La morte in musica – V

london-zoo-1967-close-up-master

La canzone proposta in questa puntata della nostra rubrica non è incentrata direttamente sulla morte, quanto piuttosto su una personale visione del passare del tempo. Si tratta della splendida Who Knows Where The Time Goes? di Sandy Denny.

La cantante ed autrice inglese la incise una prima volta con gli Strawbs nel 1967; preferiamo questa versione, più intimista e dall’arrangiamento minimale, rispetto a quella più conosciuta che verrà registrata due anni più tardi con i Fairport Convention per il loro classico album Unhalfbricking. Questo gruppo, com’è risaputo, diede l’avvio alla corrente folk rock inglese, realizzando (in contemporanea con i meno noti Pentangle) un’originale fusione di musica tradizionale e sonorità rock. L’inconfondibile voce di Sandy Denny, dolce ma a tratti ombrosa ed evocativa, giocò un ruolo fondamentale nel successo della band; e non è un caso che sia stata anche l’unica interprete femminile a collaborare con i Led Zeppelin, nella celebre The Battle od Evermore. Scomparsa prematuramente nel 1978 a causa di un banale incidente domestico, la fama postuma di Sandy crescerà negli anni, tanto che oggi le è riconosciuto un posto di rilievo nella storia della musica inglese.

La meditazione sull’inevitabile scorrere del tempo trova avvio dalla contemplazione di una spiaggia deserta e degli stormi di uccelli che stanno prendendo il largo, iniziando l’annuale migrazione. Sostenuta dalla delicata progressione di accordi della chitarra, l’autrice si stupisce dell’enigmatica ed innata conoscenza che gli animali sembrano possedere delle stagioni; eppure tutto, nel quadro dipinto dalle parole della canzone, è immerso nello stesso senso di meraviglia e di sospeso incanto. Perfino la costa solitaria pare a suo modo vivere e respirare, tanto che l’autrice si rivolge direttamente ad essa, per confortarla; e su tutto domina il tempo, che scandisce i mutamenti della natura in modo inconoscibile.

Eppure il tempo, questa strana entità invisibile, non è foriero di angosce, come in altri casi, bensì di una peculiare pace interiore. In questo senso, il testo ricorda da vicino questa poesia di Jacques Prévert:

Quel jour sommes-nous?
Nous sommes tous les jours
Mon amie
Nous sommes toute la vie
Mon amour
Nous nous aimons et nous vivons
Nous vivons et nous nous aimons
Et nous ne savons pas ce que c’est que la vie
Et nous ne savons pas ce que c’est que le jour
Et nous ne savons pas ce que c’est que l’amour.

Che giorno siamo?
Siamo tutti i giorni
Amica mia
Siamo tutta la vita
Amore mio
Noi ci amiamo e viviamo
Viviamo e ci amiamo
E non sappiamo cosa sia la vita
E non sappiamo cosa sia il giorno
E non sappiamo cosa sia l’amore.

Anche per Sandy Denny siamo circondati da misteri più grandi di noi che ci governano, ma sono misteri colmi di bellezza e, suggerisce il testo, di amore: perché ostinarsi a volerli controllare?

Il segreto è sotto gli occhi di tutti, sembra dire l’autrice. È nella resa e nell’abbandono all’incessante fluire delle cose. Si tratta di accordarsi in modo semplice e istintivo al ritmo universale, che dissolve ogni dubbio, qualsiasi timore e tutte le nostre sterili domande sul futuro e sull’inevitabile fine: la morte è simile alla partenza degli stormi di uccelli, un movimento naturale che avviene quando deve avvenire (until it’s time to go); non vi è più angoscia, soltanto un commosso e sognante abbandono.

