdare al caldo pop psichedelico norvegese anni ’60. Attenzione, crea dipendenza.
  • Parlando di tempo, è davvero un enigma come questa campagna di crowdfunding non abbia raggiunto l’obiettivo di finanziare la creazione dell’orologio minimalista definitivo. Sarebbe stato un accessorio perfetto per filosofi, e ritardatari.
  • L’ultimo numero della rivista Illustrati ha un titolo, e un tema, evocativo, “Cerchi di luce”. Nel mio contributo, racconto il Nord Est esoterico della mia adolescenza: L’unico chakra.
  • Durante la terribile alluvione che di recente ha colpito la Louisiana, alcune bare sono venute a galla. Una visione surreale, ma non del tutto inedita: ecco un mio vecchio post sullo Holt Cemetery di New Orleans, dove ciclicamente riaffiorano le ossa dei morti.

  • Restiamo nel cosiddetto Pelican State, dove per scongiurare la sfortuna ci si può sempre affidare agli incantesimi tradizionali, ormai diventati anche un business per turisti: ecco i cinque migliori negozi di armamentari voodoo di New Orleans.
  • Chi mi segue da un po’ mi avrà probabilmente sentito parlare di “meraviglia nera“, cioè della necessità di restituire alla meraviglia il suo dominio originario sulla tenebra. Un bell’articolo sulla filosofia dello stupore pubblicato da DoppioZero ribadisce il concetto: “lo stupore originario, il thauma non è sempre e soltanto un momento di grazia, un sentimento positivo: possiede una dimensione di orrore e di angoscia che prova chi si trova a contatto con una realtà ignota, sconosciuta, diversa, così altra da provocare turbamento e angoscia“.
  • Quali sono le mummie più antiche del mondo? Quelle dei Faraoni d’Egitto?
    Sbagliato. Le mummie dei Chinchorro, ritrovate nel deserto di Atacama tra Cile e Perù, sono antecedenti a quelle egiziane. E non di un secolo o due: di duemila anni.
    (Grazie, Cristina!)

  • Qualche giorno fa Wu Ming 1 mi ha segnalato un articolo su The Atlantic riguardo un imminente trapianto di testa: in realtà la notizia non è nuova, dato che il neurochirurgo torinese Sergio Canavero fa discutere di sé ormai da qualche anno. Su Bizzarro Bazar avevo trattato i trapianti di testa in un vecchio articolo, e se non ho mai parlato di Canavero, è perché tutta la faccenda in realtà suona molto sospetta.
    Riassumo velocemente la questione: nel 2013 Canavero crea un piccolo terremoto in ambito scientifico dichiarando realizzabile entro il 2017 il trapianto di testa (o meglio, di corpo) sull’essere umano. Il suo progetto HEAVEN/Gemini (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion) si propone di superare le difficoltà relative al ricollegamento dei tronconi di midollo utilizzando delle “colle” fusogene come il glicole polietilenico (PEG) o il chitosano per indurre l’unione tra le cellule del donatore e quelle del ricevente. Questo permetterebbe di fornire un nuovo corpo, più sano, a chi sta morendo a causa di una qualsiasi malattia (con l’ovvia eccezione delle patologie cerebrali).
    Non essendo stato preso sul serio, Canavero ci riprova a inizio 2015, annunciando in seguito di aver trovato un volontario per la complessa operazione, il trentenne russo Valery Spiridonov affetto da una malattia genetica incurabile. La comunità scientifica, ancora una volta, bolla le sue teorie come infondate, fantascientifiche e pericolose: la tecnologia dei trapianti ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, è vero, ma secondo gli esperti siamo ancora ben lontani dal poter affrontare una simile impresa sull’uomo — anche ammesso di soprassedere ai relativi dilemmi etici.
    A inizio di quest’anno, infine, Canavero annuncia di aver fatto progressi: con il supporto di un’équipe cinese, avrebbe testato con successo la sua procedura sui topi e perfino su una scimmia, facendo trapelare qualche video e qualche foto d’impatto.
    Come si può facilmente capire, la storia è però tutt’altro che cristallina. Canavero si sta distanziando sempre più dalla comunità scientifica, e sembra particolarmente insofferente nei confronti del sistema di peer-review, il quale (accidenti!) non gli permette di pubblicare le sue ricerche senza che esse siano vagliate e valutate a priori; anche l’annuncio dei suoi esperimenti sui topi e le scimmie è arrivato senza il supporto di alcuna pubblicazione. In sostanza, Canavero si è dimostrato molto abile a suscitare l’interesse dei media (divulgando la sua avanzatissima tecnica in TV, sui giornali e perfino a un paio di TEDx con l’ausilio di… pittoreschi e italianissimi spaghetti), e nel tempo è riuscito a costruirsi un’immagine di scienziato genialoide e un po’ matto, un Frankenstein visionario che potrebbe aver trovato la panacea di tutti i mali — se soltanto gli ottusi colleghi lo stessero ad ascoltare. Al contempo egli appare poco a suo agio con le regole deontologiche della scienza, e preferisce continuare a lanciare appelli ai “filantropi privati” di tutto il mondo, in cerca di qualche mecenate disposto a sborsare i 12 milioni e mezzo necessari per tentare l’esperimento d’avanguardia.
    Insomma, guardando questa vicenda è un po’ difficile non pensare a noti copioni analoghi. Mai dire mai, però: rimaniamo in attesa della prossima puntata, e nel frattempo…
  • …non resta che (ri)guardarsi  The Thing With Two Heads (1972), diretto dal genio dell’exploitation Lee Frost.
    Questa chicca ai confini del trash racconta le tragicomiche avventure di un chirurgo facoltoso e razzista — interpretato da un Ray Milland ormai giunto alla fase più ingloriosa della carriera — il quale, prossimo alla morte, elabora un complesso piano per far trapiantare la propria testa su un corpo sano; ma finisce per risvegliarsi attaccato alla spalla di un uomo di colore condannato a morte che è determinato a provare la sua innocenza. Inseguimenti, gag sconclusionate e situazioni deliranti, per uno dei film più weird di sempre.

