La Nave dei Folli: esilio del diverso, e altri naufragi

Nel 1494 a Basilea Sebastian Brant pubblica La nave dei folli (Das Narrenschiff). È un’operetta satirica in versi, suddivisa nella prima edizione in 112 capitoli illustrati da altrettante xilografie attribuite ad Albrecht Dürer.

L’immagine dell’imbarcazione il cui equipaggio è costituito unicamente da pazzi era già diffusa nella tradizione europea, dall’Olanda all’Austria, e compariva in diversi poemi a partire dal XIII Secolo. Brant però la utilizza a scopi umoristico-moralistici, dedicando a ogni stolto passeggero un capitolo, e facendone una sorta di compilazione dei peccati, dei difetti e delle meschinità umane.

Ciascun personaggio è l’espressione di una specifica “follia” dell’uomo – la cupidigia, il gioco d’azzardo, la crapula, l’adulterio, le chiacchiere, gli studi inutili, l’usura, la voluttà, l’ingratitudine, la bestemmia, eccetera. Ci sono capitoli per coloro che disubbidiscono al medico, per gli arroganti che correggono di continuo gli altri, per chi si caccia volontariamente nei guai, chi si crede superiore, chi non sa mantenere un segreto, chi sposa donne vecchie per l’eredità, chi se ne va in giro di notte a cantare e suonare quando è tempo di riposare.

La visione di Brant è impietosa, sebbene in parte stemperata dai toni carnascialeschi; e in effetti la nave dei pazzi ha una correlazione evidente con il Carnevale – che potrebbe prendere il suo nome dal carrus navalis, il carro delle processioni costruito, appunto, a forma di barca.
Il Carnevale era il momento dell’inversione “sacra”, in cui ogni eccesso era lecito, si poteva liberamente parodiare il clero o i potenti mettendo in scena pantomime e sberleffi sfrenati: le “navi su ruote”, cariche di maschere e di caratteri grotteschi, portavano effettivamente la follia nelle piazze. Ma queste esternazioni erano accettate soltanto in quanto limitate a un periodo preciso, eccezione consentita per rafforzare l’equilibrio.

Foucault, che della nave dei pazzi scrive nella sua Storia della follia, ne fa il simbolo di una delle due grandi strategie non programmatiche messe in atto nei secoli per combattere il pericolo della malattia (e, più genericamente, del Male che si annida nella società).

Da una parte c’è appunto il concetto della Stultifera Navis, che consiste nella marginalizzazione di tutto ciò che è ritenuto insanabile. Le navi piene di disadattati, matti e poco di buoni forse sono esistite per davvero: come scrive P. Barbetta, “i folli venivano allontanati dalle città, imbarcati su navi per essere abbandonati altrove, ma il navigatore spesso le gettava a mare o le sbarcava in qualche landa desolata, dove morivano. Molti annegavano.


Il pazzo e il lebbroso venivano esiliati fuori dalle mura in una sorta di grande rito di purificazione comunitario:

Il gesto violento che li scaccia dalla vita della polis definisce retroattivamente la natura immunitaria della Comunità dei normali. Il folle è infatti considerato un tabù, un corpo estraneo che deve essere spurgato, allontanato, escluso. I marinai diventano allora i loro custodi: essere stivati nella Stultifera navis e abbandonati sulle acque manifesta l’esigenza di un rituale simbolico di purificazione ma anche un imprigionamento senza alcuna possibilità di redenzione. La libertà di una navigazione senza rotta è, in realtà, una schiavitù impossibile da riscattare.

(M. Recalcati, Scacco alla ragione, Repubblica, 29-05-16)

Dall’altra parte Foucault individua un secondo modello, anch’esso antico, riemerso a partire dalla fine del XVII Secolo in concomitanza con l’esplodere della peste: il modello dell’inclusione dell’appestato.
Qui la società non cede all’istinto di bandire a priori una parte dei cittadini, ma pianifica invece una capillare rete di controllo per stabilire chi è ammalato e chi è sano.
La letteratura e il teatro hanno spesso descritto le epidemie di peste come un momento in cui tutte le regole saltano, ed è il disordine a imperare; al contrario Foucault vede nella peste il momento in cui viene istituito un potere politico “esaustivo, un potere senza ostacoli, un potere interamente trasparente al suo oggetto; un potere che si esercita pienamente” (da Gli anormali).
Si implementa lo strumento della quarantena; si organizzano ronde quotidiane, si controllano gli abitanti quartiere per quartiere, casa per casa, addirittura finestra per finestra; la popolazione è censita e parcellizzata fin nei minimi denominatori, e chi non si presenta all’appello è escluso dal consorzio sociale in maniera “chirurgica”.
Ecco perché questo secondo modello mostra i caratteri sadiani del controllo assoluto: una società appestata piace a chi sogna una società militare.