La morte in musica – IV

Nell’agosto del 1967 tutti in America parlavano di Ode to Billie Joe. Il singolo di debutto dell’allora sconosciuta Bobbie Gentry aveva scalzato All You Need Is Love dei Beatles dalle classifiche, vendendo 750.000 copie in pochissimo tempo. Era un successo totalmente inaspettato, tanto che i produttori della Capitol Records l’avevano originariamente relegato a B-side, convinti che nessuno l’avrebbe mai sentito. Eppure la canzone sarebbe divenuta una delle più celebri di sempre, ispirando addirittura un film, e il mistero contenuto fra le righe del testo avrebbe affascinato gli ascoltatori fino ad oggi.

Ode to Billie Joe

Ode to Billie Joe comincia come una vivida rappresentazione della vita quotidiana nell’assolato e povero entroterra della regione del Delta del Mississippi degli anni ’30 o ’40: la narratrice, evidentemente una teenager, lavora già nei campi assieme al padre e al fratello, nella calura di un’altra “assonnata e polverosa giornata nel Delta”. Ma è durante il pranzo che il vero tema della canzone emerge: il suicidio di Billie Joe, un ragazzo ben conosciuto alla famiglia della ragazza.

E qui di colpo la finezza della scrittura diviene prodigiosa. Con pochi, semplici tocchi, il testo ci racconta la banalità della morte nelle reazioni dei familiari: il cinismo del padre, che liquida il ragazzo suicida come una testa vuota (e quel “passa i biscotti” appena dopo il tranciante giudizio, a indicare il totale disinteresse per la notizia), il fratello che ricorda un vecchio scherzo senza apparente importanza, e la madre che, più empatica ma ugualmente superficiale nel suo chiacchiericcio, conduce la conversazione come una comare di paese.
La narratrice, invece, rimane chiusa nel suo mutismo, senza più appetito, e non possiamo sapere cosa pensi davvero: le sue emozioni non vengono descritte se non di riflesso, attraverso piccoli indizi sottilmente sparsi qua e là. È evidente che per lei Billie Joe significava più di quanto abbiano compreso i suoi disattenti familiari. L’hanno vista parlare con il suicida dopo la messa, e gettare “qualcosa” giù dal ponte dove egli si è tolto la vita. E qui arriviamo al vero mistero della canzone: cosa stavano buttando nella corrente del Tallahatchie lei e Billie Joe?

Le congetture sono molte: c’è chi è convinto che i due amanti stessero semplicemente gettando dei fiori (come riecheggiato nel finale della canzone), oppure un anello di fidanzamento, il che motiverebbe il suicidio del giovane, depresso per la rottura dell’idillio. Una cosa risulta evidente, dal silenzio della protagonista durante il pranzo – il loro era certamente un amore clandestino, soprattutto considerando l’opinione che il padre aveva del ragazzo; secondo alcuni, la pericolosità della relazione potrebbe indicare che Billie Joe era bianco, mentre la narratrice sarebbe di colore. Ecco allora che un’altra ipotesi, ancora più terribile, si fa strada: ciò di cui i due ragazzi si stavano disfacendo sul ponte era forse il loro bambino, prematuro o abortito, frutto di una gravidanza indesiderata e inconfessabile. Billie Joe, in preda ai sensi di colpa, non avrebbe resistito al rimorso e si sarebbe gettato in acqua nello stesso punto.

Questo enigma ha spesso oscurato, nelle discussioni, gli altri evidenti meriti del brano, primo fra tutti l’inquietante descrizione di una mentalità ottusa. La stessa autrice Bobbie Gentry ha fatto notare, spazientita, che “la canzone è una specie di studio sulla crudeltà inconscia. Ma tutti sembrano più interessati a cosa è stato gettato dal ponte, piuttosto che all’insensibilità della gente che viene raccontata nella canzone. Cos’hanno buttato dal ponte non è veramente importante. […] Chiunque ascolti la canzone può pensare cosa vuole al riguardo, ma il vero messaggio della canzone, se dev’esserci, è incentrato sulla maniera noncurante con cui la famiglia parla del suicidio. Se ne stanno seduti a mangiare i loro piselli e la torta di mele e parlano, senza nemmeno accorgersi che la fidanzata di Billie Joe è seduta lì con loro, ed è un membro della famiglia“.

