Henry Tonks e i ragazzi senza volto

Ho scritto in passato di come la chirurgia plastica sia nata durante la Grande Guerra come chirurgia ricostruttiva. Se infatti il soldato senza un braccio o una gamba era una figura familiare, l’introduzione di nuove armi durante il conflitto globale aveva provocato la comparsa di un tipo di feriti pressoché inedito: le gueules cassées, ovvero le “facce sfigurate”.
Gli elmetti proteggevano il capo dalle schegge delle granate, ma non il volto; così gli ospedali di campo cominciarono a ricevere un numero inimmaginabile di soldati a cui larghe porzioni di faccia erano state strappate via dalle esplosioni.
Si trattava di un tipo di menomazione cui la stampa raramente parlava, preferendo per l’appunto l’immagine più iconica e patriottica del reduce amputato, eppure i numeri parlano chiaro: solo tra le fila inglesi vennero effettuate 41.000 amputazioni, rispetto ai 60.500 uomini che soffrirono ferite alla testa o agli occhi.
Era insomma più probabile trovarsi senza volto che senza gambe.

Praticamente su ogni fronte si cominciarono a sperimentare procedure per ricostruire le facce dei combattenti distrutte dallo shrapnel o bruciate dai gas mostarda.
Nel gennaio 1916, all’ospedale militare di Aldershot, in Inghilterra, il pioniere della chirurgia Harold Gillies incontrò il medico Henry Tonks, che serviva come luogotenente temporaneo nel Royal Army Medical Corps.

Henry Tonks era un medico e un artista: oltre a far parte del Royal College of Surgeons, insegnava anche disegno e anatomia all’accademia di Slade.

Dal fronte tornavano in patria dei ragazzi in condizioni disperate, e già allora Tonks aveva la sensazione di non essere all’altezza di gestire, dal punto di vista professionale e umano, una simile catastrofe. Come egli stesso confessò in una lettera: “ho deciso che non servo a nulla come dottore“. E in un’altra lettera raccontava: “le ferite sono orribili, e da parte mia sarò contro qualsiasi guerra in futuro, non hai diritto di chiedere agli uomini di sopportare una simile sofferenza. Non sarebbe nemmeno un problema se le ferite guarissero bene, ma sono praticamente tutte in setticemia“.
E con il procedere della guerra le cose non migliorarono. In seguito all’offensiva della Somme, il 1° luglio 1916, più di 2.000 pazienti si riversarono sull’ospedale: “uomini senza metà della faccia; uomini bruciati e mutilati fino alla condizione di bestie“.

Così quando Gillies chiese a Tonks di documentare le sue operazioni ricostruttive dipingendo il volto dei pazienti prima e dopo la chirurgia, Tonks accettò di buon grado, trovandosi di certo più a suo agio in una dimensione artistica.
Disegnare dei ritratti poteva sembrare superfluo, dato che ai soldati sfigurati venivano già scattate delle fotografie, ma entrambi i dottori erano convinti che la freddezza oggettiva della pellicola potesse essere fuorviante rispetto alle qualità tattili ed espressive di un dipinto.

Grazie alla collaborazione con Gillies, Henry Tonks produsse una serie di ritratti di ferite facciali che rimane ancora oggi insuperato per impatto emotivo, interesse scientifico e sottigliezza di rappresentazione.
Certo, questi pastelli avevano un intento innanzitutto didattico, e lo stesso autore non desiderava che fossero messi a disposizione del grande pubblico. E tuttavia queste opere racchiudono una complessità che va ben oltre la funzione di illustrazioni mediche.

Per capire come Tonks ha lavorato sui suoi soggetti, abbiamo una straordinaria fortuna: in alcuni casi, negli archivi sono ancora presenti sia i suoi ritratti a pastello che le foto mediche. Possiamo dunque confrontare due immagini che mostrano lo stesso paziente, una impressa sulla pellicola e l’altra composta dal carboncino e dai colori dell’artista.

Comparando i disegni di Tonks con gli scatti fotografici, quello che emerge è l’astrazione operata dall’artista, tesa a rimuovere ogni accenno alla sofferenza o all’interiorità del soggetto. Si tratta di opere accurate, distaccate e al tempo stesso umane, il cui fulcro è la ferita aperta, resa con precisione quasi “tattile” nella stratificazione del colore (senza dubbio una conseguenza della formazione chirurgica dell’artista).
Eppure la qualità perturbante dei pastelli sta nella loro ambiguità assolutamente moderna.
Quello che potrebbe essere a tutti gli effetti il ritratto di un normale volto maschile — dei tratti ordinari, i capelli ben pettinati, un nodo di cravatta — viene in qualche modo “sabotato” dalla presenza della ferita. È come se il nostro sguardo, vagando sulla superficie del quadro, registrasse tutti questi dettagli comuni, per poi finire in corto circuito nel momento in cui incontra lo scandalo della piaga. Una mostruosità inconcepibile, impossibile da integrare nel resto dell’immagine.
Ed è allora inevitabile tornare agli occhi del soggetto ritratto, a quello sguardo fisso su di noi, e domandarci quale sia il suo impenetrabile significato.

