La scacchiera e la Nera Signora

Pochi giochi si prestano alla metafora filosofica come gli scacchi.
Le due armate, una oscura e l’altra luminosa, si affrontano da millenni in eterno scontro. Una lotta astratta, di perfezione matematica, in cui il “terribile amore per la guerra” dell’Uomo viene iscritto in una griglia ortogonale solo superficialmente rassicurante.
La scacchiera nasconde infatti un’impossibile vertigine combinatoria, un’infinità di varianti. Tocca non lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità dello schema (la stima delle possibili partite è un numero da capogiro), e ricordarsi del Faraone che accettando di pagare un chicco di grano sulla prima casella e di raddoppiarlo per le successive si ritrovò sul lastrico.

La battaglia dei 32 pezzi sulle 64 caselle ha ispirato, al di là delle ovvie allegorie marziali, diversi componimenti poetici che tracciano un’analogia tra la scacchiera e l’universo intero, e tra le pedine e la condizione umana.
La più antica e celebre è una delle quartine del Rubaiyyát di ʿUmar Khayyām (1048–1131):

Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera di giorni e notti,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.

Quest’idea di Dio che muove gli uomini a suo piacimento sulle caselle è già piuttosto inquietante; Jorge Luis Borges la moltiplicò in una regressione ad infinitum, con una geniale struttura “a cannocchiale”, domandandosi se perfino Dio non fosse pezzo inconsapevole di una scacchiera più ampia:

E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.

Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
è prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.

Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Questa partita cosmica ci interroga naturalmente sulla questione del libero arbitrio, ma si iscrive anche nel più ampio contesto del memento mori e della Morte livellatrice. Che siamo Re o Alfieri, torri o semplici pedine; che si combatta per i Bianchi o per i Neri; che il nostro esercito vinca o perda — il vero esito della battaglia è comunque segnato. Si finirà tutti riposti nella cassetta dei pezzi, nella “fossa comune del tempo“.

Non sorprende dunque che la Morte personificata si sia a più riprese seduta alla scacchiera con l’Uomo.

Nelle raffigurazioni più antiche lo scheletro era dipinto come crudele e pericoloso, pronto a ghermire l’ignaro passante con la violenza; a partire dal tardo medioevo con la Danza Macabra (e la possibile fusione con la figura bretone di Ankou, inquietante ma non malevola) ritroviamo invece lo scheletro disarmato e pacifico, perfino danzante, in una festa carnascialesca che, se da un lato ricorda l’inevitabile destino, funge anche da esorcismo.

Che la Morte concedesse una partita a scacchi, dunque, si accordava con quest’idea più positiva rispetto ai temi iconografici antecedenti (trionfo, Giudizio Universale, incontro con i vivi, ecc.). Di più: il fatto che il Mietitore potesse ora essere addirittura sfidato, suggerisce la nascita di un atteggiamento tipico del pensiero rinascimentale.


Anche nelle raffigurazioni della partita a scacchi con la Morte infatti, come nella Danza Macabra, non ci sono

allusioni o simboli che direttamente riportino il pensiero alla presenza apocalittica della religione o alla necessità dei suoi riti; non ci sono elementi che suggeriscano per esempio la necessità di ricevere, nell’atto finale, gli estremi conforti di un sacerdote o l’assoluzione come viatico per l’al di là, sottolineando così ancor di più il senso d’impotenza dell’uomo. È un uomo, quello ritratto nelle figurazioni di Danza Macabra, che si vede inserito nel mondo e riconosce di essere artefice del cambiamento della sua realtà, non solo quella personale ma anche quella sociale, in una prospettiva storica.

