Figli della tomba

Partoriscono a cavallo di una tomba,
il giorno splende un istante,
ed è subito notte.

(S. Beckett, Aspettando Godot)

Una storia dell’orrore italiana

Castel del Giudice, Italia.
Il 5 agosto 1875 una donna incinta, indicata nei documenti con le iniziali F. D’A., morì nel bel mezzo delle doglie, prima di riuscire a dare alla luce il suo bambino.
Senza osservare i tempi minimi di attesa prima della tumulazione, il giorno seguente il corpo della donna venne calato nella fossa carnaria del cimitero. Questo era un tipo di sepoltura collettiva per le classi meno abbienti, all’epoca ancora in uso in centinaia di comuni italiani: consisteva in un ambiente sotterraneo, una sorta di stanza o di pozzo sigillato, dove i cadaveri venivano deposti e lasciati a imputridire l’uno sull’altro (alcuni all’interno di casse, altri avvolti da semplici sudari).

Per il corpo di F. D’A., le cose presero una brutta piega fin dall’inizio:

Bisognava scenderla nella fossa e si credette di affidare ad una corda il voluto cadavere, però la corda si ruppe ed il povero corpo della D’A. cadde ad una certa altezza in modo da urtare con il cranio contro una cassa mortuaria. Discese alcune persone, ripresero la D’A. e la deposero supina su di altra cassa mortuaria vicina, dove restò col volto cadaverico, colle mani legate e poggiate sull’addome e colle gambe strettamente riunite mercé cucitura delle due calze. In tal modo e non altrimenti la D’A. fu lasciata dai presenti che la seppellirono.

Ma quando un paio di giorni dopo si riaprì la fossa per seppellire un’altra ragazza da poco defunta, la visione che si presentò agli astanti fu terribile:

Accorse la germana della F. D’A. per dare l’ultimo saluto alla sorella defunta, ma appena le fu possibile spingere lo sguardo verso il luogo dove la sorella venne deposta ebbe ad osservare il miserando spettacolo della sorella situata in posizione ben diversa da quella in cui fu lasciata ed avente tra le gambe il feto che nella tomba aveva dato alla luce e col quale nella tomba stessa miseramente morì. […] Accorse immediatamente la giustizia che trovò il cadavere della D’A. posare nella tomba sul lato sinistro ed il volto fortemente contratto, colle mani che legate con il nastro di cotone bianco formavano arco colle braccia e poggiavano sulla testa, con dei brandelli di nastro bianco tra i denti […]. Ai piedi della madre giaceva il neonato di sesso maschile col funicolo ombelicale e con le membra ben proporzionate e sviluppate.

Provate a immaginare l’orrore della poveretta nel risvegliarsi al buio, in preda ai dolori del parto; con le ultime forze che le rimanevano la donna aveva fatto nascere il bambino, per morire poco dopo “assediata da cadaveri, per la mancanza di aria, per mancanza di aiuto e nutrimento e per le perdite conseguenti allo sgravo”.
La fantasia fatica a figurarsi una fine più terribile.

Il caso ebbe ampia eco in tutta Italia; il medico, sindaco e becchino, a termine di un processo che si svolse nel Tribunale di Isernia, vennero riconosciuti colpevoli di due omicidi involontari “accompagnati da circostanze gravissime” e condannati a sei mesi di carcere e a 51 lire di multa – pena che però fu dimezzata in appello nel novembre del 1877 dal Tribunale di Napoli.
Questa inaudita diminuzione della pena venne aspramente criticata dal corrispondente del Times in Italia, che osservò come “le circostanze del caso, se ben analizzato, mostrano lo scarso valore attribuito alla vita umana in questa nazione“; della vicenda parlarono anche il New York Times e decine di altri quotidiani britannici e americani.

Questa storia, per quanto spaventosa – anzi, proprio perché è così spaventosa – andrebbe presa con le pinze.
C’è più di una ragione per essere cauti al riguardo.

Sepolti vivi?

