Johannes Stötter

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Confessiamo di non essere particolarmente appassionati di body painting. Ma di fronte alle creazioni dell’artista sudtirolese Johannes Stötter non si può che rimanere a bocca aperta.

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Johannes ha studiato educazione e filosofia all’Università di Innsbruck; nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, canta, suona il violino e il bozouki in una band folk celtica. Ha cominciato a sviluppare le sue doti artistiche da completo autodidatta, senza prendere particolare ispirazione da artisti precedenti: così il suo stile si è formato a poco a poco in modo originale.

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Dopo aver fatto la sua “entrata” ufficiale nella comunità bodypainting partecipando al World Bodypainting Festival in Austria nel 2009, è diventato celebre in tutto il mondo nel 2013 grazie alla sua rana tropicale costituita da cinque corpi umani dipinti.
Da allora la carriera di Johannes ha visto un successo sempre crescente. Oggi insegna alla World Bodypainting Academy e alla Yoni Academy.

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Le sue creazioni migliori si inseriscono nella categoria del camouflage, e il suo talento è quello di mimetizzare e nascondere, invece che esaltare, le forme del corpo umano. I soggetti di Johannes Stötter subiscono una metamorfosi, e grazie all’uso del colore la loro presenza viene trasfigurata o riconfigurata. Possono scomparire completamente, fondendosi con l’ambiente circostante, oppure dare vita a illusioni ottiche di cui è quasi impossibile venire a capo a prima vista.

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Cosa c’è di più risaputo del fisico di un uomo o una donna? Eppure, vero strumento di stupore, la pittura di Stötter riesce a farcelo ammirare in maniera differente, mostrandolo come parte integrante della natura. Quasi che la nostra pelle non fosse in realtà una barriera, un confine con l’esterno, ma un punto di fusione e di contatto con la meraviglia del tutto.

Ecco il sito ufficiale di Johannes Stötter.

Professione: camgirl

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Una sentenza della Cassazione del 2003 le ha equiparate alle prostitute, anche se il contatto fisico con il cliente non avviene. Come accade per la prostituzione, fanno parte di un’economia sommersa che le attuali normative nemmeno provano ad inquadrare correttamente dal punto di vista fiscale e lavorativo. Se anche volessero pagare le tasse e aprire un posizione contributiva, non possono. L’imbarazzo legislativo nel loro caso è aumentato dal fatto che ci sono di mezzo le nuove tecnologie, “questo internet di cui si fa un gran parlare” (per citare un ironico tormentone di Rocco Tanica).

Sono le camgirl: ragazze, studentesse, ma anche madri di famiglia o casalinghe, che decidono di arrotondare le entrate offrendo servizi erotici online. Incontrano i clienti su siti appositi, che fanno da intermediari – anche se lo sfruttamento non sussiste, perché i siti ufficialmente acquistano dalle camgirl dei “servizi completi”, per i quali esse sono interamente responsabili. I clienti caricano il loro credito, chattano un po’ prima di scegliere la ragazza preferita, poi la conversazione si sposta in privato e lì i soldi cominciano a scalare. Un fisso al minuto, per poter assistere alla performance della camgirl, che esaudisce qualsiasi recondito desiderio.

Se di prostituzione si tratta, dunque, essa avviene comunque “a distanza”, tramite il filtro di una webcam, e questo evidentemente comporta vantaggi e svantaggi. Ma quali, esattamente?

Ci ha contattato Greta, una camgirl desiderosa di raccontare la sua vita e la sua professione. È un’occasione per conoscere non soltanto le motivazioni dietro questo particolare lavoro, ma anche uno spaccato sui desideri erotici maschili più strani. Che Greta, potete immaginarvelo, ha cominciato a conoscere alla perfezione. Perché, in assenza di contatto fisico, le richieste dei clienti si fanno per forza di cose più fantasiose, più bizzarre, più mentali.

Come hai cominciato a valutare un simile lavoro?

Sono una persona solitaria e non amo uscire spesso di casa. Questo comporta il mio quasi totale disinteresse nel trovarmi un lavoro classico, come barista, commessa o quant’altro. Ho sognato fin da bambina una professione che potesse essere svolta da casa, così passata la maggior età ho cominciato a pensarci seriamente. Ho sempre saputo dell’esistenza di questo mondo, una grandissima parte di internet è legata al sesso, io stessa possiedo una quantità di porno capace di far rizzare i capelli a molti uomini. In più sono un’esibizionista, nel puro senso del termine, adoro essere guardata e apprezzata; per il mio aspetto, per le mie capacità, per il semplice fatto di essere me stessa.
Prima di buttarmi ho però avuto un problema di coscienza: il sesso e la masturbazione sono cose per me naturalissime, avevo dunque qualche remora all’idea di farmi pagare. Ne ho parlato con la mia famiglia e con il mio ragazzo, e mi sono convinta che in realtà una camgirl offre un servizio e ne ottiene un guadagno, come accade in qualsiasi altro lavoro.

