Fumone, il castello invisibile

Se il “mistero” già dalla radice etimologica rappresenta tutto ciò che è chiuso, incomprensibile e nascosto, il castrum (castello), in quanto luogo rinserrato e fortificato, gioca da sempre il ruolo di sua perfetta cornice; diviene dunque scenografia ideale per storie soprannaturali, scrigno di innominabili e terribili vicende, schermo esemplare affinché le nostre paure e i nostri desideri possano esservi proiettati.

È il caso del castello di Fumone, che sembra impossibile separare dal mito, dall’aura enigmatica che lo circonfonde, anche in virtù di un passato particolarmente drammatico.

Fin nel suo nome il borgo laziale porta con sé l’eredità del più cupo e minaccioso dei presagi: l’avanzata degli invasori.
Da quando venne assoggettato allo Stato Pontificio nel XI Secolo, Fumone ricoprì infatti una funzione strategica d’avamposto, di sentinella, essendo deputato ad avvertire i paesi limitrofi della presenza di armate nemiche; quando queste ultime venivano avvistate, si provvedeva a bruciare legno nella torre più alta, l’Arx Fumonis. Il segnale era poi ripetuto, come un passaparola, dalle altre cittadine, nelle quali via via si alzavano simili colonne di fumo denso, fino a che l’allerta non giungeva all’Urbe. “Cum Fumo fumat, tota campania tremat”: quando Fumone fuma, tutta la campagna trema.
Il maniero, dotato di ben quattordici torri, si dimostrò una fortezza militare inespugnabile, capace di respingere gli eserciti di Federico Barbarossa e di Enrico VI di Svevia, ma il volto più sanguinoso della sua storia rimase legato alla sua funzione di prigione dello Stato della Chiesa.
Divenne tristemente celebre nel corso dei secoli per le disumane condizioni di detenzione, oltre che per gli illustri ospiti che loro malgrado vennero accolti dalle sue mura impietose. Vi furono imprigionati fra gli altri l’antipapa Gregorio VIII nel 1124 e, più di cento anni dopo, il Papa Celestino V colpevole del “gran rifiuto”, ossia aver abdicato al soglio pontificio.

Già su questi due personaggi la leggenda ha posato il suo velo.
Gregorio VIII morì rinchiuso a Fumone, dopo aver osteggiato i Papi Pasquale II, Gelasio II e Callisto II ed essere stato da quest’ultimo sconfitto. In un corridoio del castello, una lapide ricorda lo storico antipapa, e le guide (così come il sito ufficiale) non dimenticano di insinuare il dubbio che dietro quella lapide giaccia murato lo stesso cadavere di Gregorio VIII, mai ritrovato. Soltanto il primo dei molti brividi che la visita propone.
Quanto al mansueto ma scomodo Celestino V, morì probabilmente a causa di una polmonite e degli stenti anche dovuti alla prigionia, e qui la tradizione vuole che una croce infuocata fosse apparsa a mezz’aria di fronte alla sua cella il giorno prima della morte. Su innumerevoli siti internet viene riportata la notizia che un recente studio del cranio di Celestino avrebbe rilevato un foro causato da un chiodo di dieci centimetri, segno inequivocabile dell’esecuzione crudele voluta dal suo successore Bonifacio VIII; ma a ben guardare, la storia della “recente” perizia si rifà in verità a due esami distinti e tutt’altro che attuali, risalenti al 1313 e al 1888, mentre nel 2013 un’analisi delle spoglie ha provato che il foro è stato praticato molto tempo dopo la morte del Santo.
Ma, come già detto, quando si tratta di Fumone la leggenda permea ogni centimetro di castello, e sopravanza qualsiasi realtà.

Un altro esempio è il famigerato “Pozzo delle Vergini”, ubicato in uno stretto angolo sotto una scalinata.
Dal sito del castello:

Appena giunto all’ingresso del Piano Nobile il visitatore si troverà di fronte al  “Pozzo delle vergini”, il crudele strumento che a volte  veniva utilizzato dai Feudatari di Fumone quando decidevano di esercitare il diritto dello “IUS PRIMAE NOCTIS” (in uso in tutti i feudi europei). Prima di autorizzare matrimoni tra gli abitanti del suo territorio il “Signore” di Fumone aveva la facoltà di poter trascorrere una  notte con le future spose, ma se le sventurate non arrivavano vergini al suo cospetto questi le faceva inesorabilmente precipitare nel pozzo.