Regali di Natale – II

La frenesia consumistica vi ha contagiato come ogni fine anno? Siete vittime del panico da ultimo minuto, che azzera ogni idea e fa tabula rasa di qualsiasi creatività? Tutti i regali degli altri vi sembrano sempre più originali dei vostri?
Ecco alcuni “consigli per gli acquisti” targati Bizzarro Bazar.

Calza di sopravvivenza
Quest’anno non sono state segnalate profezie riguardo alla fine del mondo ma, si sa, l’Apocalisse è sempre dietro all’angolo. Ecco dunque la perfetta calza tattica da appendere al caminetto, completa di tasche per armi ninja, maniglie, moschettoni, velcro e zip capaci di contenere tutti gli strumenti indispensabili ad ogni vero MacGyver.

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tactical-christmas-stocking-8464RuckUp Christmas Tactical Stocking

Mezza pinta
Parlando di sopravvivenza, è bene ricordare che il periodo delle feste è sempre un duro colpo al fegato. Se quest’anno state progettando di limitare l’assunzione di alcol, ma avete paura di perdere la faccia di fronte agli amici, ecco l’ingegnoso bicchiere da mezza pinta che, visto di lato, sembra un bicchiere da una pinta.

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Pantofole zombi
Con l’arrivo del freddo, non c’è niente di meglio che infilare i piedi in qualcosa di caldo. Meglio ancora se si tratta della bocca di uno zombi, che serafico vi mordicchia le caviglie mentre vi rilassate accanto al focolare.

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VENKON – Calde Pantofole di Peluche a Disegno Zombie

Calendari per tutti i (dis)gusti
Magia del Natale: certe strenne si è costretti a farle, anche a persone che non sopportiamo. Si ricorre allora al regalo più banale e impersonale che ci sia, il calendario. Ma perché non spingersi un po’ oltre, e rovinare il 2016 al vostro peggior nemico?
Una soluzione possono essere i calendari che ridefiniscono il concetto di cattivo gusto: quello che propone foto mensili di cani che fanno i loro bisogni, oppure il calendario di animali spiaccicati.

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2016 Pooping Pooches Calendar

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Roadkill Calendar 2016

E dopo i calendari per i nemici, ecco quelli per gli amici. Sempre weird, ma dall’ironia molto più raffinata è quello di Crap Taxidermy, che propone gli “incidenti” tassidermici più esilaranti.

