Emperor Norton

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Questa è la storia dell’unico Imperatore degli Stati Uniti d’America.

Nel 1849, un uomo di circa trent’anni sbarcò a San Francisco da un battello a vapore. Il suo passato era sconosciuto: a quanto si sapeva era inglese (o forse scozzese), di famiglia ebraica, e aveva passato la prima parte della sua vita in Sud Africa, impiegato nelle milizie di Capo di Buona Speranza. Il suo nome era Joshua Abraham Norton.

Norton era arrivato in America con un’eredità di 40.000 dollari, ben deciso a farli fruttare. In effetti il suo lavoro partì a gonfie vele: la compravendita di immobili, e le commissioni nel mercato di importazione, gli fruttarono presto un grosso capitale, e non immeritatamente. Norton era scaltro, di un’intelligenza acuta e di rimarchevole giudizio e fiuto per gli affari. A questi attributi si aggiungevano delle qualità più rare, vale a dire un’integrità morale inflessibile, e una gentilezza d’animo davvero poco comune. Nel giro di quattro anni la sua fortuna era arrivata a un quarto di milione di dollari.

Nel 1853, a causa di una carestia, la Cina arrestò l’esportazione di riso e nel giro di pochi giorni il prezzo di un chilo passò da 9 a 79 cent.
Norton, assieme ad alcuni soci, decise di provare a controllarne il mercato. Stimato per la sua lungimiranza e per i suoi proficui affari trascorsi, non ebbe difficoltà a trovare partner facoltosi (banche e altre imprese) per questa nuova avventura. Avendo saputo che la nave Glyde stava facendo rientro dal Perù, portando a bordo quasi 100 tonnellate di riso peruviano, Norton comprò l’intero carico, sicuro così di essersi garantito il monopolio sul commercio. L’operazione era ineccepibile, e tutto sembrava promettere un immenso profitto.
Quello che Norton non sapeva è che la Glyde non era l’unico cargo in arrivo dal Perù.

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Quando a sorpresa altri battelli portarono a San Francisco grosse quantità di riso, i prezzi precipitarono. Visto l’imminente pericolo, molti degli associati di Norton si ritirarono ed egli, nel giro di pochi giorni, si vide finanziariamente rovinato. Intentò una causa legale, vincendo al primo grado ma perdendo in appello alla Corte Suprema nel novembre del 1853. Poco dopo Norton fu costretto a vendere le sue proprietà nei dintorni di North Beach per ripagare i debiti, e si ritrovò sul lastrico.

Lo shock di questo disastro ebbe un terribile effetto sulla psiche di Norton. Ritiratosi nell’oscurità, nessuno seppe più nulla di lui per diversi anni. Quando finalmente fece ritorno a San Francisco nel 1857, era una persona diversa: la sua mente aveva ormai sorpassato una invisibile soglia, e viveva all’interno di una fantasia maniacale.

La sua ossessione aveva preso la forma di un’impossibile convinzione – quella di essere l’unico, legittimo Imperatore degli Stati Uniti.
Il 17 settembre del 1859 Norton spedì ai vari giornali locali una lettera di auto-proclama:

Alla perentoria richiesta e secondo il desiderio della larga maggioranza dei cittadini di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, precedentemente residente ad Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, ed ora per gli ultimi 9 anni e 10 mesi abitante di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità acquisita, ordino ai rappresentanti dei differenti Stati dell’Unione di riunirsi nel Music Hall di questa città, il primo giorno del prossimo febbraio, per modificare le esistenti leggi dell’Unione al fine di porre rimedio ai mali che affliggono questo paese, e ridare fiducia, sia in patria che all’estero, nella nostra stabilità e integrità.

NORTON I, Imperatore degli Stati Uniti.

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Ogni città ha i suoi personaggi folli ed eccentrici; ma San Francisco, lungo la sua storia, è stata la capitale e la patria di tutti i diversi, i rivoluzionari, gli artisti e i sognatori. La gente, in quella magnifica città, ha sempre dimostrato un’inedita tolleranza verso la bizzarria. Norton, nelle parole di Isobel Osbourne, “era un uomo gentile e di buon cuore, e fortunatamente si ritrovò nella città più amichevole e sentimentale del mondo, dove l’idea fu ‘lasciate che faccia l’imperatore, se vuole’. San Francisco accettò di giocare il suo gioco“.