Particolare anche l’utilizzo dei colori a pastello, un mezzo reputato “femminile” rispetto ai più virili, vivaci colori a tempera o a olio; una scelta che qui riesce a rendere morbide e tollerabili le lacerazioni della carne. Inoltre, grazie al carattere più sfumato di questi colori, Tonks dona ai suoi soggetti una bellezza, una delicatezza e una tenerezza che nessuna fotografia avrebbe potuto immortalare.
Questi ritratti sembrano vulnerabili quanto la gioventù mutilata che rappresentano.

Suzannah Biernoff, nel suo bellissimo saggio Flesh Poems: Henry Tonks and the Art of Surgery da cui ho tratto la maggior parte delle informazioni di questo articolo (lo trovate in Visual Culture in Britain, n. 11, 2010) definisce le opere di Henry Tonks degli “anti-ritratti, nel senso che mettono in scena la fragilità e mutevolezza della soggettività, invece che consolidare il soggetto ritratto“.

Gli studi di Henry Tonks si discostano dalla classica illustrazione medica proprio in virtù di questa ricerca di una particolare bellezza. Non rifuggono dall’orrore che intendono rappresentare, ma lo ammantano di una sensualità sfuggente in cui il volto si fa segno della precarietà dell’esistenza, emblema della crudeltà che l’uomo infligge a se stesso.

SynDaver

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Talvolta, non c’è niente di meglio di un cadavere fresco.
Questa può sembrare una battuta, ma basta ragionarci un attimo e risulta subito evidente come lo studio della medicina non possa assolutamente prescindere dal confronto con l’anatomia reale. L’esame autoptico rimane ancora il metodo principe per acquisire quelle conoscenze che nessuna illustrazione, fotografia o modello tridimensionale, per quanto accurato, potranno mai rendere tangibile. Oltre alle dissezioni, i cadaveri possono essere utilizzati per la simulazione di alcuni interventi chirurgici: operare su un corpo morto non è come eseguire la stessa procedura su un corpo vivo, ma può rivelarsi comunque una palestra essenziale prima di un intervento particolarmente difficile. I cadaveri poi, storicamente, sono stati utilizzati anche per altri scopi di ricerca su traumi e ferite, come illustravamo ad esempio in questo vecchio articolo.

Ma l’impiego di corpi reali porta con sé diversi problemi. Innanzitutto vi è sempre una certa penuria di cadaveri su cui sperimentare liberamente: le autopsie vengono effettuate giornalmente a scopi legali, ma seguono procedure evidentemente rigide e controllate, mentre invece sono più rari almeno in Italia i casi di corpi donati alla scienza (complice, da noi, una certa assenza legislativa, come viene bene spiegato qui); ed è proprio sui corpi volontariamente donati alla ricerca che ai medici è consentito fare pratica chirurgica.
Un altro svantaggio dei cadaveri è quello di essere costosi da trasportare, conservare, smaltire. Infine, non sono riutilizzabili.

Ecco che entra in campo la SynDaver Labs. La ditta si occupa da anni di creare modelli ultrarealistici di tessuti, organi, e simulatori medici, realizzati in polimeri che replicano perfettamente le reali consistenze dei vari strati epidermici. Questi organi sintetici vengono utilizzati soprattutto per testare l’efficienza di macchinari clinici, eliminando il bisogno di provarli su vere parti anatomiche animali o umane. Ma è solo recentemente che la SynDaver ha fatto un salto più ambizioso, proponendo il primo cadavere sintetico modulare.

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Si tratta di un modello a grandezza naturale dell’intero corpo umano, ed è “modulare” nel senso che a seconda della necessità può essere accessoriato e reso più complesso dall’aggiunta di sistemi muscolari, sistema circolatorio, tendini, nervi e organi che replicano piuttosto fedelmente le proprietà meccaniche, chimiche, termiche ed elettriche del tessuto vivente. Ma non è tutto.

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Tramite un’applicazione installata su un tablet wireless, la simulazione delle funzioni vitali può essere controllata nei minimi dettagli. Questo “motore fisiologico” risponde agli stimoli come farebbe un corpo reale, adattando e riaggiustando vari parametri: ad esempio il movimento di braccia e gambe, la respirazione, il battito cardiaco ed eventuali aritmie, la dilatazione della pupilla, il battito delle palpebre, temperatura corporea, vasocostrizione, eccetera. Essendo poi il software open source, può essere modificato per adattarsi a qualsiasi situazione si intenda replicare.

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Gli utilizzi, come è intuibile, sono innumerevoli: si va dall’apprendimento delle più basiche forme di pronto soccorso (come posizionare il ferito, come muoverlo, come intubarlo), allo studio dell’anatomia, alla pratica con gli strumenti diagnostici (è possibile usarlo per allenarsi nell’eseguire radiografie, ultrasuoni, fluoroscopie, TAC) fino alla simulazione di veri e propri interventi chirurgici, con tanto di sangue sintetico riscaldato che circola nel sistema vascolare.
Rispetto a un vero cadavere, il vantaggio sta proprio nel fatto che questo corpo è riutilizzabile, smontabile, e adattabile alle più diverse esigenze.

