Buon compleanno! – VII

Il sette è probabilmente, fra tutti i numeri, il più ricco e denso di significati simbolici.
Numero sacro per molte tradizioni (dall’Ebraismo al Cristianesimo, da Pitagora all’Islam, dal Buddhismo allo Scintoismo), indica la perfezione di un ciclo che si compie e l’armonia degli opposti. Sette sono sia le virtù che i peccati, sette le meraviglie del mondo, sette i cieli, sette i mari, sette i chakra o i Re di Roma…
Da oggi — più prosaicamente, ma non senza gaudio e giubilo — sette sono anche gli anni di vita di questo blog!

Quindi, quali sorprese si profilano all’orizzonte?


La prima è l’arrivo imminente del nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar, un volume la cui gestazione si è rivelata particolarmente lunga — ma ci sono buoni motivi per il tempo speso a prepararlo, come avrò modo di spiegare al momento del lancio ufficiale a settembre.

La seconda succosa novità è il “progetto segreto” che nel corso degli ultimi mesi ha assorbito la maggior parte dei miei sforzi: si tratta di un’iniziativa a cui tengo talmente che per me è davvero faticoso resistere all’impulso di parlarvene. Ma preferisco posticipare ancora di due o tre settimane la rivelazione dell’occulto disegno, quando finalmente sarà tutto perfetto… tenetevi pronti!

Nel frattempo, il pretesto di questo traguardo virtuale mi serve in realtà per ringraziarvi ancora una volta, e “grazie” non si dice mai troppo spesso. A voi che leggete, commentate e mi scrivete in privato, va tutta la mia riconoscenza per l’affetto e l’entusiasmo di cui sono stato testimone in questi primi sette anni di stranezze e meraviglie.

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Balloonfest 1986

La mattina di sabato 27 settembre 1986 Cleveland era pronta per un’esplosione di meraviglia.
Per sei mesi una compagnia di Los Angeles, capitanata da Treb Heining, aveva lavorato per organizzare l’evento, che avrebbe infranto in maniera spettacolare un bizzarro record del mondo, allora detenuto da Disneyland: nelle prime ore del pomeriggio, un milione e mezzo di palloncini gonfiati ad elio sarebbero stati liberati simultaneamente nel cielo sopra alla città.

L’evento era voluto dalla United Way, un’associazione non profit che operava a scopo benefico, come parte della raccolta fondi per le sue attività a sostegno delle famiglie di Cleveland.
Nella Public Square, Heining e la sua squadra avevano montato un’imponente struttura di 76 metri per 46, la quale sosteneva un’unica enorme rete costruita dello stesso materiale delle reti cargo degli space shuttle. Sotto alla struttura, da ore e ore, più di 2.500 fra studenti e volontari stavano gonfiando i palloncini colorati, che trattenuti dalla rete formavano ormai una specie di soffitto ondeggiante e sterminato. Dopo le prime ore di pratica, le dita doloranti e bendate di cerotti, lavoravano ormai in automatico, annodando ciascuno un palloncino in venti secondi. Originariamente si era deciso di prepararne addirittura due milioni, ma dopo alcune “perdite” di qualche centinaio di palloncini che erano riusciti a sfuggire alle maglie si era optato per fermarsi prima.

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Ogni precauzione era stata presa perché il rilascio avvenisse in tutta sicurezza: la United Way collaborava nell’impresa con il municipio, l’Amministrazione Aviazione Federale, i vigili del fuoco e la polizia, in modo da evitare sorprese. Inoltre, i palloncini erano stati costruiti in lattice biodegradabile, e gli organizzatori prevedevano che sarebbero andati a scoppiare, o sgonfiarsi, proprio sopra al grande Lago Erie, per poi decomporsi velocemente e senza alcun impatto ambientale.
Con tutta questa preparazione apparentemente meticolosa, nessuno poteva sospettare che la grandiosa festa di colori si potesse trasformare in un incubo.