Come si noterà, una vera e propria integrazione della follia e della diversità non sembra essere mai stata contemplata.

Le figure davvero scandalose (ricordava Baudrillard in Simulacri e simulazione) sono ancora il pazzo, il bambino e l’animale – scandalosi perché non parlano. E se non parlano, se esistono al di fuori del logos, sono pericolosi: bisogna negarli, o perlomeno non considerarli, per non rischiare di mettere a repentaglio i confini della cultura.
E dunque i bambini non sono reputati capaci di intendere né di volere, non sono uomini a pieno titolo e ovviamente non contano in alcuna decisione (ma essendo comunque cittadini in fieri almeno vengono protetti); gli animali, con i loro occhi misteriosi e il loro mutismo insopportabile, vanno sempre sottomessi; i folli, infine, sono relegati alla loro nave di cui è meglio non sapere nulla, destinata a perdersi tra i flutti.

Alla triade di “scandali” di Baudrillard si potrebbe forse aggiungere un’ulteriore categoria, più problematica, quella dello Straniero – che parla sì una lingua, ma non la nostra, e che fin dall’antichità è stato visto di volta in volta come foriero di novità feconde oppure di pericolo, come “scherzo di natura” (incluso nei bestiari e nei resoconti di meraviglie esotiche) oppure monstrum inconciliabile con la società progredita.

In sostanza, la contrapposizione tra la città/terraferma intesa come Norma e l’esilio marittimo del diverso non è mai tramontata.

Ma per tornare alla satira di Brant, quel Narrenschiff che ha fissato nell’immaginario collettivo l’allegoria della nave: si potrebbe ipotizzarne una lettura meno reazionaria o conformista.
Infatti guardando meglio la folla di disadattati, matti e stolti, è difficile non identificarsi almeno in parte con qualcuno dei “naviganti”. Non è un caso che nel penultimo capitolo l’autore si diletti a includere perfino sé stesso nella dissennata marmaglia.

Per questo sorge il dubbio: e se il libro non fosse una semplice messa alla berlina dei vizi umani, ma piuttosto una metafora disperata della condizione esistenziale? Se quei volti grotteschi, avidi e riottosi fossero i nostri, e non esistesse davvero alcuna terraferma?
Se è così – se noi siamo i pazzi –, cosa ci ha spinto a questa follia?

C’è una quinta e ultima categoria di interlocutori “scandalosi-perché-non-parlano”, con cui abbiamo molto, troppo in comune: sono i cadaveri.

E gli scheletri beffardi, nella narrativa del memento mori, sono personaggi-funzione tanto quanto i matti galleggianti di Brant. Anche nelle danze macabre ognuno degli scheletri rappresenta la propria specifica vanagloria, ciascuno esibisce il suo patetico orgoglio mondano, il suo grado nobiliare, con la convinzione incrollabile d’essere principe o pecoraio.

Nonostante tutti gli stratagemmi escogitati per renderla simbolica, per motivarla, la morte è ancora l’innesco che fa crollare il castello di carte. Il cadavere è il vero osceno incurabile perché non comunica, non lavora e non produce, né conosce buone maniere.
In quest’ottica allora la nave dei folli, ben più capiente di quanto sospettato, non imbarca soltanto i viziosi e i peccatori ma l’umanità intera: rappresenta l’assurdità dell’esistenza che la morte depriva di senso. Di fronte a questa realtà, il diverso, il deviante non esistono più.

A renderci pazzi è dunque il presagio: quello dell’inevitabilità del naufragio.
La perdita della ragione, cioè, avviene nel momento in cui ci si rende conto che il crederci separati dalla natura è stata una sublime illusione. “L’umanità – nelle parole di Brechtè tenuta in vita dagli atti bestiali”. E con un atto bestiale, muore.

L’occhio luccicante (glittering eye) del vecchio marinaio di Coleridge ha il bagliore di chi ha intravisto la verità: egli ha scoperto quanto labile sia il confine tra la nostra pretesa razionalità e i mostri, gli spettri, la dannazione, l’animalità, ed è condannato a raccontarlo per sempre.

L’umanità resa folle dalla visione della morte è quella dei disperati della zattera della Medusa; e la grande intuizione di Géricault, al fine di studiare la gamma dei colori della carne, fu di procurarsi e portare nel suo studio degli autentici arti mozzati e teste umane – riduzione dell’uomo a taglio di macelleria.

Nonostante nel dipinto ultimato l’orrore sia controbilanciato dalla speranza (la goletta salvifica avvistata all’orizzonte), non fu certo quest’ultima ad accendere l’interesse dell’artista, né ad alimentare le successive polemiche. Il fulcro qui è la carne oscena, il cannibalismo, l’atto animalesco, il Panico che irrompe e assedia, il naufragio come orgia in cui ogni ordine precipita.

