Navigando sulle cime dei monti

Come la folle rabbia di un cane, che si ostina ad azzannare la gamba di un capriolo ormai morto e insiste a scuotere e a tirare con forza la selvaggina abbattuta, al punto che il cacciatore rinuncia a ogni tentativo di calmarlo, una visione si era radicata dentro di me: l’immagine di un grande battello a vapore su una montagna — la barca che si trascina tra i fumi grazie alla sua stessa forza, risalendo un ripido pendio nel cuore della giungla e, in mezzo a una natura che annienta senza distinzione i deboli e i forti, la voce di Caruso, che riduce al silenzio il dolore e il clamore degli animali della foresta amazzonica e smorza il canto degli uccelli. O meglio: le grida degli uccelli, perché in questa terra, incompiuta e abbandonata da Dio nella sua ira, gli uccelli non cantano, gridano di dolore, e colossali alberi intricati si artigliano uno con l’altro come in una gigantomachia, da orizzonte a orizzonte, tra le esalazioni di una creazione che qui non si è ancora conclusa.

(Werner Herzog, La conquista dell’inutile, 2004)

Questa è la genesi di Fitzcarraldo, questo il sogno per inseguire il quale Herzog innalzò davvero un battello a vapore fino alla cima di una montagna, per farlo passare dal Rio Camisea all’Urubamba; uno sforzo titanico che comportò morte e follia, forse la più leggendaria ed estrema lavorazione cinematografica della storia.

L’epica del contrasto (qui: la barca sulla montagna, la raffinatezza dell’opera lirica contro la barbarie della giungla) è quella che da sempre ha sedotto gli uomini a tentare l’impossibile.
Eppure ottant’anni prima di Fitzcarraldo era vissuto un uomo a cui questa stessa impresa era sembrata tutt’altro che visionaria. Un uomo che nell’idea di una nave che attraversava in salita le pendici dei monti vedeva il futuro.

Pietro Caminada (1862-1923), era nato dal matrimonio fra Gion Antoni Caminada, svizzero grigionese trapiantato in Lombardia, e di Maria Turconi, milanese. Affascinato dalla figura di Leonardo Da Vinci fin dalla tenera età, studiò ingegneria e dopo la laurea fu costretto, come tanti altri all’epoca, a emigrare verso l’Argentina assieme al fratello Angelo in cerca di lavoro. Fermatosi per una breve visita turistica a Rio de Janeiro, però, rimase folgorato dalla città. Tornò sulla nave solo per recuperare il bagaglio, e disse al fratello: “Io mi fermo qui“.

Durante i suoi quindici anni a Rio, Caminada si occupò di diversi progetti relativi al piano regolatore, all’ammodernamento del porto, ai trasporti: trasformò l’acquedotto degli Arcos da Lapa, costruito in stile romano nel 1750, in un viadotto su cui far transitare il Bonde, l’inconfondibile tram giallo che ha caratterizzato la città brasiliana fino al 2011. Fu perfino scelto per disegnare da zero la nuova capitale, Brasilia, sessant’anni prima che la città fosse realizzata.
Dopo questo brillante inizio di carriera, Caminada tornò in Italia per stabilirsi a Roma. Al suo rientro, oltre a una moglie e tre figlie, portava con sé anche il suo progetto più ambizioso: rendere le Alpi navigabili.

L’idea aveva certamente uno scopo innanzitutto pratico. Un collegamento diretto tra Genova e Costanza attraverso il Passo dello Spluga avrebbe consentito uno sviluppo commerciale altrimenti impensabile, poiché le vie d’acqua erano le più economiche.
Ma nella proposta di Caminada c’era anche un elemento di sfida alla natura che la stampa dell’epoca non mancava di sottolineare. Un articolo, apparso sulla rivista Ars et Labor (1906-1912), cominciava così:

L’uomo sembra che volga di preferenza il suo estro inventivo a turbare le più ferme intenzioni e i più saldi ordinamenti della natura. È come un ragazzo ribelle che si compiace specialmente di ciò che gli è proibito.
— Ah, tu non mi hai dato le ali, pare che l’uomo dica alla natura, ebbene io me le fabbricherò e volerò egualmente a tuo dispetto!
Tu mi hai fatto le gambe deboli e lente, ebbene io mi costruirò un cavallo di ferro che vincerà in corsa le tue creature più veloci. […] Per quanto meraviglioso possa essere un treno in movimento, esso non scombussola alcuno dei fondamentali principi del sistema naturale, ma navigare in montagna, navigare in salita, navigare superando erte pendenze e richiedendo soltanto alle energie delle acque incanalate questo miracolo, è tal cosa che sconvolge le nostre nozioni più sicure in fatto di acque, di navigazione, e contraria gli immutabili modi di essere dell’acqua […].

La bellezza dello stratagemma architettato da Caminada per portare le navi a valicare le Alpi stava nella sua semplicità. Si trattava essenzialmente di una variazione sul sistema già ben rodato della chiusa.
Se rimaneva impensabile costruire delle “scale” di chiuse su diversi livelli, secondo l’ingegnere tutto sarebbe diventato più facile sfruttando il concetto di piano inclinato:

Immaginiamo un tubo cilindrico riempito d’acqua e tenuto verticale, il piano dell’acqua sarà circolare: se si inclina il tubo il piano d’acqua pur restando sempre orizzontale assumerà una forma tanto più ellittica e allungata quanto più il tubo si avvicinerà alla posizione orizzontale. Se si fa uscir l’acqua dal tubo, qualsiasi corpo che galleggi sul piano d’acqua discenderà con essa, percorrendo una diagonale […]. In tal modo se il tubo è tenuto verticale il corpo galleggiante sale o scende seguendo una linea verticale: se è tenuto inclinato il corpo galleggiante, oltre al salire o al discendere percorre una distanza orizzontale. Su questa semplice idea di chiusa tubulare io ho costruito il mio sistema di canali a fondo inclinato a doppia via in senso opposto.

chiuse   chiuse3

Le due chiuse tubolari progettate da Caminada procedevano parallele, mantenedo in comune i bacini d’acqua sia a monte che a valle.