Altri portali, pur seri, aggiungono che il pozzo “pare celasse lame affilate“; e tutti sono concordi nel parlare dello ius primae noctis come una pratica concreta e assodata. Dovrebbe però essere ormai chiaro, dopo decenni di ricerche, che anche questa non è altro che una leggenda nata nei secoli di passaggio tra il Medioevo e l’Età Moderna. Gli studiosi hanno rivoltato come calzini le legislazioni romano-barbariche, longobarde, carolingie, comunali, del Sacro Romano Impero e dei regni successivi, senza trovarvi nulla che assomigliasse al fantomatico ius primae noctis. Se qualcosa di simile è esistito, sotto forma di maritagium o foris maritagium, è molto più probabilmente riconducibile a un diritto sui beni e non sulle persone: il padre della sposa doveva pagare un indennizzo al feudatario per poter garantire una dote alla figlia — in sostanza, i poderi passavano da suocero a genero al prezzo di una tassa al signore locale.
Ma, anche qui, perché chiedersi cosa è vero, quando l’idea del pozzo in cui venivano gettate le giovani vittime è così morbosamente allettante?

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Vorrei specificare a questo punto che non è mio interesse fare debunking delle notizie pubblicate sul sito del castello, né su qualsiasi altro. Le leggende esistono da tempo immemorabile, e se sopravvivono significa che si tratta di narrative efficaci, importanti, perfino necessarie. Il mio vuole essere, come di consueto, uno sguardo al tempo stesso disincantato e meravigliato, senza posa affascinato dall’immenso potere del racconto, e l’analisi serve unicamente a chiarire che stiamo parlando, per l’appunto, di leggende.
Ma torniamo alla nostra visita al castello.

Forse la più bizzarra curiosità in tutto il maniero è una piccola credenza di legno nella saletta dell’archivio.
La stanza conserva libri antichi e documenti, e nulla può preparare il visitatore alla sorpresa che lo attende quando l’anonimo mobile viene aperto: al suo interno, dentro una teca di cristallo, sono conservate le spoglie di un bambino, attorniato dai suoi giocattoli preferiti. L’anta inferiore scopre il guardaroba appartenuto al fanciullo deceduto.

La fosca storia che si narra è quella del Marchesino Francesco Longhi, ottavo e ultimo figlio della Marchesa Emilia Caetani Longhi, avuto dopo aver dato alla luce le sue sette sorelle. Le quali, sempre secondo la leggenda, non videro di buon occhio questo inopportuno legittimo erede, e procedettero ad avvelenarlo o a portarlo a lenta morte sminuzzando del vetro nei suoi pasti. Il bambino accusò forti dolori e morì poco dopo, lasciando la madre nella più terribile disperazione. Accecata dalla sofferenza, la Marchesa fece ridipingere tutti i quadri per cancellarvi ogni segno di letizia, volle imbalsamare il corpo del figlioletto e continuò a vestirlo, svestirlo, parlargli e piangere al suo capezzale fino a quando pure lei non morì.

Questa tragica vicenda non poteva mancare di risvolti soprannaturali. Ecco allora comparire il fantasma della Marchesa, avvistato di tanto in tanto piangente nel castello, e addirittura quello del pargolo, che si divertirebbe a giocare e a spostare gli oggetti nelle grandi sale della rocca.

Un luogo come Fumone sembra fungere da catalizzatore di lugubri misteri, e rappresenta la quintessenza della nostra voglia di paranormale. Che la comunicazione e il marketing in parte ci giochino non deve certo indignare, in un’epoca come la nostra in cui risulta sempre più faticoso valorizzare le incredibili ricchezze del nostro patrimonio. In fondo, se la gente viene per i fantasmi, se ne va avendo imparato un po’ di storia.
Ma ci si potrebbe domandare: perché amiamo così visceralmente le storie di spettri, di cadaveri occultati, di segrete atrocità?