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Certo, un corpo completo non è economico. Il prezzo di un SynDaver Patient dotato di tutti gli accessori è di 85.000 dollari. Ma si sta già lavorando a versioni “basic” più abbordabili, intorno ai 15.000 dollari.
E non dimentichiamo che siamo soltanto all’inizio. Senza dubbio con il passare del tempo la tecnologia diverrà sempre più raffinata, agile ed economica, e questi cadaveri sintetici potranno assumere un ruolo di sempre maggior rilievo in svariati settori clinici.

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Ecco il sito ufficiale di SynDaver Labs.

Musica a cranio aperto

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Mentre cammina lungo il corridoio dell’ospedale, una lontana melodia raggiunge l’orecchio di un infermiere. Da dove proviene?
Un violinista sta suonando il suo strumento, ma non si tratta di un paziente in un letto di corsia che ammazza la noia con un concertino improvvisato: in realtà, il musicista è bloccato su una poltroncina operatoria, la testa richiusa in una specie di morsa che ricorda vagamente una versione steampunk della Cura Ludovico di Arancia Meccanica… e mentre il suo archetto si muove sinuoso avanti e indietro carezzando le corde, e liberando le note, alcuni chirurghi stanno infilando dei lunghi spilloni di metallo attraverso un buco nel suo cranio, fino nel profondo del suo cervello esposto.

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Il violinista si chiama Roger Frisch, ed ha alle spalle quarant’anni di carriera come musicista da camera, pedagogo e suonatore d’orchestra. Il 1992 vide il suo debutto come solista al Carnegie Hall, e da allora egli è stato spesso primo violino.

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Ma nel 2009 Frisch scoprì di non riuscire più a muovere correttamente l’archetto: la sua mano destra era affetta da un leggero tremolio. Per qualsiasi altra persona l’entità del tremore sarebbe stata trascurabile, ma per Frisch si trattava di un problema che metteva a repentaglio la sua intera professione.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=T3QQOQAILZw]

La procedura chirurgica a cui Roger Frisch ha deciso di sottoporsi è la Stimolazione Cerebrale Profonda (SCP). Il cranio viene trapanato, degli elettrodi sono impiantati nel subtalamo e collegati poi con un pacemaker che verrà posizionato sottocute a livello della clavicola oppure nell’addome.

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Utilizzata come sostegno esclusivamente sintomatologico (la malattia rimane, ma i suoi effetti vengono alleviati) per tremori essenziali, distonia, Parkinson, e molte altre patologie motorie, la SCP è una terapia integrativa a quella farmaceutica, e si basa sulla stimolazione elettrica delle zone danneggiate del cervello. Sulla rete si possono trovare dei video che elogiano gli effetti all’apparenza “miracolosi” di questa tecnica, come ad esempio quello qui sotto.

[youtube www.youtube.com/watch?v=Uohp7luuwJI&start=53]

Questi filmati, per quanto impressionanti, vanno comunque presi con le pinze: nonostante la Stimolazione Cerebrale Profonda sia praticata ormai da vent’anni con effetti spesso benefici, i medici non hanno ancora compreso con precisione come essa agisca sul tessuto nervoso stimolato. La procedura è lunga e difficoltosa per il paziente, che deve rimanere sveglio durante l’intera operazione e sottoporsi a continui test affinché i neurochirurghi possano “aggiustare il tiro” e posizionare gli elettrodi nel punto esatto in cui saranno davvero efficaci. Inoltre gli effetti collaterali che possono insorgere sono i più imprevedibili e vari, molto spesso perfino complicati da diagnosticare: alcuni pazienti, ad esempio, mostrano una decisa modificazione della personalità (che però potrebbe anche essere conseguenza della ritrovata libertà); altri un’ipersessualità che in alcuni casi incrina perfino le dinamiche coniugali, oppure alterazioni del linguaggio, o ancora allucinazioni ed inedite tendenze suicide. Insomma, il rapporto benefici/effetti collaterali a lungo termine può variare, e deve essere discusso a fondo anche con i congiunti del paziente. Nel caso di Frisch, oltre alle verifiche “classiche” a cui vengono sottoposti i pazienti durante l’operazione (disegnare spirali, ripetere scioglilingua, svolgere semplici compiti con le mani), è essenziale che lui suoni il suo violino. Soltanto così medici e paziente si possono rendere conto di quale esatta posizione dell’elettrodo riduca effettivamente il tremore.

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Ma Frisch non è il solo, né il più noto personaggio ad aver suonato in sala operatoria in queste strane condizioni.

Chi ha seguito la celebre serie televisiva True Detective, prodotta da HBO, si ricorderà certamente il personaggio del carcerato Charlie Lang, e magari ha già visto l’attore in questione, Brad Carter, in alcune puntate di CSI, Bones, The Mentalist, Justified o Dexter.

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Oltre a condurre una fortunata carriera d’attore, Brad Carter è però anche un musicista country. Da diversi anni ormai soffre di tremore essenziale, una patologia degenerativa che potrebbe tramutarsi in breve tempo in una forma di Parkinson. Brad ha subìto ben due interventi di Stimolazione Cerebrale Profonda, che descrive come “la cosa peggiore che abbia mai provato in vita mia“. L’operazione principale, della durata di sette ore, prevedeva che Brad ne passasse sei rimanendo sveglio: “il talamo controlla anche il linguaggio e c’erano momenti in cui ho completamente perduto la mia capacità di parlare. È stata la cosa più surreale di cui io abbia mai fatto esperienza“.

