Macchine viventi: gli automi fra natura e artificio

Articolo a cura di Laura Tradii
University of Oxford,
MSc History of Science, Medicine and Technology

In una delle Operette Morali meno conosciute, il grande Leopardi immagina una proposta di premi annunciata dalla fittizia Accademia dei Sillografi. Essendo il diciannovesimo secolo “l’età delle macchine”, e disperando di migliorare l’essere umano, l’Accademia premierà gli inventori di tre automi, descritti in un parossismo di amara ironia. Il primo dovrà essere una macchina capace di fare le parti di un amico fidato, che non parli alle spalle dell’amico assente, e che non scompaia nel momento del bisogno. La seconda macchina dovrà essere un “uomo artificiale a vapore” programmato per compiere atti virtuosi, mentre la terza sarà una donna fedele. Data la grande varietà di automi in circolazione, Leopardi afferma, tali opere non dovrebbero risultare difficili.

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, gli automi (o automati, dal greco automaton, “che si muove da sé”) erano divenuti una vera mania in Europa, soprattutto nei circoli nobiliari. Già in tempi molto più antichi, automi idraulici venivano spesso installati nei giardini dei palazzi per divertire i visitatori. Jessica Riskin, autrice di vari scritti sugli automati e la loro storia, descrive i marchingegni che si trovavano nel castello francese di Hesdin nel quattordicesimo e quindicesimo secolo:

tre personaggi che sputano acqua e bagnano i passanti”; una “macchina per inzuppare le signore quando ci passano sopra”; un “meccanismo [engien] che, quando i suoi pomelli vengono toccati, colpisce in faccia quelli che vi si trovano sotto e li ricopre di bianco o nero [farina o polvere di carbone].1

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Nel quindicesimo secolo, sempre secondo Riskin, l’Abbazia di Boxley (Kent) esibiva un Gesù meccanico azionato tirando fili. Il Gesù borbottava, batteva le palpebre, muoveva mani e piedi, annuiva e poteva sia sorridere che divenire accigliato. In quest’epoca, il fatto che gli automati richiedessero l’intervento umano, anziché muoversi da soli come suggerito dall’etimologia, non era visto come un trucco, ma come “una necessità”, dato che ciò che contava era creare l’illusione del movimento.2

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, invece, ingegneri e meccanici cercarono di creare automi che, una volta caricati, si muovessero per conto proprio. Questo cambiamento può essere contestualizzato in un’epoca in cui, a partire dal tardo settecento/inizio ottocento, le teorie meccanicistiche si erano andate diffondendo. Secondo tali teorie, la natura poteva essere concepita in termini fondamentalmente meccanici, come un grande marchingegno le cui dinamiche e processi non erano molto differenti da quelle di una macchina. Secondo Cartesio e altri, infatti, un’unica filosofia meccanica poteva spiegare le azioni sia degli esseri viventi che dei fenomeni naturali.3
Inventori ed ingegneri cercarono dunque di comprendere e replicare artificialmente i movimenti di animali ed esseri umani, e miriadi di automi fecero la loro comparsa in Europa.

L’anatra meccanica costruita da Vaucanson é un ottimo esempio di questo tentativo. Con questo automa, Vaucanson si proponeva di replicare il meccanismo della digestione: l’animale mangiava semi, li digeriva, e li defecava. In realtà, l’automa si limitava a simulare questi meccanismi, e le feci erano preparate in anticipo. Il cigno argentato costruito da John Joseph Merlin (1735-1803), invece, imitava con un realismo impressionante i movimenti dell’animale, che muoveva (e muove tutt’ora) il collo una disinvoltura sorprendente. Tramite sottili tubetti di vetro, Merlin riuscì addirittura a ricreare artificialmente i riflessi dell’acqua su cui il cigno sembrava fluttuare.

https://www.youtube.com/watch?v=MT05uNFb6hY

Il Suonatore di Flauto di Vaucanson, invece, suonava un flauto vero, soffiando aria nello strumento grazie a polmoni meccanici e muovendo le dita. All’inizio del Novecento, inoltre, un modellino con le sembianze di Napoleone venne esibito nel Regno Unito: il pupazzetto respirava, ed era coperto di un materiale che imitava la consistenza della pelle. La sua esibizione alla Dublin’s Royal Arcade veniva pubblicizzata così: una “splendida Opera d’Arte” che “produce una sorprendente imitazione della natura umana, nella sua Forma, Colore, e Consistenza, animata dall’atto della Respirazione, dalla Flessibilità degli Arti, dall’Elasticità della Pelle, tale da indurre a pensare che questa piacevole e meravigliosa Figura sia un essere vivente, pronto ad alzarsi e parlare“.4