Quindi la tua famiglia è al corrente.

Ovviamente la mia famiglia mi ha tartassata di domande sulla sicurezza. Avevano paura che qualche maniaco mi riconoscesse e venisse a cercarmi, a bussare alla mia porta. Con calma e tranquillità ho spiegato loro che mantengo l’anonimato, indossando anche una mascherina durante i miei show. La mia vita è un po come quella di Batman …”La maschera non è per te, è per proteggere le persone che ami“.
Non mi hanno fatto problemi sul fatto che il mio lavoro ruoti attorno al sesso, siamo molti sinceri tra noi, però chiaramente non riescono a capirlo. Mi chiedono spesso come possa non darmi fastidio essere “al servizio” di qualcuno che, dall’altra parte, si sta masturbando. Io rispondo sempre che se tutti fossero sessualmente appagati, il mondo sarebbe migliore, che quindi io rendo un servizio pubblico, migliorando il mondo… lo vedi? Sono davvero una specie di supereroe!

Al di là del tuo ragazzo, come vedono la tua occupazione gli amici? Hai dovuto in qualche modo vincere dei pregiudizi?

Essendo una persona molto solitaria, ho pochi amici, e nessuno tra loro sa del mio lavoro. La privacy è fondamentale. Il bigottismo non mi consente di parlare del mio lavoro con altre persone, non posso permettermi che inizino a girare voci, renderebbero la vita difficile a me e ai miei cari.
Sarebbe bello poterne parlare liberamente, anche solo per divertimento, poter chiedere consigli, sentirmi libera di vivere il mio lavoro come una cosa normale, per il semplice fatto che lo è. Invece ho sempre paura che mi scappi qualche parola di troppo; spesso prima di dormire penso alle conversazioni avute in giornata, in cui stavo per “tradirmi”…

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Quanto guadagni al mese con l’attività di camgirl?

Ci sono essenzialmente due modi di fare questo lavoro: in live chat, ovvero ti mostri su un sito con la webcam sempre aperta, in modo che tutti possono vederti e chattare con te, e in questo caso il guadagno è del 50% del prezzo degli show; oppure posso lavorare su Skype o altri software che permettono le videochiamate, e quindi fare quel che più mi va tra uno show e l’altro e arrivare all’80% di compenso.
Personalmente guadagno dagli 800 ai 1500 euro al mese, ma è un ricavo estremamente scostante. Pur lavorando quotidianamente dalle 4 alle 12 ore, a seconda degli orari e dei giorni in cui mi collego il guadagno oscilla in maniera imprevedibile. Un giorno posso fare 200 euro, quello dopo magari non trovare clienti.

Il tuo ragazzo come ha reagito? Si presta occasionalmente a intervenire in qualche situazione?

Prima di intraprendere questa carriera ne ho parlato a lungo con lui, stiamo assieme da anni. È stato estremamente disponibile, per il semplice fatto che, a detta sua, finché nessuno mi tocca fisicamente, possono anche guardarmi tutti quanti.
Mi dà spesso una mano, aiutandomi ad organizzare la contabilità, esaminando i contratti con i diversi siti, inventando nuove cose che potrebbero piacere alla clientela, ma non interviene mai negli show, né io lavoro mai mentre lui è in casa (non viviamo assieme attualmente).

È cambiata in qualche modo la tua relazione di coppia?

Dal punto di vista sessuale, per fortuna, nulla è cambiato. Per il resto, è come qualsiasi altro lavoro: spesso scherziamo sulle proposte più divertenti che mi hanno fatto durante la giornata, oppure mi sfogo raccontandogli di quanto mi abbia fatto arrabbiare quel tal cliente che non mi ha portato rispetto, ecc.

Quali sono le prestazioni più assurde che qualcuno ha richiesto?