Innanzitutto il tema della donna gravida creduta morta che partorisce nella tomba era già un motivo ricorrente nel Diciannovesimo secolo, quando la tafofobia (ovvero la paura di essere sepolti vivi) aveva raggiunto al suo culmine.

Il folclorista Paul Barber nel suo Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality (1988) sostiene che il numero di persone realmente sepolte vive sia stato largamente esagerato dalle cronache; una posizione condivisa anche da Jan Bondeson che in uno dei libri più completi sull’argomento, Buried Alive, illustra come la stragrande maggioranza dei racconti ottocenteschi riguardo alle esequie premature non siano attendibili.

In buona parte si tratterebbe dunque di un vero e proprio topos letterario, romantico e decadente, sebbene nato da un pericolo che era certamente reale nei secoli passati: interpretare i segni della morte era un procedimento complesso e spesso approssimativo, tanto che già dal Settecento esistevano alcuni trattati (il più celebre quello di Winslow), che proponevano una serie di misure per constatare con maggiore sicurezza l’effettivo decesso.

Una conoscenza superficiale dei processi decompositivi poteva inoltre portare a malintesi.
Quando si riesumavano dei corpi, non era infrequente ritrovarli in posizioni diverse da quella di sepoltura; questo era dovuto alla naturale tendenza del cadavere a muoversi durante la decomposizione, e talvolta a essere soggetto addirittura a piccole “esplosioni” a causa dei gas derivanti dalla putrefazione – scoppi abbastanza potenti da far ruotare gli arti superiori. Allo stesso modo, i segni lasciati da roditori o altri necrofagi (terra smossa, graffi, morsi, vesti rovinate, capelli caduti) potevano venire scambiati per i disperati tentativi del defunto di liberarsi.

Eppure, come detto, un fondo di verità c’era, e qualche sfortunato sarà sicuramente finito vivo in una bara. Perfino con tutti i nostri avanzati strumenti diagnostici, di tanto in tanto capita ancora che qualcuno si risvegli su un tavolo d’obitorio. Ma si tratta, oggi come allora, di eventi rarissimi, e in genere queste storie ci parlano di una paura culturale più che di un rischio concreto.

Il parto in bara

Se già venire sepolti vivi era dunque un fatto eccezionale, le probabilità che una donna incinta potesse addirittura partorire nel sepolcro risultano ancora più scarse. Anche questa idea – talmente carica di pathos da esercitare un fascino irresistibile per la sensibilità dell’epoca – deve essere nata da osservazioni reali, e di certo aprire la tomba di una donna e trovarvi un neonato doveva sembrare una prova definitiva della sua sepoltura prematura.
Quello che all’epoca non si sapeva è che il feto può in rarissime circostanze essere espulso post-mortem.

I microorganismi anaerobici, che danno avvio alla fase putrefattiva del cadavere, rilasciano durante la loro attività metabolica diversi gas. In questa fase enfisematica i tessuti interni si tendono e stirano; il torso, l’addome e le gambe si possono gonfiare; la pressione interna causata dall’accumulo di gas nel corpo di una donna in stato di gravidanza avanzato può determinare la separazione delle membrane amniotiche, il prolasso dell’utero e la conseguente estrusione totale o parziale del feto.
Questo evento sembrerebbe essere più probabile se la defunta aveva già avuto gravidanze in passato, per via della maggiore elasticità della cervice.
Lo strano fenomeno viene chiamato Sarggeburt (nascita in bara) nella letteratura forense tedesca.