Fabio Camilletti, nella sua brillante introduzione all’antologia Fantasmagoriana, racconta di Étienne-Gaspard Robert, in arte Robertson, uno dei primi impresari ad utilizzare la lanterna magica per uno show di luci e suoni sbalorditivo. Alla fine dei suoi spettacoli faceva comparire dal nulla uno scheletro, ammonendo gli spettatori riguardo la loro sorte finale.

Camilletti ricollega questo stratagemma all’idea che i fantasmi, in ultima analisi, siamo noi stessi:

Robertson diceva qualcosa di simile, prima di riaccendere il proiettore e mostrare uno scheletro ritto sul piedistallo: questo siete voi, questo è il fato che vi attende. Raccontare storie di fantasmi, per quanto paradossale possa sembrare, è allora, anche, un modo di venire a patti con la paura della morte, e dimenticare — nello spazio dell’incanto creato dalla narrazione, o dalla lanterna magica — la nostra natura effimera e sfuggente.

Che sia questa la motivazione dietro il fascino delle storie di spiriti, ovvero quella opposta — un più prosaico rifiuto dell’impermanenza che trova sollievo nell’idea di una traccia lasciata dopo la morte (sempre meglio tornare come fantasmi che non tornare affatto) — è indubitabile che si tratti di una proiezione simbolica estremamente potente. Tanto da stratificarsi nel tempo e ricoprire come un’ombra certi luoghi, rendendoli fantastici ed elusivi. Lo stesso vale per i racconti macabri di torture e uccisioni, che trasformando in narrativa il timore ultimo forse contribuiscono a metabolizzarlo.

Il castello Longhi-De Paolis è tuttora avvolto da un denso fumo: non più quello che scaturiva dall’altissima torre, bensì il fumo del mito, le leggende intessute sulla pelle antica della storia. Difficile e forse sterile, in un simile luogo, ostinarsi a distinguere la verità dalla costruzione simbolica, i fatti dalle interpretazioni, la realtà dalla fantasia.
Fumone è un castello “invisibile” che non sarebbe dispiaciuto a Calvino, fortificazione ormai più mentale che concreta, rifugio del sognatore in cerca del conforto (perché sì, esse confortano) di favole crudeli.

Ecco il sito ufficiale del Castello di Fumone.

La nave nel buio

Trascorse il logorìo di giorni e giorni.
Ogni gola riarsa e vitreo ogni occhio.
Il logorìo di giorni e giorni!
(S.T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio)

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Talvolta la storia supera qualsiasi racconto folkloristico per macabra fantasia e inaudite coincidenze.

Le Rodeur partì dal golfo del Biafra nell’aprile del 1819, diretto all’isola di Guadalupa. Era una nave schiavista francese, e ospitava a bordo 22 uomini dell’equipaggio e 162 schiavi.
Stipati nel buio della stiva in condizioni igieniche orribili, gli schiavi venivano nutriti poco e male: cibo scarso e spesso avariato, e mezzo bicchiere d’acqua al giorno.

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Dopo 15 giorni di viaggio, alcuni degli schiavi cominciarono a diventare ciechi. All’inizio non venne data molta importanza alla cosa, ma la malattia degli occhi era evidentemente infettiva e l’epidemia cominciò a dilagare fra i prigionieri. Il medico di bordo, convinto che la causa fosse l’aria insalubre e impura che si respirava nella stiva, ordinò che agli schiavi fosse di tanto in tanto permesso di prendere una boccata d’aria. Ma, di fronte agli attoniti marinai, una volta portati sul ponte, molti fra questi schiavi si abbracciavano e si gettavano fuori bordo stretti l’uno fra le braccia dell’altro, impedendosi vicendevolmente di nuotare così da annegare più velocemente. Saltavano davvero “nella speranza, che prevale così universalmente tra di loro, che [i loro spiriti] sarebbero stati velocemente trasportati indietro alle loro case in Africa” – come sosteneva un anno dopo M. Benjamin Constant nel suo discorso alla Camera dei Deputati di Francia? Probabile, ma possiamo anche immaginare che per un uomo catturato, incatenato, chiuso al buio in condizioni terrificanti e i cui occhi avevano smesso di vedere la luce, le onde del mare sembrassero un destino preferibile a quello  che lo attendeva sul Rodeur.