(A. Tanfoglio, Lo spettacolo della morte… Quaderni di estetica e mimesi del bello nell’arte macabra in Europa, Vol. 4, 1985)

Quello che fa le sue mosse contro la Morte, quindi, non è già più un uomo medievale, ma moderno.
Più tardi a questo gioco verrà sconfitto il Diavolo stesso: secondo il folklore, lo scacchista cinquecentesco Paolo Boi (detto Il Siracusano) giocò un giorno una partita con un misterioso sconosciuto che fuggì inorridito nel momento in cui sulla scacchiera i pezzi disegnarono la forma di una croce…

Ma l’episodio forse più interessante risale a tempi molto recenti, al 1985.
Un certo Dr. Wolfgang Eisenbeiss e un suo conoscente decisero di organizzare una partita a scacchi del tutto particolare: si sarebbe disputata tra due grandi maestri, uno vivo e uno morto.
Lo svolgimento del gioco sarebbe stato possibile grazie a Robert Rollans, un medium “affidabile” e profano degli scacchi (per non inquinare il risultato).
La strana combriccola trovò presto il giocatore vivo disposto a tentare l’esperimento, il grande maestro internazionale Viktor Korchnoi; fu un po’ più complicato mettersi in contatto con lo sfidante, ma il 15 giugno la tenzone fu accettata dallo spirito di Géza Maróczy, morto più di trent’anni prima il 29 maggio 1951.
Anche comunicare le mosse e le contromosse fra i due avversari, tramite la scrittura automatica del sensitivo, prese più tempo del previsto. La partita durò ben 7 anni e 8 mesi, finché il fantasma di Maróczy non gettò la spugna, alla sua 47esima mossa.

Questa partita “soprannaturale” testimonia come il valore simbolico degli scacchi sia sopravvissuto al passare dei secoli.
Uno dei giochi più antichi del mondo continua a fornire ispirazione alla fantasia umana, dalla letteratura (Attraverso lo specchio di Carroll è costruito su un enigma scacchistico) alla pittura, dalla scultura alla misteriologia (potevano gli scacchi non avere un ruolo anche nella mitologia di Rennes-le-Château?).
E di volta in volta i 64 quadrati sono stati usati ad emblema di schermaglie amorose, di sfide politiche, o della grande guerra fra il Bianco e il Nero, quella con se stessi, che ha luogo sulla scacchiera dell’anima.

Si tratta in definitiva di un fascino ambiguo, duplice.
La scacchiera propone un campo di battaglia finito, certo, razionalista. La vita come un insieme di decisioni strategiche, di leggi e movimenti prevedibili. Ci piace pensare che la partita abbia un suo rigore e un senso logico.
Eppure ogni gioco è precario, e c’è sempre la possibilità che il vero “finale di partita” ci colga impreparati, a tradimento, come successe al Faraone:

CLOV (sguardo fisso, voce bianca):
Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
(Pausa).
I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

(Grazie, Mauro!)

Joan Cornellà

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Joan Cornellà, al secolo Renato Valdivieso, è un giovane disegnatore spagnolo nato a Barcellona nel 1981. Si tratta forse del fumettista più seguito sul web, dove ogni sua nuova tavola diventa immediatamente virale, e la cui pagina Facebook conta quasi un milione e mezzo di iscritti.
Il segreto del suo successo internazionale è dovuto senza dubbio alla vivacità dei colori delle sue strisce, all’assenza di dialoghi che rendono possibile una fruizione senza barriere linguistiche, e al tratto semplice e preciso, da illustrazione per l’infanzia. Ma i fumetti di Cornellà sono tutto fuorché disegni per bambini.

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fitboagh

bum

3xpy

Sei vignette compongono quasi ogni tavola dell’artista spagnolo: la mini-storia ci trasporta in un mondo fatto di onnipresenti sorrisi di plastica, all’apparenza spensierato e idilliaco ma che nasconde invece una terribile crudeltà. Nel personale Grand Guignol di Cornellà la violenza è pronta a scoppiare all’improvviso, senza causare alcuna sorpresa nei personaggi, quasi fosse sistemica e connaturata al mondo stesso; allo stesso modo sembrano essere accettate senza battere ciglio deformità, perversioni, e strane irruzioni dell’assurdo in contesti quotidiani.