Una chiusa è piena, l’altra è vuota. In quella piena si introduce il battello che deve scendere; in quella vuota l’altro battello che deve salire. Le due chiuse comunicano mediante il fondo con condotti o sifoni. Aprendo il condotto, l’acqua della chiusa piena passa in quella vuota, abbassando e trasportando in giù il battello della chiusa piena; sollevando e trasportando in su quello della chiusa vuota, fino a che si trovano allo stesso livello […]. Si termina l’operazione chiudendo il condotto di comunicazione, vuotando completamente la chiusa portante il battello in discesa, mentre dal condotto di alimentazione del bacino a monte si fa venir l’acqua necessaria per riempire la chiusa portante il battello in salita.

Il sistema, brevettato da Caminada in tutto il mondo a partire dal 1907, ebbe larga risonanza in quegli anni. Se ne parlava in decine di articoli sulle testate internazionali, in convegni e incontri, tanto che molti davano per assodato che il progetto sarebbe stato realizzato in tempi brevissimi.
Il ticinese Cesare Bolla, critico nei confronti di Caminada, nel 1908 compose addirittura uno scherzoso poemetto sull’inevitabile, epocale trasformazione che stava per avvenire a Lugano:

Fuori il mio albergo, sai sulla vetrina
ò già stampato: Hotel della Marina.
La gente qui, da sacro foco spinta,
di vele solo parla e bastimenti.
[… ]e fra poco, pe ‘l bene del Ticino,
a piè del Sosto noi vedremo il mare.
Passeranno navigli in abbondanza
indirizzati al lago di Costanza.

L’ingegnere non smise mai per un attimo di lavorare al suo sogno.

«Caminada — nota Till Hein — lottava per la sua visione. Curava i particolari del suo progetto, costruiva in miniatura il suo sistema di chiuse in più varianti. E infine costruì, per la grande Esposizione di Architettura di Milano, un modello gigante. Con zelo instancabile portava avanti un’opera di convinzione presso politici e funzionari». Era, come scrisse il Bündner Tagblatt, «un vulcano in eruzione» e aveva «una testa sempre in fermento con i capelli fin sulle spalle» […].

(T. Gatani, Da Genova a Costanza in barca attraverso le Alpi, La Rivista, n. 12, dicembre 2012)

Ma la linea Genova-Costanza immaginata da Caminada si scontrò da una parte con gli interessi della “lobby ferroviaria” grigionese che voleva da tempo una linea ferrata sullo Spluga; dall’altra c’era l’Austria, che dominava il Lombardo-Veneto ed era decisa a impedire che il Regno dei Savoia stabilisse un collegamento diretto con la Germania, fosse via treno o via nave.

Nel 1923, all’età di sessant’anni, Caminada morì a Roma senza che le sue idrovie inclinate fossero mai diventate realtà.
Il progetto, che solo quindici anni prima sembrava avere un futuro certo, finì assieme al suo inventore nella fossa comune del ricordo — se si esclude qualche sporadica mostra sul lavoro dell’ingegnere italo-svizzero e una viuzza di campagna a suo nome, nei pressi dell’areoporto intitolato all’amato Leonardo Da Vinci.

Oggi suona particolarmente poco felice e quasi beffarda la profezia del re Vittorio Emanuele III, a cui il piano era stato esposto in udienza privata il 3 gennaio 1908. In quell’occasione il re, impressionato, aveva detto a Caminada: “Quando io sarò da molto tempo del tutto dimenticato, si parlerà ancora di lei“.

La frase, il motto che quest’uomo aveva ripetuto per tutta la vita rimane però attuale. In due semplici parole latine, racchiude ogni anelito, ogni tensione verso il limite umano, ogni desiderio d’esplorazione di ardite frontiere: Navigare necesse.

Per l’essere umano salpare verso nuovi orizzonti è, ancora e sempre, una necessità e un imperativo.

(Grazie, Emiliano!)

Le sventure della Willie Dee

Mentre discendevo lungo fiumi indifferenti,
M’avvidi di non essere più in mano ai manovranti.

(A. Rimbaud, Le Bateau ivre, 1871)

Nell’ipotetico Museo del Fallimento che proponevo qualche tempo fa, la famigerata nave cacciatorpediniere USS William D. Porter (DD-579) avrebbe un posto d’onore.
Il resoconto delle sue imprese belliche è talmente tragicomico da sembrare frutto di una sceneggiatura, ma se pure alcuni aneddoti sono con tutta probabilità leggende, la nomea che l’accompagnò nei suoi quasi due anni di servizio fu purtroppo meritata.

La carriera della “Willie Dee“, com’era soprannominata la Porter, cominciò con un incarico formidabile.
Appena dopo il varo, infatti, la nave venne assegnata a una missione segretissima e di vitale importanza: scortare Franklin Delano Roosevelt attraverso l’Atlantico — infestato dai sottomarini nazisti — fino al Nord Africa, dove il Presidente avrebbe dovuto incontrare per la prima volta Stalin e Churchill. Il vertice dei Tre Grandi sarebbe passato alla storia come la conferenza di Teheran, e assieme agli incontri successivi (il più celebre dei quali tenutosi a Jalta) avrebbe contribuito a modificare l’assetto europeo post-bellico.
Eppure, proprio a causa della Willie Dee, il meeting rischiò di non accadere mai.

Le cacciatorpediniere sono navi agili e veloci, pensate appositamente per fare scudo e proteggere vascelli più grandi. La Porter dunque ricevette il 12 novembre 1943 l’ordine di raggiungere il resto della flotta che scortava la nave da guerra USS Iowa, una corazzata di 45.000 tonnellate a bordo della quale era già salito il Presidente assieme al Segretario di Stato e a una moltitudine di altissime cariche politiche e amministrative.