Il tentativo di ricreare processi naturali artificialmente includeva altre funzioni oltre al movimento. Nel 1779, l’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo indisse un concorso per meccanizzare la più umana di tutte le facoltà, il linguaggio, premiando chi avesse costruito una macchina capace di pronunciare le vocali. Kempelen, l’inventore del famoso Giocatore di Scacchi, costruì nel 1791 una macchina che pronunciava 19 consonanti (almeno stando a quanto affermava Kempelen stesso).5

In virtù di questo tentativo di imitare, comprendere e ricreare meccanicamente il mondo naturale, gli automati si trovano al centro della tensione fra artificio e natura che da secoli anima il pensiero occidentale. Il tentativo di non solo manipolare, ma perfezionare l’ordine naturale, tipico della wunderkammer o del laboratorio alchemico, trova espressione nell’automato, ed è questa presunzione che Leopardi commenta con sarcasmo. Per Leopardi, come per alcuni suoi contemporanei, l’idea che l’essere umano possa migliorare ciò che la natura ha già creato perfetto è una nozione estremamente dannosa. La tradizionale narrativa di progresso, per cui uno stato più elevato di benessere può essere ottenuto attraverso la tecnologia, che separa l’essere umano dal crudele stato della natura, è ribaltata da Leopardi tramite la sua critica degli automi. Con il suo proverbiale ottimismo, Leopardi sostiene che tutto ciò che ci allontana dalla natura può solo causare sofferenza, e l’autore critica dunque l’idea che il miglioramento della condizione umana si possa ottenere tramite la meccanizzazione e modernizzazione.

A questa critica si aggiunge il timore che l’uomo divenga vittima della sua stessa creazione, un timore diffuso durante la Rivoluzione Industriale. Lo scrittore romantico Jean Paul (1763-1825), ad esempio, usa gli automati in una satira della società del tardo ottocento, immaginando un mondo distopico in cui le macchine vengono utilizzate per controllare i cittadini e per adempiere a ogni minima funzione: per masticare cibo, per fare musica, e perfino per pregare.6

Le metafore meccaniche diffuse nel settecento per descrivere il funzionamento dello stato, concepito come un macchinario composto da vari ingranaggi – o istituzioni, acquisiscono qui una connotazione distopica, divenendo la manifestazione di un ordine burocratico, meccanico, e dunque disumanizzante. È interessante constatare come osservazioni di questo tipo ricorrano oggi nei dibattiti sull’Intelligenza Artificiale, e come, citando Leopardi, si palesi un futuro in cui ”in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine [verranno] a comprendere oltre le cose materiali, anche le spirituali”.

Un futuro molto più vicino di quanto pensiamo, dato che la tecnologia sta già modificando in direzioni inedite il nostro modo di vivere, la nostra concezione di noi stessi ed il nostro ruolo nell’ordine naturale.

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[1]  Jessica Riskin, Frolicsome Engines: The Long Prehistory of Artificial Intelligence.
[2]  Grafton, The Devil as Automaton: Giovanni Fontana and the Meanings of a Fifteenth-Century Machine, p.56.
[3]  Grafton, p.58.
[4]  Jennifer Walls, Captivating Respiration: the “Breathing Napoleon”.
[5]  John P. Cater, Electronically Speaking: Computer Speech Generation, Howard M. Sams & Co., 1983, pp. 72-74.
[6]  Jean Paul, 1789. Discusso in Sublime Dreams of Living Machines: the Automaton in the European Imagination di Minsoo Kang.