Un giorno, per email, mi arriva un copione di diverse pagine per girare un video. Dovevo fingere di trovarmi in un giardino che conteneva delle statue con le fattezze femminili; io dovevo accarezzare e palpare queste statue, eccitandomi sempre di più per le loro forme. Guardandole, dovevo iniziare a masturbarmi, fino al raggiungimento dell’orgasmo; a questo punto dovevo fingere di rimanere io stessa pietrificata. Capire che mi stavo trasformando in pietra, secondo il dettagliatissimo copione, mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Dopo l’orgasmo sarei dovuta rimanere immobile. Fine del video.
Un’altra volta ho dovuto fingermi un robot, disegnandomi sul corpo le articolazioni meccaniche, muovendomi e parlando come un robot. Secondo me il risultato era esilarante, ma il cliente si è complimentato moltissimo per la mia interpretazione!
Ti sorprenderesti nel vedere quanti show non abbiano a che fare direttamente con la masturbazione o con il nudo, ma con pratiche che a prima vista non sembrano nemmeno sessuali. Per queste persone però si tratta della loro più grande fantasia. Mi è stato chiesto, ad esempio, di indossare delle scarpe da ginnastica, e intingerle con calma nell’acqua tiepida, facendo vedere bene come si inzuppavano e come l’acqua fuoriusciva dalla scarpa.
Riassumo in poche parole qualche altra proposta più o meno bizzarra:

– fingi che io sia minuscolo e che tu, enorme, mi ingoi.
– ti mando le foto della mia ragazza, dimmi se secondo te potrebbe tradirmi.
– puoi stampare la foto del mio pene e strofinarla su di te per masturbarti?
– straccia dei fogli di carta.
– inviami per posta un tuo campione fecale.
– fingi di essere un cane che beve dalla ciotola.
– rimani 20 minuti nella stessa, scomoda, posizione.
– fingi un orgasmo ogni volta che dico una determinata parola.
– raccontami la tua giornata, così mi distraggo!

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Ti è mai capitato di lavorare con qualche disabile?

Una volta mi sono trovata davanti ad un ragazzo molto giovane, in sedia a rotelle. Indossava un pannolino e durante la sessione ha avuto un piccolo “incidente”, io non ho detto nulla, lui con tranquillità mi ha spiegato che gli capita molto spesso. Sinceramente ero un po’ imbarazzata nel farmi pagare, ma lui ha insistito nel darmi persino la mancia.
Quella sera mi sono sentita a disagio, inadeguata. Ne ho parlato con una collega che ha avuto esperienze simili, e mi ha spiegato che trattare queste persone in modo diverso dagli altri clienti non significa certo far loro un favore.

Hai dovuto procurarti oggetti e attrezzature particolari per soddisfare le richieste dei clienti?

Fortunatamente ero già molto attrezzata di mio, possedevo diversi vibratori e giochetti, ma non bastano mai!
Ora ho un’egregia collezione di completini intimi, rinnovati ogni mese, scarpe altissime, speculum, attrezzi da clistere, kit BDSM, dildo eiaculante (nel caso te lo stessi chiedendo, ci si mette dentro il latte), palline anali, anal plug, mollette, lubrificanti, un intero armadio di costumi vari e chi più ne ha più ne metta. E pensa che non sono nemmeno una delle più attrezzate, c’è sempre qualcuno che mi chiede di usare oggetti che non possiedo… è un mestiere che ha le sue spese di aggiornamento!

Pensa per un attimo all’umanità nel suo insieme, a questo mammifero chiamato homo sapiens, che ha fatto del sesso un’attività eminentemente simbolica. Qual è la tua opinione riguardo alle persone che ti contattano? Le giudichi? Come è cambiata la tua idea riguardo al sesso umano, ora che conosci molte fantasie, maschili e non? A cosa serve il sesso, secondo te?

La mia semplice opinione è che il mondo è bello perché è vario, a parte certe rare richieste estreme per cui bisognerebbe parlare con un bravo psicologo (purtroppo mi è capitato che mi chiedessero show con animali o bambini).
Non giudico nessun cliente in malo modo, a volte un po’ li compatisco però: molti sono uomini sposati da anni, che non hanno il coraggio di confessare alla propria moglie le loro fantasie. Per altri invece è una semplice compensazione; un imprenditore molto ricco può letteralmente adorare di essere trattato alla stregua di un verme, insultato, abusato: il suo sentirsi piccolo e inutile per eccitarsi, secondo me, è il rovescio del potere che esercita sui suoi sottoposti.
Devo dire che se prima mi sentivo trasgressiva, ad esempio perché mi piace il sesso anale, dopo aver intrapreso questo lavoro mi sento un angioletto con l’aureola… non si finisce mai di imparare!
Il sesso in fondo serve a vivere meglio. Personalmente lo uso come antistress, per riscaldare le coperte d’inverno, per rendere ancora migliore una bella giornata, per dormire più rilassata, per combattere i dolori articolari di cui soffro. C’è poco che il sesso non possa sistemare, tutti dovremmo prendere la cosa il più serenamente possibile.