Quale che fosse la motivazione, al capitano della nave non piaceva affatto perdere il suo prezioso carico in quel modo. Così ordinò che gli schiavi che venivano fermati mentre tentavano il suicidio, fossero poi fucilati o impiccati di fronte ai loro compagni.

Ma l’epidemia non si fermava: in breve tutti i prigionieri persero la vista, e allora fu lo stesso capitano a cominciare a gettare gli schiavi fuori bordo, nel tentativo di arginare l’avanzare della malattia (e di risparmiare sui costi di mantenimento per una “merce” ormai invendibile); 36 uomini persero la vita così, buttati alle onde.

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A poco a poco anche l’equipaggio cominciò ad essere inesorabilmente infettato dall’oftalmia, finché rimase soltanto un uomo ancora capace di vedere. L’unico in grado di stare al timone, e di cercare di riportare il Rodeur verso la salvezza – e forse anche la sua vista aveva le ore contate.

A tentoni, nelle tenebre della cecità, i marinai si diedero il cambio per giorni alle corde, senza speranza. E poi, un mattino, successe quello che il giornalista John Randolph Spears definì “uno degli incidenti più rimarchevoli della storia del commercio marino”. Mentre cercava disperatamente di recuperare la rotta, il solitario timoniere del Rodeur avvistò una nave che avanzava a vele spiegate: era la goletta schiavista spagnola Leon. La gioia esplose fra la ciurma: la fortuna aveva portato dei soccorsi proprio verso di loro!

Mentre la nave spagnola si avvicinava, però, gli occhi affaticati del timoniere si accorsero che essa sembrava andare alla deriva – le gomene erano lente e sfatte, e il ponte completamente deserto. Pareva un relitto galleggiante, abbandonato al mare, che si prendeva gioco delle loro speranze di salvataggio. Ma il Leon non era completamente deserto: arrivati a una distanza sufficiente da poter essere sentiti, i marinai francesi si misero a gridare verso la nave e finalmente degli uomini cominciarono ad apparire. Ma i passeggeri della nave straniera erano allucinati e terrorizzati tanto quanto i marinai del Rodeur: aggrappandosi alla balaustra, gli spagnoli risposero urlando che tutto il loro equipaggio era divenuto cieco a causa di una malattia sviluppatasi fra gli schiavi. In un attimo la speranza si trasformò in orrore, perché proprio dalla nave che avrebbe dovuto portare il Rodeur fuori dall’incubo, arrivava ora una preghiera di salvezza.

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Colpite dallo stesso morbo e incapaci di darsi aiuto, le due navi si separarono.
Il 21 Giugno il Rodeur raggiunse Guadalupa; secondo la Bibliothèque Ophthalmologique, l’unico uomo che era scampato all’oftalmia divenne cieco tre giorni dopo essere riuscito a ricondurre in porto la nave.
Il Leon invece si perse nell’Atlantico, e non se ne seppe più nulla.

Il Concilio cadaverico

Questa è la storia del processo post-mortem ad uno dei pontefici più perseguitati della storia, e dimostra come a Roma, tra la metà del IX secolo fino a metà del X secolo, essere papa non fosse certo una passeggiata.