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Essendo il cinquecentesimo paziente a subire l’intervento all’UCLA, l’ospedale ha chiesto a Brad di poter filmare l’operazione; la performance eseguita sulla sua chitarra artigianale è stata postata live su Twitter e nel giro di poco tempo è diventata virale, venendo vista da 30 milioni di persone soltanto il primo giorno e facendo velocemente il giro del pianeta. Ne hanno parlato i telegiornali di tutto il mondo, da Hong Kong all’Australia all’Iran.

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Grazie a questa inaspettata pubblicità, Brad Carter ha potuto finanziare su Kickstarter quello che sarà, presumibilmente, il suo primo e unico album professionale. Se la SCP ha infatti rallentato il tremore alla mano destra, le sue condizioni si stanno inesorabilmente aggravando, e la registrazione di questo lavoro è stata una vera e propria lotta contro il tempo. Oggi il disco, intitolato semplicemente Carter, è in prevendita sul sito ufficiale dell’artista. Una piccola rivincita sulla malattia che gli sta portando via la cosa per lui più preziosa: “Sono un chitarrista dal 1988, la musica è il mio primo amore. Faccio l’attore per vivere, ma ho sempre la musica a cui ritornare, è una parte della mia anima. […] D’un tratto guardi tutte le tue abilità, e ciò che sei veramente, svanire di fronte ai tuoi occhi. È dura,  quando lo vedi succedere. E non puoi farci nulla. [… ] Quello che mi è stato offerto è la speranza, che prima non avevo.

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[youtube https://www.youtube.com/watch?v=wejrPcnhmA8]

(Grazie, Ipnosarcoma!)

Robert Liston

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L’uomo, sudato e terrorizzato, non smette di lamentarsi per il dolore, mentre due energumeni lo tengono fermo sul tavolo operatorio. Dalle gallerie superiori, gli studenti di medicina si sporgono per vedere meglio: la gamba del paziente è spezzata, l’osso esposto e la ferita in suppurazione. Di colpo, con grande fracasso, si aprono le porte del teatro anatomico ed entra il chirurgo. Indossa un grembiule di cuoio reso ormai rigido dalla quantità di sangue che l’ha intriso negli anni – un indumento che è uno status symbol perché dimostra l’esperienza di chi lo porta, ed induce rispetto e reverenza, in quegli anni in cui di “sterilità” e “germi” non si è ancora sentito parlare.
Il chirurgo si dirige velocemente al tavolo, impugna un enorme coltello e si rivolge al pubblico: “Cronometratemi, signori – chiede con voce stentorea e teatrale – cronometratemi!”. Gli studenti tirano fuori tutti assieme i loro orologi da tasca.

Di colpo il coltello affonda nel polpaccio dell’uomo, che urla come un forsennato, mentre il chirurgo taglia velocemente la sua carne. Il dottore in pochi secondi ha esposto la tibia, per non perdere tempo serra il coltello insanguinato fra i denti, e con la destra afferra una grossa sega con cui comincia a lavorare sull’osso, mentre il terribile rumore riecheggia, assieme alle grida del paziente, nel teatro ovale. Dopo un po’ di avanti e indietro con la sega, la gamba si stacca. Il chirurgo la butta in un secchio colmo di segatura, e comincia immediatamente a ricucire la ferita. Appena taglia l’ultimo filo, scatta l’applauso e si controllano gli orologi: l’operazione è durata soltanto due minuti e mezzo.

Forse pensate che questa scena sia frutto di fantasia, e che quel chirurgo sia un macellaio. Invece il suo nome è Robert Liston (1794-1847), ed è stato uno dei più importanti medici mai esistiti.

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Fra il ‘700 e l’800 la medicina moderna era ancora agli albori, non esistevano misure sanitarie sicure e la mortalità dei pazienti, per forza di cose, era altissima. In questo quadro, la rapidità dell’operazione chirurgica era di vitale importanza: perdere anche soltanto qualche secondo poteva significare condannare il paziente a morte certa per emorragia (oltre che prolungare il suo dolore, visto che non c’era anestesia). Certo, le condizioni igieniche fuori e dentro la sala operatoria erano tali che il poveretto sarebbe quasi certamente morto qualche giorno dopo di cancrena o varie infezioni. Ma almeno aveva qualche possibilità in più.

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Liston era uno dei chirurghi più veloci dei suoi tempi. Secondo alcune fonti era riuscito a rimuovere un arto in 28 secondi, un’impresa eccezionale, tanto che i testimoni raccontavano che passare dal coltello alla sega era per lui questione di un unico, armonico movimento. Certo, questa sua rapidità non poteva essere sempre associata alla precisione e talvolta Liston si rese protagonista di alcuni clamorosi errori. Una volta amputò una gamba in due minuti e mezzo, ma nell’entusiasmo asportò anche i testicoli del paziente.