Ti senti tuo malgrado una donna-oggetto, oppure reputi che scegliere autonomamente questo tipo di attività ti abbia emancipata come femmina?

Nessuno dei due, una donna che lavora non è emancipata, è una semplice donna che lavora.
Le donne-oggetto si fanno usare senza rendersene conto: nel mio lavoro, se vuoi insultarmi, prima mi paghi e anche profumatamente. Offro un servizio per cui vengo pagata, una modella non fa la stessa cosa? Un panettiere? Uno spazzacamino?

Il problema è che ancora oggi in Italia esiste uno stigma nei riguardi dei sex workers; non solo i bacchettoni o i moralisti, ma perfino una certa parte di femminismo non apprezza particolarmente il fatto che la libertà di scelta femminile possa concretizzarsi in un lavoro a carattere sessuale. Tu che ne pensi?

Purtroppo nell’immaginario comune, quando centra il sesso o la nudità tutto diventa subito una cosa strana, anormale, da nascondere. Eppure il sesso fa parte della vita di tutti i giorni.
Io posso scegliermi i clienti, posso mandare a quel paese chi non mi rispetta, posso persino minacciare chi tenta di fare il duro. La maggior parte dei lavoratori non ha questo privilegio.
Secondo me scegliere un lavoro che coinvolga anche il sesso non ha nulla a che fare con l’emancipazione, dovrebbe essere una cosa normale. Se una femminista si sente a disagio al solo pensiero che un’altra donna possa aver voglia di intraprendere questa carriera, dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza.

Pensi di continuare con questo lavoro?

Se dipendesse da me, non lo cambierei per nulla al mondo. Purtroppo non è un lavoro sicuro. Se mi ammalo nessuno mi paga la malattia, se vado in ferie, non sono ferie pagate; non riceverò nessuna pensione. Tempo fa sono finita in ospedale e ho perso tre mesi interi di lavoro. Chi paga l’affitto senza uno stipendio fisso?
Ogni giorno libero che mi prendo, so che sto perdendo dei possibili show, dei possibili clienti, dei possibili guadagni. Inoltre non è un lavoro che posso pensare di continuare a fare fino a sessant’anni: qualche cliente ce l’avrei ancora, ma troppo pochi per pagare ad esempio un mutuo.

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Al di là dei rischi economici, simili in fondo a quelli di qualsiasi attività in proprio, ci sono altri aspetti negativi nel lavoro di camgirl?

Bisogna apparire al meglio, mai svogliata, sempre gentile, avere cura del proprio corpo, depilarsi, truccarsi, restare stretta in corsetti di pizzo per ore di fila… perfino la mia schiena non è più la stessa.
Ma il vero problema è la concentrazione costante che il lavoro richiede. Devo prestare la massima attenzione ogni volta che scrivo qualcosa, per essere sicura di non inviarla alla persona sbagliata. Mai accettare file da nessuno, controllare costantemente quattro o più siti in simultanea. Chattare per ore con diverse persone contemporaneamente, saperle distinguere, ricordarsi sempre le loro richieste. Essere perennemente disponibile.
Dopo un po’, il computer diventa il tuo nemico. Inizi a guardarlo come una minaccia, una serpe in seno pronta a morderti alla prima distrazione. Ho la costante paura di essermi dimenticata la webcam accesa, e che quindi qualcuno mi spii nella pausa tra uno show e l’altro, o mentre faccio una telefonata privata.
E infine c’è l’ansia constante di essere riconosciuta. Se in un locale un uomo mi lancia uno sguardo un po’ più lungo del normale, comincia la danza della paranoia. Bisogna essere forti, avere una mentalità aperta, ma sopratutto bisogna essere pronte a rischiare, anche molto.

La bambina nella scatola

Dietro ogni cosa bella
c’è stato qualche tipo di dolore.
(Bob Dylan, Not Dark Yet)

La storia di Irina Ionesco e di sua figlia Eva suscita scandalo da quarant’anni, ed è certamente un caso unico nel panorama dell’arte contemporanea per le implicazioni etiche e morali che lo accompagnano.

Irina Ionesco, nata a Parigi da padre violinista e madre trapezista, viene abbandonata all’età di quattro anni. Spedita in Romania, paese da cui provenivano i genitori, Irina viene cresciuta dalla nonna e dagli zii nell’ambiente del circo. Nonostante sognasse di diventare ballerina, a causa del suo fisico asciutto ed elastico verrà indirizzata verso l’antica arte del contorsionismo. Dai 15 ai 22 anni gira l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente con il circo; durante il suo spettacolo si esibisce con due serpenti boa, e più tardi dichiarerà: “ero diventata schiava di quei serpenti, e alla fine ne ho avuto abbastanza”.