L’equipaggio della Willie Dee all’epoca era composto da 125 marinai, capitanati dal comandante Wilfred Walter. Ma in quei tempi di guerra, necessitando di un vasto numero di soldati, l’esercito arruolava anche ragazzi che erano ancora studenti, o che si erano sempre e soltanto occupati della fattoria di famiglia. Gran parte degli incidenti militari era causato proprio dall’inesperienza delle reclute, senza adeguato addestramento e costrette a imparare sul campo dai propri errori. La quasi totalità dell’equipaggio della Willie Dee non era mai salito su una nave prima di allora (inclusi i 16 ufficiali, di cui soltanto 4 avevano precedenti esperienze in mare), e il battesimo di fuoco di una missione top secret aumentò sicuramente la pressione psicologica nella ciurma.

Fatto sta che la Willie Dee debuttò fin dall’inizio sotto una cattiva stella. Dimenticandosi di salpare l’ancora.
Mentre il comandante Walter stava facendo manovra per uscire dal porto di Norfolk, si udì un terribile fracasso di lamiere contorte. Affacciandosi, l’equipaggio vide che l’ancora non era stata sollevata del tutto e, restando a mezz’aria sul lato della nave, aveva sventrato il parapetto del vascello ormeggiato al suo fianco, distruggendo le scialuppe di salvataggio e squarciando vari altri equipaggiamenti. La Willie Dee aveva riportato soltanto dei graffi e, dato il ritardo, il comandante Walter poté soltanto porgere delle affrettate scuse prima di salpare di gran carriera verso la Iowa, lasciando alle autorità portuali il compito di risolvere il pasticcio.
Ma non era finita lì. Durante le successive 48 ore, la Willie Dee sarebbe precipitata in un maelstrom di vergognosa incompetenza.

Dopo neanche un giorno di viaggio, proprio mentre la Iowa e le altre navi stavano entrando in una zona notoriamente infestata dagli U-boat tedeschi, una fortissima esplosione scosse le acque. Tutte le unità, convinte di essere sotto attacco, cominciarono frenetiche manovre diversive, mentre i tecnici radar in massima allerta scandagliavano i fondali alla ricerca dei sottomarini nemici.
Finché un’imbarazzata comunicazione non arrivò alla Iowa da parte del comandante Walter: la detonazione era dovuta a una delle loro cariche di profondità che era accidentalmente caduta in acqua, perché la sicura non era stata inserita in maniera corretta. Per fortuna l’esplosione era avvenuta senza danneggiare la nave.
Come se sganciare una bomba involontariamente non fosse abbastanza, le cose si fecero ancora più disperate nelle ore successive. Poco dopo infatti un’onda anomala scaraventò fuori bordo un marinaio, che non venne più ritrovato. A neanche un’ora da questa tragedia, la sala macchine della Willie Dee subì un’avaria e perse di potenza, lasciando la cacciatorpediniere ad arrancare in posizione arretrata rispetto al resto della flotta.

A questo punto, a bordo dell’Iowa il nervosismo per le gaffe della Willie Dee era palpabile. Sotto gli occhi di tutte quelle alte cariche, il Capo delle Operazioni Navali, l’Ammiraglio Ernest J. King, prese personalmente il microfono radio per redarguire il comandante Walter. Quest’ultimo, conscio che le opportunità di una missione di alto profilo come quella stavano velocemente trasformandosi in una catastrofe, promise mestamente di “migliorare la performance della nave“. E, in un certo senso, lo fece, causando il disastro definitivo.

La flotta in missione attraverso l’Oceano, pur proseguendo a tutta velocità, avrebbe impiegato più di una settimana ad arrivare a destinazione. Era dunque di cruciale importanza svolgere delle esercitazioni di guerra, in modo che gli equipaggi (come si era già visto, piuttosto inesperti) fossero preparati a un eventuale attacco a sorpresa.
Il 14 novembre, al largo delle Bermuda, il capitano della Iowa decise di dimostrare a Roosevelt e agli altri passeggeri come la sua nave fosse in grado di respingere un attacco aereo. Furono liberati dei palloni sonda come bersagli, mentre il Presidente e gli altri funzionari venivano fatti accomodare sul ponte a godersi lo spettacolo dei cannoni che li abbattevano a uno a uno.
Il comandante Walter e il suo equipaggio, a più di cinque chilometri di distanza, restavano a guardare mentre cresceva la loro voglia di partecipare all’esercitazione e riscattare la propria immagine. Quando la Iowa mancò alcuni palloni, che entrarono nel raggio di tiro della Willie Dee, Walter ordinò di fare fuoco. Allo stesso tempo, diede il via a un’esercitazione di siluri.

Sottocoperta due membri dell’equipaggio, Lawton Dawson e Tony Fazio, si assicurarono che gli inneschi fossero disattivati — altrimenti i siluri sarebbero partiti veramente — e comunicarono l’ok al ponte di comando. L’ufficiale di coperta ordinò il fuoco, e il primo “finto” torpedine venne attivato. Poi il secondo, “fuoco!“. E il terzo.
A quel punto, l’ufficiale di coperta sentì l’ultimo rumore che avrebbe voluto udire. L’inconfondibile sibilo di un vero siluro che prendeva il largo.
Comprendere appieno l’orrore che l’ufficiale deve aver provato in quel momento non è difficile, se si tiene conto di un dettaglio. La simulazione di norma richiedeva che si stabilisse come bersaglio di prova una delle navi in vista. Il bersaglio più vicino era la Iowa.

La Porter aveva appena sparato un siluro contro il Presidente degli Stati Uniti.