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201600000966_4Crap Taxidermy 2016 Wall Calendar

Il calendario preparato dai nostri amici di Morbid Anatomy, invece, è pura bellezza. Contiene fotografie che esplorano le collezioni di 12 diversi Musei, e sulle pagine sono segnate alcune date importanti per gli amanti del macabro, dalla nascita di Edward Gorey all’apertura del Grand Guignol, fino alle festività d’interesse come il Dia de los Muertos o quelle della Santa Muerte.

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Morbid Anatomy Curious Collections 2016 Wall Calendar

Candele
Un altro regalo classico, ma un po’ risaputo, sono le candele artistiche. Queste che vi proponiamo però garantiscono di sorprendere sicuramente chi le accende.

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melting-reindeer-skeleton-candles-3577PyroPet Candles Dyri Candle, Light Blue

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Dinosaur Egg Candle

Granata floreale
In questo periodo di tensioni belliche, è tempo di tornare a mettere i fiori nei cannoni. Potete farlo anche nel vostro giardino, lanciando la granata composta di argilla che si scioglie alla prima pioggia, rilasciando i semi e garantendo che da questo strumento di morte si sprigionino i colori della vita.

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7745Flower Grenade

Canzoni di Natale
Per concludere, cosa sarebbe il Natale senza le tradizionali canzoni? Quest’anno, però, potete deliziare le orecchie dei parenti accorsi al pranzo con una playlist di melodie natalizie interpretate dai belati (o, meglio, le grida) di alcune capre. Sorprendentemente dietro questo progetto c’è un’azione benefica di ActionAid, che mira a sensibilizzare il pubblico sull’importanza dei caprini nella lotta alla povertà. Godervi lo sgomento degli invitati mentre sapete in cuor vostro di aver fatto una buona azione non ha decisamente prezzo.

All I Want For Christmas Is A Goat

The Shaggs: la band che non voleva suonare

Fremont, nel New Hampshire, è una cittadina anonima, evitata dalle principali autostrade, senza alcun segno particolare: il classico esempio di un posto in cui non succede nulla. Il paesino si distingue per essere il primo luogo in cui un B52 è precipitato senza ferire nessuno, e per aver dato i natali a un meteorologo relativamente famoso negli anni ’20. Per il resto, solo pascoli, casa e chiesa.
Negli anni ’60, la cittadina contava poco meno di 800 abitanti, e la sensazione di trovarsi in una comunità chiusa, tagliata fuori dal mondo, era ancora più forte. Perfino lo storiografo locale, autore di un libro sulla storia del centro abitato, ammette che vivere a Fremont in quel periodo significava affrontare ogni giorno una noia mortale.

Austin Wiggin non era certo ricco, e assieme alla moglie Annie aveva cresciuto sette figli. Ma Austin aveva un sogno o, meglio, una certezza. Quand’era giovane sua madre gli aveva letto la mano, e aveva profetizzato che si sarebbe sposato con una donna dai capelli biondo rosso – e la profezia aveva colto nel segno. La madre gli aveva detto anche che avrebbe avuto due figli, ma che lei non avrebbe mai visto i nipotini perché sarebbero nati dopo la sua morte – e anche questo era effettivamente successo. Infine la madre, decifrando le linee del palmo, aveva sentenziato che le figlie di Austin sarebbero diventate il gruppo musicale più grande degli Stati Uniti. Questa era l’unica profezia che ancora non si era avverata.

Così, quando le sue figlie Helen, Betty e Dot furono grandi abbastanza, Austin decise che avrebbero imparato a suonare. Le radunò, e annunciò di aver cancellato la loro iscrizione alla scuola: avrebbero conseguito il diploma via posta, studiando da casa, per potersi dedicare alla musica. La band si sarebbe chiamata The Shaggs, e il loro enorme successo avrebbe riscattato il buon nome dell’intera famiglia Wiggin.
Austin era un padre severo e autoritario: le sorelle non pensarono nemmeno per un momento a ribellarsi a questa novità.

Certo, Helen, Dot e Betty amavano la musica, ma non avevano in realtà alcun desiderio di diventare rockstar. Erano ragazze di provincia, timide, un po’ infantili, e i loro sogni si spingevano soltanto fino a immaginare un buon matrimonio, dei figli, una casa e magari un lavoretto come segretarie. La fantasia di Betty era quella di avere una macchina sportiva, il serbatoio pieno, e di partire sgommando verso una qualsiasi destinazione, via da Fremont. Ma Austin aveva altri piani per loro.