Durante una convalescenza a causa di un incidente di danza a Damasco, Irina comincia a disegnare e a dipingere; abbandonato il circo, viaggia per qualche anno con un ricco giocatore d’azzardo iraniano che la copre di gioielli e abiti lussuosi, prima di studiare arte a Parigi. Poi, ecco da una parte l’incontro fortuito con la fotografia (l’artista belga Corneille le regala una reflex nel 1964), e con gli scritti sulfurei e trasgressivi di Georges Bataille dall’altra.

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Le sue fotografie, che inizialmente ritraggono amiche e amici agghindati con gli abiti che Irina aveva nel suo stesso guardaroba e fotografati al lume di candela, conoscono un immediato successo fin dalla prima esposizione. Già da questi primi scatti sono evidenti quegli elementi che attraverseranno tutta l’opera della fotografa: l’erotismo feticistico, i costumi di scena ricercati e barocchi, le pose teatrali, le collane di perle, e i dettagli gotici (teschi, corredi funebri, composizioni floreali).

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Ma le fotografie davvero controverse di Irina Ionesco non sono queste. Dal 1969 in poi, Irina decide di fotografare sua figlia Eva, di appena 4 anni, nei medesimi contesti in cui fotografa le modelle adulte. Cioè nuda, in pose da femme fatale, e agghindata soltanto con quegli accessori che avrebbero dovuto renderla un’icona dell’erotismo.

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Siamo negli anni ’70, un’epoca in cui i tabù sessuali sembrano cadere ad uno ad uno, e chiaramente il lavoro di Irina si iscrive in questo contesto storico specifico; ciononostante le foto creano un grosso scandalo – che ovviamente porta fama e successo alla fotografa. La critica discute animatamente se si tratti di arte o di pornografia, e anzi per qualcuno le fotografie proiettano un’ombra ancora più inquietante, quella dell’istigazione alla pedofilia.

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ion2Ma in tutto questo, cosa prova la piccola Eva Ionesco? È in grado, data la sua tenera età, di comprendere appieno ciò che le sta accadendo?

Mia madre mi ha fatto posare per foto al limite della pornografia fin dall’età di 4 anni. Tre volte a settimana, per dieci anni. Ed era un ricatto: se non posavo, non avevo diritto ad avere dei bei vestiti nuovi. E soprattutto non potevo vedere mia mamma. Mia madre non mi ha mai allevata; il nostro unico rapporto, erano le foto.

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Eva Ionesco diviene ben presto una piccola star: nell’ottobre del 1976, all’età di 11 anni, viene pubblicato un servizio su di lei sul numero italiano di Playboy. È la più giovane modella mai apparsa nuda sulle pagine della rivista. Seguono alcuni ingaggi come attrice (il primo nell’Inquilino del Terzo Piano di Polanski), fra i quali spicca il suo ruolo nel film “maledetto” di Pier Giuseppe Murgia, Maladolescenza, del 1977. Il film racconta la scoperta, da parte di tre adolescenti, della sessualità e degli istinti crudeli ad essa collegati, in un ambiente naturale e privo di sovrastrutture (in un chiaro riferimento al Signore delle Mosche); le due attrici protagoniste di 11 anni e il loro compagno di 17, nel film sono impegnati in scene di sesso simulato e mostrati mentre si dedicano a torture reciproche e contro gli animali. Il film non manca di una sua poesia, per quanto efferata e disturbante, ma nei decenni successivi viene ritirato, censurato, rieditato e infine condannato definitivamente per pedopornografia nel 2010 da una corte olandese.

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Da tutta questa serie di attività di modella a sfondo erotico, decise e volute dalla madre, Eva riuscirà a liberarsi proprio nel 1977, quando Irina perde l’affidamento della figlia. Eppure l’ombra di quelle fotografie perseguita Eva ancora oggi. E se madre e figlia non hanno mai avuto un vero rapporto, per anni si sono parlate soltanto per interposti avvocati.

Non vuole rendermi le stampe e i negativi. Continua a vendere un numero enorme di quelle fotografie. In Giappone si trova ancora un sacco di roba, libri, CD erotici. La gente crede che Irina Ionesco significhi soltanto foto vintage con una piccola principessa che viene spogliata. Ma io me ne frego dei reggicalze! Bisogna dire le cose come stanno: voglio far proibire le foto in cui mi si vedono il sesso e l’ano.