WTUS_WWII_Dunlap_pic

A bordo della Willie Dee, scoppiò il pandemonio. Un luogotenente si avvicinò di corsa al capitano Walter, e gli chiese se avesse dato il permesso di lanciare una torpedine. La risposta non fu certo un aforisma bellico di quelli che passano alla storia: “Diamine, no, io… aaaah… io — COSA?!“.
Rimanevano due minuti scarsi prima che il siluro esplodesse sulla fiancata della Iowa, affondandola assieme alle più importanti personalità dell’America intera.
Walter ordinò immediatamente che venisse lanciato l’allarme, ma il più stretto silenzio radio era stato decretato per scongiurare il rischio di intercettazioni, vista la pericolosa posizione in cui si trovava la flotta. Così si decise di utilizzare una lampada di segnalazione.
Ma, in preda a un giustificato panico, il giovane marinaio che aveva il compito di avvertire la Iowa del tragico errore andò in confusione. Così alla nave madre cominciarono ad arrivare messaggi incomprensibili: “Un siluro sta allontandosi dalla Iowa!“; poi, poco dopo “La nostra nave sta andando indietro tutta!“.
Il tempo era agli sgoccioli e, comprendendo che con il codice Morse non ne sarebbero mai venuti fuori, il comandante Walter decise di rompere il silenzio radio. “Lion, Lion, virate a destra!” “Idetificatevi e ripetete. Dov’è il sottomarino?” “Siluro in acqua, virate a destra! Emergenza, virate a destra, Lion, virate a destra!
A quel punto il siluro era stato avvistato anche a bordo della Iowa. La nave eseguì una manovra di emergenza, aumentando la velocità e virando a dritta, mentre tutti i cannoni sparavano verso il proiettile in arrivo. Il Presidente Roosevelt chiese all’agente dei Servizi Segreti che lo accompagnava di spostare verso il parapetto la sua sedia a rotelle, così da poter vedere meglio il siluro. A quanto si racconta, il bodyguard si mise addirittura a sparare in acqua con la sua pistola, come se i suoi proiettili avessero potuto fermare il missile.
Nel frattempo sulla Willie Dee era sceso il più spettrale silenzio, mentre tutti osservavano impietriti la scena, trattenendo il fiato in attesa dell’esplosione.

Quattro minuti dopo essere stato sparato il proiettile scoppiò nell’acqua, poco distante alla Iowa, provvidenzialmente senza danneggiarla. Il Presidente annotò in seguito sul suo diario: “Lunedì scorso esercitazione d’armi. La Porter ha sparato una torpedine verso di noi per sbaglio. L’abbiamo vista — ci ha mancato di 300 metri“.

Con tutta la buona volontà, un simile incidente non poteva passare in sordina — anche perché a quel punto era forte il sospetto che nella ciurma della Willie Dee si nascondesse un infiltrato, e che il maldestro errore celasse un vero e proprio tentativo di attentato. Così la Iowa ordinò alla Porter di lasciare il convoglio e di ritornare a una base americana nelle Bermuda; a orecchie basse, Walter e il suo equipaggio fecero inversione e, una volta entrati in porto, vennero accolti da un plotone di Marines che li arrestarono in blocco. Seguirono giorni di interrogatori e indagini, e Dawson, il marinaio ventiduenne che aveva dimenticato di disinserire l’innesco del siluro, venne condannato a 14 anni di lavori forzati. Venuto a sapere della pena, fu Roosevelt in persona che si attivò per concedere la grazia al povero ragazzo.

Il resto del convoglio nel frattempo arrivò illeso in Africa e Roosevelt (nonostante un tentativo, questa volta reale, di attentato) riuscì a siglare con Churchill e Stalin i primi fra quegli accordi che, a guerra finita, avrebbero cambiato il volto dell’Europa.
La Willie Dee fu invece spedita al largo dell’Alaska, dove non avrebbe potuto arrecare danni, e divenne a poco a poco una sorta di mito marinaresco. Altri aneddoti, mai verificati, cominciarono a circolare sul conto di questa “pecora nera” della flotta statunitense, come quello del marinaio ubriaco che una sera per sbaglio sparò un colpo di cannone verso la base militare sulla costa, distruggendo le aiuole di un comandante. Ironiche leggende via via più esagerate, che la resero il perfetto capro espiatorio, la farsesca antieroina su cui sublimare ogni timore di fallimento.
L’eco delle infami gesta precedeva la Willie Dee in ogni porto, in cui invariabilmente la nave veniva salutata via radio con lo sberleffo “Non sparate! Siamo repubblicani!“.

USS_William_D._Porter_(DD-579)_sinking

Finì per inabissarsi durante la battaglia di Okinawa — ingloriosamente affondata da un aereo già abbattuto, che le esplose sotto la chiglia.
E probabilmente, quel giorno, molti marinai tirarono un sospiro di sollievo. La nave americana più sfortunata della storia riposava infine sul fondo dell’oceano.

52664605.william_d_porterweb

(Grazie, Andrea!)

Due cimiteri subacquei

Nell’insenatura chiamata Mallows Bay, il fiume Potomac scorre placido e indisturbato. L’ha fatto per ben più di due milioni di anni, lo perdonerete se non sembra particolarmente impressionato.
Le sue acque fresche e ricche di alghe scivolano via lungo le sponde, accarezzando le carene di centinaia di navi sommerse. Sì, perché in questo cimitero subacqueo riposano almeno 230 navi affondate — un surreale tributo qui, nel mezzo del Maryland a 30 miglia a sud di Washington, il ricordo di una guerra fra “bipedi implumi”, e di una strategia militare che si provò disastrosa.

Nel 1917, il 2 aprile, il presidente Woodrow Wilson chiamò alle armi gli Americani contro la Germania imperialista. Questo voleva dire spostare risorse alimentari, umane e belliche oltre l’Atlantico, che pullulava di sottomarini tedeschi. E mantenere un esercito al di là dell’oceano significava fabbricare la flotta più imponente della storia dell’umanità. Nel febbraio 1917, l’ingegnere Frederic Eustis propose un piano all’apparenza ineccepibile per abbattere i costi e risolvere il problema: la costruzione di navi in legno, più economiche e veloci da assemblare di quelle in acciaio; una flotta talmente vasta che avrebbe grazie al numero superato gli inevitabili affondamenti dei sottomarini, e portato provviste e armamenti fino alle coste europee.
Ma, fra guai burocratici e ritardi ingegneristici, il progetto cominciò ironicamente a fare acqua fin dall’inizio. I tempi di consegna non vennero rispettati, e nell’ottobre 1918 erano state completate soltanto 134 navi in legno; 263 erano finite solo per metà. Quando la Germania si arrese l’11 novembre, nessuno di questi vascelli era mai stato varato.