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Fu così che il San Francisco Bulletin pubblicò il suo proclama. La gente, divertita, cominciò a seguire le sue battaglie per dissolvere il Governo, e i decreti che Norton emanava in grande quantità, ordinando di volta in volta all’Esercito, al Congresso, alle Chiese protestanti e cattoliche, di riconoscerlo come Imperatore e di piegarsi al suo scettro. Dopo i primi anni, vedendo che nessuno di questi testardi ed insubordinati organi ufficiali sembrava dargli ascolto, Norton si concentrò su altri problemi più locali, come ad esempio la pulizia delle strade; firmò addirittura un’ordinanza per fermare il dilagare del soprannome dato alla città di San Francisco:

Chiunque dopo debito avvertimento sia sentito pronunciare l’abominevole parola “Frisco”, che non ha alcuna autorevolezza linguistica né d’altra natura, sarà ritenuto colpevole di infrazione grave, e dovrà pagare al Tesoro Imperiale una multa di venticinque dollari.

Gli abitanti della città si abituarono presto alla sua figura imponente, mentre si aggirava per le strade ispezionando lo stato dei marciapiedi e delle cable cars, oppure mentre si lanciava in uno dei suoi discorsi pubblici: vestito di un’uniforme militare blu con spallette dorate (donatagli dagli ufficiali locali dell’Esercito), il cappello adornato da piume e una specie di scettro in mano per esaltare la sua regale postura, l’Imperatore era uno dei personaggi più amati della città. Sia il cappello che lo scettro, in effetti, gli erano stati offerti in dono dai suoi “sudditi”. Talvolta, quando il tempo era inclemente, Norton portava con sé anche un ombrello perché, si sa, anche gli Imperatori si bagnano, e sulla pioggia la sua regale autorità non aveva alcuna efficacia.

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I migliori ristoranti di San Francisco trovavano sempre un posto per lui, esponendo addirittura delle placche d’ottone all’ingresso che dimostravano l’eccellenza dell’esercizio “per nomina di Sua Maestà Imperiale, Imperatore Norton I degli Stati Uniti“. Oltre a questi pittoreschi sigilli imperiali, Norton cominciò a stampare anche la sua propria valuta, che gli esercizi locali accettavano senza battere ciglio (ma tutti gli avrebbero fatto credito comunque). In pochi anni quest’uomo, per quanto strambo e squattrinato, divenne talmente popolare che nessuno spettacolo teatrale debuttava senza riservargli una poltrona gratuita in balconata.

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Gran parte di questa spontanea simpatia era dovuta alla sua onestà e bontà d’animo.
Nei suoi editti, il dichiarato fine ultimo era spesso quello di risolvere i conflitti interni al paese, di creare un dialogo costruttivo, di sostituire l’amore all’odio. Proibì ad esempio qualsiasi forma di scontro fra religioni, e addirittura abolì tutti i partiti, nell’ingenuo desiderio di eliminare la lotta politica.
In un episodio divenuto leggendario, l’Imperatore si frappose fra alcuni lavoratori cinesi e la folla che voleva linciarli; chinando il capo, cominciò a recitare il Padre Nostro finché il tumulto non si acquietò.
Sempre gentile, amante dei bambini, astemio (una rarità, a quell’epoca), egli s’infiammava soltanto per le sue passioni politiche.

C’è da dire che, nonostante la sua mania, alcune idee di Norton avevano ancora l’acume che lo contraddistingueva nei suoi giorni passati. In uno dei suoi visionari decreti, ad esempio, diede istruzioni per la formazione di una Lega delle Nazioni che migliorasse la qualità della vita. Sempre senza venire ascoltato, nel 1872 propose a più riprese la costruzione di un ponte sospeso, o di un tunnel, che collegasse San Francisco ad Oakland.
La sua lungimiranza era in questi casi un po’ troppo avanti per i tempi. La Società delle Nazioni venne istituita nel 1919, il Bay Bridge nel 1936, e il tunnel della metropolitana sotto la Baia nel 1969.