Il primo caso di parto post-mortem cui siamo a conoscenza risale al 1551, quando una donna impiccata sul patibolo rilasciò, quattro ore dopo l’esecuzione capitale, i corpicini di due gemelli, entrambi morti. (Un episodio molto simile accadde nel 2007 in India, quando una donna si suicidò durante il travaglio; in quel caso il bambino nacque vivo e sano.)
A Bruxelles, nel 1633, una donna morì di convulsioni e tre giorni dopo il feto fu spontaneamente espulso. La stessa cosa avvenne a Weißenfels, in Sassonia, nel 1861. Altri casi sono citati nel primo testo medico in cui si parla di questa strana evenienza, cioè Anomalies and Curiosities of Medicine, pubblicato nel 1896, ma per la maggior parte si tratta di parti avvenuti quando la salma della madre non era ancora stata tumulata.
È John Whitridge Williams che, nel suo fortunato Obstetrics: a text-book for the use of students and practitioners (1904), indica la possibilità che il parto post-mortem avvenga dopo la sepoltura.

L’espulsione spontanea del feto dopo la morte della madre è stato osservato anche in tempi recenti.

Un caso del 2005 riguarda una donna morta nel suo appartamento a causa di intossicazione acuta da eroina: al momento del ritrovamento fu notato che la testa del feto (morto) spuntava da sotto le mutande della madre; ma più tardi, durante l’autopsia, anche la parte superiore del busto del bambino era emersa – segno che i gas sviluppatisi nella regione addominale avevano continuato a esercitare pressione dall’interno.
Nel 2008 una donna di 38 anni, al settimo mese di gravidanza, venne trovata assassinata in un campo e in stato avanzato di decomposizione per via del clima tropicale. Durante l’autopsia, il feto fu rinvenuto all’interno degli indumenti intimi della donna, ugualmente putrefatto e con il cordone ombelicale ancora attaccato alla placenta (qui il case study dei patologi forensi – ATTENZIONE immagini esplicite).

 

Vita in morte

Per tornare infine alla sventurata di Castel del Giudice, cosa le era accaduto veramente?
Certo, l’autopsia svolta all’epoca e citata negli atti del processo parlava della presenza di aria nei polmoni del neonato, che quindi sarebbe stato partorito vivo. Ed è possibile che le cose siano davvero andate così.

Eppure da una parte il racconto si inserisce fin troppo perfettamente in una specifica narrativa popolare dell’epoca, la cui reale incidenza statistica è messa in dubbio dagli studiosi; dall’altra, potrebbe essersi trattato di parto post-mortem, evento ben documentato – tanto che perfino gli archeologi faticano spesso a interpretare i ritrovamenti di scheletri antichi che mostrano resti di feti ancora parzialmente inseriti nelle ossa pelviche.

L’unica cosa certa è che queste storie atroci – autentiche o inventate – hanno una qualità quasi archetipica; morte e nascita, intrecciate in un singolo luogo e momento.
Forse ci affascinano perché, a livello simbolico, ci ricordano una verità, cioè quella espressa da un celebre verso degli Astronomica di Manilio:

Nascentes morimur, finisque ab origine pendet.

“Nascendo moriamo, e la fine dipende dall’inizio.”

I neonati prematuri di Coney Island

Un tempo, sulla midway dei circhi o dei Luna Park, fra l’odore di hot dog e le grida degli imbonitori, si potevano vedere straordinarie attrazioni secondarie, dai mangiatori di fuoco alle donne barbute, dalle ballerine elettriche alle mostruosità più esotiche (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui).
Eppure, oltre al fascino che ancora esercita su di noi quest’epoca di ingenua meraviglia, c’è un’altra e meno conosciuta ragione per cui dovremmo essere grati alle vecchie fiere itineranti: fra coloro che stanno leggendo queste righe, quasi uno su dieci è vivo anche grazie ai sideshow.

Questa è la strana storia di come i Luna Park, e la caparbietà di un medico visionario, contribuirono a salvare milioni di vite umane.