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Ma forse il più famigerato incidente avvenne durante un’operazione nella quale per sbaglio, nell’agitare il coltello, recise le dita al suo assistente, e tagliò attraverso il vestito di un distinto spettatore: anche se non era stato ferito, quest’ultimo ebbe un infarto dallo spavento e crollò morto; l’assistente e il paziente morirono in seguito di cancrena. Questa incredibile tragedia è passata alla storia come l’unica operazione chirurgica che abbia mai avuto una mortalità del 300%.

Per ridimensionare questo ritratto che rischia di apparire caricaturale, ricordiamo però che soltanto uno su dieci dei pazienti di Liston morirono sul tavolo operatorio, quando la media dell’epoca era di uno su quattro. Medici meno esperti e veloci di lui rischiavano di rendere il dolore davvero insopportabile per il paziente, che spesso lottava e non di rado si liberava dalla stretta dei medici e scappava a metà dell’operazione.

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Nonostante la teatralità delle sue operazioni, Liston ci viene descritto come severo ma eticamente irreprensibile, “immancabilmente caritatevole verso i poveri e gentile con i malati”, tanto da attirarsi le ire dei suoi colleghi della Edinburgh Royal Infirmery perché si permetteva di operare quei pazienti che loro avevano giudicato senza speranza. Lo osteggiarono e lo fecero addirittura trasferire, ma questo si rivelò la sua fortuna, poiché ottenne l’invidiabile posto di professore di chirurgia allo University College Hospital.

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Al di là dei tratti più coloriti e grotteschi, però, l’importanza di Liston non si limita ai record di tempestività. Inventò alcuni strumenti chirurgici, tra cui alcuni forcipi ancora in uso oggi, scrisse diversi saggi fondamentali, ma soprattutto fu il protagonista della prima, epocale anestesia praticata in Europa. Nel 1846, un anno prima della sua morte, Liston entrò nella sala dove sarebbe stato operato un certo Frederick Churchill, e invece di gridare il suo usuale “cronometratemi, signori!”, disse: “Oggi proveremo un nuovo stratagemma Yankee per rendere gli uomini insensibili”. Il suo collega, il dottor William Squire, mise un tubo sulla bocca di Churchill in modo che potesse respirare l’etere, e lo addormentò. Liston operò il ginocchio dell’uomo in soli 25 secondi. Quando Churchill si svegliò, a quanto si racconta, chiese al dottore quando sarebbe cominciata l’operazione, provocando l’ilarità e lo stupore generale.

L’etere verrà sostituito, nel corso del ‘900, con sostanze dagli effetti collaterali meno nocivi; ma l’episodio testimonia la dedizione al lavoro e la lungimiranza di Liston, disposto per primo in Europa a sperimentare proprio quella nuova tecnica che avrebbe reso la sua famosa destrezza meno essenziale e, in definitiva, sorpassata.

Ecco la voce di Wikipedia (in inglese) su Robert Liston.

Leonid Rogozov

Leonid Ivanovich Rogozov aveva 27 anni quando si imbarcò sulla nave Ob. Era il 1960 e quella spedizione faceva parte del programma sovietico di ricerca in Antartide. Rogozov era l’unico medico a bordo e assieme ai suoi compagni sbarcò a dicembre sulla costa Astrid Princess con il compito di costruire una nuova base. Per febbraio il campo fu completato – appena in tempo, perché stava arrivando il terribile inverno antartico, con tempeste di neve, gelo estremo e buio pressoché perenne. La nave Ob, che li aveva portati lì,  non sarebbe tornata fino al dicembre successivo. Il gruppo era confinato in un ambiente selvaggio e inospitale, completamente isolato dal resto del mondo.

Dopo un paio di mesi, però, Rogozov cominciò ad accusare alcuni sintomi, che diligentemente annotò sul suo diario. Qualche linea di febbre, malessere, debolezza, nausea. Ma poi il dolore si localizzò sull’addome e il giovane medico scrisse il 29 aprile: “Sembra che io abbia l’appendicite. Continuo a mostrarmi tranquillo, perfino a sorridere. Perché spaventare i miei amici? Chi potrebbe essermi di aiuto?”

Non c’era via di scampo, nessuna possibilità di intervento esterno: fuori dal campo base c’era soltanto il deserto di ghiaccio, il buio, il freddo più estremo di tutto il globo terrestre. Nessuno sarebbe arrivato.

Nonostante gli antibiotici e le applicazioni fredde locali, il dolore continuava ad acutizzarsi, la febbre a salire e le crisi di nausea e vomito erano ormai continue. Rogozov comprese che l’appendicite sarebbe presto degenerata e per evitare la perforazione prese il coraggio a due mani e si decise a fare l’unica cosa che gli rimaneva: operarsi da solo.

Alle 20.30 del 30 aprile Rogozov scrisse sul suo diario: «Sto peggiorando. L’ho detto ai compagni. Adesso loro stanno iniziando a togliere tutto quello che non serve dalla mia stanza». Durante l’operazione chirurgica ad assisterlo ci saranno tre uomini, Alexandr Artemev, Zinovy Teplinsky e Vladislav Gerbovich. Peccato che nessuno dei tre abbia la benché minima preparazione medica. Artemev, un meteorologo, gli passerà i ferri; Teplinsky, meccanico, si occuperà di orientare la lampada e lo specchio; Gerbovich, direttore della stazione, sarà pronto a sostituire chi dei due dovesse sentirsi male.