Si trattava di un’epoca turbolenta, la capitale era in mano a diverse potenti famiglie aristocratiche in violenta lotta fra di loro e ognuna cercava con ogni mezzo di installare sullo scranno papale uno dei loro uomini di chiesa, protetti e sostenitori della famiglia in questione. Le rivalità per il potere, gli intrighi e l’efferatezza di queste casate, vista oggi, è certamente stupefacente: riuscivano a far deporre il pontefice in carica, o perfino ad ucciderlo per vendetta contro presunte offese e decisioni a loro sfavorevoli. Dall’872 al 965 si avvicendarono ben 24 papi, 7 dei quali assassinati. Giovanni VIII, ad esempio, venne avvelenato, ma poiché il veleno tardava a fare effetto gli venne fracassato il cranio con un martello. Stefano VIII cadde in un agguato e venne ucciso tramite orribili mutilazioni.
Visto che usualmente il nuovo papa era spalleggiato dalla famiglia nemica del papa precedente, egli spesso si accaniva sul suo predecessore, e ne annullava le decisioni. Secondo alcune fonti coeve, nel 904 Sergio III divenne il primo papa (e unico, per fortuna) ad ordinare l’uccisione di un altro papa, Leone V, incarcerato e strangolato.
In questa sanguinosa confusione le bizzarrie si sprecavano: Giovanni XI fu ordinato pontefice (si suppone) in quanto figlio illegittimo di un altro papa e imposto dalla madre-cortigiana, e Giovanni XII divenne papa quand’era ancora adolescente (incoronato a 18 anni, ricordato come uno dei papi più dissoluti e immorali).

Questo dovrebbe darvi un’idea del contesto in cui si svolse l’assurdo processo di cui stiamo per parlare, e che è a detta di molti studiosi, il “punto più basso dell’intera storia del papato”.


Papa Formoso era asceso al soglio pontificio nell’891. Il periodo, come abbiamo detto, non era dei migliori e Formoso era inviso a molti, tanto da essere stato addirittura scomunicato e poi riammesso alla Chiesa una quindicina d’anni prima. Appena diventato papa anche lui dovette far fronte alle pressioni politiche, incoronando il potente Lamberto di Spoleto come imperatore del Sacro Romano Impero. Con un coraggioso doppio gioco, però, Formoso chiamò i rinforzi dalla Carinzia, invitando il re Arnulfo a marciare su Roma e liberare l’Italia, cosa che costui fece occupando il nord Italia, fino ad essere finalmente incoronato imperatore nell’896 da Formoso. Anche per gli imperatori, a quell’epoca, le cose erano piuttosto turbolente.

Proprio mentre Arnulfo stava marciando su Spoleto per muovere guerra a Lamberto, venne colto da paralisi e non potè portare a termine la campagna. Questo spiega perché Lamberto e sua madre Ageltrude avessero, per così dire, il dente avvelenato verso papa Formoso.

Nell’aprile dell’896 Formoso morì. Dopo un papato “di passaggio”, quello di Bonifacio VI che regnò soltanto una decina di giorni, fu incoronato papa Stefano VI. Egli era appoggiato proprio da Lamberto da Spoleto (e dalla madre di lui), e come loro nutriva un odio viscerale per papa Formoso. Nemmeno la morte di quest’ultimo, avvenuta sette mesi prima, avrebbe fermato il suo odio, così terribile e devastante.

Sobillato da Ageltrude e Lamberto, Stefano VI nel gennaio dell’897 decise che Formoso, deceduto o non deceduto, andava comunque processato, e diede ordine di cominciare quello che negli annali sarà chiamato synodus horrenda, “Sinodo del cadavere” o “Concilio cadaverico”.
Fece riesumare la salma putrescente di Formoso, dispose che venisse vestita con tutti i paramenti pontifici e trasportata nella basilica di San Giovanni in Laterano.


Qui si svolse il macabro processo: il cadavere, già in avanzato stato di decomposizione, venne seduto e legato su un trono nella sala del concilio. Di fronte a lui, un uguale seggio ospitava Stefano VII attorniato dai cardinali e dai vescovi, costretti dal papa a fungere da giuria per questa grottesca farsa. A quanto si racconta, il processo fu interamente dominato da Stefano VI, che in preda a un furore isterico si lanciò in una delirante filippica contro la salma: mentre il clero spaventato assisteva con orrore, il papa urlava, gridava insulti e maledizioni contro il cadavere, lo canzonava.