Le sottopose a un rigido programma educativo, da lui stesso progettato. Dopo aver preso un po’ di lezioni di musica, le ragazze dovettero proseguire da sole, sotto il severo scrutinio del padre-manager che le costringeva a fare pratica con gli strumenti tutta la mattina e tutto il pomeriggio. La sera dopo cena era prevista una prova generale, in cui Austin giudicava in maniera inflessibile i progressi e gli errori della band; poi un’ora di ginnastica o flessioni, e via a letto.

La famiglia era totalmente ripiegata su se stessa, alle ragazze non era permesso uscire o frequentare estranei, dunque per loro suonare divenne l’unica attività possibile; cominciarono a comporre le loro canzoni, anche se nessuno in casa – né Austin, né la madre Annie, né tanto meno le ragazze – avevano delle effettive conoscenze musicali.

Dopo due o tre anni di questo allenamento intensivo, Austin decise che era tempo di fare il grande salto, cioè esibirsi dal vivo. Le sorelle non pensavano affatto di essere pronte a salire sul palco, ma chi poteva rifiutarsi?
Il primo concerto, nel 1968, fu un disastro. Le Shaggs vennero fischiate, mortificate da un pubblico che tirava contro di loro lattine e cibo. Quando alla fine dello spettacolo il padre le sgridò dicendo che dovevano fare più pratica, nessuna fra le ragazze osò controbattere.

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Questa scena si sarebbe ripetuta per i sette anni successivi, perché ogni sabato sera Austin le costringeva ad esibirsi alla Fremont Town Hall, l’unica sala comune della cittadina. Le Shaggs avrebbero preferito essere ovunque tranne che su quel palco, anche se in definitiva era l’unico modo di uscire di casa; convinte di essere delle buone a nulla, vi salivano ad occhi bassi come verso un inevitabile Calvario, accettando lo scherno, le lattine e gli insulti lanciati dalla gente.

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Austin, nel marzo del 1969, fece il passo successivo e le portò ai Fleetwood Studios nei pressi di Boston, dove le Shaggs incisero l’album di debutto, intitolato Philosophy of the World. I presenti si ricordano ancora benissimo di quella giornata: queste ragazze tutt’altro che pop, vestite con gli abiti della nonna, suonavano talmente male che i tecnici del suono si sentirono in colpa per i soldi che il padre stava spendendo. Le loro canzoni erano sformate, dalla ritmica a prima vista scollegata da tutto il resto, gli accordi non seguivano alcuna struttura e le parole delle canzoni sembravano uscite dalla mente di un dodicenne.
Talvolta le Shaggs si fermavano, dicevano di aver sbagliato una nota, e ripartivano: i tecnici si guardavano increduli – si erano davvero accorte di aver fatto un errore, in quel marasma senza senso?

Come c’era da aspettarsi, il disco non ebbe il minimo successo, anche perché delle 1.000 copie stampate di Philosophy of the World, 900 sparirono in modo misterioso assieme al discografico che avrebbe dovuto promuovere l’album.
Il giorno in cui Austin morì nel 1975 di un infarto, la band smise di esistere; ognuna delle tre sorelle, finalmente libere, si costruì la propria vita e nessuna di loro toccò più uno strumento musicale.
Sembrava che la loro breve e indesiderata carriera fosse finita. Ma non era così.

Nel 1980 Terry Adams, collezionista di dischi e pianista degli NRBQ, decise di ristampare l’album, e due anni dopo produsse anche un secondo LP, Shaggs’ Own Thing, basato su registrazioni del 1975 mai utilizzate. Secondo lui, infatti, le Shaggs non erano semplicemente una band di musiciste incompetenti. Certo, ad un primo ascolto la sensazione era quella; eppure, mettendo da parte i pregiudizi e ascoltando veramente, ci si poteva accorgere che lo sgangherato garage-pop delle sorelle Wiggin non era esattamente un fallimento. Adams comprese di trovarsi di fronte a un esempio straordinario di outsider music. Queste ragazze non avevano alcun tipo di riferimento, non sapevano cosa stavano facendo, e dunque avevano dovuto riscrivere da zero la musica pop: le progressioni di accordi erano del tutto inaudite, la chitarra seguiva la stralunata e improbabile “melodia” della voce, mentre la batteria raramente suonava un colpo a tempo – quasi programmaticamente, si sarebbe detto. Si trattava di un accumulo di note mai sentito, privo di sovrastrutture, infantile e libero da qualsiasi regola. La musica di chi era stato costretto a inventarsi una sua musica.