Cominciò una battaglia legale per accertare le rispettive responsabilità, visto che delle 731 navi commissionate soltanto 98 erano state consegnate; e anche queste avevano una struttura debole e mal costruita, dimostrandosi troppo piccole e onerose per la consegna di cargo sulla lunga distanza. I costi per mantenere questa flotta presto risultarono eccessivi, e in breve tempo si decise di eliminare l’intera operazione, affondando le navi dove si trovavano, una dopo l’altra.

Oggi Mallows Bay ospita centinaia di navi affondate, che si sono trasformate nel tempo in una sorta di reef naturale, in cui prospera un ecosistema florido. Visto che erano composte di legno, queste navi sono ormai parte della vita del fiume, e ospitano alghe e microorganismi che nel tempo cancelleranno questa follia bellica rendendola parte del Potomac stesso.
Mallows Bay è il più grande cimitero di navi dell’emisfero Occidentale. Per quello Orientale, bisogna guardare alla Laguna di Truk (o Chuuk) in Micronesia.

Qui, nel corso di un’altra sanguinosa guerra, la Seconda Mondiale, furono abbattuti centinaia di aerei e altri avamposti giapponesi nell’operazione chiamata Hailstone.

Il 17 febbraio 1944 l’inferno esplose in questa tranquilla laguna tropicale, quando le forze aeree statunitensi affondarono 50 navi giapponesi e circa 250 aerei. Almeno 400 militari nipponici trovarono la loro fine qui. Gran parte della flotta rimane ancora nel luogo in cui si inabissò a causa dei colpi nemici.

Galleggiando sulla superficie delle chiare acque della laguna, è ancora possibile vedere le imponenti strutture dei relitti; e molti temerari si immergono per esplorare lo spettrale paesaggio, dove carcasse di aerei e chiglie di navi da battaglia affollano il fondo sottomarino.

Lamiere arrugginite e taglienti, cavi fluttuanti e perdite di petrolio rendono estremamente pericolosa l’immersione. Eppure questo cimitero, il più grande del mondo nel suo genere, sembra offrire un’esperienza che vale il rischio. Fra il metallo contorto di un’ormai antica battaglia, sono ancora intrappolati i resti di alcuni combattenti, che il Giappone non è mai riuscito a recuperare. Vite spezzate, terribili ricordi di un conflitto epocale che ha mietuto più vittime di qualsiasi altra strage.
E anche qui la vita è rifiorita, coprendo i relitti di lussureggianti coralli e animali marini. Quasi a ricordare che il mondo va comunque avanti, senza curarsi delle nostre guerriglie, né delle eroiche vittorie di cui amiamo fregiarci.

(Grazie, Stefano Emilio!)

Gli ammutinati della Batavia

bat-hist2_0

Il viaggio della Batavia era partito male fin dall’inizio.
Quando questa nave della Compagnia Olandese delle Indie Orientali salpò da Texel, nei Paesi Bassi, il 29 ottobre 1628, una violenta tempesta la separò dalle altre sei imbarcazioni della flotta. Tornata la calma, soltanto tre navi erano in vista: la Batavia, appunto, Assendelft e la Buren. Proseguirono il loro viaggio fino al Capo di Buona Speranza, arrivandoci perfino in anticipo di un mese sulla tabella di marcia. Ma già a questo punto era chiaro che c’era sangue amaro fra il comandante Francisco Pelsaert e il capitano Adrian Jacobsz.
Pelsaert era uno degli uomini di maggiore esperienza di tutta la Compagnia, e mal sopportava l’amore del capitano per la bottiglia: l’aveva ripreso severamente, in pubblico e di fronte alla ciurma. Jacobsz, pur facendo buon viso a cattivo gioco, covava la sua vendetta.

Il terzo uomo più importante sulla nave, dopo il comandante e il capitano, era un certo Jeronimus Cornelisz. La sua era una storia strana, perché non era davvero un marinaio: aveva sempre svolto l’attività di farmacista, come suo padre prima di lui. Ma nel 1627 il suo figlioletto di pochi mesi era morto a causa della sifilide, e Cornelisz si era impuntato nel voler dimostrare che era stata l’infermiera a contagiare il bambino, e non sua moglie. Invischiato in azioni legali, era presto andato in bancarotta. Si era imbarcato sulla Batavia proprio per scappare dall’Olanda e fuggire i suoi guai finanziari.
A bordo della nave, Cornelisz divenne amico di Jacobsz; assieme, i due cominciarono a tramare un piano di ammutinamento per spodestare il comandante Pelsaert.

Le navi ripartirono da Città del Capo dirette verso Java, ma poco dopo aver lasciato la terra si persero di vista. La Batavia ora era sola nell’Oceano Indiano. Durante la traversata, Pelsaert si ammalò e restò per gran parte del tempo chiuso nella sua cabina. Fra gli uomini della ciurma, senza il rigido controllo del comandante, le cose cominciarono a precipitare.

Dei 341 passeggeri circa due terzi erano ufficiali ed equipaggio, circa un centinaio erano soldati e il resto era costituito da civili tra cui alcune donne e bambini. Come si può immaginare, essere donna in così stretta minoranza su una nave che ospitava centinaia di uomini, lasciati a se stessi senza una vera disciplina, era piuttosto rischioso. La prima a fare le spese di questa pesante situazione fu Lucretia Jans, una ventisettenne dell’alta società oladese che viaggiava per raggiungere suo marito a Giacarta. Jacobsz ce l’aveva con lei perché aveva rifiutato le sue avances; così nel pieno dell’oceano Lucretia venne assalita da uomini mascherati che la “appesero fuori bordo per i piedi e maltrattarono indecentemente il suo corpo“. Più tardi la donna dichiarerà di aver riconosciuto Jacobz e un suo scagnozzo dalle voci dei molestatori. Non è chiaro se questo incidente facesse in realtà parte del piano di ammutinamento: se Lucretia non avesse riconosciuto gli assalitori, il comandante Palseart avrebbe dovuto punire tutta la ciurma, e forse Jacobz puntava su un’eventualità simile per diffondere il malcontento fra i marinai.
Ma Palseart, a causa della sua malattia, non arrestò né punì i colpevoli. Mentre Cronelisz e Jacobsz architettavano nuovi espedienti per scatenare l’ammutinamento, la notte del 4 giugno 1629 successe qualcosa di imprevisto.