Acqua, acqua ovunque”: è pazzo chi si crede sano e sensato, ma diventa pazzo chi si rende conto della mancanza di senso, della caducità del mondo… In questo dilemma senza soluzione sta tutto il dramma dell’uomo fin dai tempi dell’Ecclesiaste, nell’impossibilità di operare una scelta razionale.

Da questa follia non si può guarire, da questa nave non si può scendere.
Non resta altro, forse, che abbracciare l’assurdo, emozionarsi per l’avventurosa traversata, e restare attoniti di fronte all’antico cielo stellato.

Das Narrenschiff di Brant è disponibile online nell’edizione originale tedesca, in una traduzione inglese del 1874 in due volumi (1 & 2), oppure per l’acquisto su Amazon.

Gli ammutinati della Batavia

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Il viaggio della Batavia era partito male fin dall’inizio.
Quando questa nave della Compagnia Olandese delle Indie Orientali salpò da Texel, nei Paesi Bassi, il 29 ottobre 1628, una violenta tempesta la separò dalle altre sei imbarcazioni della flotta. Tornata la calma, soltanto tre navi erano in vista: la Batavia, appunto, Assendelft e la Buren. Proseguirono il loro viaggio fino al Capo di Buona Speranza, arrivandoci perfino in anticipo di un mese sulla tabella di marcia. Ma già a questo punto era chiaro che c’era sangue amaro fra il comandante Francisco Pelsaert e il capitano Adrian Jacobsz.
Pelsaert era uno degli uomini di maggiore esperienza di tutta la Compagnia, e mal sopportava l’amore del capitano per la bottiglia: l’aveva ripreso severamente, in pubblico e di fronte alla ciurma. Jacobsz, pur facendo buon viso a cattivo gioco, covava la sua vendetta.

Il terzo uomo più importante sulla nave, dopo il comandante e il capitano, era un certo Jeronimus Cornelisz. La sua era una storia strana, perché non era davvero un marinaio: aveva sempre svolto l’attività di farmacista, come suo padre prima di lui. Ma nel 1627 il suo figlioletto di pochi mesi era morto a causa della sifilide, e Cornelisz si era impuntato nel voler dimostrare che era stata l’infermiera a contagiare il bambino, e non sua moglie. Invischiato in azioni legali, era presto andato in bancarotta. Si era imbarcato sulla Batavia proprio per scappare dall’Olanda e fuggire i suoi guai finanziari.
A bordo della nave, Cornelisz divenne amico di Jacobsz; assieme, i due cominciarono a tramare un piano di ammutinamento per spodestare il comandante Pelsaert.

Le navi ripartirono da Città del Capo dirette verso Java, ma poco dopo aver lasciato la terra si persero di vista. La Batavia ora era sola nell’Oceano Indiano. Durante la traversata, Pelsaert si ammalò e restò per gran parte del tempo chiuso nella sua cabina. Fra gli uomini della ciurma, senza il rigido controllo del comandante, le cose cominciarono a precipitare.

Dei 341 passeggeri circa due terzi erano ufficiali ed equipaggio, circa un centinaio erano soldati e il resto era costituito da civili tra cui alcune donne e bambini. Come si può immaginare, essere donna in così stretta minoranza su una nave che ospitava centinaia di uomini, lasciati a se stessi senza una vera disciplina, era piuttosto rischioso. La prima a fare le spese di questa pesante situazione fu Lucretia Jans, una ventisettenne dell’alta società oladese che viaggiava per raggiungere suo marito a Giacarta. Jacobsz ce l’aveva con lei perché aveva rifiutato le sue avances; così nel pieno dell’oceano Lucretia venne assalita da uomini mascherati che la “appesero fuori bordo per i piedi e maltrattarono indecentemente il suo corpo“. Più tardi la donna dichiarerà di aver riconosciuto Jacobz e un suo scagnozzo dalle voci dei molestatori. Non è chiaro se questo incidente facesse in realtà parte del piano di ammutinamento: se Lucretia non avesse riconosciuto gli assalitori, il comandante Palseart avrebbe dovuto punire tutta la ciurma, e forse Jacobz puntava su un’eventualità simile per diffondere il malcontento fra i marinai.
Ma Palseart, a causa della sua malattia, non arrestò né punì i colpevoli. Mentre Cronelisz e Jacobsz architettavano nuovi espedienti per scatenare l’ammutinamento, la notte del 4 giugno 1629 successe qualcosa di imprevisto.