Alle due di notte l’intervento ha inizio. In posizione semiseduta, dopo diverse iniezioni di procaina in più punti, Rogozov esegue la prima incisione sul suo stesso addome. Si rende però ben presto conto che lo specchio non servirà a molto e che per orientarsi dovrà seguire quasi esclusivamente il tatto. Decide quindi di procedere all’operazione senza guanti, per sentire meglio cosa sta tagliando. La posizione è scomoda e la visibilità nulla e dopo 45 minuti il medico comincia ad avvertire un senso di crescente vertigine, di debolezza, e a sudare in maniera incontrollata. Sta perdendo molto sangue e gli assistenti (costantemente sul punto di svenire) fanno quello che possono per cercare di tamponare la ferita e asciugargli il sudore dalla fronte.

Ad un certo punto Rogozov si rende conto che ha fatto un errore: si è tagliato per sbaglio l’intestino cieco. Così, sempre più stanco, si decide a suturare l’apertura… ogni 4 o 5 minuti deve fermarsi per riprendere le forze e il controllo, dato che gli sembra di poter perdere i sensi da un momento all’altro. Ma non si dà per vinto e continua a scavare, finché non riconosce l’appendice. Ma proprio in quel momento, quando è a pochi minuti dal traguardo, il cuore di Rogozov rallenta.

Il medico capisce che sta per finire male. Non riesce quasi più a muoversi, ma con un ultimo disperato sforzo tenta di completare l’operazione… e ci riesce. Rimuove l’appendice e faticosamente sutura la ferita. “Con orrore – scriverà –  mi rendo conto che l’appendice ha una macchia scura alla base. Questo vuol dire che anche un solo altro giorno e si sarebbe rotta e…”

…e sarebbe morto. Dopo due ore di operazione su se stesso, completamente sfinito, il giovane si addormenta alle 4 di mattina. Il giorno dopo avrà 38 di febbre, ma sarà vivo. Dopo due settimane di antibiotici, tolti i punti, Rogozov torna al lavoro nella stazione antartica. “Non mi sono concesso di pensare a nient’altro che al compito che avevo davanti. Era necessario armarsi di coraggio e stringere i denti”.

Rogozov venne recuperato il maggio 1962 dalla nave, per essere riportato a Leningrado dove lavorava come chirurgo. Morì il 21 settembre 2000, quindi quasi quarant’anni dopo lo straordinario intervento di appendicectomia. Il figlio, Vladislav Rogozov, oggi è anestesista nel Department of Anaesthetics dello Sheffield Teaching Hospital, in Gran Bretagna. E ancora adesso ama raccontare l’incredibile storia di suo padre, l’unico uomo a compiere un’operazione chirurgica completa su se stesso.

Progetto MKULTRA

Gli Americani saranno anche dei paranoici cospirazionisti, sempre pronti a vedere intrighi e misteriosi “progetti” dei servizi segreti ovunque; ma bisogna ammettere che questa loro paura non nasce dal nulla. Di cospirazioni e di strane operazioni occulte ne hanno viste e vissute parecchie.

Anni ’50, inizio della Guerra Fredda. Stati Uniti e Russia cominciano a cercare freneticamente nuove armi per essere sempre un passo più avanti del loro avversario. E, in aggiunta alle ricerche batteriologiche e al perfezionamento delle armi atomiche, la CIA decide che ci sono i presupposti per iniziare un’operazione un po’ differente, sperimentale, e soprattutto illegale.

Sotto il nome in codice MKULTRA, il nuovo programma di ricerca segreto si propone di studiare e scoprire dei metodi per controllare la mente delle persone. Vi ricordate il nostro articolo su José Delgado? Ecco, la CIA vuole fare un ulteriore passo innanzi. D’altronde, pochi anni prima, aveva utilizzato l’Operazione Paperclip per reclutare i “migliori” scienziati e criminali di guerra nazisti, comprando le conoscenze acquisite durante gli esperimenti umani nei campi di sterminio, in cambio dell’immunità dai processi. Alcuni di questi scienziati avevano studiato tecniche di lavaggio del cervello, interrogatorio e tortura.

L’intento della CIA è quello di capire se esiste la possibilità di indurre, ad esempio, una persona all’assassinio programmato; se c’è un metodo scientifico per attuare il lavaggio del cervello o estorcere informazioni durante un interrogatorio; se si può alterare la percezione degli eventi nei testimoni, e via dicendo. Va da sé che per raggiungere questi risultati occorrono cavie umane. Così, se molti dei soggetti studiati dal progetto MKULTRA sono consenzienti, i ricercatori comprendono subito che per ottenere delle analisi precise e delle prove inconfutabili serviranno anche soggetti ignari… cavie che non sappiano di star prendendo parte all’esperimento. Anche in questo risiede l’illegalità dell’operazione, coperta quindi dal massimo segreto. E, sempre in massimo segreto, vengono investiti milioni e milioni di dollari in un progetto che a posteriori si può tranquillamente definire aberrante e criminale.