Anche i testi, che potevano sembrare ridicoli, se letti alla luce della storia di abusi subiti dalle sorelle, risultavano commoventi. Mentre il rock “adulto” cantava la ribellione delle droghe e l’amore libero, e affrontava temi politici, le Shaggs cantavano:

Some kids do as they please
They don’t know what life really means
They don’t listen to what the ones who really care have to say
They just go and do things their own way

Who are parents?
Parents are the ones who really care
Who are parents?
Parents are the ones who are always there

Some kids think their parents are cruel
Just because they want them to obey certain rules
They start to lean from the ones who really care
Turning, turning from the ones who will always be there

Alcuni ragazzini fanno quello che vogliono
Non sanno qual è il vero senso della vita
Non ascoltano ciò che hanno da dire quelli che si preoccupano veramente
Continuano soltanto a far le cose a modo loro

Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che si preoccupano veramente
Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che ci sono sempre

Alcuni ragazzini credono che i loro genitori siano crudeli
Solo perché vogliono che obbediscano a certe regole
Cominciano ad allontanarsi da quelli che si preoccupano veramente
Girano le spalle a quelli che ci saranno sempre

Impossibile non leggere, dietro queste parole, l’ombra del padre-padrone Austin. E, ancora, la confusione di teenager veniva espressa candidamente in questi termini:

There are many things I wonder
There are many things I don’t
It seems as though the things I wonder most
Are the things I never find out

Ci sono molte cose che mi chiedo
Molte altre non me le chiedo
Sembra che le cose che mi chiedo di più
Sono le cose di cui non vengo mai a capo

Il modo in cui le Shaggs provavano disperatamente a tenere in piedi le loro fragili canzoni senza metrica, involandosi in giri di note impossibili sostenute dai tempi discordanti della batteria (che a volte sembrava suonare chissà quale altro pezzo), poteva risultare a tratti perfino tenero.

La ristampa dell’album creò un vero e proprio fenomeno di culto: se già nel 1970 Frank Zappa, a metà fra il serio e l’ironico, aveva definito le Shaggs “migliori dei Beatles” (anche se l’episodio potrebbe essere apocrifo), la riedizione del 1980 trovò nuovi fan in quei reduci della prima ondata punk che erano alla ricerca di chicche underground e weird, Kurt Cobain in prima fila. In questo revival c’era sicuramente un elemento di derisione, l’esaltazione un po’ snob del “so bad it’s good”, ma dall’altro canto la vera sorpresa era che un album del genere potesse esistere: molti musicisti rimasero sinceramente affascinati dalla musica delle sorelle Wiggin, perché si trattava dell’espressione senza filtri di ciò che era nelle loro teste mentre venivano forzate a suonare. Niente ammiccamenti a un possibile pubblico, niente fronzoli, nessun utilizzo di modalità stilistiche già conosciute, tantomeno virtuosismi. Pura musica, e basta.

Nel 1999 gli NBRQ, per il loro trentennale, invitarono le Shaggs ad esibirsi sul palco. Si presentarono soltanto Betty e Dot (Helen da anni soffriva di depressione), sbigottite dall’accoglienza calorosa e dalle richieste di autografi, senza capire veramente cosa la gente trovasse nel loro vecchio disco, di cui erano ancora piuttosto imbarazzate. Eseguirono soltanto quattro pezzi, perché erano gli unici di cui avevano ritrovato gli spartiti: perché sì, con grande sorpresa di tutti si scoprì che suonavano leggendo i loro pentagrammi vergati a mano. Le loro versioni, trent’anni dopo la registrazione di Philosophy, erano esattamente identiche a quelle del disco.

Nel 2001 uscì Better than the Beatles, un tribute album dedicato alla band; nel 2003 debuttò off-Broadway un musical sulle loro vite e la loro musica (foto sotto).