Sport bestiali: il gioco, il sangue, la crudeltà

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Orson Welles, come è noto, ha cambiato la storia del cinema a soli 26 anni con l’inarrivabile Quarto Potere, un film che già nel 1941 mostrava un linguaggio inaspettatamente moderno e complesso. Welles era anche un eccellente prestigiatore e illusionista, ma quello che pochi sanno è che in gioventù il poliedrico artista e intellettuale aveva accarezzato il sogno di diventare un torero. La sua passione per le battaglie con i tori scemò progressivamente negli anni, quando Welles vide prevalere l’aspetto sensazionalistico e folkloristico della corrida sul suo significato simbolico – nelle sue parole, il sacrificio della “bestia coraggiosa” che incontra un “uomo coraggioso” in una battaglia rituale. “Odio tutto quello che è folkloristico. Ma non ce l’ho con la corrida perché ha bisogno di tutti quei giapponesi nella prima fila per continuare ad esistere (e ne ha bisogno davvero); piuttosto, mi è successa la stessa cosa di mio padre, che era un grande cacciatore e di colpo smise di cacciare, perché disse: ho ucciso troppi animali, e adesso mi vergogno di me stesso“.
Nella stessa splendida intervista con Michael Parkinson, Welles definiva la corrida “indifendibile e irresistibile” allo stesso tempo.

Irresistibile. Qualsiasi scontro violento fra uomo e animale, o fra animale e animale, attira inevitabilmente il nostro sguardo. Sarà forse un richiamo primitivo che ci riporta in contatto con l’antica paura di diventare prede; ma alzi la mano chi non è rimasto, almeno da bambino, incantato di fronte alle immagini televisive dei leoni maschi che combattono per il privilegio sulla femmina, o dei cervi che si scornano per il territorio. La lotta, la violenza sono parte integrante della natura, ed esercitano ancora su di noi un fascino potente e ancestrale.

Questo è probabilmente lo stimolo che sottende un tipo di “show” (se così si può chiamare), già avversato sotto il profilo etico nell’800, e ormai quasi universalmente condannato per la sua crudeltà: si tratta dei cosiddetti bloodsport, definiti dal Cambridge Dictionary come “qualsiasi sport che implica l’uccisione o il ferimento di animali per l’eccitazione degli spettatori o delle persone che ne prendono parte”.
Combattimenti fra galli, fra cani, fra tori, fra orsi, fra ratti, fra tassi: la fantasia non ha mai avuto confini quando si trattava di spingere due animali ad un duello per il semplice gusto dello spettacolo. In questo articolo passeremo in rassegna alcuni dei bloodsport più bizzarri – e probabilmente farete fatica a credere che alcune di queste forme di “intrattenimento” esistano, o siano esistite, per davvero.

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Il tiro dell’oca viene praticato ancora oggi in alcune regioni del Belgio, dell’Olanda, e della Germania, ma si utilizza un’oca già morta, uccisa con “metodi umani” da un veterinario. Non era così al principio della tradizione: l’oca, ancora viva, veniva legata per le zampe ad un’asse o a una corda sospesa; si spalmavano attentamente la testa e il collo dell’animale con grasso o sapone. I concorrenti, a turno, dovevano cavalcare sotto il palo e tentare di afferrare la scivolosa testa dell’oca. L’eroe del giorno era chi riusciva a staccare la testa all’uccello, e spesso il premio per la vincita era semplicemente l’oca stessa. Poteva sembrare un’impresa semplice, ma non lo era affatto, come testimonia un passaggio di William G. Simms:

Soltanto al cavaliere esperto, e all’esperto sportivo, è possibile assicurarsi il successo. I giovani principianti, che considerano l’impresa piuttosto facile, sono costantemente scornati; molti scoprono che è impossibile per loro passare nel punto giusto; molti vengono tirati giù dalla sella, e anche quando siano riusciti a passare sotto all’albero senza disastri, falliscono nell’afferrare l’oca, che continua a svolazzare e gridare; oppure, non riescono, andando al galoppo, a mantenere la presa sul collo scivoloso come un’anguilla e sulla testa che hanno preso.

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Nato nel XVII secolo in Olanda, questo sport si diffuse anche in Inghilterra e nel Nord America e, nonostante fosse criticato da molte voci autorevoli dell’epoca, resistette oltreoceano fino alla fine dell’800. Una versione leggermente diversa, ma altrettanto antica, si tiene ogni anno in Svizzera, a Sursee, durante la festa chiamata Gansabhauet: i concorrenti indossano una maschera che rappresenta il volto del Sole e una casacca rossa; la maschera impedisce di vedere alcunché e i partecipanti, procedendo alla cieca, devono riuscire a decapitare un’oca (già morta) appesa ad una corda, utilizzando una spada a cui, per aumentare la difficoltà, è stato tolto il filo.

