Il Turco

Nel 1770, alla corte di Maria Teresa d’Austria, fece la sua prima sconcertante apparizione il Turco.

Vestito come uno stregone mediorientale, con tanto di vistoso turbante, il Turco sedeva ad un grosso tavolo di fronte a una scacchiera, e fumava una lunghissima pipa tradizionale; da sopra la barba nerissima, i suoi occhi grigi, ancorché vuoti e privi d’espressione, sembravano osservare tutto e tutti.  Il Turco era in attesa del coraggioso giocatore che avrebbe osato sfidarlo a scacchi.

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Ciò che davvero impressionò tutti i presenti era che il Turco non era un uomo in carne ed ossa: era un automa. Il suo inventore, Wolfgang von Kempelen, lo aveva creato proprio per compiacere la Regina, con la quale si era vantato l’anno prima di essere in grado di costruire la macchina più spettacolare del mondo. Prima che cominciasse la partita a scacchi, Kempelen aprì le ante dell’enorme scatola sulla quale poggiava la scacchiera, e gli spettatori poterono vedere una intricatissima serie di meccanismi, ruote dentate e strane strutture ad orologeria – non c’era nessun trucco, si poteva vedere da una parte all’altra della struttura, quando Kempelen apriva anche le porte sul retro. Un’altra sezione della macchina era invece quasi vuota, a parte una serie di tubi d’ottone. Quando il Turco era messo in moto, si sentiva chiaramente il ritmico sferragliare dei suoi ingranaggi interni, simile al ticchettio che avrebbe prodotto un enorme orologio.

Il primo volontario si fece avanti e Kempelen lo informò che il Turco doveva avere sempre le pedine bianche, e muovere invariabilmente per primo. A parte questa “concessione”, si scoprì ben presto che il Turco non soltanto era un ottimo giocatore di scacchi, ma aveva anche un certo caratterino. Se un avversario tentava una mossa non valida, il Turco scuoteva la testa, rimetteva la pedina al suo posto e si arrogava il diritto di muovere; se il giocatore ci riprovava una seconda volta, l’automa gettava via la pedina.

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Alla sua presentazione ufficiale a corte, il Turco sbaragliò facilmente qualsiasi avversario. Per Kempelen sarebbe anche potuta finire lì, con il bel successo del suo spettacolo. Ma il suo automa divenne di colpo l’argomento di conversazione preferito in tutta Europa: intellettuali, nobili e curiosi volevano confrontarsi con questa incredibile macchina in grado di pensare, altri sospettavano un trucco, e alcuni temevano si trattasse di magia nera (pochi per la verità, era pur sempre l’epoca dei Lumi). Nonostante volesse dedicarsi a nuove invenzioni, di fronte all’ordine dell’Imperatore Giuseppe II, Kempelen fu costretto controvoglia a rimontare il suo automa e ad esibirsi nuovamente a corte; il successo fu ancora più clamoroso, e all’inventore venne suggerito (o, per meglio dire, imposto) di iniziare un tour europeo.

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Nel 1783 il Turco viaggiò fra spettacoli pubblici e privati, presso le principali corti europee e nei saloni nobiliari, perdendo alcune partite ma vincendone la maggior parte. A Parigi il più grande scacchista del tempo, François-André Danican Philidor, vinse contro il Turco ma confessò che quella era stata la partita più faticosa della sua carriera. Dopo Parigi vennero Londra, Leipzig, Dresda, Amsterdam, Vienna. A poco a poco si spense il clamore della novità, e il Turco rimase smantellato per una ventina d’anni: nessuno aveva ancora scoperto il suo segreto. Quando Kempelen morì nel 1804, suo figlio decise di vendere il macchinario a Johann Nepomuk Mälzel, un appassionato collezionista di automi. Mälzel decise che avrebbe dato nuova vita al Turco, perfezionandolo e rendendolo ancora più spettacolare. Aggiunse alcune parti, modificò alcuni dettagli, e infine installò una scatola parlante che permetteva alla macchina di pronunciare la parola “échec!” quando metteva sotto scacco l’avversario.

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Perfino Napoleone Bonaparte volle giocare contro il Turco. Si racconta che l’Imperatore provò una mossa illecita per ben tre volte; le prime due volte l’automa scosse il capo e rimise la pedina al suo posto, ma la terza volta perse le staffe e con un braccio – evidentemente incurante di chi aveva di fronte! – il Turco spazzò via tutti pezzi dalla scacchiera. Napoleone rimase estremamente divertito dal gesto insolente, e giocò in seguito alcune partite più “serie”.