Tutto, in Ode to Billie Joe, è cupo, opprimente, senza scampo. L’atmosfera ipnotica e paludosa della musica sembra rimandare alle lente, fangose acque del fiume, unica via di fuga possibile dalla pesante realtà per Billie Joe. Lo splendido finale ci racconta la dissoluzione della famiglia: il fratello si trasferisce, il padre muore (ma l’evento ci viene raccontato soltanto dopo le notizie sul fratello – una riprova del poco affetto provato per il genitore dalla narratrice?), la madre perde ogni vitalità e la giovane protagonista finisce per rimanere bloccata nel proprio personale purgatorio, in un rituale funebre ripetuto ossessivamente. Come i fiori inghiottiti dall’acqua marrone, anche la speranza affonda inesorabilmente.

Questa pagina (in inglese) riassume bene tutte le varie proposte di lettura avanzate, nel tempo, sulla canzone e i suoi “non detti”.

La morte in musica – III

Wagner_Tristan_opening

Quello che vedete qui sopra è l’incipit di Tristano e Isotta di Richard Wagner, rappresentato per la prima volta nel 1865 a Monaco. Si tratta del cosiddetto “accordo di Tristano”, che secondo alcuni teorici avrebbe sancito la fine dell’evoluzione musicale occidentale. Perché?

Sentito oggi, questo dramma musicale dall’enigmatica atmosfera suona certamente molto moderno, ma non tanto sconvolgente quanto venne avvertito all’epoca della sua prima esecuzione. Eppure è forse la prima opera che fa coscientemente a meno di quasi tutti i “pilastri” della struttura musicale classica, prediligendo l’armonia alla melodia, il cromatismo alle scale tonali, e via dicendo: il preludio si apre su questi grovigli di note discordanti che sembrano stranamente completarsi fra loro, senza però un vero e proprio motivo che le accompagni, inframezzate da lunghe e misteriose pause. Questo tipo di linguaggio ormai suona familiare alle nostre orecchie anche perché il cinema ne ha fatto un uso pressoché sistematico nella composizione di colonne originali, ma all’epoca ci si aspettava di regola che la musica si reggesse su una melodia – un’aria distintiva, riconoscibile, memorabile.

Per questo, dicevamo, l’accordo di Tristano è visto come un punto di non ritorno: è come se quel pugno di note mandasse in pensione la melodia occidentale una volta per tutte, e per tutti i tradizionalisti si tratta di un vero e proprio funerale. Quindi, dove dirigersi?

Intrigato dalla questione, il cantautore e polistrumentista Angelo Branduardi a metà degli anni ’70 decise che per affrontare il futuro avrebbe guardato al passato remoto, e iniziò uno studio rigoroso della musica antica (cantigas, madrigali, musica popolare, barocca, etnica) per riproporla in chiave moderna: iniziò così una carriera dai risultati non sempre costanti, ma sicuramente coerente e omogenea. Il suo brano che vi proponiamo è il Ballo in Fa Diesis minore.

Branduardi

Il testo della canzone sembra rifarsi ad una celebre danza macabra raffigurata sull’esterno della chiesa di San Vigilio a Pinzolo, piccolo paesino nel Trentino: l’affresco, realizzato da Simone Baschenis di Averara nel 1539, è accompagnato da un poema che viene “recitato” dagli scheletri danzanti:

Io sont la morte che porto corona
Sonte signora de ognia persona
Et cossi son fiera forte et dura
Che trapaso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremare el mondo
Revolgendo mia falze atondo atondo
O vero l’archo col mio strale
Sapienza beleza forteza niente vale
Non e Signor madona ne vassallo
Bisogna che lor entri in questo ballo
Mia figura o peccator contemplerai
Simile a mi tu vegnirai
No offendere a Dio per tal sorte
Che al transire no temi la morte
Che più oltre no me impazo in be ne male
Che l’anima lasso al judicio eternale
E come tu averai lavorato
Cossi bene sarai pagato
…..