Fino alla fine dell’800, i bambini nati prematuri non avevano pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza. Gli ospedali non disponevano di unità neonatali in grado di assicurare cure efficaci per il problema, dunque i prematuri venivano ridati ai genitori affinché li portassero a casa — in pratica, a morire. Con ogni evidenza, Dio aveva deciso che quei bambini non fossero destinati a sopravvivere.
Nel 1878 un celebre ostetrico parigino, il Dr. Étienne Stéphane Tarnier, visitò una mostra chiamata Jardin d’Acclimation in cui veniva esibito anche un innovativo metodo di allevamento del pollame in ambiente riscaldato da un sistema idraulico, inventato da un impiegato dello Zoo di Parigi; immediatamente, il medico pensò di applicare lo stesso sistema ai neonati prematuri e commissionò la costruzione di una scatola che permettesse di condizionare la temperatura dell’ambiente in cui il bambino si trovava.
Dopo le prime, positive sperimentazioni all’Ospedale di Maternità di Parigi, ben presto l’incubatore fu dotato di una campanella che suonava quando la temperatura si alzava troppo.
Il suo braccio destro, Pierre Budin, sviluppò ulteriormente il concetto dell’incubatore di Tarnier, studiando da una parte come isolare e proteggere i fragili neonati dalle malattie infettive, e dall’altra ricercando le modalità e le quantità corrette di alimentazione di un bimbo prematuro.

Ma nonostante i buoni risultati, la comunità medica stentava a riconoscere l’utilità degli incubatori. Si trattava principalmente di una riserva dettata dalla mentalità dell’epoca: come ricordato, riguardo i bambini prematuri l’atteggiamento era piuttosto fatalista, e la morte dei piccoli più deboli era considerata inevitabile fin dall’alba dei tempi.

Fu così che Budin si decise a spedire un suo collaboratore, il Dr. Martin Couney, all’Esposizione Mondiale di Berlino nel 1896. Couney, il vero protagonista della nostra storia, era un personaggio fuori dal comune: al di là delle sue competenze di ostetrico, aveva uno sviluppato carisma e la verve di un vero animale da palcoscenico; queste sue doti si rivelarono, come vedremo, fondamentali per la riuscita della sua missione.
Couney, al fine di creare un po’ di clamore e diffondere meglio la novità, ebbe l’idea di esporre negli incubatori dei bambini prematuri in carne ed ossa. Dimostrando una notevole faccia tosta, chiese direttamente all’Imperatrice Augusta Vittoria di poter utilizzare alcuni infanti dell’Ospedale di Carità di Berlino. Il favore gli fu accordato, visto che comunque i neonati erano destinati a morte certa.
Però nessuno dei bambini alloggiati negli incubatori morì, e l’esposizione di Couney, intitolata Kinderbrutanstalt (“vivaio di bambini”) ebbe un’eco clamorosa in tutta la città.

Il successo si ripeté a Londra l’anno seguente, all’Esibizione di Earl’s Court (Couney totalizzò 3600 visitatori al giorno), e nel 1898 all’Esposizione Trans-Mississippi ad Omaha, Nebraska. Nel 1900 tornò a Parigi, all’Esposizione Mondiale, e nel 1901 alla Pan-American a Buffalo, NY.

L'edificio costruito per gli incubatori a Buffalo.

L’edificio costruito per ospitare gli incubatori a Buffalo.

Gli incubatori all’Esposizione di Buffalo.

Negli Stati Uniti, però, c’era una resistenza ancora maggiore nell’accettare questa innovazione e implementarla negli ospedali.
C’è da sottolineare che nonostante Couney stesse esibendo un’invenzione medica, lo stand con gli incubatori veniva (con suo grande disappunto) invariabilmente relegato nelle aree destinate al divertimento invece che nella sezione scientifica.
Fu forse per questo motivo che nel 1903 Couney prese una coraggiosa decisione.

Gli americani pensavano che quella non fosse altro che una trovata da circo? Bene, allora avrebbe dato loro l’intrattenimento che volevano. Ma a pagamento.