Di fianco ai resti di Formoso stava in piedi un giovane e terrorizzato diacono: il suo ingrato compito era quello di difendere il cadavere, ovviamente impossibilitato a controbattere. Di fronte alla furia del pontefice, il povero ragazzo restava ammutolito e tremante, e nei rari momenti di silenzio cercava di balbettare qualche debole parola, negando le accuse.

Manco a dirlo, Formoso venne giudicato colpevole di tutti i capi contestatigli. Il verdetto finale stabilì che egli era stato indegno d’essere nominato papa, che vi era riuscito soltanto grazie alla sua smodata ambizione, e che tutti i suoi atti sarebbero stati immediatamente annullati.

E così cominciò la carneficina. Le tre dita della mano destra con cui Formoso aveva dato la benedizione vennero amputate; le vesti papali furono strappate dal cadavere, che venne poi trascinato per le strade di Roma e gettato nel Tevere. Dopo tre giorni, il corpo verrà ritrovato ad Ostia da un monaco, e nascosto dalle grinfie di Stefano VI finché quest’ultimo rimase in vita.

L’orribile e selvaggia follia del Sinodo del cadavere però non passò a lungo inosservata: tutta Roma, rabbiosa e indignata per il maltrattamento delle spoglie di Formoso, insorse contro Stefano VI, che dopo pochi mesi venne imprigionato e strangolato nell’agosto dell’897.

I due pontefici successivi riabilitarono Formoso; le sue spoglie, nuovamente vestite con i paramenti pontifici, vennero inumate in pompa magna nella Basilica di San Pietro (non immaginatevi quella attuale, ovviamente, all’epoca una basilica costantiniana sorgeva sul medesimo sito). Tutte le decisioni prese da Formoso durante il suo pontificato vennero ristabilite.

Ma ancora non era del tutto finita. Vi ricordate quel papa che mandò a morte un altro papa, e che fece salire al soglio pontificio il suo figlio illegittimo? Costui era papa Sergio III, incoronato nel 904 e di fazione anti-Formoso; egli dichiarò nuovamente valido il Sinodo del cadavere, annullando così ancora una volta le disposizioni ufficiali del vecchio papa. A questo punto fu la Chiesa stessa ad insorgere, anche perché molti vescovi ordinati da Formoso avevano ormai a loro volta ordinato altri sacerdoti e vescovi… per evitare la baraonda, Sergio III dovette tornare sui suoi passi. Si prese la sua piccola rivincita comunque, facendo incidere sulla tomba di Stefano VI un epitaffio che ne esaltava l’operato e denigrava l’odiato Formoso.

Il setaccio del tempo, però, non gli renderà onore. Sergio III verrà giudicato come un assassino e un uomo dissoluto, e sarà ricordato principalmente per aver permesso a Teodora, madre della concubina con cui egli si intratteneva, di instaurare in Vaticano una primitiva forma di pornocrazia.
Papa Formoso, dal canto suo, arriverà quasi alle soglie della beatificazione. Eppure, ad oggi, non c’è mai stato un papa Formoso II. A dir la verità, il Cardinale Barbo, quando fu incoronato pontefice nel 1464, ci aveva fatto un pensierino, perché gli piaceva l’idea di essere ricordato come un papa di bella presenza (formosus, “bello”). I suoi cardinali, però, riuscirono a dissuaderlo, ed egli scelse il più tranquillo nome di Paolo II.

(Grazie, Alessandro & Diego!)

Grand Guignol

A vederlo da fuori, non faceva chissà quale impressione: era un teatrino posto alla fine di un vicolo cieco nel 9° arrondissement, e poteva contenere soltanto 300 persone: una miseria, rispetto agli altri teatri parigini. Eppure il Grand-Guignol registrava il tutto esaurito, ogni sera, ad ognuno dei suoi spettacoli distribuiti su diversi orari.