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Nel 1826 Mälzel portò il Turco in America, dove la sua popolarità non smise di crescere su tutta la costa orientale degli States, da New York a Boston a Philadelphia; Edgar Allan Poe scrisse un famoso trattato sull’automa (anche se non azzeccò affatto il suo segreto), e numerosi “cloni” ed imitazioni del Turco cominciarono ad apparire – ma nessuno ebbe il successo dell’originale.

Ma ogni cosa fa il suo tempo. Nel 1838 Mälzel morì, e il Turco, inizialmente messo all’asta, finì relegato in un angolo del Peale Museum di Baltimora. Nel 1854 un incendio raggiunse il Museo, e ci fu chi giurò di aver sentito il Turco, avvolto dalle fiamme, che gridava “Scacco! Scacco!“, mentre la sua voce diveniva sempre più flebile. Dell’incredibile automa si salvò soltanto la scacchiera, che era conservata in un luogo separato.

Nel 1857 Silas Mitchell, figlio dell’ultimo proprietario del Turco, decise che non c’era più motivo di nascondere il vero funzionamento della macchina, visto che era andata ormai distrutta. Così, su una prestigiosa rivista di scacchi, pubblicò infine il “segreto meglio mantenuto di sempre”. Si scoprì che, fra le ipotesi degli scettici e le teorie di chi aveva tentato di risolvere l’enigma, alcune parti dell’ingegnosa opera erano state indovinate, ma mai interamente.

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Dentro al macchinario del Turco si nascondeva un maestro di scacchi in carne ed ossa. Quando il presentatore apriva i diversi scomparti per mostrarli al pubblico, l’operatore segreto si spostava su un sedile mobile, secondo uno schema preciso, facendo così scivolare in posizione alcune parti semoventi del macchinario. In questo modo, poiché non tutte le ante venivano aperte contemporaneamente, lo scacchista rimaneva sempre al riparo dagli occhi degli spettatori. Ma come poteva sapere in che modo giocare la sua partita?

Sotto ogni pezzo degli scacchi era impiantato un forte magnete, e l’operatore nascosto poteva seguire le mosse dell’avversario perché la calamita attirava a sé altrettanti magneti attaccati con un filo all’interno del coperchio superiore della scatola. L’operatore, per vedere nel buio del mobile in legno, usava una candela i cui fumi uscivano discretamente da un condotto di aerazione nascosto nel turbante del Turco; i numerosi candelabri che illuminavano la scena aiutavano a mascherare la fuoriuscita del fumo. Una complessa serie di leve simili a quelle di un pantografo permettevano al maestro di scacchi di fare la sua mossa, muovendo il braccio dell’automa. C’era perfino un quadrante in ottone con una serie di numeri, che poteva essere visto anche dall’esterno: questo permetteva la comunicazione in codice fra l’operatore all’interno della scatola e il presentatore all’esterno.

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Nel 1989 John Gaughan presentò a una conferenza sulla magia una perfetta ricostruzione del Turco, che gli era costata quattro anni di lavoro. Questa volta, però, non c’era più bisogno di un operatore umano all’interno del macchinario: a dirigere le mosse dell’automa era un programma computerizzato. Meno di dieci anni dopo Deep Blue sarebbe stato il primo computer a battere a scacchi il campione mondiale in carica, Garry Kasparov.

Oggi la tecnologia è arrivata ben oltre le più assurde fantasie di chi rimaneva sconcertato di fronte al Turco; eppure alcune delle domande che ci sono tanto familiari (potranno mai le macchine soppiantare gli uomini? È possibile costruire dei sistemi meccanici capaci di pensiero?) non sono poi così moderne come potremmo credere: nacquero per la prima volta proprio attorno a questa misteriosa e ironica figura dall’esotico turbante.

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(Grazie, Giulia!)

Maschere mortuarie

Le maschere mortuarie sono una delle tradizioni più antiche del mondo, diffusa praticamente ovunque dall’Europa all’Asia all’Africa. Così come assieme al cadavere venivano spesso lasciati viveri, armi o altri oggetti che potessero servire al morto nel suo viaggio verso l’aldilà, spesso coprire il volto con una maschera garantiva al suo spirito maggiore forza e protezione. Nelle tradizioni africane queste maschere erano minacciose e terribili, per spaventare ed allontanare i dèmoni dall’anima del defunto. Nell’antico bacino del Mediterraneo, invece, la maschera veniva forgiata stilizzando le reali fattezze del morto: ricorderete certamente le più famose maschere funerarie, quella di Tutankhamen e quella attribuita tradizionalmente ad Agamennone (qui sopra).