Il 4 di Giugno, un lunedì mattina, il secondo giorno di Pentecoste, con luna piena e chiara circa due ore prima dell’alba durante la veglia del capitano (Ariaen Jacobsz), giacevo ammalato nella mia cuccetta e tutto d’un tratto sentii, con un duro e terribile movimento, l’urto del timone della nave, e immediatamente dopo sentii la nave incagliarsi nelle rocce, tanto che caddi giù dalla branda. A quel punto corsi di sopra e scoprii che tutte le vele erano spiegate, il vento da sudovest […] e che stavamo nel mezzo di una densa nebbia. Attorno alla nave c’era soltanto una rada schiuma, ma poco dopo sentii il mare infrangersi violentemente intorno a noi. Dissi, “Capitano, cosa avete fatto, a causa della vostra incauta sbadataggine avete passato questo cappio attorno al nostro collo?”

(Diario di Pelsaert)

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La Batavia si era incagliata sulla barriera corallina di Morning Reef, nell’arcipelago di Houtman Abrolhos, quaranta miglia al largo della costa ovest dell’Australia. A poco a poco i sopravvissuti vennero trasportati su due isole vicine, Beacon Island e Traitor’s Island. Alcuni uomini, fra cui Cornelisz, rimasero a bordo del relitto. Ma l’arcipelago non offriva a prima vista possibilità di sostentamento per tutti quegli uomini: il cibo scarseggiava (sulle isole si potevano trovare soltanto degli uccelli e qualche leone marino), e il problema più grave era la mancanza d’acqua dolce. Palseart decise, coraggiosamente, di tentare un’impresa impossibile – raggiungere Giacarta con le scialuppe di salvataggio che rimanevano a disposizione.

Alla fine, dopo aver discusso a lungo e ponderato che non c’era speranza di portare l’acqua fuori dal relitto a meno che la nave non fosse caduta a pezzi e i barili fossero arrivati galleggiando fino a terra, o che venisse una buona pioggia quotidiana per alleviare la nostra sete (ma questi erano tutti mezzi molto incerti), decidemmo dopo lungo dibattito […] che saremmo dovuti andare a cercare l’acqua nelle isole limitrofe o sul continente per mantenerci in vita, e se non avessimo trovato acqua, che avremmo allora navigato con le barche senza indugio per Batavia [antico nome di Giacarta], e con la grazia di Dio raccontato laggiù la nostra triste, inaudita, disastrosa vicenda.

(Diario di Pelsaert)

Pelsaert prese con sé 48 uomini fra ufficiali e passeggeri, Jacobsz incluso, e salpò per Giacarta. Ci arrivò 33 giorni dopo, incredibilmente senza perdite umane. Una volta nella capitale, Jacobsz venne arrestato per negligenza. Pelsaert cominciò a organizzare il viaggio di ritorno per salvare i superstiti, ma quello che non sapeva è che nel frattempo qualcosa di davvero inimmaginabile era successo sulle isole.

Cornelisz era rimasto sulla Batavia, incagliata nel corallo; ma poco dopo la partenza di Pelsaert la nave si era completamente sfasciata, portando con sé sott’acqua 40 uomini. Cornelisz riuscì a salvarsi e ad arrivare a riva aggrappandosi ai relitti galleggianti. I naufraghi erano amareggiati e furibondi d’essere stati abbandonati nel momento del bisogno dal loro comandante; Cornelisz quindi ebbe facile gioco nel reclutare una quarantina di uomini senza scrupoli per assicurarsi il potere sul gruppo. La sua intenzione iniziale era quella di catturare qualsiasi barca fosse arrivata per salvarli, e usarla per partire per conto proprio. Ma con il passare dei giorni un altro, più oscuro e folle progetto si fece strada nella sua mente: sarebbe diventato il tiranno incontrastato di quelle piccole e sconosciute isole, e avrebbe costruito un suo privato regno di piacere e di terrore, nel quale passare il resto della sua vita.

Chiaramente Cornelisz doveva eliminare qualsiasi oppositore o individuo pericoloso; così cominciò sistematicamente a sbarazzarsi degli altri sopravvissuti. All’inizio Cornelisz procedette in maniera subdola, spedendo per esempio una quarantina di mozzi a Seal Island, con il pretesto che lì si trovavano delle fonti d’acqua dolce; egli sapeva bene che in realtà non ce n’erano, e li abbandonò al loro destino. Un gruppo di soldati al comando di un certo Wiebbe Hayes vennero mandati ad esplorare delle isole all’orizzonte (West Wallabi Island), con l’intesa che sarebbero stati recuperati appena avessero acceso dei fuochi di segnalazione. Anche questa volta Cornelisz, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di tornare a riprenderli.