LOVEMEDO

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tampon

cul-de-sac

benorab

I corpi sono plastici e deformabili, sezionabili e ricomponibili all’infinito, nella più pura tradizione splatter: eppure il perturbante arriva al lettore anche attraverso altre strade, come ad esempio un repentino avvicinarsi in primo piano ai personaggi dallo sguardo vuoto, quasi a cercare una minima espressione umana, una reazione all’orrore che però non arriverà mai.

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TWINS

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Da buon moderno surrealista, Cornellà insiste sui tabù borghesi (le reazioni fisiologiche, il sangue, il sesso, la merda, e via dicendo) ma li contamina con un linguaggio che si fa satira della cultura consumistica e del buonismo imperante. Le reazioni dei suoi personaggi sono di volta in volta incomprensibili, o sfasate rispetto al contesto, perché anche nella più drammatica delle situazioni essi sembrano comportarsi come all’interno di una pubblicità per dentifricio o di uno show televisivo: il loro posticcio sorriso rimane imperturbabile, anche quando la realtà è divenuta un incubo. L’imperativo è credere ai colori disneyani, al “migliore dei mondi possibili”, obbligati a una perpetua e idiota felicità.

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pics

Übermensch

polepole

jesus

Fra omicidi, pedofilia serpeggiante, catastrofi e orrori assortiti, tutti affrontati con un taglio sardonico e con una buona dose di humor nero, lo sguardo del lettore è tenuto in scacco da continui e repentini cambi di prospettiva; la sorpresa finale spesso strappa una risata, ma la sensazione di spaesamento è talmente forte da interrogarci su quello che abbiamo visto. Spesso si torna indietro, e si rileggono le sei vignette dal principio, quasi si trattasse di un enigma da risolvere: e invece, insiste Cornellà, non c’è nulla da capire o interpretare. È così che vanno le cose, almeno nel suo mondo.

jambotango

fitness

wc

gonnadie

Ecco il sito ufficiale di Joan Cornellà, il suo blog e la sua pagina Facebook.

Supervenus

Supervenus (2013) è un cortometraggio di animazione diretto dal filmmaker sperimentale Fréderic Doazan.

Si tratta di una satira della moderna concezione della bellezza femminile, della chirurgia estetica e della odierna manipolazione del corpo per raggiungere gli ideali estetici imposti dalla società. L’ultima immagine del corto, che rimanda alla celeberrima Venere di Milo, è il perfetto finale per questo gioiellino di humor nero.

http://www.youtube.com/watch?v=9WQ6C34MuTk

La biblioteca delle meraviglie – VI

Lawrence Weschler

IL GABINETTO DELLE MERAVIGLIE DI MR. WILSON

(1999, Adelphi)

Questo libro parla di un museo scientifico davvero straordinario, un museo che potrebbe sembrare impossibile se non esistesse veramente: si tratta del Museum Of Jurassic Technology, ubicato a Los Angeles e diretto dall’enigmatico e geniale Mr. Wilson del titolo. Quest’ultimo ha creato e mantiene in vita una delle più sconcertanti esposizioni al mondo. La peculiarità del museo, che illustra diverse scoperte scientifiche poco note e dettaglia teorie dimenticate, strambe o fantasiose, non sta tanto nel materiale che propone, quanto piuttosto nel fatto che il visitatore non può mai sapere se quello che sta vedendo è realtà o invenzione. Facciamo un esempio: nella collezione permanente del museo è narrata con dovizia di particolari la strana storia del Deprong Mori, un pipistrello sudamericano che sembra abbia l’abilità di passare attraverso le pareti delle capanne e attraverso il legno, e dei tentativi fatti per catturarlo. Allo stesso modo, viene illustrata la formica del Camerun denominata Megolaponera foetens, il cui cervello viene talvolta controllato da una spora fungina che la “costringe” ad arrampicarsi sugli alberi più alti della foresta e infine le fa esplodere la testa. Una di queste due storie è basata su fatti scientifici comprovati, l’altra no. Eppure sono esposte fianco a fianco, senza che il pubblico possa distinguere i fatti inventati da quelli reali.

Vi domanderete, ma che razza di museo scientifico è? Qual è lo scopo?