Ma già dal basso Impero Romano, e poi nel Medio Evo, le maschere non si seppellivano più assieme al corpo, si conservavano come ricordi; inoltre si cercò di riprodurre in maniera sempre più fedele il volto del defunto. Si ricorse allora all’uso di calchi in cera o in gesso, applicati sulla faccia poco dopo la morte del soggetto da ritrarre: da questo negativo venivano poi prodotte le maschere funerarie vere e proprie. Si trattava di un processo che pochi si potevano permettere e dunque riservato a un’élite composta da nobili e sovrani – ma anche a personalità di spicco dell’arte, della letteratura o della filosofia. È grazie a questi calchi che oggi conosciamo con esattezza il volto di molti grandi del passato: Dante, Leopardi, Voltaire, Robespierre, Pascal, Newton e innumerevoli altri ancora.

La differenza con un ritratto dipinto o una scultura dal vivo è evidente: nelle maschere mortuarie non è possibile l’idealizzazione, lo scultore riproduce senza imbellettare, e ogni minimo difetto nel volto rimane impresso così come ogni grazia. Non soltanto, alcune maschere mostrano volti con fattezze già cadaveriche, occhi infossati, guance molli e cadenti, mascelle allentate. Con la sensibilità odierna ci si può domandare se sia davvero il caso di ricordare il defunto in questo stato – dubbio non soltanto moderno, visto che Eugène Delacroix aveva dato disposizioni affinché “dopo la sua morte dei suoi lineamenti non fosse conservata memoria”.

Eppure, se pensiamo che la fotografia post-mortem prenderà il posto delle maschere dalla fine del 1800, forse queste estreme, ultime immagini hanno un valore e un significato simbolico necessario. Possibile che ci raccontino qualcosa della persona a cui apparteneva quel volto? Il volto di un cadavere ci interroga sempre, pare nascondere un ambiguo segreto; quando poi si tratta del viso di un grande uomo, l’emozione è ancora più forte. Ci ricorda che la morte arriva per tutti, certo, ma segna anche la fine di una vita straordinaria, magari di un’epoca come nel caso della maschera mortuaria di Napoleone. E, soprattutto, riporta nomi celebri a una concretezza e una fisicità terrena che nessun dipinto, statua o addirittura fotografia potrà mai avere: si fanno segni della loro realtà storica, ci ricordano che questi uomini leggendari sono davvero passati di qui, hanno avuto un corpo come noi, e sono stati capaci di cambiare il mondo.

Se volete approfondire, questa pagina raccoglie molte delle principali maschere mortuarie con splendide foto; è anche consigliata una visita al Virtual Museum of Death Mask, più incentrato sulla tradizione russa, e che permette di confrontare le foto o i ritratti “in vita” e le maschere mortuarie di alcuni personaggi celebri.

Bizzarro Bazar a New York – I

New York, Novembre 2011. È notte. Il vento gelido frusta le guance, s’intrufola fra i grattacieli e scende sulle strade in complicati vortici, senza che si possa prevedere da che parte arriverà la prossima sferzata. Anche le correnti d’aria sono folli ed esagerate, qui a Times Square, dove il tramonto non esiste, perché i maxischermi e le insegne brillanti degli spettacoli on-Broadway non lasciano posto alle ombre. Le basse temperature e il forte vento non fermano però il vostro esploratore del bizzarro, che con la scusa di una settimana nella Grande Mela, ha deciso di accompagnarvi alla scoperta di alcuni dei negozi e dei musei più stravaganti di New York.

Partiamo proprio da qui, da Times Square, dove un’insegna luminosa attira lo sguardo del curioso, promettendo meraviglie: si tratta del museo Ripley’s – Believe It Or Not!, una delle più celebri istituzioni mondiali del weird, che conta decine di sedi in tutto il mondo. Proudly freakin’ out families for 90 years! (“Spaventiamo le famiglie, orgogliosamente, da 90 anni”), declama uno dei cartelloni animati.

L’idea di base del Ripley’s sta proprio in quel “credici, oppure no”: si tratta di un museo interamente dedicato allo strano, al deviante, al macabro e all’incredibile. Ad ogni nuovo pezzo in esposizione sembra quasi che il museo ci sfidi a comprendere se sia tutto vero o se si tratti una bufala. Se volete sapere la risposta, beh, la maggior parte delle sorprendenti e incredibili storie raccontate durante la visita sono assolutamente vere. Scopriamo quindi le reali dimensioni dei nani e dei giganti più celebri, vediamo vitelli siamesi e giraffe albine impagliate, fotografie e storie di freak celebri.