Se fino ad allora Cornelisz si era mosso discretamente, pian piano ogni scrupolo venne a cadere. Alcuni uomini furono imbarcati per finte ricognizioni, e spinti fuori bordo dai sicari di Cornelisz; altri annegati direttamente sulla spiaggia. I potenziali oppositori erano ormai debellati, il dominio di Cornelisz divenne assoluto e con esso l’escalation di violenza non conobbe più freni. Cornelisz aveva stabilito che il numero ideale di abitanti dell’isola era di 45 persone – tutti gli altri andavano decimati senza pietà. Vennero organizzate le esecuzioni, infermi e malati per primi. I bambini vennero tutti massacrati. Alcune donne furono risparmiate soltanto per diventare schiave sessuali dei nuovi padroni dell’isola; Cornelisz si riservò come ancella personale proprio quella Lucretia Jans già concupita da molti marinai sulla Batavia.
Quando ci si accorse che sulla vicina Seal Island il gruppo d’esplorazione abbandonato a morire era in realtà ancora in vita (si potevano vedere i superstiti aggirarsi sulla spiaggia), Cornelisz inviò i suoi uomini ad ucciderli; missione che essi portarono a termine senza problemi.

Il controllo di Cornelisz era totale. Nonostante non avesse commesso personalmente alcuno dei crimini (aveva provato ad avvelenare un bambino senza successo, lasciando poi ad altri il compito di strangolarlo), con il suo carisma induceva i sottoposti ad agire per lui. A dire la verità, con il passare dei giorni, non vi fu nemmeno più il bisogno di convincerli:

Con una banda devota di giovani assassini, Cornelisz cominciò a uccidere sistematicamente chiunque credeva potesse essere un problema per il suo regno di terrore, o un peso per le loro limitate risorse. Gli ammutinati divennero inebriati di omicidi, e nessuno poteva più fermarli. Avevano bisogno soltanto della minima scusa per annegare, picchiare, strangolare o pugnalare a morte le loro vittime, donne e bambini inclusi.

(Mike Dash, Batavia’s Graveyard)

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Fra i testimoni, il predicatore Gijsbert Bastiaenz assistette impotente a tutte queste orribili carneficine, e vide trucidare di fronte a sé sua moglie e le sue figlie, tranne la primogenita che uno degli uomini di Cornelisz aveva preteso per sé. Scriverà il resoconto dell’eccidio in una lettera che ci è arrivata intatta.

Ma un giorno successe qualcosa che Cornelisz non aveva previsto: un fuoco di segnalazione venne avvistato su una delle isole all’orizzonte dove erano stati abbandonati Wiebbe Hayes e i suoi soldati. Chiaramente erano riusciti a trovare dell’acqua, e questo complicava le cose per Cornelisz: significava che il gruppo aveva mezzi per sopravvivere, e il pericolo era che quei soldati raggiungessero per primi le eventuali navi di salvataggio in arrivo.
Wiebbe Hayes però era stato avvisato dei massacri che avevano luogo su Beacon Island da alcuni uomini riusciti a fuggire; aveva dunque avuto il tempo di organizzare le sue difese. I suoi soldati avevano costruito armi di fortuna con i materiali arrivati a riva dal naufragio; avevano perfino costruito un piccolo fortino con pietre e blocchi di corallo. A questo punto erano meglio nutriti, e meglio addestrati, dei sicari di Cornelisz, e quando questi arrivarono per dare battaglia riuscirono a sconfiggerli facilmente in diversi scontri.

Quando Cornelisz vide tornare i suoi uomini a mani vuote, andò su tutte le furie e decise di prendere direttamente il comando delle operazioni. Attaccò Hayes, ma venne fatto prigioniero; e qui il suo regno sanguinario, durato per ben due mesi, conobbe la sua fine. A questo punto infatti comparve all’orizzonte una nave. Era Pelsaert che tornava a salvare i naufraghi, ignaro dei terribili eventi.

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Il giorno 17, di mattina all’alba, abbiamo levato ancora l’ancora, il vento a nord. […] Prima di mezzogiorno, avvicinandoci all’isola, vedemmo del fumo su un lungo isolotto due miglia ad ovest del relitto, e anche su un’altra piccola isola vicino al relitto, fatto per cui eravamo tutti molto felici, sperando di trovare un buon numero, se non tutti quanti, ancora vivi. Quindi, appena gettata l’ancora, navigai in barca fino all’isola più vicina, portando con me un barile d’acqua, pane di mais, e un fusto di vino; arrivato, non vidi nessuno, cosa che ci diede da pensare. Sbarcai a riva, e allo stesso momento vedemmo una piccola barca con quattro uomini che aggirava la punta nord; uno di loro, Wiebbe Haynes, saltò giù e corse verso di noi, gridando da lontano, “Benvenuti, ma tornate immediatamente a bordo, perché c’è un gruppo di furfanti sulle isole vicino al relitto, con due imbarcazioni, che hanno intenzione di catturare la vostra nave”.