Helen è morta nel 2006. Betty non vuole più saperne di suonare, mentre Dot nel 2013 ha registrato un album (Ready! Get! Go!) contenente inediti delle Shaggs e nuove canzoni, anche se quest’ultimo sforzo non riesce ovviamente a ricatturare la magia del tutto irripetibile del 1969.
Dall’alto dei cieli, comunque, papà Austin sarà finalmente soddisfatto.

Ecco qui sotto, da YouTube, l’integrale dell’album Philosophy of the World. Trovate tutti i testi a questa pagina.
Se volete cimentarvi nell’ascolto del disco (sono solo 32 minuti della vostra vita, vale la pena tentare), innanzitutto allontanatevi da personaggi indiscreti che potrebbero non comprendere, e interrompere sgarbatamente il flusso del vostro trip; ricordate di lasciare dietro di voi ogni idea di canzone tradizionale, preparatevi a cadere in una sorta di trance musicale catatonica dopo il primo paio di pezzi… e con il tipo giusto di orecchi (e di cuore) potrete apprezzare l’incredibile opportunità di entrare nella mente di tre ragazze rinchiuse in un mondo alienante, che suonavano per assecondare le ossessioni di loro padre, e che nella musica hanno creato qualcosa di completamente inedito.

Come ha scritto Cub Koda su AllMusic:

C’è un’innocenza in queste canzoni, e nelle loro performance, che è al tempo stesso affascinante e disturbante. Colpi di batteria tagliati con l’accetta, accordi sparati attorno, canzoni che sembrano non avere una metrica suonate su chitarre scordate da quattro soldi, tutto converge, creando dissonanza e bellezza, caos e serenità, inducendo ogni ascoltatore che arriva a questa musica a riorganizzare qualsiasi nozione preesistente sulla relazione fra talento, originalità e abilità. Non c’è alcun album che possiate possedere che suoni anche solo lontanamente come questo.

(Grazie, Gigio!)

Musica a cranio aperto

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Mentre cammina lungo il corridoio dell’ospedale, una lontana melodia raggiunge l’orecchio di un infermiere. Da dove proviene?
Un violinista sta suonando il suo strumento, ma non si tratta di un paziente in un letto di corsia che ammazza la noia con un concertino improvvisato: in realtà, il musicista è bloccato su una poltroncina operatoria, la testa richiusa in una specie di morsa che ricorda vagamente una versione steampunk della Cura Ludovico di Arancia Meccanica… e mentre il suo archetto si muove sinuoso avanti e indietro carezzando le corde, e liberando le note, alcuni chirurghi stanno infilando dei lunghi spilloni di metallo attraverso un buco nel suo cranio, fino nel profondo del suo cervello esposto.

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Il violinista si chiama Roger Frisch, ed ha alle spalle quarant’anni di carriera come musicista da camera, pedagogo e suonatore d’orchestra. Il 1992 vide il suo debutto come solista al Carnegie Hall, e da allora egli è stato spesso primo violino.

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Ma nel 2009 Frisch scoprì di non riuscire più a muovere correttamente l’archetto: la sua mano destra era affetta da un leggero tremolio. Per qualsiasi altra persona l’entità del tremore sarebbe stata trascurabile, ma per Frisch si trattava di un problema che metteva a repentaglio la sua intera professione.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=T3QQOQAILZw]

La procedura chirurgica a cui Roger Frisch ha deciso di sottoporsi è la Stimolazione Cerebrale Profonda (SCP). Il cranio viene trapanato, degli elettrodi sono impiantati nel subtalamo e collegati poi con un pacemaker che verrà posizionato sottocute a livello della clavicola oppure nell’addome.

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Utilizzata come sostegno esclusivamente sintomatologico (la malattia rimane, ma i suoi effetti vengono alleviati) per tremori essenziali, distonia, Parkinson, e molte altre patologie motorie, la SCP è una terapia integrativa a quella farmaceutica, e si basa sulla stimolazione elettrica delle zone danneggiate del cervello. Sulla rete si possono trovare dei video che elogiano gli effetti all’apparenza “miracolosi” di questa tecnica, come ad esempio quello qui sotto.