Infant-Incubators-building-at-1901-Pan-American-Exposition

Baby_incubator_exhibit,_A-Y-P,_1909

Couney si trasferì definitivamente a New York, e aprì una nuova attrazione al parco di divertimenti stabile di Coney Island. Per i 40 anni successivi, ogni estate, il medico esibì bambini prematuri nei suoi incubatori, al costo di entrata di un quarto di dollaro. Il pubblico affluiva numeroso per contemplare quei bambini estremamente sottopeso, gracili e indifesi, che dormivano nelle loro scatole di vetro temperate. “Mio Dio, guarda che piccolo!“, si sentiva esclamare dalla folla, mentre la gente scorreva lungo la ringhiera che la teneva separata dalla corsia di incubatori, infilati l’uno dietro all’altro.

 
Couney, per enfatizzare le dimensioni minute dei suoi neonati, cominciò a ricorrere anche a trucchi da vero e proprio imbonitore: se il bimbo non era abbastanza minuscolo, aumentava le coperte che lo avvolgevano per farlo apparire più piccolo. L’infermiera  Madame Louise Recht, al fianco di Couney fin dalle primissime esibizioni a Parigi, di tanto in tanto infilava il suo anello sul braccio dei neonati, per dimostrare quanto fossero sottili i loro polsi: peccato che l’anello fosse in realtà di dimensioni sproporzionate anche per il dito dell’infermiera.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Bambino prematuro con al polso l’anello dell’infermiera.

L’attività di Couney, che presto si allargò a contare due centri di incubazione (uno a Luna Park e uno a Dreamland), può sembrare ai nostri occhi piuttosto cinica. Eppure non era affatto così.
I bambini ospitati nelle sue attrazioni erano stati rifiutati dagli ospedali della città, e consegnati ai genitori che non avevano speranze di vederli sopravvivere; il “Doctor Incubator” prometteva alle famiglie di curarli senza alcuna spesa da parte loro, a patto di poterli esporre al pubblico. I 25 centesimi che il pubblico pagava per vedere i neonati coprivano interamente le elevate spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, garantendo addirittura un modesto margine di guadagno per Couney e i suoi collaboratori. In questo modo, i genitori avevano un’opportunità di salvare il proprio bambino senza sborsare un soldo, e Couney poteva continuare la sua opera di sensibilizzazione sull’importanza e l’efficacia del metodo.
Cosa più unica che rara nell’America di inizio secolo, Couney non faceva nemmeno distinzioni di razza, esibendo neonati di colore a fianco di neonati dalla pelle chiara. I suoi incubatori annoverarono fra i loro “ospiti” anche la figlia prematura di Couney stesso, Hildegarde, che più tardi divenne infermiera e affiancò il padre nella gestione dell’attrazione.

Infermiere con bambini alla Fiera Mondiale di Flushing, NY. Al centro la figlia di Couney, Hildegarde.

Oltre ai suoi due stabilimenti di Coney Island (uno dei quali rimase distrutto nel terribile incendio del 1911), Couney continuò a portare in tour per tutti gli Stati Uniti i suoi incubatori, da Chicago a St. Louis a San Francisco.
In quarant’anni di attività Couney trattò circa 8000 bambini e salvò almeno 6500 vite; ma la sua instancabile ostinazione nel divulgare l’incubatore ebbe effetti ben più vasti. I suoi sforzi, sul lungo termine, contribuirono all’apertura delle prime unità ospedaliere di cura intensiva neonatale, oggi presenti in tutto il mondo.

Dopo un picco di popolarità a inizio secolo, sul finire degli anni ’30 il sucesso degli incubatori di Couney cominciò a calare. Si trattava di un’attrazione ormai vecchia e risaputa.
Quando il primo reparto per bambini prematuri venne inaugurato al Cornell’s New York Hospital, nel 1943, Couney confidò a suo nipote: “la mia opera è conclusa“. Dopo 40 anni di quella che aveva sempre considerato propaganda a fin di bene, chiuse definitivamente la sua attività a Coney Island.

Martin Arthur Couney (1870–1950).

La maggior parte delle informazioni presenti in questo post provengono dallo studio più approfondito sull’argomento, ad opera del Dr. William A. Silverman (Incubator-Baby Side Shows, in Pediatrics, 1979).