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I processi giudiziari, per mezzo dei quali Eva ha cercato di riappropriarsi dei propri diritti e di farsi riconsegnare dalla madre gli scatti più espliciti, hanno avuto un amaro epilogo nel 2012: il tribunale le ha riconosciuto soltanto parte delle richieste, e ha condannato Irina a versare 10.000 euro di danni e interessi per sfruttamento dell’immagine e della vita privata della figlia. Ma le foto sono ancora di proprietà della madre.

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Nel 2010 Eva ha cercato di liberarsi dei fantasmi della sua infanzia curando la regia di My Little Princess, un film in parte autobiografico in cui il personaggio della madre è affidato all’interpretazione di Isabelle Huppert e quello della bambina a una sorprendente Anamaria Vartolomei. Nel film, l’arte fotografica è vista come un’attività senza dubbio pericolosa:

Isabelle Huppert carica la macchina fotografica come un’arma. L’immagine rinchiude, rende il personaggio muto. Fotografarmi, significava mettermi in una scatola: dirmi “sii bella e stai zitta”.

E in un’altra intervista, Eva rincara la dose:

Spogliare qualcuno, fotografarlo, rispogliarlo, rifotografarlo, non è violenza? Accompagnata da parole gentili, naturalmente: sei magnifica, sublime, meravigliosa, ti adoro. […] Volevo raccontare una persona senza coscienza né barriere, dispotica e narcisa. Una persona che non vede. Fotografa, ma non vede.

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Il valore artistico dell’opera di Irina Ionesco non è mai stato messo in discussione, nemmeno dalla figlia, che le riconosce un’incontestabile qualità di stile; sono le implicazioni etiche che fanno ancora discutere a distanza di decenni. Le fotografie della Ionesco ci interrogano sui rapporti fra l’arte e la vita in modo estremo e viscerale. Esistono infatti innumerevoli esempi di opere sublimi, la cui realizzazione da parte dell’artista ha comportato o implicato la sofferenza altrui; ma fino a dove è lecito spingersi?

Forse oggi ciò che rimane è una dicotomia fra due poli contrapposti: da una parte le splendide immagini, provocanti e sensuali proprio per il fatto che ci mettono a disagio, come dovrebbe sempre fare l’erotismo vero – un mondo immaginario, quello di Irina Ionesco, che secondo Mandiargues “appartiene a un ambito che non possiamo conoscere, se non attraverso la nostra fede in fragili ricordi”.
Dall’altra, la ben più prosaica e triste vicenda umana di una madre fredda, chiusa nel suo narcisismo, che rende sua figlia una bambina-manichino, oggetto di sofisticate fantasie barocche in un’età in cui forse la piccola avrebbe preferito giocare con i compagni (cosa che Irina le ha sempre proibito).

L’innegabile fascino delle fotografie della Ionesco sarà quindi per sempre incrinato da questo conflitto insanabile – la consapevolezza che dietro quegli scatti si nascondesse un abuso; eppure questo stesso conflitto le rende particolarmente inquietanti e ambigue, addirittura al di là delle intenzioni originali dell’autrice, in quanto stimolano nello spettatore emozioni contrastanti che poche altre opere erotiche sono in grado di veicolare.

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Irina compirà 78 anni a settembre, e continua ad esporre e a lavorare. Eva Ionesco oggi ha 48 anni, e un figlio: non è davvero sorprendente che non gli abbia mai scattato una foto.

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Le interviste a cui fa riferimento l’articolo sono consultabili qui e qui.

Daikichi Amano

Daikichi Amano è un fotografo nato in Giappone nel 1973; dopo gli studi in America, torna in patria e si dedica inizialmente alla moda. Stancatosi delle foto patinate commissionategli dalle riviste, decide di concentrarsi su progetti propri e comincia fin da subito a scandagliare il lato meno solare della cultura nipponica: il sesso e il feticismo.

I primi scatti di questa nuova piega nel suo lavoro sono dedicati al cosiddetto octopus fetish (di cui avevamo già parlato brevemente in questo post): belle modelle nude vengono ricoperte di piovre e polpi, che talvolta sottolineano con i tentacoli le loro forme, ma più spesso creano una sorta di grottesco e mostruoso ibrido. Le immagini sono al tempo stesso repellenti e sensuali, quasi archetipiche, e il raffinato uso della luce e della composizione fa risaltare questa strana commistione di umano e di animale, sottolineando la sessualità allusa dalla scivolosa e umida pelle dei cefalopodi.