Beh, di certo non avrete risposte da Mr. Wilson, che se ne starà beffardo a guardarvi dal suo bancone all’entrata. Il museo include aneddoti veritieri e notizie false, teorie certe e dati contraffatti, eppure il tutto è presentato con rigore scientifico e con la classica didattica “alta” ma divulgativa tipica di un museo di scienze. Ci sono addirittura le audioguide, con la seria e pacata voce di una professionista che spiega gli oggetti nelle varie sale. Eppure, alla fine, il terreno vi mancherà sotto ai piedi… e forse è proprio quello lo scopo segreto di Mr. Wilson.

Lo splendido libro di Weschler ci accompagna fra le varie sale del museo, raccontandoci qualcosa di più sul suo misterioso creatore, e spiegandoci perché questo strano connubio di verità e falsità ha tanto affascinato ed entusiasmato allo stesso modo la comunità scientifica (che vi ha visto una rappresentazione dell’incertezza del lavoro del ricercatore) e il mondo dell’arte: il museo è in definitiva una vera e propria installazione artistica permanente, che affronta il metodo scientifico e la stranezza del mondo con bizzarro senso dello humor.

André Pieyre De Mandiargues

MUSEO NERO

(1997, EST Saggiatore)

All’interno di questa nostra rubrica dedicata ai consigli di lettura non abbiamo ancora presentato alcun libro di narrativa. Sopperiamo a questa mancanza con Museo nero, capolavoro poco conosciuto in Italia, il cui sottotitolo è “L’invasione della realtà da parte del meraviglioso”. L’autore è il grande A.P. De Mandiargues, morto nel 1991, scrittore e poeta francese vicino ai surrealisti. Questo libro è una buona introduzione ai temi e ai fantasmi che popolano il mondo altamente erotico e crudele di Mandiargues, influenzato da Sade ma venato da un fiume sotterraneo di allegorie fantastiche e macabre. Ciò che colpisce maggiormente è la stupefacente abilità stilistica nelle descrizioni, che riescono a cogliere i minimi dettagli della scena e a colorarli di accenti misteriosi, come se ogni particolare fosse espressione di un complesso piano metaforico che costituisce la rete nascosta della realtà. Il mito e l’archetipo sono evidenti in ogni racconto, e Museo nero è essenzialmente un’iniziazione ai segreti del mostruoso. L’erotismo per Mandiargues è sempre un momento di crudele discesa negli abissi del nostro stesso significato: abbandono, dolorosa illuminazione, perdita di ogni maschera sociale, scoperta dell’animalità, liberazione e condanna al tempo stesso. Museo nero è un’esplorazione di quegli strappi e buchi che si aprono talvolta nel “panorama tracciato dai nostri sensi”, e che lasciano intravvedere ciò che sta sotto – la nostra vera, misteriosa e spesso mostruosa natura. Apre la raccolta il sublime Il sangue dell’agnello, adattato per il cinema da Walerian Borowczyk (un altro autore di cui parleremo sicuramente).

Edward Gorey

Edward Gorey era un tipo strano. Un uomo schivo, amante del balletto classico e delle pellicce, spesso portate assieme alle scarpe da tennis, padrone di decine di gatti, capace di citare Robert Musil e allo stesso tempo non perdersi una puntata di Buffy l’ammazzavampiri. E, soprattutto, geniale illustratore e uno fra gli ultimi surrealisti.

Chi si imbatte per la prima volta nelle illustrazioni di Gorey fatica a credere che l’autore non sia britannico: il black humor, lo stile, le ambientazioni cupe e vittoriane sembrano provenire da un mondo che più british non si può. Eppure Gorey non si mosse mai dagli Stati Uniti, tranne che per una fugace visita alle Ebridi. Soltanto un’altra delle sue affascinanti bizzarrie.