(Grazie, Claudia!)

Placentofagia

Qualche tempo fa, Nicole Kidman dichiarò di aver mangiato la placenta dopo il suo ultimo parto. (Dichiarò anche di bere la propria urina per mantenersi giovane, ma quella è un’altra storia). Follie da VIP, direte. E invece pare che la moda stia prendendo piede.

La placenta, si sa, è quell’organo tipico dei mammiferi che serve a scambiare il nutrimento fra il corpo della madre e il feto, “avvicinando” le due circolazioni sanguigne tanto da far passare le sostanze nutritive e l’ossigeno attraverso una membrana chiamata barriera placentale, che divide la parte di placenta che appartiene alla mamma (placenta decidua) da quella del feto (corion). La placenta si distacca e viene espulsa durante il secondamento, la fase immediatamente successiva al parto; si tratta dell’unico organo umano che viene “perso” una volta terminata la sua funzione.

Quasi tutti i mammiferi mangiano la propria placenta dopo il parto: si tratta infatti di un organo ricco di sostanze nutritive e, sembrerebbe, contiene ossitocina e prostaglandine che aiutano l’utero a ritornare alle dimensioni normali ed alleviano lo stress del parto. Anche gli erbivori, come capre o cavalli, stranamente sembrano apprezzare questo strappo alla loro dieta vegetariana. Pochi mammiferi fanno eccezione e non praticano la placentofagia: il cammello, ad esempio, le balene e le foche. Anche i marsupiali non la mangiano, ma anche se volessero, non potrebbero – la loro placenta non viene espulsa ma riassorbita.

Se per quanto riguarda gli animali è intuitivo comprendere lo sfruttamento di una risorsa tanto nutritiva alla fine di un processo estenuante come il parto, diverso è il discorso per gli umani. Noi siamo normalmente ben nutriti, e non avremmo realmente bisogno di questo “tiramisù” naturale. Perché allora si sta diffondendo la moda della placentofagia?

La motivazione di questa pratica, almeno a sentire i sostenitori, sarebbe il tentativo di evitare o lenire la depressione post-partum. Più precisamente, la placenta avrebbe il potere di far sparire i sintomi del cosiddetto baby blues (quel senso di leggera depressione e irritabilità che il 70% delle neomamme dice di provare per qualche giorno dopo il parto), evitando quindi che degenerino in una depressione più seria. Sfortunatamente, nessuna ricerca scientifica ha mai suffragato queste teorie. Non c’è alcun motivo medico per mangiare la placenta. Ma le mode della medicina alternativa, si sa, di questo non si curano granché.

E così ecco spuntare decine di video su YouTube, e siti che propongono ricette culinarie a base di placenta: c’è chi la salta in padella con le cipolle e il pomodoro, chi preferisce farne un ragù per la lasagna o gli spaghetti, chi la disidrata e ne ricava una sorta di “dado in polvere” per insaporire le vivande quotidiane. Se siete persone più esclusive, potete sempre prepararvi un bel cocktail di placenta da sorseggiare a bordo piscina. Ecco un breve ricettario (in inglese) tratto dal sito per mamme Mothers 35 Plus.

Consci che l’idea di mangiare la propria placenta può non solleticare tutti i nostri lettori, vi suggeriamo un ultimo utilizzo, certamente più artistico, che sta pure prendendo piede. Si tratta delle cosiddette placenta prints, ovvero “stampe di placenta”. Il metodo è semplicissimo: piazzate la placenta fresca, ancora ricoperta di sangue, su un tavolo; premeteci sopra un foglio da disegno, in modo che il sangue imprima la figura sulla carta. Potete anche spargere un po’ di inchiostro sulla placenta prima di passarci sopra il foglio, così da ottenere risultati più duraturi. E voilà, ecco che avrete un bel quadretto a ricordo del vostro travaglio, da incorniciare e appendere nell’angolo più in vista del vostro salotto.