Poi gli animali cambiano, si moltiplicano, proliferano sui corpi delle modelle che sembrano sempre più offerte in sacrificio alla natura: anguille, rospi, rane, insetti, vermi ricoprono le donne di Amano, in composizioni sempre più astratte e surreali, ne violano gli orifizi, prendono possesso della loro fisicità.


Con il passare del tempo, la fotografia di Daikichi Amano rivela sempre di più il valore mitologico che la sottende. Le donne-uccello ricoperte di piume ricordano esplicitamente l’immaginario fantastico nipponico, ricco di demoni e fantasmi dalle forme terribili e inusitate, e la fusione fra uomo e natura (tanto vagheggiata nella filosofia e nella tradizione giapponese) assume i contorni dell’incubo e del surreale.

Mai volgare, anche quando si spinge fino nei territori tabù della rappresentazione esplicita dei genitali femminili, Amano è un autore sensibile alle atmosfere e fedele alla sua visione: non è un caso che, così pare, alla fine di ogni sessione fotografica egli decida di mangiare – assieme alle modelle e alla troupe – tutti gli animali già morti utilizzati per lo scatto, siano essi polpi o insetti o lucertole, secondo una sorta di rituale di ringraziamento per aver prestato la loro “anima” alla creazione della fotografia. Il mito è il vero fulcro dell’arte di Amano.


Le sue fotografie sono indubbiamente estreme, e hanno creato fin da subito scalpore (soprattutto in Occidente), riesumando l’ormai trito dibattito sui confini fra arte e pornografia: qual è la linea di separazione fra i due ambiti? È ovviamente impossibile definire oggettivamente il concetto di arte, ma di sicuro la pornografia non contempla affatto il simbolico e la stratificazione mitologica (quando si apre a questi aspetti, diviene erotismo), e quindi ci sentiremmo di escludere le fotografie di Amano dall’ambito della pura sexploitation. Andrebbe considerata anche la barriera culturale fra Occidente e Giappone, che pare insuperabile per molti critici,  soprattutto nei riguardi di determinati risvolti della sessualità. Ma nelle fotografie di Amano è contenuta tutta l’epica del Sol Levante, l’ideale della compenetrazione con la natura, il concetto di identità in mutamento, l’amore per il grottesco e per il perturbante, la continua seduzione che la morte esercita sulla vita e viceversa.


Le sue immagini possono sicuramente turbare e perfino disgustarci, ma di certo è difficile licenziarle come semplice, squallida pornografia.

Ecco il sito ufficiale di Daikichi Amano.

MEAT

Dimitri Tsykalov è un artista russo. Utilizza diverse tecniche di scultura per trasformare oggetti comuni in opere d’arte stupefacenti e metaforicamente stimolanti.

Ha cominciato costruendo alcune installazioni che ricreano completamente in legno oggetti che normalmente sono composti di altri materiali: in questo interno di una camera, ad esempio, tutto, dal cuscino alle coperte, al computer, al lavandino, al WC, ogni cosa è interamente scolpita nel legno.

In seguito, ha costruito una Porsche a grandezza naturale, ancora in legno. Le sue sono opere d’arte che ci spingono a guardare diversamente certi aspetti della realtà. Deperiscono velocemente di fronte agli occhi degli spettatori: in un certo senso, offrono delle forme vuote e biodegradabili, come se tutta la nostra tecnologia fosse votata alla distruzione. Questa Porsche non è altro che un segno, riconoscibile, ma il materiale di cui è composta ci rende visibile il suo destino ineluttabile. Basterebbe un po’ d’acqua per rovinarla completamente, e prima o poi la sua struttura si disintegrerà, distruggendo contemporaneamente il simbolo con tutti i valori che ad esso sono connessi.

Stesso discorso vale per gli organi umani in legno: sembrano fissi ed eterni, ma esibiscono anche una fragilità che conosciamo bene, anche se raramente ci soffermiamo a rifletterci.

Per rendere ancora più chiaro il concetto, Tsykalov è poi passato a scolpire teschi ricavati da vegetali: la “vita” di queste opere è ancora minore. Risulta chiaro che le sue non sono altro che moderne vanitas, destinate a ricordarci la futilità delle nostre esistenze.

Ma è con la sua ultima opera che Tsykalov ha davvero creato qualcosa di unico e impressionante. Intitolata MEAT (“carne”), la serie ci mostra i corpi nudi di diversi modelli che impugnano armi fatte di carne, indossano elmetti scolpiti a partire da bistecche e insaccati, sono imprigionati da catene di salsicce.