[youtube www.youtube.com/watch?v=Uohp7luuwJI&start=53]

Questi filmati, per quanto impressionanti, vanno comunque presi con le pinze: nonostante la Stimolazione Cerebrale Profonda sia praticata ormai da vent’anni con effetti spesso benefici, i medici non hanno ancora compreso con precisione come essa agisca sul tessuto nervoso stimolato. La procedura è lunga e difficoltosa per il paziente, che deve rimanere sveglio durante l’intera operazione e sottoporsi a continui test affinché i neurochirurghi possano “aggiustare il tiro” e posizionare gli elettrodi nel punto esatto in cui saranno davvero efficaci. Inoltre gli effetti collaterali che possono insorgere sono i più imprevedibili e vari, molto spesso perfino complicati da diagnosticare: alcuni pazienti, ad esempio, mostrano una decisa modificazione della personalità (che però potrebbe anche essere conseguenza della ritrovata libertà); altri un’ipersessualità che in alcuni casi incrina perfino le dinamiche coniugali, oppure alterazioni del linguaggio, o ancora allucinazioni ed inedite tendenze suicide. Insomma, il rapporto benefici/effetti collaterali a lungo termine può variare, e deve essere discusso a fondo anche con i congiunti del paziente. Nel caso di Frisch, oltre alle verifiche “classiche” a cui vengono sottoposti i pazienti durante l’operazione (disegnare spirali, ripetere scioglilingua, svolgere semplici compiti con le mani), è essenziale che lui suoni il suo violino. Soltanto così medici e paziente si possono rendere conto di quale esatta posizione dell’elettrodo riduca effettivamente il tremore.

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Ma Frisch non è il solo, né il più noto personaggio ad aver suonato in sala operatoria in queste strane condizioni.

Chi ha seguito la celebre serie televisiva True Detective, prodotta da HBO, si ricorderà certamente il personaggio del carcerato Charlie Lang, e magari ha già visto l’attore in questione, Brad Carter, in alcune puntate di CSI, Bones, The Mentalist, Justified o Dexter.

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Oltre a condurre una fortunata carriera d’attore, Brad Carter è però anche un musicista country. Da diversi anni ormai soffre di tremore essenziale, una patologia degenerativa che potrebbe tramutarsi in breve tempo in una forma di Parkinson. Brad ha subìto ben due interventi di Stimolazione Cerebrale Profonda, che descrive come “la cosa peggiore che abbia mai provato in vita mia“. L’operazione principale, della durata di sette ore, prevedeva che Brad ne passasse sei rimanendo sveglio: “il talamo controlla anche il linguaggio e c’erano momenti in cui ho completamente perduto la mia capacità di parlare. È stata la cosa più surreale di cui io abbia mai fatto esperienza“.

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Essendo il cinquecentesimo paziente a subire l’intervento all’UCLA, l’ospedale ha chiesto a Brad di poter filmare l’operazione; la performance eseguita sulla sua chitarra artigianale è stata postata live su Twitter e nel giro di poco tempo è diventata virale, venendo vista da 30 milioni di persone soltanto il primo giorno e facendo velocemente il giro del pianeta. Ne hanno parlato i telegiornali di tutto il mondo, da Hong Kong all’Australia all’Iran.

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Grazie a questa inaspettata pubblicità, Brad Carter ha potuto finanziare su Kickstarter quello che sarà, presumibilmente, il suo primo e unico album professionale. Se la SCP ha infatti rallentato il tremore alla mano destra, le sue condizioni si stanno inesorabilmente aggravando, e la registrazione di questo lavoro è stata una vera e propria lotta contro il tempo. Oggi il disco, intitolato semplicemente Carter, è in prevendita sul sito ufficiale dell’artista. Una piccola rivincita sulla malattia che gli sta portando via la cosa per lui più preziosa: “Sono un chitarrista dal 1988, la musica è il mio primo amore. Faccio l’attore per vivere, ma ho sempre la musica a cui ritornare, è una parte della mia anima. […] D’un tratto guardi tutte le tue abilità, e ciò che sei veramente, svanire di fronte ai tuoi occhi. È dura,  quando lo vedi succedere. E non puoi farci nulla. [… ] Quello che mi è stato offerto è la speranza, che prima non avevo.

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(Grazie, Ipnosarcoma!)