san_vigilio

dscn5448-valnambrone

dscn5439-valnambrone

Com’è noto, la danza macabra è una grottesca messa in scena della Morte che non fa distinzioni fra principi e villani, fra vescovi e pezzenti, ma li prende tutti per mano in una infinita teoria-girotondo che si avvia verso il camposanto e il Giudizio Universale. Il poema rafforza quest’idea della Morte personificata, armata di falce, che nessun muro può contenere e contro la quale nessuna virtù è utile (“Sapienza beleza forteza niente vale“).

Il testo di Branduardi, però, opera una modifica interessante e innovativa rispetto al poema originale. Se le prime due strofe, che danno voce al personaggio della Morte, sono fedeli all’idea antica, è la terza strofa che introduce la variazione: qui prendono la parola gli Uomini, e rispondono alla Morte invitandola al ballo che hanno organizzato appositamente in suo onore.

È un capovolgimento vero e proprio. Questa volta è la Morte ad essere chiamata ad una danza – che non è più macabra né funebre, ma al contrario vitale – tanto che, prendendo parte alla festa, ella posa per un attimo la falce per ballare “tondo a tondo” (ricordiamo che nel poema originale era proprio questo utensile a venire roteato minacciosamente “atondo atondo“). Trasportata dalla musica e dal ritmo del ballo, la Morte di colpo non è più “signora e padrona” del tempo.

A prima vista potrebbe sembrare un’astuzia simile a quelle con cui, nelle storie popolari medievali, veniva imbrogliato il Diavolo stesso. Ma in realtà l’allegoria che costruisce Branduardi è molto più delicata e sottile: siamo davvero impotenti di fronte alla Morte, spesso “crudele”, “forte” e “dura”; soltanto la musica (con la sua qualità estatica, trascendentale) può farci uscire dal tempo e, dunque, sottrarci al suo dominio. E qui la danza macabra si scopre essere non soltanto un tragico simbolo del problema esistenziale, ma anche una possibile soluzione al problema stesso. Certo, la morte ci costringe a volteggiare con lei, e questo ci spaventa: ma quando infine siamo noi a prendere l’iniziativa, e volontariamente la invitiamo a ballare, ecco che il suo potere tutto d’un tratto svanisce.

L’unico modo che abbiamo per liberarci dalla paura, sembra quindi suggerire la canzone, è vivere con piede leggero, in una continua, gioiosa danza.

Buon 2014!

L’anno che sta per finire ha visto un interesse sempre crescente nei riguardi di questo piccolo blog: alcuni nostri articoli sono apparsi su testate sia cartacee che online, e perfino su Swide, il lifestyle magazine internazionale di Dolce&Gabbana (!). Nel caso l’aveste persa, vi segnalo anche questa intervista per il giornale online Mediaxpress.
E quindi, sì, ci sbilanciamo: il 2014 porterà qualche bella novità per Bizzarro Bazar – anche se per il momento non possiamo spingerci oltre nelle rivelazioni. Restate sintonizzati!

Quest’anno, però, è stato per molti difficile e travagliato. Ecco dunque quattro video per cominciare il 2014 con il giusto spirito, ricordandoci di altrettante qualità umane che abbiamo sempre cercato di sottolineare sulle nostre pagine.

1. L’ironia
“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.” (Amici miei)

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=uub0z8wJfhU]

2. La fantasia
Anche il momento più banale può trasformarsi in un’occasione per sorridere.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=sKRI7nJgWUo]

3. L’entusiasmo
Ci scrive Ipnosarcoma: “Da guardare fino in fondo, 4 minuti e 48 secondi ben spesi, e dal minuto 1:34 inizia qualcosa di strepitoso, incredibile. Esistevano davvero artisti così? E che cosa è successo al mondo 70 anni dopo?”