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Un altro sport stravagante vide la luce invece in tempi più recenti, durante gli anni ’60. Si tratta dell’octopus wrestling: senza bombole o boccagli di sorta, i concorrenti dovevano riuscire ad afferrare una piovra gigante a mani nude e riportarla in superficie. Il peso del polpo determinava il vincitore. L’animale veniva in seguito cucinato, donato all’acquario locale oppure rimesso in libertà.

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Agli inizi degli anni ’60 si teneva annualmente un Campionato Mondiale di octopus wrestling, che attraeva migliaia di persone, tanto da essere ripreso perfino dalla televisione; nell’edizione del 1963 vennero pescati un totale di 25 polpi giganti del Pacifico, il più grosso dei quali pesava quasi 26 chili. Si aggiudicò la medaglia d’oro lo scozzese Alexander Williams, che catturò ben tre animali.

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In Giappone, nella cittadina di Kajiki, ogni anno si tiene il festival tradizionale Kumo Gassen, che è il più celebre evento di lotta fra ragni. Praticata un po’ in tutto il Sud Est asiatico, questa disciplina prevede l’utilizzo di argiopi a strisce nere e gialle. Amorevolmente allevati come fossero dei cuccioli, i ragni sono liberi di vagare per la casa, di camminare sulla faccia e sul corpo dei loro padroni, e di costruirsi le loro ragnatele a piacimento: lo scotto da pagare per questa libertà è il duro allenamento alla lotta. A dire il vero, questi aracnidi non sono per loro natura particolarmente aggressivi, e anche durante il combattimento, che avviene per mezzo di un bastoncino sul quale i ragni si scontrano, è raro che si feriscano brutalmente. In ogni caso, è presente un arbitro addetto a separarli, se le cose dovessero farsi troppo violente.

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Se il Kumo Gassen non è in definitiva uno sport particolarmente cruento rispetto ad altri, concludiamo invece con quello che è forse il più agghiacciante fra tutti: il fuchsprellen, popolare nel XVII e XVIII secolo.
Immaginate la scena. In un’arena chiusa (il cortile di un castello, oppure uno spazio appositamente delimitato) si radunavano le coppie di partecipanti al gioco. Nobili con le loro consorti, alti dignitari e rampolli di grandi casate. Ogni coppia era spesso composta da marito e moglie, in modo da aumentare la competitività dei concorrenti. A sei o sette metri di distanza l’uno dall’altra, entrambi tenevano in mano il capo di una rete o di una serie di corde poggiata per terra: questa era la loro fionda.
Ad un tratto, una volpe veniva liberata nel cortile: spaventata, correva di qua e di là finché non passava sopra alla fionda di una delle coppie. In quell’esatto momento i due concorrenti dovevano tirare gli estremi della rete con tutta la forza, per lanciare l’animale il più in alto possibile.

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Nel campionato di lancio della volpe indetto da Augusto II di Polonia, non furono soltanto questi bellissimi animali a venire sparati in aria: vennero fiondati in totale 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici. Il Re in persona partecipò ai giochi, e dimostrò (a quanto si racconta) la sua forza tenendo la rete con un solo dito, mentre all’altro capo stavano due dei cortigiani più muscolosi. Ogni tanto si provava anche qualche nuova variante: nel 1648 vennero liberati nel recinto 34 cinghiali “con grande diletto dei cavalieri, ma causando il terrore delle nobildonne, fra le gonne delle quali i cinghiali crearono grande scompiglio, per l’ilarità senza fine dell’illustre compagnia ivi assembrata“. Nello stesso campionato si provò a lanciare tre lupi.
Leopoldo I d’Asburgo invece si univa con gioia ai nani di corte per finire a mazzate gli animali appena atterrati, tanto che un ambasciatore annotò la sua sorpresa nel vedere l’Imperatore del Sacro Romano Impero accompagnarsi con quella cricca di “minuscoli ragazzi, e idioti“.

Indifendibile, ma non certo irresistibile.

(Grazie, Gianluca!)