L’uccello lira, e la memoria sonora

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Avevamo già parlato dello straordinario menura, o uccello lira, in questo articolo. L’istrionico pennuto australiano è in grado, grazie ad una siringe (l’organo canoro degli uccelli) particolarmente raffinata e flessibile, di imitare alla perfezione innumerevoli richiami di altre specie di uccelli, di emettere più suoni contemporaneamente, di riproporre in maniera realistica anche rumori meccanici come martelli pneumatici, carrelli di macchine fotografiche e vari altri attrezzi. Sono i maschi ad aver sviluppato quest’arte, per attrarre le femmine: uno studio ha dimostrato che le imitazioni riescono ad ingannare perfino i passeri australiani, che pensano sia un maschio della loro specie ad emettere il richiamo.

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La stupefacente abilità dell’uccello lira è da sempre risaputa in Australia. Ma quando nel 1969, durante una ricognizione al New England National Park vicino a Dorrigo, nel Nuovo Galles del Sud, il ranger Neville Fenton registrò un menura che riproduceva le note di un flauto, rimase intrigato. Dove aveva potuto imparare quella melodia, l’uccello?
Scoprì che un altro ricercatore, Sydnedy Curtis, aveva già registrato quel tipo di richiamo tempo prima, nello stesso parco.

Decise di investigare e, dopo qualche indagine, emerse una storia incredibile: nelle vicinanze del parco c’era una fattoria, il cui proprietario aveva l’abitudine di suonare il flauto per il suo menura domestico. Una volta liberato, evidentemente l’uccello doveva aver portato con sé la memoria di quelle melodie. Cosa c’è di incredibile? Tutto questo era successo negli anni ’30.

Nei trenta anni successivi, le melodie suonate al flauto dal contadino erano state tramandate di generazione in generazione, entrando a far parte dell'”archivio” di richiami utilizzati dai menura della zona. Neville Fenton inviò le sue registrazioni all’ornitologo Norman Robinson. Poiché il menura è capace di produrre vari suoni allo stesso momento, Robinson filtrò il richiamo, riuscendo a distinguere le diverse linee melodiche che l’uccello cantava contemporaneamente: si trattava di versioni leggermente modificate di due canzoni che erano popolari negli anni ’30, The Keel Row e Mosquito’s Dance. Il musicologo David Rothenberg confermò l’ipotesi.

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Una volta che un uccello lira ha imparato un richiamo, non lo dimentica quasi mai. E questi suoni vengono trasmessi alle generazioni successive. Così, alcuni menura a Victoria ricreano rumori che non si sentono ormai quasi più, come ad esempio suoni di asce e di seghe, oppure scatti di macchine fotografiche in disuso da anni. “Sono gli uccelli più famosi e più fotografati, per questo imitano ancora tutti questi vecchi suoni”, conferma Martyn Robinson dell’Australia Museum di Sydney.

Se i menura mantengono in vita dei brandelli sonori del passato, questi rumori raccontano una storia: ad esempio, gli uccelli lira che vivono allo zoo di Adelaide hanno convissuto per mesi con un cantiere edile, ed ora ne imitano il frastuono alla perfezione. Ma nel caso dei volatili più anziani, catturati per metterli al riparo dalla deforestazione, i richiami ci riportano l’eco di asce e seghe, come dicevamo, ma anche motoseghe, conversazioni radio, motori di jeep, sirene di antifurti, perfino esplosioni. La narrazione che emerge dai suoni che gli uccelli, oggi in gabbia, continuano ad emettere, è quella dell’irruzione dell’uomo nella foresta, dell’abbattimento di un ecosistema, e infine della loro stessa riduzione in cattività. Certo, è soltanto un richiamo amoroso: ma è difficile, dalla nostra prospettiva, non leggervi una sorta di amara memoria d’un popolo prigioniero, il canto che ricorda come avvenne la catastrofe.

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A proposito di uccelli in grado di “registrare” il passato degli uomini, un altro aneddoto ci sembra interessante. Intorno al 1800, esplorando l’Orinoco settentrionale, nell’attuale Venezuela, il naturalista Alexander von Humboldt venne a sapere che una tribù locale, quella degli Ature, era stata recentemente sterminata. Il raid dei nemici non aveva lasciato superstiti, quindi il linguaggio degli Ature era morto con loro, in quella violenta e sanguinosa battaglia.
Eppure…

All’epoca del nostro viaggio un vecchio pappagallo ci venne mostrato a Maypures, del quale gli abitanti ci dissero, e il fatto è notevole, “che non capivano cosa dicesse, perché parlava la lingua degli Ature”.