La maggior parte degli esperimenti relativi a MKULTRA hanno a che fare con le droghe. Si ricercano sostanze che alterino la mente in tutti i modi possibili: dalle sostanze più innocue che favoriscano la concentrazione, o che si dimostrino efficaci come rimedio per il dopo-sbronza… fino ai metodi chimici per creare confusione, depressione, paranoia e shock prolungati in un soggetto, per inibire le menzogne, per creare uno stato di ipnosi, per indurre lo svenimento istantaneo o la paralisi degli arti. Insomma, droghe “positive” che possono potenziare le truppe americane; e droghe “negative”, destinate a controllare e alterare la forza mentale del prigioniero o del nemico.

Gli esperimenti di MKULTRA meglio conosciuti sono quelli legati alla sperimentazione dell’LSD. Sintetizzata per la prima volta nel 1938 da Albert Hoffman, la dietilamide-25 dell’acido lisergico (LSD) era ancora sconosciuta al grande pubblico.  Gli agenti di MKULTRA decisero di comprendere i suoi effetti su una serie di cavie ignare, e nella famigerata Operazione Midnight Climax misero a punto questo sistema: dopo aver installato dei finti specchi in alcuni bordelli di San Francisco, con la complicità delle prostitute facevano in modo che al cliente venisse servito un drink in cui era stata disciolta una potente dose di acido. La “sessione” veniva quindi filmata da dietro lo specchio.

A poco a poco gli effetti della droga si manifestavano, e i clienti cominciavano ad essere preda di violente e incontrollabili allucinazioni; come si sa, l’LSD è fra le sostanze psicoattive sintetiche più potenti, con effetti che ad alti dosaggi possono spingersi ben oltre le 12 ore. I poveri clienti, arrivati con la modesta speranza di una seratina piccante, si ritrovavano di colpo scaraventati nel baratro della follia, in quella che aveva tutta l’aria di essere una crisi psicotica. Non capivano, non potevano capire perché di colpo vedessero le dimensioni della stanza alterarsi, il tempo distorcersi e la carta da parati pulsare come fosse viva. Si convincevano di essere impazziti di colpo, e il terrore si impadroniva di loro. Una volta esauriti gli effetti della droga, gli agenti si palesavano e intimavano alla vittima, ancora sotto shock, di non rivelare nulla di quanto era successo. Se avessero raccontato la loro storia, si sarebbe anche saputo che frequentavano il bordello… Alcuni dei soggetti non si ripresero più, e finirono ospedalizzati, e molti ritengono che diversi suicidi siano imputabili a questi esperimenti senza scrupoli.

Oltre alla somministrazione di droghe, il progetto sondò anche le diverse possibilità offerte dalla deprivazione sensoriale, dall’ipnosi, dalla privazione del sonno e dagli abusi verbali e fisici. Che tipo di osservazioni scientifiche si potevano trarre da simili esperimenti? Che valore aveva questa ricerca? Quando la CIA ammise pubblicamente, fra il 1975 e il 1977, l’esistenza del progetto MKULTRA e offrì le sue scuse, confessò anche che tutte queste ricerche non avevano portato ad alcun risultato concreto.  Gli agenti a capo degli esperimenti, si scoprì, non avevano nemmeno le qualifiche necessarie per essere degli osservatori scientificamente attendibili. Quindi la massiccia operazione, dal costo stimato di più di 10 milioni di dollari, e che aveva coinvolto numerose multinazionali farmaceutiche e distrutto la vita a molti civili divenuti cavie, non era servita a nulla.

Nonostante la declassificazione di molti documenti, iniziata nel 1977, e le ammissioni della CIA, c’è chi è pronto a giurare che la “confessione” sia un ulteriore depistaggio, e che il progetto MKULTRA non sia mai stato chiuso: continuerebbe ancora, sotto diverso nome, per mettere a punto metodi sempre più perfezionati di controllo della mente.

Ma la cosa forse più curiosa è un effetto boomerang che la CIA non poteva prevedere, e che cambiò la storia. Come ricordato, non tutti i soggetti degli esperimenti di MKULTRA erano vittime ignare. Fra i volontari che si sottoposero ad alcuni test con l’LSD in California, c’era anche un giovane studente della Stanford University. Questo ragazzo, sconvolto dal potenziale della droga, decise che avrebbe cercato di promuovere l’LSD anche al di fuori di MKULTRA. Lo studente era Ken Kesey, autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, che di lì a poco avrebbe fondato i Merry Pranksters e girato gli Stati Uniti portando follia e buonumore su un furgoncino multicolore, dispensando dosi gratuite di LSD a chiunque volesse provare. Grazie a Kesey cominciò la rivoluzione degli anni ’60, la pacifica ribellione hippie, e la cosiddetta psichedelia che cambiò volto alla società, alla musica, alla politica e alla cultura.

Da un terribile progetto segreto militare per il controllo della mente, quindi, nacque paradossalmente un movimento che in pochi anni conquistò il mondo; milioni di ragazzi cominciarono a predicare la liberazione della mente, l’espansione e l’allargamento della coscienza, l’uguaglianza dei diritti, il sesso libero, la convivenza pacifica e l’affrancamento da qualsiasi organizzazione militare o politica. Non esattamente quello che i vertici della CIA, con tutte le loro sofisticate conoscenze, avevano sperato di ottenere.