Le condizioni metereologiche non erano delle migliori: si avvicinava una tempesta, così gli organizzatori decisero di anticipare il lancio. Alle 13:50 la rete fu sganciata, e una gigantesca nube di palloncini si sollevò attorno ai grattacieli e alla Terminal Tower, fra le grida di giubilo dei bambini, gli applausi e le urla della folla.

Come il fungo di un’esplosione che si espande al rallentatore, la massa si innalzò nel cielo a formare una colonna multicolore.
Fu allora che le cose presero una piega inaspettata.

I palloncini incontrarono una corrente di aria fredda che li rispinse indietro, verso terra. In poco tempo, la città venne completamente invasa da una miriade di palloncini fluttuanti, che ricoprivano le strade, si muovevano a banchi oscurando il cielo, impedendo agli automobilisti di vedere, mettendo in difficoltà barche ed elicotteri. La sensazione, a detta di molti, era quella di muoversi attraverso una fascia di asteroidi: alcuni incidenti vennero causati da guidatori che viravano per cercare di evitare un’ondata di palloncini spinti dal vento, o che si distraevano per guardare quel surreale panorama.

Ma il peggio doveva ancora venire: Raymond Broderick e Bernard Sulzer, due pescatori, erano salpati il giorno prima per la loro battuta di pesca, e risultavano dispersi; la guardia costiera, incaricata di ritrovarli, aveva avvistato la loro barca ormeggiata nei pressi di un frangiflutti, ma i soccorsi via lago e con l’elicottero avevano dovuto essere interrotti per via dei palloncini che assiepavano il cielo e ricoprivano le acque del lago.
I due cadaveri vennero in seguito portati a riva dalle onde.

Nei giorni successivi i palloncini continuarono a dare non pochi grattacapi: causarono la chiusura temporanea di un aeroporto le cui piste erano intasate, e spaventarono talmente alcuni cavalli da allevamento che gli animali, imbizzarriti, si procurarono danni permanenti. I palloncini finirono addirittura sulla costa opposta del lago Erie, a 100 km di distanza, e dunque dal Canada non tardarono a farsi sentire le lamentele. Anche perché, a detta di molti ambientalisti, la gomma non era affatto “biodegradabile” e avrebbe sporcato le sponde del lago per almeno sei mesi.
Venne inoltre criticato lo spreco di elio, gas che sulla Terra rappresenta una risorsa non rinnovabile e di cui oggi secondo alcuni scienziati (fra cui l’oggi scomparso Nobel per la fisica R. Coleman Richardson) si avverte già la penuria.

Questo tentativo di creare qualcosa di indimenticabile, insomma, doveva essere una di quelle esperienze gioiose, puramente estetiche, splendidamente inutili, che fanno rivivere il bambino nascosto in tutti noi. Per quanto encomiabile fosse quest’idea, si rivelò forse troppo ingenua e progettata senza tenere sufficientemente conto delle conseguenze. Un gioco finito davvero male.
Alla United Way furono chiesti risarcimenti per diversi milioni di dollari, tanto che l’intera campagna di raccolta fondi finì per rivelarsi fallimentare. I danni alla moglie di uno dei pescatori e all’allevatrice di cavalli di razza vennero regolati privatamente fra le parti. L’impresa, conclusasi con un mezzo disastro, in rosso e fra mille polemiche, è un esempio di un record mondiale che non si proverà mai più a superare.
Nel frattempo Treb Heining, con la sua società, si occupa ancora di palloncini per gli Oscar, il Super Bowl e le convention presidenziali: ed è sempre suo il team che spara una tonnellata e mezzo di coriandoli (questi sì, al 100% biodegradabili) su Times Square, a ogni capodanno.

Il serpente e l’incantatore

Il contorsionismo, per quanto sia un’arte elegante, sconcertante e visivamente sorprendente, può davvero risultare anche erotico e sensuale?

Il numero di contorsionismo presentato nel 1954 all’Abbott & Costello TV Special è una gemma di incredibile bravura che mette in scena un incantatore di serpenti (Christian Arnaut, 1912 – 2003) mentre resiste al gioco di seduzione del suo sinuoso rettile (Janine Janik, 1931 – 1985).