No, non c’erano affascinanti donnine nude in quegli spettacoli. Niente cabaret o gonne rialzate come al Moulin Rouge. Quello che il Grand-Guignol offriva era davvero unico: dalla data della sua apertura, nel 1897, il suo fondatore Oscar Métenier aveva deciso che il suo teatro avrebbe mostrato la faccia della realtà che il teatro borghese “alto” non avrebbe mai potuto rappresentare. Cominciò così ad adattare per il suo teatro quella “Mademoiselle Fifi” protagonista di un romanzo di Maupassant. Si trattava della prima prostituta protagonista su un palcoscenico. Risultato: il Guignol venne temporaneamente chiuso dalla polizia per motivi di censura. Nella seguente pièce “Lui!”, Métenier piazzava in una stanza d’hotel un’altra prostituta e un criminale.

A sostituire Métenier alla direzione del teatro arrivò quasi subito Max Maurey: fu lui che ebbe l’illuminazione – il Grand-Guignol si sarebbe trasformato in una casa dell’orrore! I suoi protagonisti sarebbero stati i derelitti – prostitute, uomini di malaffare, malviventi, trafficanti, assassini. Le storie che li vedevano protagonisti dovevano essere ancora più sordide: tradimenti, vendette, infanticidi, torture, accoltellamenti, decapitazioni, e tutto un armamentario di crudeltà assortite. Maurey decise che avrebbe misurato la riuscita di ogni spettacolo dal numero di svenimenti in sala…

Assunse così il drammaturgo André De Lorde, che scrisse e mise in scena centinaia di questi drammi nerissimi; sul palcoscenico, grazie all’uso di effetti speciali (talvolta raffazzonati, ma talvolta fin troppo convincenti), si poteva vedere una vecchia a cui veniva premuta la faccia sulla piastra ardente della cucina… una bella donna trafitta da una dozzina di coltelli… sgozzamenti fra mariti e mogli, regolamenti di conti fra luridi individui, cadaveri, urla, sangue finto e molto, molto sensazionalismo.

La formula era davvero magica. Per appagare questo segreto e inconfessabile piacere, i parigini riempivano la sala più volte a sera. Pian piano il tema centrale degli spettacoli del Grand-Guignol divenne la follia (che in quel periodo si iniziava appena a studiare), declinata in mille manie e perversioni diverse: c’era il necrofilo che disseppelliva i corpi, c’era la tata che provava l’impulso di strangolare i bambini che teneva in custodia, ecc. Allo stesso modo altre malattie fecero fortuna all’interno delle pièce: la rabbia sopra a tutte, ma anche la lebbra (faceva sempre effetto vedere gli attori che perdevano pezzi di corpo), o la vergognosa sifilide.

Nei suoi quasi 70 anni di attività, il Grand-Guignol ebbe anche la sua star: Paula Maxa.

Lungo la sua carriera al Grand-Guignol, Maxa, “la donna assassinata più volte al mondo”, subì una serie di torture senza pari nella storia del teatro: le spararono, con il fucile e con la pistola, le fecero lo scalpo. Fu strangolata, sventrata, stuprata, ghigliottinata, impiccata, squartata, bruciata, dissezionata, tagliata in 83 pezzi da una spada invisibile spagnola, morsa da uno scorpione, avvelenata con l’arsenico, divorata da un puma, strangolata con una collana di perle, e frustata.

Oltre a questo, fu soggetta ad una spettacolare mutazione che un critico teatrale dell’epoca descrisse così: “Per duecento notti di fila, lei semplicemente si decompose sul palcoscenico di fronte a una platea che non avrebbe scambiato il proprio posto con tutto l’oro delle Americhe. L’operazione durava due minuti buoni, durante i quali la giovane donna si trasformava a poco a poco in un cadavere orribile”.

Ma poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale, che tolse l’innocenza a tutti e tutto. Se il pubblico aveva potuto essere spaventato in modo fanciullesco dagli orrori del Grand-Guignol, dopo il conflitto non fu più possibile. Nel 1962, dopo un’ultima stanca stagione, il teatro chiuse i battenti per sempre. Il suo ultimo direttore, Charles Nonon, spiegò le motivazioni della sua decisione: “Non avremmo mai potuto competere con Buchenwald. Prima della guerra, tutti credevano che quello che succedeva sul palcoscenico era puramente immaginario; ora sappiamo che queste cose sono possibili – anzi, che può esserci anche di peggio”.