Queste fotografie toccano alcuni punti precisi del nostro sistema simbolico. Da una parte, ammiccano alla (con)fusione di carne e metallo che gran parte ha avuto nell’iconografia post-moderna. Dall’altra, mostrano una guerra fatta di carne e sangue, in cui l’avanzata tecnologia non appare più fredda e metallica, ma costruita con le stesse logiche del macello. Inoltre, l’utilizzo di hot-dog, hamburger e altre forme di consumo della carne, riporta tutto all’idea del cibo. La bellezza dei modelli contrasta con le macabre situazioni in cui sono coinvolti.

La rappresentazione di Tsykalov mira a mostrare l’essere umano per ciò che è veramente. Un’accozzaglia di bellezza e putridume, violenza ed estasi, bisogni animaleschi e illusioni razionalistiche. Ed è proprio sui simboli che Tsykalov lavora più efficacemente: vedere una bandiera (che potrebbe essere qualsiasi bandiera) completamente composta di carne macellata non può che far riflettere.

Pin-up nude, anzi nudissime!

Eizo, una ditta specializzata in apparecchiature mediche e radiografiche, ha pubblicato un calendario 2010 piuttosto particolare. Le modelle infatti, tutte ritratte in pose molto provocanti da vere pin-up, sono davvero senza veli!

Tutte le foto del calendario qui.

Scoperto via BoingBoing.

Il pappagallo nudo

Oscar è un pappagallo femmina della specie Cacatoa, con un piccolo problema: è affetta da una rara e contagiosa sindrome, cosicché ogni penna che nasce sul suo corpo la irrita, e la estirpa con il suo becco.

Oscar è, quindi, completamente nuda se si eccettuano alcune penne sul capo che non riesce a raggiungere con il suo becco. I veterinari le avevano dato 6 mesi di vita, ma nonostante tutto Oscar è in piena forma da 13 anni. Sa imitare Mick Jagger alla perfezione, e assicura ai volontari dell’associazione che lo ospita un quotidiano spettacolo.

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Miru Kim

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Miru Kim è un’artista, fotografa, illustratrice e organizzatrice di eventi d’arte di origine coreana, residente a New York.

Nelle sue foto, raccolte sotto il titolo Naked City Spleen, ha esplorato i luoghi abbandonati, desolati, nascosti e segreti di diverse città del mondo, posando nuda in questi particolari ambienti diroccati: dalle catacombe di Parigi alle fogne di Seoul, dai tunnel del sottosuolo di Berlino alle vecchie fabbriche in disfacimento dei dintorni di New York.

I suoi scatti, suggestivi e malinconici, raccontano la parte dimenticata, “rimossa”, delle nostre metropoli. La sua figura nuda che si aggira per i sotterranei delle città o attraverso enormi fabbriche in disuso, sembra quella dell’ultima sopravvissuta a una catastrofe, e allo stesso tempo fa pensare a un animale che esplori le rovine di un mondo tecnologico di cui non si ha più ricordo.

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La stessa Kim ha infatti affermato: “Semplicemente documentare queste strutture prossime alla demolizione non mi bastava. Così volevo creare un personaggio di finzione o un animale che si aggirasse in questi spazi e il modo più semplice per farlo era diventare io stessa la modella. Ho optato per l’assenza di vestiti perché volevo che l’animale fosse senza alcuna implicazione culturale, o elementi relativi a un’epoca precisa”.

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Che il motivo del nudo sia proprio quello di annullare ogni riferimento culturale, risulta chiaro dalle fotografie: non c’è nulla di erotico negli scatti di Miru Kim. La magia che, di per sé, i luoghi abbandonati esercitano è invece esaltata dall’elemento spiazzante della figura femminile che si nasconde, osserva, esplora, ha paura: libera, ma indifesa di fronte al decadimento del panorama, l’ultima donna ci accompagna attraverso scenari di infinita tristezza e solitudine.

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Ecco il sito di Miru Kim.

Amy Crehore

Autrice delle serie di dipinti “Little Pierrot”, “Monkey Love”, “Blues Gal” e “Dreamgirls”, l’artista di Portland Amy Crehore ha esposto nei maggiori musei ed è apparsa sulle riviste più prestigiose.

I suoi nudi di giovani donne hanno una qualità misteriosa, esotica, sono solari e inquietanti al tempo stesso. Fra i suoi numerosi dipinti pop-surrealisti ne proponiamo qui alcuni tratti dalla serie “Monkey Love”.

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The Art of Amy Crehore

Il blog di Amy Crehore