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Il regno di Norton I non visse soltanto momenti pacifici. Vi furono perfino dei tentativi di detronizzarlo, come accadde con un certo D. Stellifer Moulton che nel 1865 si autoproclamò “Re Stellifer, Principe Regnante della Casa di Davide, e Guardiano del Messico”. Norton andò su tutte le furie: non era forse lui stesso della Casa di Davide, e non aveva già assunto il titolo di Protettore del Messico?
Seguì un rabbioso decreto:

Via gli usurpatori e gli impostori! Tagliategli la testa! Basta con chi cucina l’oca degli altri! Si ordina alle autorità legittime di New York di arrestare un certo Stellifer, che si atteggia a Re o Principe della Casa di David, e di spedirlo in catene a San Francisco, Cal., per essere giudicato di fronte alla Corte Imperiale di varie imputazioni di frode […].

L’Imperatore era oggetto di un tale affetto che il Municipio stesso si premurò di comprargli una nuova uniforme, quando la sua cominciò a diventare logora: eppure, un giorno, un incidente diplomatico finì per verificarsi.
Nel 1867 Norton venne arrestato da un poliziotto, con l’intento di rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico. L’arresto dell’Imperatore causò un enorme scandalo: le proteste dei cittadini e i feroci articoli di critica apparsi sui giornali spinsero il capo della polizia, Patrick Crowley, a rilasciare immediatamente Norton, e a presentare alla città le scuse formali delle forze dell’ordine: “[Norton] non ha versato alcun sangue; non ha derubato nessuno; e non ha saccheggiato alcun paese; che è più di quanto si possa dire dei suoi simili“.
Norton perdonò l’ufficiale che l’aveva arrestato, e da quel momento tutti i poliziotti della città presero l’abitudine di fare il saluto militare quando passava l’Imperatore.

La vita privata di Norton era molto semplice, a dispetto di tutto. Le sue regali stanze erano in realtà costituite da una piccola sistemazione presso un affitta-camere, in cui trovava posto la sua collezione di cappelli e di bastoni da passeggio, e un misero letto.
Profondamente interessato all’educazione, frequentava spesso la neonata Università, ed era divenuto membro del Liceo di Libera Cultura, dove sostenne dibattiti “nella maniera più intelligente e logica“.

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La sera dell’8 gennaio 1880, mentre si recava all’Accademia delle Scienze per assistere ad una conferenza, Norton si accasciò di colpo sul marciapiede. Se ne accorse immediatamente un poliziotto, che chiamò una vettura per trasportarlo in ospedale: ma nel giro di pochi minuti, il cuore di Norton si era fermato per sempre.

Il giorno dopo, in prima pagina, il San Francisco Chronicle titolò: LE ROI EST MORT. L’articolo riportava che “sul fetido marciapiede, nel buio di una notte senza luna, sotto la pioggia battente… Norton I, per grazia di Dio Imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico ha lasciato questa vita“.
Nelle sue tasche aveva cinque dollari.

Povero, talvolta sudicio e logoro, patetico e filosofo, ma sempre dalla mente nobile, si comportava con dignità nel mezzo dello squallore con un obbiettivo fisso ed invariabile, e cioè il benessere del suo popolo. Il retaggio di onore e integrità che aveva dimostrato nel suo periodo di agiatezza, non venne mai a dilapidarsi o dissiparsi, e per questo egli mantenne fino alla fine il rispetto e la benevolenza delle migliori fra le persone. Gli scherzi giocatigli furono tutti innocui, e il divertimento che talvolta egli provocava fu sempre privo dell’amaro veleno del ridicolo.

(R. E. Cowan, Norton I Emperor of the United States and Protector of Mexico, 1923)

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La storia di questo colorito personaggio ha ispirato diversi autori, fra cui Mark Twain, Robert Louis Stevenson, Charles Bukowski, Selma Lagerlöf, Neil Gaiman. La sua figura si ritrova in romanzi, fumetti, giochi di ruolo, canzoni, opere musicali e teatrali. Dal 1974, ogni anno si tiene un memoriale presso la sua tomba a Colma, vicino a San Francisco, e il 14 di febbraio si celebra l’Emperor Joshua Norton Day: una allegro simposio a base di cibo tradizionale cinese (per ricordare l’episodio eroico dello sventato linciaggio). E in questa amichevole festività cittadina non manca mai il riso, pianta che causò la drammatica rovina di Norton, ma che in fondo portò anche all’instaurazione di un favoloso e commovente Impero immaginario, durato per 21 anni.