(Diario di Pelsaert)

Haynes spiegò al comandante che aveva preso in ostaggio Cornelisz; Pelsaert catturò senza problemi gli ammutinati, e nei successivi interrogatori ricostruì l’intero accaduto. I crimini commessi, oltre ovviamente all’omicidio di svariate persone, includevano anche innumerevoli stupri e il furto di beni della Compagnia e di effetti personali dei passeggeri.
Il 2 ottobre 1629 venne eseguita, sulla stessa Seal Island, la condanna dei colpevoli. Agli ammutinati venne tagliata la mano destra, prima di essere impiccati. Per Cornelisz la pena comportò l’amputazione di entrambe le mani, prima di salire sul patibolo.

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A Giacarta infine si decisero le sorti degli ultimi protagonisti di questa vicenda.
Il capitano Jacobsz, che era già prigioniero, nonostante le torture non confessò mai di aver tentato l’ammutinamento sulla Batavia; morì probabilmente in prigione.
Il comandante Pelsaert venne ritenuto responsabile di mancanza d’autorità. Gli vennero confiscati tutti gli averi, e nel giro di un anno morì di stenti.
Wiebbe Hayes, che aveva invece combattuto coraggiosamente, divenne un eroe. La Compagnia lo promosse a sergente e in seguito a luogotenente.

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Quello della Batavia è considerato uno degli ammutinamenti più sanguinosi della storia: dei 341 passeggeri originari, soltanto 68 sopravvissero (intorno al centinaio secondo altre fonti). Alcune vittime furono ritrovate, in fosse comuni, durante gli scavi archeologici. Se il relitto e i resti umani sono esposti al Western Australian Museum, a Lelystad nei Paesi Bassi è possibile ammirare una straordinaria replica della Batavia, eseguita a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, e costruita con gli stessi attrezzi, metodi e materiali che si usavano nel Seicento.

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Gli schiavi dimenticati

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Persa nell’Oceano Indiano, ad est del Madagascar, l’isola di Tromelin è tra gli ultimi posti che vorreste visitare: un basso banco di sabbia e terriccio di appena 1 km², a forma di goccia, dove non cresce altro che una rada sterpaglia e praticamente privo di vita animale, se si esclude qualche tartaruga marina e qualche uccello che vi fa scalo durante la migrazione o per nidificare.

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Nel 1761 una nave della Compagnia francese delle Indie Orientali, chiamata Utile, partì dal Madagascar alla volta delle Mauritius. Nascondeva a bordo un carico “pericoloso”: più di 150 schiavi acquistati illegalmente (all’epoca la tratta dei neri era proibita nell’Oceano indiano), che sarebbero stati venduti una volta arrivati a destinazione.

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Ma l’Utile si incagliò nella barriera corallina che circonda l’isola di Tromelin, e si inabissò velocemente nelle fredde acque dell’oceano. Circa 100 fra prigionieri (chiusi nella stiva) e marinai annegarono nel naufragio, ma qualche componente dell’equipaggio e una sessantina di schiavi riuscirono a raggiungere a nuoto l’inospitale isolotto.

I marinai e gli schiavi, costretti a collaborare alla pari per sopravvivere, cominciarono a darsi da fare per cercare cibo, acqua e un modo per accendere il fuoco; nel giro di un mese, riuscirono a costruire una scialuppa che, con un po’ di fortuna, avrebbe permesso loro di raggiungere nuovamente la costa del Madagascar. L’unico problema era che sulla barca c’era posto soltanto per poche persone. Così furono gli schiavi ad essere abbandonati sull’isola, mentre i marinai prendevano il largo, dopo aver promesso che avrebbero mandato dei soccorsi appena possibile. Promessa che, purtroppo, non fu mai mantenuta.

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I sessanta schiavi inizialmente attesero fiduciosi; ma il tempo passava, e la nave che li avrebbe tratti in salvo non appariva all’orizzonte. Forse qualcuno di loro continuò ad aggrapparsi alla speranza di un salvataggio, altri invece compresero che non sarebbe arrivato mai nessuno. Ormai senza padroni, si trovavano nella beffarda situazione di essere finalmente uomini liberi e allo stesso tempo imprigionati su un lembo di terra perduto in mezzo ai flutti, battuto dai cicloni; inoltre molti di loro avevano sempre vissuto negli altipiani, lontani dal mare, e non avevano alcuna esperienza di pesca o di caccia.

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Passò il tempo, e con esso anche la memoria del naufragio, e dei superstiti abbandonati.

Nel 1775 una piccola nave che si trovava a passare vicino all’isola vi avvistò delle persone. Una scialuppa con due marinai venne calata in mare, ma si infranse sulla barriera corallina prima di raggiungere la riva: uno dei due marinai riuscì a tornare a nuoto alla nave, l’altro si ritrovò sulla spiaggia, assieme ai naufraghi superstiti. La nave fu costretta a fare ritorno al porto. Restato sull’isola, e timoroso di venire anch’egli abbandonato, il marinaio costruì una zattera e convinse tre uomini e tre donne fra gli schiavi ad accompagnarlo nell’impresa. Morirono tutti dispersi nel mare.