Ma il tono ironico e fieramente “exploitation” di questa prima parte di museo lascia ben presto il posto ad una serie di reperti ben più seri e spettacolari; le sezioni antropologiche diventano via via più impressionanti, alternando vetrine con armi arcaiche a pezzi decisamente più macabri, come quelli che adornano le sale dedicate alle shrunken heads (le teste umane rimpicciolite dai cacciatori tribali del Sud America), o ai meravigliosi kapala tibetani.

Tutto ciò che può suscitare stupore trova posto nelle vetrine del museo: dalla maschera funeraria di Napoleone Bonaparte, alla pistola minuscola ma letale che si indossa come un anello, alle microsculture sulle punte di spillo.

Talvolta è la commistione di buffoneria carnevalesca e di inaspettata serietà a colpire lo spettatore. Ad esempio, in una pacchiana sala medievaleggiante, che propone alcuni strumenti di tortura in “azione” su ridicoli manichini, troviamo però una sedia elettrica d’epoca (vera? ricostruita?) e perfino una testa umana sezionata (questa indiscutibilmente vera). Il tutto per il giubilo dei bambini, che al Ripley’s accorrono a frotte, e per la perplessità dei genitori che, interdetti, non sanno più se hanno fatto davvero bene a portarsi dietro la prole.

Insomma, quello che resta maggiormente impresso del Ripley’s – Believe It Or Not è proprio questa furba commistione di ciarlataneria e scrupolo museale, che mira a confondere e strabiliare lo spettatore, lasciandolo frastornato e meravigliato.

Per tornare unpo’ con i piedi per terra, eccoci quindi a un museo più “serio” e “ufficiale”, ma di certo non più sobrio. Si tratta del celeberrimo American Museum of Natural History, uno dei musei di storia naturale più grandi del mondo – quello, per intenderci, in cui passava una notte movimentata Ben Stiller in una delle sue commedie di maggior successo.

Una giornata intera basta appena per visitare tutte le sale e per soffermarsi velocemente sulle varie sezioni scientifiche che meriterebbero ben più attenzione.

Oltre alle molte sale dedicate all’antropologia paleoamericana (ricostruzioni accurate degli utensili e dei costumi dei nativi, ecc.), il museo offre mostre stagionali in continuo rinnovo, una sala IMAX per la proiezione di filmati di interesse scientifico, un’impressionante sezione astronomica, diverse sale dedicate alla paleontologia e all’evoluzione dell’uomo, e infine la celebre sezione dedicata ai dinosauri (una delle più complete al mondo, amata alla follia dai bambini).

Ma forse i veri gioielli del museo sono due in particolare: il primo è costituito dall’ampio uso di splendidi diorami, in cui gli animali impagliati vengono inseriti all’interno di microambienti ricreati ad arte. Che si tratti di mammiferi africani, asiatici o americani, oppure ancora di animali marini, questi tableaux sono accurati fin nel minimo dettaglio per dare un’idea di spontanea vitalità, e da una vetrina all’altra ci si immerge in luoghi distanti, come se fossimo all’interno di un attimo raggelato, di fronte ad alcuni degli esemplari tassidermici più belli del mondo per precisione e naturalezza.

L’altra sezione davvero mozzafiato è quella dei minerali. Strano a dirsi, perché pensiamo ai minerali come materia fissa, inerte, e che poche emozioni può regalare – fatte salve le pietre preziose, che tanto piacciono alle signore e ai ladri cinematografici. Eppure, appena entriamo nelle immense sale dedicate alle pietre, si spalanca di fronte a noi un mondo pieno di forme e colori alieni. Non soltanto siamo stati testimoni, nel resto del museo, della spettacolare biodiversità delle diverse specie animali, o dei misteri del cosmo e delle galassie: ecco, qui, addirittura le pietre nascoste nelle pieghe della terra che calpestiamo sembrano fatte apposta per lasciarci a bocca aperta.

Teniamo a sottolineare che nessuna foto può rendere giustizia ai colori, ai riflessi e alle mille forme incredibili dei minerali esposti e catalogati nelle vetrine di questa sezione.

Alla fine della visita è normale sentirsi leggermente spossati: il Museo nel suo complesso non è certo una passeggiata rilassante, anzi, è una continua ginnastica della meraviglia, che richiede curiosità e attenzione per i dettagli. Eppure la sensazione che si ha, una volta usciti, è di aver soltanto graffiato la superficie: ogni aspetto di questo mondo nasconde, ora ne siamo certi, infinite sorprese.

(continua…)

Tristan da Cunha

Aprite un atlante e guardate bene l’Oceano Atlantico, sotto l’equatore. Notate nulla?