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=_8yGGtVKrD8]

4. La diversità
Be weird, be proud!

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=XMslcp2WYHg]

Auguri a tutti i lettori di Bizzarro Bazar!

La morte in musica – II

Nella prima puntata di questa rubrica abbiamo ascoltato le parole di un colto e raffinato poeta, Leonard Cohen. L’approccio al tema della morte del Reverendo Gary Davis è diametralmente opposto: preparatevi ad ascoltare uno dei blues più cupi, viscerali ed emozionanti che siano mai stati scritti.

 [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=PXPh7EbB1Tw]

Death Dont Have No Mercy

Davis è l’unico di otto fratelli ad essere sopravvissuto fino all’età adulta, ma nemmeno lui passò indenne il periodo dell’infanzia: divenne cieco quando era ancora un bambino. Se i blues parlano della sofferenza, ecco un uomo che di certo la conosceva bene.

Il suo caratteristico modo sincopato di suonare con sole due dita (il pollice tiene la linea di basso, l’indice pizzica le corde più alte), mutuato dal ragtime e da vecchie tecniche di banjo, è all’origine del cosiddetto Piedmont blues, una vera e propria corrente formatasi negli anni ’20-’30; il suo timbro potente, vibrante, sembra più che in altri bluesman incarnare la vera voce di un popolo, tenuto in catene per secoli. Per questi motivi Davis è stato amato dichiaratamente da moltissimi musicisti successivi – Bob Dylan, Grateful Dead, Hot Tuna, soltanto per citarne alcuni.

Nel folk americano delle radici (non soltanto quello dei neri), il tema della morte è onnipresente: poche altre tradizioni musicali possono vantare un così ossessivo e costante richiamo al morire, in molteplici varianti e con diversi effetti. Ci sono morti che preludono alle delizie del paradiso con tanto di apparizioni angeliche e squilli di tromba, come in innumerevoli gospel e spiritual; morti che invece porteranno dritti all’inferno; ci sono le murder ballad, che raccontano storie di omicidi, e canzoni tradizionali che si concentrano invece sulle ultime ore dei condannati all’impiccagione. Una musica talmente intrisa di questo sentimento di transitorietà è espressione delle difficili condizioni di vita dell’epoca, della povertà diffusa in America fino agli anni ’40, e di una cultura popolare che alcuni hanno voluto riassumere nell’espressione the pistol & the Bible, la pistola e la Bibbia.

La morte, in tutte queste canzoni, è quasi immancabilmente vista attraverso le lenti della fede cristiana, è un “tornare a casa a vivere assieme a Dio”, a meno che la coscienza di aver commesso un peccato non arrivi a venarla di rassegnazione per l’inevitabile punizione divina. Ma Death Don’t Have No Mercy di Gary Davis non dà spazio né a paradisi né a inferni, è tutta incentrata su cosa accade “in questa terra”. E qui, in questo mondo, la morte non guarda in faccia a nessuno. Entra prepotente in tutte le case, in tutte le famiglie, ricche o povere, sempre di fretta, non lascia nemmeno il tempo di salutare un’ultima volta i propri cari. In questo brano la morte personificata, come nelle raffigurazioni antiche, è un vero e proprio personaggio che ha la funzione metaforica di incarnare un nemico che non dà tregua, invisibile, inarrestabile, che colpisce tutti e ovunque senza che vi possa essere alcuna difesa.

La scelta di concludere ogni verso con l’espressione “in questa terra” è terribilmente definitiva e desolata: qui è dove siamo condannati a vivere, qui è così che vanno le cose, è stato deciso che le persone a cui teniamo dovranno morire.

Prima di ogni battuta di assolo, Gary Davis invita la sua chitarra a parlare. La tradizione blues, infatti, ha assorbito i “botta e risposta” tipici delle work song, e in alcuni casi fra il bluesman e il suo strumento si sviluppa una sorta di dialogo responsoriale. Eppure durante l’assolo finale ecco che le esortazioni di Davis hanno una deviazione inattesa – d’un tratto, si rivolge direttamente alla morte stessa. Talk to me, Death: parlami, o Morte. Spiegati. Qual è il tuo movente? Qual è il tuo significato?