Un’altra cosa che il lettore al primo “incontro” con le tavole di Gorey potrebbe provare è un piccolo brivido infantile, di quelli che ci percorrevano la sera quando, rannicchiati sotto le coperte, ascoltavamo una fiaba paurosa. Nonostante l’autore abbia sempre smentito di disegnare per i bambini (che peraltro non amava), è innegabile che molte delle sue illustrazioni sembrano fare riferimento al mondo dell’infanzia… salvo poi violentarla, con sottile crudeltà, e “mandarla a morte”, come nella sua celebre serie sull’alfabeto: concepito come una sorta di parodia di abbecedario, ogni lettera viene insegnata con l’ausilio di una vignetta che mostra la feroce e grottesca morte di un bambino.

Sperimentatore instancabile dei mezzi visivi e letterari, Gorey si è inventato mille trucchi affinché il suo lettore non si adagiasse mai nella consuetudine. Ha prodotto libri grandi come un francobollo, libri senza testo, libri animati, in un continuo tentativo di stupire e stimolare il lettore a non dare nulla per scontato.

Anche per questo la sua figura rimane inafferrabile e difficilmente etichettabile: le sue tavole sono umoristiche, poetiche, o tragiche? O tutte queste cose allo stesso tempo? Non le capiamo a fondo, e per questo ci lasciano spesso interdetti – come se non sapessimo che reazione ci si aspetti da noi. E in questo sta il surrealismo (in senso originario, brétoniano): Gorey ci parla delle nostre paure, quelle che ci portiamo dentro dall’infanzia, e che molto spesso ci terrorizzano ancora di più proprio perché sono vaghe, sfuggenti, indescrivibili. Fatti della “materia dei sogni”, i disegni di Gorey, al di là della bellezza del tratto o dell’atmosfera gotica, ci portano in contatto con quel mostro che, forse, non è mai veramente sparito da sotto il nostro letto.

Anche il più semplice degli schizzi di Gorey sembra nascondere un piccolo segreto. Forse è lo stesso che nascondeva lui, Edward, l’artista dalla sessualità incerta o addirittura, per sua ammissione, assente; un vecchio solitario, chiuso in una villetta appartata a Cape Cod, felice con le sue pellicce, i suoi gatti, le sue sporadiche uscite per passare la serata al balletto… e il suo mondo su carta fatto di lutti vittoriani, simbolismi sotterranei, bambini prede di orchi, e un inesauribile macabro umorismo. Sì, Edward Gorey era un tipo strano.

The Tiger Lillies

Band di culto formata a Londra nel 1989, i Tiger Lillies sono tra i più originali e sconcertanti gruppi musicali in circolazione. Il loro stile unico è un misto di cabaret gitano, di rimandi brechtiani e di black humor, il tutto condito dall’uso di strumenti talvolta inusuali e da arrangiamenti rétro.

I loro testi, spesso controversi, esplorano l’universo oscuro dei depravati e dei perdenti, raccontando sordide storie di violenza, morte, sesso e blasfemia. Il loro mondo è una sorta di bassofondo crepuscolare e post-apocalittico in cui prostitute, freaks, ubriachi e assassini incontrano sorti orribili. Ma l’incredibile espressività facciale del cantante Martyn Jacques, il suo look da clown “andato a male” e la sua voce in falsetto (sgradevole, inquietante, eppure magnetica) contribuiscono a stemperare i toni delle liriche, calandole in una dimensione teatrale e surreale.

Così quando i Tiger Lillies ci cantano le loro fiabe macabre piene di bambini che sanguinano a morte, prostitute ubriache dalla pelle di serpente, accoppiamenti con animali e altre simili atrocità, l’umorismo nerissimo riesce comunque a distanziarci e a lasciarci turbati, sì, ma anche ghignanti.

Sito ufficiale.

Il mio bambino è nero!

“Niente che abbiate visto prima d’ora, e niente che abbiate sentito prima d’ora, potrà prepararvi allo shock di…”

“MY BABY IS BLACK!!!”

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Pin-up nude, anzi nudissime!

Eizo, una ditta specializzata in apparecchiature mediche e radiografiche, ha pubblicato un calendario 2010 piuttosto particolare. Le modelle infatti, tutte ritratte in pose molto provocanti da vere pin-up, sono davvero senza veli!

Tutte le foto del calendario qui.

Scoperto via BoingBoing.