Il 4 di Giugno, un lunedì mattina, il secondo giorno di Pentecoste, con luna piena e chiara circa due ore prima dell’alba durante la veglia del capitano (Ariaen Jacobsz), giacevo ammalato nella mia cuccetta e tutto d’un tratto sentii, con un duro e terribile movimento, l’urto del timone della nave, e immediatamente dopo sentii la nave incagliarsi nelle rocce, tanto che caddi giù dalla branda. A quel punto corsi di sopra e scoprii che tutte le vele erano spiegate, il vento da sudovest […] e che stavamo nel mezzo di una densa nebbia. Attorno alla nave c’era soltanto una rada schiuma, ma poco dopo sentii il mare infrangersi violentemente intorno a noi. Dissi, “Capitano, cosa avete fatto, a causa della vostra incauta sbadataggine avete passato questo cappio attorno al nostro collo?”

(Diario di Pelsaert)

bat-hist3_0

La Batavia si era incagliata sulla barriera corallina di Morning Reef, nell’arcipelago di Houtman Abrolhos, quaranta miglia al largo della costa ovest dell’Australia. A poco a poco i sopravvissuti vennero trasportati su due isole vicine, Beacon Island e Traitor’s Island. Alcuni uomini, fra cui Cornelisz, rimasero a bordo del relitto. Ma l’arcipelago non offriva a prima vista possibilità di sostentamento per tutti quegli uomini: il cibo scarseggiava (sulle isole si potevano trovare soltanto degli uccelli e qualche leone marino), e il problema più grave era la mancanza d’acqua dolce. Palseart decise, coraggiosamente, di tentare un’impresa impossibile – raggiungere Giacarta con le scialuppe di salvataggio che rimanevano a disposizione.

Alla fine, dopo aver discusso a lungo e ponderato che non c’era speranza di portare l’acqua fuori dal relitto a meno che la nave non fosse caduta a pezzi e i barili fossero arrivati galleggiando fino a terra, o che venisse una buona pioggia quotidiana per alleviare la nostra sete (ma questi erano tutti mezzi molto incerti), decidemmo dopo lungo dibattito […] che saremmo dovuti andare a cercare l’acqua nelle isole limitrofe o sul continente per mantenerci in vita, e se non avessimo trovato acqua, che avremmo allora navigato con le barche senza indugio per Batavia [antico nome di Giacarta], e con la grazia di Dio raccontato laggiù la nostra triste, inaudita, disastrosa vicenda.

(Diario di Pelsaert)

Pelsaert prese con sé 48 uomini fra ufficiali e passeggeri, Jacobsz incluso, e salpò per Giacarta. Ci arrivò 33 giorni dopo, incredibilmente senza perdite umane. Una volta nella capitale, Jacobsz venne arrestato per negligenza. Pelsaert cominciò a organizzare il viaggio di ritorno per salvare i superstiti, ma quello che non sapeva è che nel frattempo qualcosa di davvero inimmaginabile era successo sulle isole.

Cornelisz era rimasto sulla Batavia, incagliata nel corallo; ma poco dopo la partenza di Pelsaert la nave si era completamente sfasciata, portando con sé sott’acqua 40 uomini. Cornelisz riuscì a salvarsi e ad arrivare a riva aggrappandosi ai relitti galleggianti. I naufraghi erano amareggiati e furibondi d’essere stati abbandonati nel momento del bisogno dal loro comandante; Cornelisz quindi ebbe facile gioco nel reclutare una quarantina di uomini senza scrupoli per assicurarsi il potere sul gruppo. La sua intenzione iniziale era quella di catturare qualsiasi barca fosse arrivata per salvarli, e usarla per partire per conto proprio. Ma con il passare dei giorni un altro, più oscuro e folle progetto si fece strada nella sua mente: sarebbe diventato il tiranno incontrastato di quelle piccole e sconosciute isole, e avrebbe costruito un suo privato regno di piacere e di terrore, nel quale passare il resto della sua vita.

Chiaramente Cornelisz doveva eliminare qualsiasi oppositore o individuo pericoloso; così cominciò sistematicamente a sbarazzarsi degli altri sopravvissuti. All’inizio Cornelisz procedette in maniera subdola, spedendo per esempio una quarantina di mozzi a Seal Island, con il pretesto che lì si trovavano delle fonti d’acqua dolce; egli sapeva bene che in realtà non ce n’erano, e li abbandonò al loro destino. Un gruppo di soldati al comando di un certo Wiebbe Hayes vennero mandati ad esplorare delle isole all’orizzonte (West Wallabi Island), con l’intesa che sarebbero stati recuperati appena avessero acceso dei fuochi di segnalazione. Anche questa volta Cornelisz, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di tornare a riprenderli.

Se fino ad allora Cornelisz si era mosso discretamente, pian piano ogni scrupolo venne a cadere. Alcuni uomini furono imbarcati per finte ricognizioni, e spinti fuori bordo dai sicari di Cornelisz; altri annegati direttamente sulla spiaggia. I potenziali oppositori erano ormai debellati, il dominio di Cornelisz divenne assoluto e con esso l’escalation di violenza non conobbe più freni. Cornelisz aveva stabilito che il numero ideale di abitanti dell’isola era di 45 persone – tutti gli altri andavano decimati senza pietà. Vennero organizzate le esecuzioni, infermi e malati per primi. I bambini vennero tutti massacrati. Alcune donne furono risparmiate soltanto per diventare schiave sessuali dei nuovi padroni dell’isola; Cornelisz si riservò come ancella personale proprio quella Lucretia Jans già concupita da molti marinai sulla Batavia.
Quando ci si accorse che sulla vicina Seal Island il gruppo d’esplorazione abbandonato a morire era in realtà ancora in vita (si potevano vedere i superstiti aggirarsi sulla spiaggia), Cornelisz inviò i suoi uomini ad ucciderli; missione che essi portarono a termine senza problemi.