Ma a rimanere incantati dai movimenti ipnotici e dalle sinuose spire siamo noi spettatori.

Nuovo record

La piccola Lei Yadi Min, che ha poco più di un anno, è nata con 12 dita delle mani e 14 dita dei piedi. Vive con la madre e la sorella nel sobborgo di South Okkalarpa a Yangon (ex Rangoon), in Myanmar (ex Birmania).

Questa bellissima bambina entrerà nel Guinnes dei primati 2012 proprio grazie a questa sua particolarità fisica. Attulmente il record è detenuto da due bimbi indiani di 5 e 15 anni di età, con 12 dita delle mani e 13 dita dei piedi.

Il Grande Rigurgitatore

Hadji Ali, noto nel mondo dello spettacolo come Il Grande Rigurgitatore, era nato in Egitto nel 1872. Negli anni ’20, in America, divenne celebre per la sua abilità di inghiottire diversi oggetti e liquidi, e di rigurgitarli in un ordine preciso (scelto dal pubblico, o da lui stesso).

La sua arte non era in realtà una novità vera e propria, ma affondava le sue radici nella metà del 1600, quando artisti francesi come Jean Royer o Blaise Manfre impressionavano il pubblico con le loro abilità. Manfre, in particolare, era famoso per bere grosse quantità d’acqua, e rigurgitare vino. Questo era in realtà un trucco: prima dello spettacolo, Manfre inghiottiva un estratto di legno brasiliano, per colorare di rosso l’acqua che avrebbe in seguito bevuto.

Rispetto a tutti i suoi predecessori, però, Hadji Ali aveva dalla sua una tecnica davvero insuperata: poteva ingollare quantità incredibili di acqua, e risputarle con una precisione millimetrica. Sapeva bere l’equivalente di tre acquari da pesce, e rigurgitarli in una piccola fontanella ad arco per colpire un bicchierino posto a una notevole distanza. Ali riusciva perfino  a complicare questo numero intervallando l’emissione di acqua con la rigurgitazione di diversi oggetti precedentemente inghiottiti, secondo l’ordine prescelto, dimostrando così un’incredibile abilità a dividere il suo stomaco in “compartimenti”.

In effetti, nell’arte del rigurgitatore non esistono trucchi: si tratta semplicemente di abilità e allenamento nel controllare i muscoli della gola e dello stomaco, e di vomitare a comando. Ma Ali era unico: nel suo gran finale, inghiottiva un gallone d’acqua (quasi 4 litri), seguito da un gallone di kerosene. Un castello di carta veniva portato sul palco, e Ali riusciva in qualche modo a separare, nel suo stomaco o a livello dell’esofago, il kerosene dall’acqua. Rigurgitava la benzina, dando fuoco al castello di carta, e in seguito spegneva l’incendio provocato, risputando fuori l’acqua.

Qualsiasi testimonianza filmata della sua sorprendente abilità sarebbe andata persa, se una sua performance non fosse stata immortalata nella versione spagnola di un film di Stanlio e Ollio (“Politiquerias”).

Ecco a voi, signore e signori, Hadji Ali, Il Grande Rigurgitatore.

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Anche oggi questo tipo di arte circense sopravvive grazie allo scozzese Stevie Starr, di cui potete vedere un video qui. L’altro grande vero protagonista della rigurgitazione rimane The Great Waldo, che sapeva inghiottire gli oggetti più disparati (chiavi, monete, orologi), ma che con il tempo affinò la sua tecnica: cominciò a deglutire animali vivi come rane, topi e perfino ratti, rigurgitandoli sani e salvi. Questa sua peculiarità, però, lo rese poco simpatico al pubblico femminile. Solo e disperato, dopo l’ennesimo rifiuto da parte di una donna di cui era innamorato, il Grande Waldo si suicidò con il gas.

Scoperto via The Human Marvels.