Finalmente, nel 1776, ben 15 anni dopo il naufragio dell’Utile, la nave da guerra bretone La Dauphine, guidata dal capitano Bernard Boudin de Tromelin (che avrebbe dato il suo nome al luogo, fino ad allora chiamato semplicemente l’Île des Sables) riuscì a sbarcare sull’isola. Vi trovò, incredibilmente, ancora qualche sopravvissuto: sette donne e un bambino di otto mesi. Durante l’interminabile attesa, gli schiavi avevano costruito dei ripari, aggiustato oggetti in rame recuperati dal naufragio, nutrendosi dei pochi animali che erano riusciti a cacciare e lottando con tutte le loro forze per continuare a vivere.

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L’incredibile storia degli schiavi di Tromelin sarebbe potuta rimanere sepolta per sempre. Ma un ex-ufficiale di Marina francese, Max Guérout, ne resta affascinato ed ossessionato dopo che un amico metereologo gli racconta di aver trovato un’ancora antica sull’isola. Guérout, appassionato di storia di naufragi, setaccia gli archivi della Compagnia delle Indie e riporta alla luce la drammatica vicenda storica: nel 2006 presenta quindi un progetto di campagna archeologica sull’isola Tromelin al comitato scientifico dell’UNESCO (di cui egli stesso fa parte), proprio nell’anno in cui si commemora l’abolizione dello schiavismo. La sua proposta ottiene il suffragio di tutto il comitato, e da quel momento verranno eseguite delle spedizioni scientifiche nel 2006, 2008, 2010 e 2013.

L’obbiettivo è cercare di comprendere come i naufraghi abbiano potuto sopravvivere così a lungo, e che tipo di micro-società si sia venuta a creare fra di loro. Gli alisei e i cicloni hanno sepolto sotto progressivi strati di sabbia i resti degli accampamenti, dei rifugi e degli utensili, preservandoli in maniera eccezionale: il team di ricerca è riuscito a disseppellire una quantità notevole di manufatti, resti di mura e abitazioni, utensili e perfino alcuni scheletri umani.

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Dal 2010 si aggiunge al team anche Bako Rasoarifetra, archeologa malgascia, il cui contributo è fondamentale per comprendere appieno la filosofia di vita e la cultura a cui quegli antichi schiavi appartenevano. Quando ad esempio viene scoperto fra le sabbie un pointe-déméloir, uno spillone per capelli tradizionale, l’archeologa si commuove:

Noi donne malgasce abbiamo l’abitudine di separarci i capelli con questo strumento che ci viene offerto dagli uomini. Le donne schiave avevano il cranio rasato; una volta divenute libere, hanno dunque lasciato ricrescere i capelli e i maschi hanno confezionato loro questo pointe-déméloir. Ai miei occhi, questo è un simbolo definitivo di libertà su questa isola lontana da tutto.

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Proprio grazie a lei, gli studiosi hanno perfino tenuto una piccola cerimonia funebre per gli schiavi morti, i cui scheletri sono tornati alla luce.

Non abbiamo trovato le sepolture vere e proprie, ma è importante procedere alle seconde esequie, perché così si perpetua il ricordo, si risveglia la memoria; coloro che muoiono sono i nostri antenati e continuano a proteggerci, dobbiamo onorarli.

L’isola nasconde ancora molti segreti e interrogativi, a cui Max Guérout e la sua équipe di antropologi, archeologi, genetisti e altri scienziati sperano di dare una risposta: quale fu la principale causa di decesso? Vi furono delle lotte intestine fra i sopravvissuti?

Dopo 250 anni di silenzio, gli scavi potranno finalmente raccontarci i dettagli del tragico destino di questo gruppo di uomini e donne: ridotti in schiavitù, sopravvissuti ad un naufragio, e infine abbandonati a morire su un’isola deserta, tutto questo senza mai darsi per vinti.

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Ecco la pagina (in francese) che contiene i diari giornalieri delle varie spedizioni sull’isola di Tromelin. Sempre se conoscete il francese, non perdetevi questo affascinante e dettagliato documentario, che racconta le scoperte di Max Guérot negli archivi della Marina e durante il suo lavoro sul campo.

(Grazie, Carlo!)

Tristan da Cunha

Aprite un atlante e guardate bene l’Oceano Atlantico, sotto l’equatore. Notate nulla?

Al centro dell’oceano, praticamente a metà strada fra l’Africa e l’America del Sud, potete scorgere un puntino. Completamente perduta nell’infinita distesa d’acqua, ecco Tristan da Cunha, l’ultimo sogno di ogni romantico: l’isola abitata più inaccessibile del mondo.