Il controllo di Cornelisz era totale. Nonostante non avesse commesso personalmente alcuno dei crimini (aveva provato ad avvelenare un bambino senza successo, lasciando poi ad altri il compito di strangolarlo), con il suo carisma induceva i sottoposti ad agire per lui. A dire la verità, con il passare dei giorni, non vi fu nemmeno più il bisogno di convincerli:

Con una banda devota di giovani assassini, Cornelisz cominciò a uccidere sistematicamente chiunque credeva potesse essere un problema per il suo regno di terrore, o un peso per le loro limitate risorse. Gli ammutinati divennero inebriati di omicidi, e nessuno poteva più fermarli. Avevano bisogno soltanto della minima scusa per annegare, picchiare, strangolare o pugnalare a morte le loro vittime, donne e bambini inclusi.

(Mike Dash, Batavia’s Graveyard)

Ongeluckige_voyagie_vant_schip_Batavia_(Plate_3)

Fra i testimoni, il predicatore Gijsbert Bastiaenz assistette impotente a tutte queste orribili carneficine, e vide trucidare di fronte a sé sua moglie e le sue figlie, tranne la primogenita che uno degli uomini di Cornelisz aveva preteso per sé. Scriverà il resoconto dell’eccidio in una lettera che ci è arrivata intatta.

Ma un giorno successe qualcosa che Cornelisz non aveva previsto: un fuoco di segnalazione venne avvistato su una delle isole all’orizzonte dove erano stati abbandonati Wiebbe Hayes e i suoi soldati. Chiaramente erano riusciti a trovare dell’acqua, e questo complicava le cose per Cornelisz: significava che il gruppo aveva mezzi per sopravvivere, e il pericolo era che quei soldati raggiungessero per primi le eventuali navi di salvataggio in arrivo.
Wiebbe Hayes però era stato avvisato dei massacri che avevano luogo su Beacon Island da alcuni uomini riusciti a fuggire; aveva dunque avuto il tempo di organizzare le sue difese. I suoi soldati avevano costruito armi di fortuna con i materiali arrivati a riva dal naufragio; avevano perfino costruito un piccolo fortino con pietre e blocchi di corallo. A questo punto erano meglio nutriti, e meglio addestrati, dei sicari di Cornelisz, e quando questi arrivarono per dare battaglia riuscirono a sconfiggerli facilmente in diversi scontri.

Quando Cornelisz vide tornare i suoi uomini a mani vuote, andò su tutte le furie e decise di prendere direttamente il comando delle operazioni. Attaccò Hayes, ma venne fatto prigioniero; e qui il suo regno sanguinario, durato per ben due mesi, conobbe la sua fine. A questo punto infatti comparve all’orizzonte una nave. Era Pelsaert che tornava a salvare i naufraghi, ignaro dei terribili eventi.

bat-hist5_0

Il giorno 17, di mattina all’alba, abbiamo levato ancora l’ancora, il vento a nord. […] Prima di mezzogiorno, avvicinandoci all’isola, vedemmo del fumo su un lungo isolotto due miglia ad ovest del relitto, e anche su un’altra piccola isola vicino al relitto, fatto per cui eravamo tutti molto felici, sperando di trovare un buon numero, se non tutti quanti, ancora vivi. Quindi, appena gettata l’ancora, navigai in barca fino all’isola più vicina, portando con me un barile d’acqua, pane di mais, e un fusto di vino; arrivato, non vidi nessuno, cosa che ci diede da pensare. Sbarcai a riva, e allo stesso momento vedemmo una piccola barca con quattro uomini che aggirava la punta nord; uno di loro, Wiebbe Haynes, saltò giù e corse verso di noi, gridando da lontano, “Benvenuti, ma tornate immediatamente a bordo, perché c’è un gruppo di furfanti sulle isole vicino al relitto, con due imbarcazioni, che hanno intenzione di catturare la vostra nave”.

(Diario di Pelsaert)

Haynes spiegò al comandante che aveva preso in ostaggio Cornelisz; Pelsaert catturò senza problemi gli ammutinati, e nei successivi interrogatori ricostruì l’intero accaduto. I crimini commessi, oltre ovviamente all’omicidio di svariate persone, includevano anche innumerevoli stupri e il furto di beni della Compagnia e di effetti personali dei passeggeri.
Il 2 ottobre 1629 venne eseguita, sulla stessa Seal Island, la condanna dei colpevoli. Agli ammutinati venne tagliata la mano destra, prima di essere impiccati. Per Cornelisz la pena comportò l’amputazione di entrambe le mani, prima di salire sul patibolo.

Cornelisz_execution

A Giacarta infine si decisero le sorti degli ultimi protagonisti di questa vicenda.
Il capitano Jacobsz, che era già prigioniero, nonostante le torture non confessò mai di aver tentato l’ammutinamento sulla Batavia; morì probabilmente in prigione.
Il comandante Pelsaert venne ritenuto responsabile di mancanza d’autorità. Gli vennero confiscati tutti gli averi, e nel giro di un anno morì di stenti.
Wiebbe Hayes, che aveva invece combattuto coraggiosamente, divenne un eroe. La Compagnia lo promosse a sergente e in seguito a luogotenente.

batavia-remains-beacon-island

dooienederlander

batavia-wreck

Quello della Batavia è considerato uno degli ammutinamenti più sanguinosi della storia: dei 341 passeggeri originari, soltanto 68 sopravvissero (intorno al centinaio secondo altre fonti). Alcune vittime furono ritrovate, in fosse comuni, durante gli scavi archeologici. Se il relitto e i resti umani sono esposti al Western Australian Museum, a Lelystad nei Paesi Bassi è possibile ammirare una straordinaria replica della Batavia, eseguita a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, e costruita con gli stessi attrezzi, metodi e materiali che si usavano nel Seicento.