Deformazioni craniche artificiali

Abbiamo già parlato (in questo articolo) dell’antica usanza cinese di deformare i piedi femminili tramite fasciature per motivi estetici. Altri tipi di deformazioni artificiali possono ancora oggi avvenire per motivi di sostentamento economico: pensiamo in particolare ad alcune terribili pratiche di deformazione del bambino nei paesi del Terzo Mondo (e non solo) che rendono i piccoli invalidi a vita – e quindi più adatti a suscitare pietà ed elemosine. Celebre poi la leggenda dei famigerati Comprachicos (“compratori di bambini”), immortalati da Victor Hugo nel suo romanzo L’Uomo che ride, che sfiguravano i bambini per assicurare un buon tornaconto nelle fiere e nelle esibizioni di stranezze umane. Altro esempio letterario sul tema è la splendida novella di Maupassant La madre dei mostri, nel quale una diabolica donna porta busti strettissimi durante la gravidanza per ottenere figli deformi da vendere al circo.

Ma nella maggior parte dei casi, proprio come avveniva per il loto d’oro in Cina, la modificazione del corpo in tenera età era estremamente importante soprattutto a livello sociale, perché poteva denotare lo status e la provenienza del bambino. Per questo motivo, quello che i cinesi facevano ai piedi delle donne, molti altri facevano alle teste dei loro bambini.

Nelle culture primitive, e non soltanto, la modificazione corporale è intimamente connessa con l’appartenenza a una determinata società. Così la fasciatura della testa divenne per un certo periodo una pratica fondamentale per garantire al proprio figlio una posizione sociale influente.

La casistica di queste deformazioni si compone normalmente di teste allungate, teste schiacciate, teste coniche o sferiche. Il comune denominatore è la restrizione della normale crescita delle ossa del cranio durante le primissime fasi della formazione, quando le ossa sono ancora soffici, tramite diversi strumenti: ad esempio, per ottenere un figlio dalla testa allungata occorreva farlo crescere con due pezzi di legno saldamente legati ai lati del capo, in modo che il cranio si sviluppasse verso l’alto. Per avere una testa completamente rotonda occorreva stringerla in forti giri di stoffa.

I primi a utilizzare questo tipo di pratiche di modificazione corporale permanente sembra fossero gli antichi Egizi (infatti Tutankhamen e Nefertiti avevano la testa oblunga), ma alcuni studi indicano che forse anche gli uomini di Neanderthal, vissuti 45.000 anni prima di Cristo, potrebbero averne fatto uso. Nel 400 a.C. Ippocrate scrisse di abitudini simili riferendosi a una tribù che aveva denominato “i Macrocefali”. Congo, Borneo, Tahiti, Samoa, Hawaii, aborigeni australiani, Inca e Maya, nativi Americani, Unni, Ostrogoti,  tribù Melanesiane: ai quattro angoli del globo le tecniche differivano ma l’obiettivo era lo stesso – assicurare al bambino un futuro migliore. Le persone con una testa allungata, infatti, venivano ritenute più intelligenti e più vicine agli spiriti; non soltanto, erano immediatamente riconoscibili come appartenenti ad un determinato gruppo o tribù. Così, più o meno a un mese dalla nascita, i bambini cominciavano a venire fasciati fino circa all’età di sei mesi, ma talvolta oltre l’anno di età.

Non è escluso che queste pratiche avessero altri tipi di valenze – magiche, mediche, ecc. Lascia interdetti scoprire che in Francia la fasciatura della testa durò addirittura fino al 1800: nell’area di Deux-Sevres, si bendavano le teste dei bambini dai due ai quattro mesi; poi si continuava sostituendo il bendaggio con una sorta di cesto di vimini posto sulla testa del bambino, e rinforzato con filo di metallo mano a mano che il ragazzo cresceva.

Il mio bambino è nero!

“Niente che abbiate visto prima d’ora, e niente che abbiate sentito prima d’ora, potrà prepararvi allo shock di…”

“MY BABY IS BLACK!!!”

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