Se la morte abbia effettivamente risposto per mezzo della chitarra, guidando le dita del Reverendo in quell’assolo, rivelando la sua essenza attraverso il dolore delle note e delle corde, è difficile dirlo.

Gary Davis morì nel 1972 a 76 anni, età ragguardevole che molti altri bluesman suoi contemporanei non raggiunsero mai. Nel suo caso, la morte aveva mostrato un po’ di pietà.

La morte in musica – I

Dance Macabre_0005

Inauguriamo una nuova rubrica che, in linea con l’esplorazione delle varie concezioni della morte più volte presentata su queste pagine, si propone di esaminare un contesto culturale spesso poco considerato: la musica popolare.

Che rapporto ha la canzone con la morte, come la affronta, come la descrive? Analizzando di volta in volta un rilevante brano musicale, cercheremo di capire quale immagine esso ci restituisca dell’inevitabile fine della vita, attraverso gli occhi dell’autore ed eventualmente della tradizione nella quale si inserisce.

Cominciamo con un cantautore particolarmente raffinato: il canadese Leonard Cohen, e la sua Who By Fire del 1974.

Who by fire
Ispirata al secondo paragrafo del poema liturgico ebraico Unetanneh Tokef, la canzone di Cohen è una meditazione sulla morte e sull’esistenza di Dio; ma, come vedremo, è più sottile di quanto sembri a prima vista.

Ogni strofa è divisa in due parti: la prima è dedicata all’enumerazione/lamentazione di diversi tipi di morte possibili.
Le varianti differiscono non soltanto per modalità (“chi col fuoco, chi con l’acqua”, “chi per incidente”) ma anche per motivazione (“chi per la sua avidità, chi per fame”). Da notare, in questa commovente lista, almeno alcune variazioni che sembrano sottolineare la soggettività dell’esperienza della morte, a seconda di come vediamo il mondo: alcuni se ne andranno “in questi regni d’amore”, altri “scivolando via in solitudine”. Questa realtà può essere un Eden per alcuni, un inferno per altri.

In questo senso, nel verso “chi nel felice, felice mese di Maggio” trapela tutta l’amara ironia che l’autore attribuisce al morire. L’espressione era usata in alcune ninne-nanne, e in diversi poemi e canzoni inglesi dal 1600 in poi: nel contesto di questa canzone, però, viene ovviamente inserita con la distanza del sarcasmo e della disperazione — la morte non si ferma nemmeno di fronte al mese più gioioso dell’anno, alla primavera della vita.

La seconda parte di ogni strofa è costituita dal verso “e chi dirò che sta chiamando?”. Quest’ultimo “chi” opera un notevole scarto rispetto a quelli che aprono ogni verso precedente, sottolineato anche dal cambio melodico. Non si tratta più di un elenco affermativo, ma di una domanda: tutti questi morti, chi li sta chiamando ad uno ad uno?

Il verso si gioca tutto sull’ironico doppio senso di calling, poiché il tono è lo stesso che userebbe un maggiordomo al telefono: “chi devo dire che sta chiamando?”, “chi devo riferire?”. La formulazione shall I nella sua accezione arcaica rende la frase rispettosa ed educata, quando allo stesso tempo sta proponendo una domanda scottante: chi c’è all’altro capo della metaforica cornetta?