DCF 1.0

DCF 1.0

La nave nel buio

Trascorse il logorìo di giorni e giorni.
Ogni gola riarsa e vitreo ogni occhio.
Il logorìo di giorni e giorni!
(S.T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio)

dn9148-1_640

Talvolta la storia supera qualsiasi racconto folkloristico per macabra fantasia e inaudite coincidenze.

Le Rodeur partì dal golfo del Biafra nell’aprile del 1819, diretto all’isola di Guadalupa. Era una nave schiavista francese, e ospitava a bordo 22 uomini dell’equipaggio e 162 schiavi.
Stipati nel buio della stiva in condizioni igieniche orribili, gli schiavi venivano nutriti poco e male: cibo scarso e spesso avariato, e mezzo bicchiere d’acqua al giorno.

slave_ship

photo 1

Dopo 15 giorni di viaggio, alcuni degli schiavi cominciarono a diventare ciechi. All’inizio non venne data molta importanza alla cosa, ma la malattia degli occhi era evidentemente infettiva e l’epidemia cominciò a dilagare fra i prigionieri. Il medico di bordo, convinto che la causa fosse l’aria insalubre e impura che si respirava nella stiva, ordinò che agli schiavi fosse di tanto in tanto permesso di prendere una boccata d’aria. Ma, di fronte agli attoniti marinai, una volta portati sul ponte, molti fra questi schiavi si abbracciavano e si gettavano fuori bordo stretti l’uno fra le braccia dell’altro, impedendosi vicendevolmente di nuotare così da annegare più velocemente. Saltavano davvero “nella speranza, che prevale così universalmente tra di loro, che [i loro spiriti] sarebbero stati velocemente trasportati indietro alle loro case in Africa” – come sosteneva un anno dopo M. Benjamin Constant nel suo discorso alla Camera dei Deputati di Francia? Probabile, ma possiamo anche immaginare che per un uomo catturato, incatenato, chiuso al buio in condizioni terrificanti e i cui occhi avevano smesso di vedere la luce, le onde del mare sembrassero un destino preferibile a quello  che lo attendeva sul Rodeur.

Quale che fosse la motivazione, al capitano della nave non piaceva affatto perdere il suo prezioso carico in quel modo. Così ordinò che gli schiavi che venivano fermati mentre tentavano il suicidio, fossero poi fucilati o impiccati di fronte ai loro compagni.

Ma l’epidemia non si fermava: in breve tutti i prigionieri persero la vista, e allora fu lo stesso capitano a cominciare a gettare gli schiavi fuori bordo, nel tentativo di arginare l’avanzare della malattia (e di risparmiare sui costi di mantenimento per una “merce” ormai invendibile); 36 uomini persero la vita così, buttati alle onde.

cans Thrown Overboard from a Slave Ship, Brazil, ca_ 1830s_jpg

A poco a poco anche l’equipaggio cominciò ad essere inesorabilmente infettato dall’oftalmia, finché rimase soltanto un uomo ancora capace di vedere. L’unico in grado di stare al timone, e di cercare di riportare il Rodeur verso la salvezza – e forse anche la sua vista aveva le ore contate.

A tentoni, nelle tenebre della cecità, i marinai si diedero il cambio per giorni alle corde, senza speranza. E poi, un mattino, successe quello che il giornalista John Randolph Spears definì “uno degli incidenti più rimarchevoli della storia del commercio marino”. Mentre cercava disperatamente di recuperare la rotta, il solitario timoniere del Rodeur avvistò una nave che avanzava a vele spiegate: era la goletta schiavista spagnola Leon. La gioia esplose fra la ciurma: la fortuna aveva portato dei soccorsi proprio verso di loro!

Mentre la nave spagnola si avvicinava, però, gli occhi affaticati del timoniere si accorsero che essa sembrava andare alla deriva – le gomene erano lente e sfatte, e il ponte completamente deserto. Pareva un relitto galleggiante, abbandonato al mare, che si prendeva gioco delle loro speranze di salvataggio. Ma il Leon non era completamente deserto: arrivati a una distanza sufficiente da poter essere sentiti, i marinai francesi si misero a gridare verso la nave e finalmente degli uomini cominciarono ad apparire. Ma i passeggeri della nave straniera erano allucinati e terrorizzati tanto quanto i marinai del Rodeur: aggrappandosi alla balaustra, gli spagnoli risposero urlando che tutto il loro equipaggio era divenuto cieco a causa di una malattia sviluppatasi fra gli schiavi. In un attimo la speranza si trasformò in orrore, perché proprio dalla nave che avrebbe dovuto portare il Rodeur fuori dall’incubo, arrivava ora una preghiera di salvezza.

De_Windstoot-A_ship_in_need_in_a_raging_storm-Willem_van_de_Velde_II-1707-DCedit2

Colpite dallo stesso morbo e incapaci di darsi aiuto, le due navi si separarono.
Il 21 Giugno il Rodeur raggiunse Guadalupa; secondo la Bibliothèque Ophthalmologique, l’unico uomo che era scampato all’oftalmia divenne cieco tre giorni dopo essere riuscito a ricondurre in porto la nave.
Il Leon invece si perse nell’Atlantico, e non se ne seppe più nulla.

Una crociera agitata

Una tranquilla crociera nell’Oceano Pacifico si trasforma in pochi attimi in un disaster movie. Le telecamere di sicurezza della Pacific Sun Cruise, nave australiana, mostrano il caos scatenato all’interno dell’imbarcazione da una tempesta con onde alte diversi metri. Il bilancio: 42 feriti sui 2403 passeggeri a bordo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=o-WZU1X–IM]

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=J1kWjmDy85w]