Al centro dell’oceano, praticamente a metà strada fra l’Africa e l’America del Sud, potete scorgere un puntino. Completamente perduta nell’infinita distesa d’acqua, ecco Tristan da Cunha, l’ultimo sogno di ogni romantico: l’isola abitata più inaccessibile del mondo.

L’isola, di origine vulcanica, venne avvistata per la prima volta nel 1506; le sue coste vennero esplorate nel 1767, ma fu soltanto nel 1810 che un singolo uomo, Jonathan Lambert, vi si rifugiò, dichiarandola di sua proprietà. Lambert, però, morì due anni dopo, e Tristan venne annessa dalla Gran Bretagna (per evitare che qualcuno potesse usarla come base per tentare la liberazione di Napoleone, esiliato nel frattempo a Sant’Elena). Tristan da Cunha divenne per lungo tempo scalo per le baleniere dei mari del Sud, e per le navi che circumnavigavano l’Africa per giungere in Oriente. Poi, quando venne aperto il Canale di Suez, l’isolamento dell’arcipelago diventò pressoché assoluto.

Le correnti burrascose si infrangevano con violenza sulle rocce di fronte all’unico centro abitato dell’isola, Edinburgh of the Seven Seas, chiamato dai pochi isolani The Settlement. Chi sbarcava a Tristan, o lo faceva a causa di un naufragio oppure nel disperato tentativo di evitarlo. Fra i naufraghi e i primi coloni, c’erano anche alcuni navigatori italiani.

Nel 1892, infatti, due marinai di Camogli naufraghi del Brigantino Italia infrantosi sulle scogliere dell’Isola decisero, per amore di due isolane, di stabilirsi a Tristan da Cunha; essi diedero vita a due nuove famiglie (che ancor oggi portano il loro nome, Lavarello e Repetto) che si aggiunsero alle cinque già esistenti sull’isola, completando in questo modo il quadro delle parentele che esiste uguale ancor oggi a più di un secolo di distanza. Dopo i due italiani, nessun altro si fermerà a Tristan da Cunha originando nuove stirpi.

Passarono i decenni, ma la vita sull’isola rimase improntata alla semplicità rurale. Fra i tranquilli campi di patate e le basse case di pietra giunsero lontani racconti di una Grande Guerra, poi di un’altra. Tristan rimase pacifica, protetta dal suo deserto d’acqua, una terra emersa inaccessibile che nemmeno il progresso industriale poteva guastare.

Poi, nel 1961, il vulcano al centro dell’isola si risvegliò, e gli abitanti vennero evacuati. Sfollati in Sud Africa, rimasero disgustati dall’apartheid che vi regnava, così distante dai principi solidaristici della loro primitiva e utopica comunità. Ottennero così di essere trasferiti in Gran Bretagna, e lì scoprirono un mondo radicalmente diverso: un Occidente in pieno boom economico, che si apprestava a conquistare ogni risorsa, perfino a spedire uomini sulla Luna.

Dopo due anni, gli isolani ne avevano abbastanza della rumorosa modernità. Ottennero il permesso di tornare a Tristan, e nel ’63 sbarcarono nuovamente sulla loro terra, e tornarono ad occuparsi delle loro fattorie.

E anche oggi, Tristan resta un’isola mitica e remota: è raggiungibile unicamente via mare, e se ottenete il necessario permesso per sbarcare, neanche così è molto semplice. Non c’è infatti un porto sull’isola, che deve essere raggiunta mediante piccole imbarcazioni che sfidano le violente onde dell’oceano.

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Gli abitanti, oggi poco più di 260, pur fieri ed orgogliosi della loro solitudine, si stanno lentamente aprendo alle nuove tecnologie (per molto tempo l’unico accesso a internet è rimasto all’interno dell’ufficio dell’Amministratore dell’isola). Vivono in armonia e serenità, senza alcuna traccia di criminalità. La proprietà privata è stata introdotta soltanto nel 1999. Le navi da crociera che fanno scalo a Tristan sono pochissime (meno di una decina in tutto l’anno), e le uniche imbarcazioni che vi si recano regolarmente sono quelle dei pescatori di aragoste del Sud Africa.

Anna Lajolo e Giulio Lombardi hanno passato tre mesi sull’isola, intessendo rapporti di amicizia con gli islanders, e sono ritornati in Italia regalandoci un documentario, e diversi testi fondamentali per comprendere le difficoltà e le delizie della vita in questo paradiso dimenticato dal mondo, e lo spirito concreto e generoso degli abitanti: L’isola in capo al mondo, 1994; Tristan de Cuña: i confini dell’asma, 1996; Tristan de Cuña l’isola leggendaria, 1999; Le lettere di Tristan, 2006.

Ecco il sito governativo dell’isola.