Il poeta qui si chiede chi sia a decidere del nostro ultimo destino. Sia che moriamo per il fuoco o per i barbiturici, c’è qualcuno o qualcosa che dia un senso alla nostra sofferenza e finitezza?
La bellezza della domanda è che non è posta in termini filosofici o metafisici: Cohen non chiede direttamente “esiste un Dio che può motivare la nostra morte?”. Il suo è un approccio estremamente umano, nato dalla contemplazione del dolore e della paura di tutti coloro che debbono morire, incluso se stesso (“chi in questo specchio”).
Rifiutando una visione ateistica o fideistica, Cohen pone al centro della questione un interrogativo elegante: “chi devo dire che sta chiamando?” Come potrò giustificare tutto questo triste e violento morire? Espressa con una sinteticità poetica ammirevole, ecco la domanda che assilla l’uomo fin dall’antichità.

You Are My Sunshine

Questo signore oggi si sta lentamente riprendendo, ma al momento in cui è stato girato il video aveva il bacino rotto e un’infezione al sangue che comprometteva la salute del suo cuore. Pensava di essere sul punto di morire. Nella triste e risaputa cornice di un letto d’ospedale, lui e sua moglie, ancora uniti contro il freddo del mondo, ci regalano una perla di rara e delicata magia.

L’enigmatica Offerta

bach_col

Al di là della bellezza sublime dell’ascolto, la musica di Johann Sebastian Bach non cessa di stupire ed intrigare gli studiosi di ogni tipo: oltre ai teorici della musica, essa ha affascinato fisici, matematici e logici. La complessità dei contrappunti di Bach è strettamente legata a formule e modelli di tipo matematico, e nasconde molti altri enigmi.

La sua opera più misteriosa rimane l’Offerta Musicale. La genesi di questo lavoro è leggendaria: il 7 maggio 1747 Bach fece visita a Federico il Grande, re di Prussia, alla cui corte lavorava suo figlio. Il re, che era un musicista, voleva mostrare a Bach uno strumento di nuova invenzione di cui possedeva alcuni esemplari sperimentali, il pianoforte. Eppure, forse, aveva in mente qualcos’altro. Durante il loro incontro, il re consegnò a Bach, che era famoso per le sue abilità di improvvisazione, un tema musicale scritto di suo pugno, e gli chiese di improvvisare su quella base una fuga a tre voci. Bach lo fece, e il re rincarò la dose, sfidandolo a improvvisarne un’altra, stavolta a sei voci. Com’era evidente a tutti i presenti, si trattava di un capriccio per umiliare il compositore, che però non batté ciglio e rispose che avrebbe lavorato al tema per poi spedirlo al re in breve tempo.

Kdf2
Il risultato è l’Offerta Musicale, una variazione sullo stesso tema talmente difficile che il re, che secondo alcune fonti era un flautista non particolarmente virtuoso, forse non sarebbe mai stato in grado di suonare.
Costituita da due ricercare, dieci canoni e una sonata, l’Offerta Musicale è un capolavoro assoluto, ma è anche una sorta di enorme rebus, un continuo indovinello musicale che rimanda di volta in volta alla matematica, alla conoscenza del latino e delle sacre scritture. Bach infatti era un appassionato di enigmi logici, ossessionato dalle forme simmetriche.

L’Offerta, sul frontespizio, reca un’iscrizione: Regis Iussu Cantio Et Reliqua Canonica Arte Resoluta (“il tema del re, con aggiunte, risolto nel modo canonico”). Eppure, le iniziali di questa frase compongono la parola RICERCAR, che se da una parte rimanda a una forma musicale in voga al tempo, dall’altra è un invito a cercare fra le note le piccole “magie matematiche” che Bach vi ha nascosto. Ad esempio, vi si trova uno straordinario canone ascendente per toni: si tratta di un motivo musicale che si muove di modulazione in modulazione, fino a terminare un intero tono più in alto della partenza. L’effetto è quello di una melodia che continua a salire, per poi magicamente tornare al punto di partenza, senza quasi che l’ascoltatore se ne renda conto, ripartendo nuovamente dall’inizio, teoricamente all’infinito. Il canone è accompagnato dal commento Ascendenteque Modulationis ascendat Gloria Regis, un modo per dire al re che, come questa modulazione, anche la sua gloria sarebbe ascesa all’infinito.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=IEuai_1sd0s]