Il dentista di Jaipur

Falk Peplinski è l’autore di questo cortometraggio documentario che narra la quotidianità del dentista Pushkar e del suo maestro Pyara Singh, che operano nei pressi della stazione ferroviaria di Jaipur. Nonostante il tono ironico, questo breve (ma intenso!) filmato vuole essere una dichiarazione d’amore per l’India, paese in cui tutto può succedere…

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Lobotomia transorbitale

Una delle pratiche mediche più discusse della storia, ormai completamente abbandonata, è la lobotomia. Eppure questa tecnica chirurgica ha goduto di un grande successo e diffusione fino a tempi relativamente recenti.

La lobotomia è una procedura neurochirurgica che consiste nel tagliare le connessioni della corteccia prefrontale, la parte anteriore dei lobi frontali del cervello. Introdotta nel 1935, ebbe un’inaspettata fortuna per più di vent’anni. Veniva utilizzata per ridare la pace agli animi tormentati, agli schizofrenici incurabili, e agli psicotici all’ultimo stadio.

Le prime tecniche prevedevano l’apertura del cranio per effettuare la lobotomia, ma questo rendeva la terapia economicamente irraggiungibile per molte fasce di popolazione; fu così che il dottor Freeman, nel 1945, mise a punto con l’aiuto del suo collega Watts una tecnica che prevedeva l’uso di lunghi strumenti ispirati ai punteruoli rompighiaccio (ice pick lobotomy). Questa nuova tecnica poteva essere svolta come una terapia da ambulatorio, senza bisogno di sale operatorie e grandi dispendi. L’idea del dottore era che la lobotomia avrebbe risolto praticamente tutti i mali psicologici moderni.

Nella lobotomia transorbitale così come la praticava Freeman, al soggetto veniva sollevata la palpebra superiore dell’occhio; il punteruolo (chiamato orbitoclast) veniva martellato fino a rompere il sottile strato osseo sopra l’occhio, e inserito dunque nel cervello. E qui cominciava il vero show di Freeman: con movimenti sicuri e decisi, muoveva i punteruoli avanti e indietro, e lateralmente, al fine di distaccare i lobi frontali dal talamo. Nel 1948 Freeman impreziosì la procedura, aggiungendo il “taglio profondo frontale”, un movimento del punteruolo direttamente dentro al lobo, un taglio che metteva talmente sotto pressione lo strumento chirurgico che talvolta si spezzava, rimanendo all’interno. Freeman era conscio dell’aspetto spettacolare delle sue operazioni, che spesso praticava in pubblico. Era arrivato a esibire una tale maestria da riuscire a operare i suoi punteruoli con una mano sola. Nel 1947 Watts, il collega assieme al quale aveva sviluppato la tecnica, si distaccò da Freeman, disgustato dalla piega che aveva preso una pratica chirurgica che auspicava più seria.

Già tra il 1940 e il 1944 erano state operate 684 lobotomie solo negli Stati Uniti; grazie alla promozione evangelica che Freeman fece della cura, i numeri impennarono verso la fine del decennio. Ovviamente, i danni collaterali della lobotomia erano evidenti: i pazienti molte volte rimanevano in stato semi-vegetativo, o mostravano evidenti problemi di linguaggio – praticamente, rimanevano disabili per tutta la vita. Certamente la lobotomia era efficace per facilitare la cura dei pazienti più violenti: all’epoca, inoltre, i farmaci per malattie di tipo psichiatrico erano ancora agli albori. Per mettere maggiormente questa pratica nel contesto di quegli anni, bisogna ricordare che non si trattava dell’unica terapia radicale e invasiva in voga nella prima metà del XX secolo: elettroshock, shock da insulina, terapia malarica, coma indotto da barbiturici, shock cardiaci… i medici, all’epoca, non ci andavano certo per il sottile.

Si stima che negli Stati Uniti siano state lobotomizzate più di 40.000 persone, 17.000 in Gran Bretagna, 9.300 nei paesi Scandinavi. Nel 1950 l’URSS vietò la pratica, bollandola come contraria ai diritti umanitari, perché “trasforma un malato di mente in un idiota”. Negli anni ’70 la lobotomia lentamente cessò di essere utilizzata, anche se alcuni casi si segnalano fino agli anni ’80. Fra i più famosi lobotomizzati, ricordiamo Rosemary Kennedy (sorella di John), che si sottopose all’intervento a 23 anni e rimase per sempre ritardata, e la sorella di Tennessee Williams, Rose, la cui sorte sembra abbia ispirato diversi motivi ricorrenti nell’opera del drammaturgo americano.

Il buco in faccia

Ecco un anziano signore che (probabilmente come effetto postumo di un’asportazione chirurgica) è rimasto con un impressionante foro al posto dell’occhio sinistro; il buco rende possibile vedere perfino il nervo ottico.

E, se ve lo state chiedendo, sì, è ancora in grado di farsi una doccia.

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