L’isola, di origine vulcanica, venne avvistata per la prima volta nel 1506; le sue coste vennero esplorate nel 1767, ma fu soltanto nel 1810 che un singolo uomo, Jonathan Lambert, vi si rifugiò, dichiarandola di sua proprietà. Lambert, però, morì due anni dopo, e Tristan venne annessa dalla Gran Bretagna (per evitare che qualcuno potesse usarla come base per tentare la liberazione di Napoleone, esiliato nel frattempo a Sant’Elena). Tristan da Cunha divenne per lungo tempo scalo per le baleniere dei mari del Sud, e per le navi che circumnavigavano l’Africa per giungere in Oriente. Poi, quando venne aperto il Canale di Suez, l’isolamento dell’arcipelago diventò pressoché assoluto.

Le correnti burrascose si infrangevano con violenza sulle rocce di fronte all’unico centro abitato dell’isola, Edinburgh of the Seven Seas, chiamato dai pochi isolani The Settlement. Chi sbarcava a Tristan, o lo faceva a causa di un naufragio oppure nel disperato tentativo di evitarlo. Fra i naufraghi e i primi coloni, c’erano anche alcuni navigatori italiani.

Nel 1892, infatti, due marinai di Camogli naufraghi del Brigantino Italia infrantosi sulle scogliere dell’Isola decisero, per amore di due isolane, di stabilirsi a Tristan da Cunha; essi diedero vita a due nuove famiglie (che ancor oggi portano il loro nome, Lavarello e Repetto) che si aggiunsero alle cinque già esistenti sull’isola, completando in questo modo il quadro delle parentele che esiste uguale ancor oggi a più di un secolo di distanza. Dopo i due italiani, nessun altro si fermerà a Tristan da Cunha originando nuove stirpi.

Passarono i decenni, ma la vita sull’isola rimase improntata alla semplicità rurale. Fra i tranquilli campi di patate e le basse case di pietra giunsero lontani racconti di una Grande Guerra, poi di un’altra. Tristan rimase pacifica, protetta dal suo deserto d’acqua, una terra emersa inaccessibile che nemmeno il progresso industriale poteva guastare.

Poi, nel 1961, il vulcano al centro dell’isola si risvegliò, e gli abitanti vennero evacuati. Sfollati in Sud Africa, rimasero disgustati dall’apartheid che vi regnava, così distante dai principi solidaristici della loro primitiva e utopica comunità. Ottennero così di essere trasferiti in Gran Bretagna, e lì scoprirono un mondo radicalmente diverso: un Occidente in pieno boom economico, che si apprestava a conquistare ogni risorsa, perfino a spedire uomini sulla Luna.

Dopo due anni, gli isolani ne avevano abbastanza della rumorosa modernità. Ottennero il permesso di tornare a Tristan, e nel ’63 sbarcarono nuovamente sulla loro terra, e tornarono ad occuparsi delle loro fattorie.

E anche oggi, Tristan resta un’isola mitica e remota: è raggiungibile unicamente via mare, e se ottenete il necessario permesso per sbarcare, neanche così è molto semplice. Non c’è infatti un porto sull’isola, che deve essere raggiunta mediante piccole imbarcazioni che sfidano le violente onde dell’oceano.

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Gli abitanti, oggi poco più di 260, pur fieri ed orgogliosi della loro solitudine, si stanno lentamente aprendo alle nuove tecnologie (per molto tempo l’unico accesso a internet è rimasto all’interno dell’ufficio dell’Amministratore dell’isola). Vivono in armonia e serenità, senza alcuna traccia di criminalità. La proprietà privata è stata introdotta soltanto nel 1999. Le navi da crociera che fanno scalo a Tristan sono pochissime (meno di una decina in tutto l’anno), e le uniche imbarcazioni che vi si recano regolarmente sono quelle dei pescatori di aragoste del Sud Africa.

Anna Lajolo e Giulio Lombardi hanno passato tre mesi sull’isola, intessendo rapporti di amicizia con gli islanders, e sono ritornati in Italia regalandoci un documentario, e diversi testi fondamentali per comprendere le difficoltà e le delizie della vita in questo paradiso dimenticato dal mondo, e lo spirito concreto e generoso degli abitanti: L’isola in capo al mondo, 1994; Tristan de Cuña: i confini dell’asma, 1996; Tristan de Cuña l’isola leggendaria, 1999; Le lettere di Tristan, 2006.

Ecco il sito governativo dell’isola.

Una crociera agitata

Una tranquilla crociera nell’Oceano Pacifico si trasforma in pochi attimi in un disaster movie. Le telecamere di sicurezza della Pacific Sun Cruise, nave australiana, mostrano il caos scatenato all’interno dell’imbarcazione da una tempesta con onde alte diversi metri. Il bilancio: 42 feriti sui 2403 passeggeri a bordo.

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