Un altro canone porta l’iscrizione Notulis crescentibus crescat Fortuna Regis, “possa la fortuna del Re crescere come queste note”: si tratta, infatti, di un canone per augmentationem, vale a dire che le note si fanno progressivamente più lunghe.

ex24

Molti dei canoni presenti nell’Offerta Musicale sono poi degli enigmi veri e propri: Bach li ha lasciati inconclusi, con una criptica frase latina sopra al pentagramma, in modo che l’esecutore stesso dovesse comprendere, sulla base delle precedenti note (che hanno un valore matematico e una loro progressione), come completarla. Alcune di queste composizioni-rebus possono avere più di una soluzione, ma per praticità gli studiosi si sono accordati per condividere una sola “risposta” all’indovinello – in modo da poter stampare e ristampare il canone completo, senza che i musicisti di oggi si debbano scervellare ogni volta che devono suonarlo.

Infine, uno dei canoni dell’Offerta è chiamato “cancrizzante” (da cancer, “granchio, gambero”). È un virtuosismo contrappuntistico ma soprattutto matematico: il video qui sotto spiega in maniera intuitiva e illuminante la teoria che sta alla base di questo incredibile pezzo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=xUHQ2ybTejU]

La difficoltà e complessità della musica di Bach ne limitarono il successo: quando era in vita, egli venne reputato principalmente come esecutore e per le sue qualità di improvvisazione. Riscoperto nell’800, oggi gli è finalmente riconosciuto il posto che gli spetta – quello di uno dei più grandi geni che la musica occidentale abbia mai avuto.

Winny Puhh

win

I Winny Puhh sono una band proveniente dall’Estonia, il cui genere potrebbe essere definito come un misto di punk, heavy metal e follia pura. Nei loro show, sempre altamente teatrali, fanno uso di strumenti atipici (balalaika, banjo), di effetti speciali, make-up e costumi elaborati e assolutamente weird.

Pur essendo attivi dai primi anni ’90, soltanto oggi, grazie a YouTube, il mondo si è accorto di loro. Per farvi capire la portata spettacolare delle loro esibizioni, eccoli alle semifinali estone per la qualificazione all’Eurovision Song Contest 2013, con il loro pezzo Meiecundimees üks Korsakov läks eile Lätti.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=2dllo85ZSUk]

Purtroppo i Winny Puhh non si sono qualificati. Eppure è strano, visto che hanno scelto il loro nome (che significa, pensate un po’, Winnie The Pooh) proprio per piacere a grandi e piccini.

Very Heavy Metal

Compressorhead

Ecco a voi la band di heavy metal più pesante del mondo: i Compressorhead, che tutti assieme vengono stimati attorno alle 6 tonnellate.

Stickboy, il batterista, ha calcato le scene per la prima volta nel 2007. Come recita il sito ufficiale, “ha 4 braccia, 2 gambe, 1 testa e nessun cervello”. Nel 2009 ha conosciuto Fingers, il chitarrista, che con le sue 78 dita meccaniche è in grado di suonare qualsiasi nota sul manico della sua chitarra elettrica. Ma la band l’anno scorso si è arricchita di un altro elemento fondamentale, Bones – il bassista più preciso del pianeta. Eccoli nella loro sala prove, durante la preparazione di un nuovo pezzo.

[youtube=http://youtu.be/3RBSkq-_St8]

I Compressorhead sono essenzialmente una cover band, e ripropongono brani celebri dell’hard rock e dell’heavy metal, riarrangiati secondo le loro strabilianti doti di esecuzione e, soprattutto, di spettacolarità sul palco. Ecco Stickboy e Fingers (Bones non era ancora nato!) durante una loro esibizione televisiva.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=qKAWBNl4MeA]

I Compressorhead, che nel 2013 saranno in tour in Australia, sono stati realizzati dalla casa tedesca Robocross. Ecco il sito ufficiale della band.