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(Grazie, Carlo!)

I demoni di Loudun

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La piccola cittadina francese di Loudun, situata nella regione Poitou-Charentes, divenne nel 1600 il teatro di uno degli episodi storici più oscuri e affascinanti. Un affaire in cui politica, sesso e fanatismo religioso sono mescolati assieme in un torbido e inquietante ritratto dell’Europa del tempo.

La Francia, all’epoca, era sotto lo scettro di Luigi XIII, ma soprattutto del Cardinale Richelieu, suo primo ministro. Il progetto politico di Richelieu era quello di rendere la monarchia assoluta, assoggettando i nobili e reprimendo qualsiasi ribellione in nome della “ragione di Stato” (che permette di violare il diritto in nome di un bene più alto); dal punto di vista religioso, inoltre, si era in pieno periodo di Controriforma, e Richelieu doveva fare i conti con il pressante problema degli Ugonotti calvinisti, i protestanti francesi. Per far fronte al dilagare dei riformisti, Richelieu era pronto a una guerra senza esclusione di colpi.

Loudun era una città in cui da tempo serpeggiava il protestantesimo, ma a farla finire nell’occhio del ciclone fu il canonico della chiesa di Sainte-Croix, padre Urbain Grandier. Prete coltissimo e controverso, teneva dei sermoni infiammati a cui accorrevano le folle anche dalle città vicine: le posizioni di Grandier erano sempre sul filo del rasoio, il suo spirito era rivoluzionario e anticonformista, e non temeva di contraddire o attaccare i canoni della Chiesa o Richelieu stesso.

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Seduttore impenitente, Grandier aveva intrattenuto relazioni sessuali e affettive con diverse donne in maniera sempre più aperta e spavalda, fino ad arrivare a mettere incinta la figlia quindicenne del procuratore del Re. Dopo questo scandalo, incominciò una relazione con Madeleine de Brou, orfanella di nobile casata a cui egli faceva da guida spirituale; i due si innamorarono, e Urbain Grandier commise il primo dei suoi errori diplomatici. Avrebbe potuto mantenere nascosta la loro relazione, anche se in realtà le voci circolavano da mesi; invece, decise che avrebbe sposato Madeleine, in barba ai precetti della Romana Chiesa e della Controriforma. Scrisse un pamphlet intitolato Trattato contro il celibato dei preti, e in seguito officiò con la sua amata una messa di matrimonio, notturna e segretissima, in cui egli ricoprì il triplice ruolo di marito, testimone e prete. Arrestato, riuscì a vincere il processo e tornare a Loudun, ma le cose non si misero a posto così facilmente.

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Qui entra infatti in gioco Jeanne de Belcier, priora del convento di Suore Orsoline di Loudun, chiamata anche suor Jeanne des Anges. Anima tormentata, dedita secondo la sua stessa autobiografia al libertinaggio nei primi anni di clausura e in seguito duramente repressa e ossessionata dal sesso, la madre superiora comincia ad avere delle fantasie erotiche su Urbain Grandier dopo aver sentito parlare delle sue avventure amatorie, nonostante non l’abbia mai conosciuto di persona. Gli propone quindi di diventare il confessore della comunità delle Orsoline, ma padre Grandier rifiuta. La scelta di Jeanne cade quindi su padre Mignon, un canonico nemico giurato di Grandier che comincia fin da subito a complottare contro il prete. Nei dieci anni successivi, assieme ad alcuni nobili della città (incluso il padre della giovane che Grandier aveva ingravidato), intenterà diversi processi contro Grandier, accusandolo di empietà e di vita debosciata.

Nel 1631 la tensione politica si innalza, perché Richelieu ordina che il castello di Loudun sia distrutto. Egli infatti aveva appena fondato, poco distante, una cittadina che portava il suo stesso nome, e non desiderava affatto che Loudun rimanesse un covo di Ugonotti, per di più fortificato. Urbain Grandier si oppose strenuamente all’abbattimento delle mura, scrivendo violenti pamphlet contro Richelieu e ponendosi quindi in aperto contrasto con le disposizioni del cardinale. Loudun diventò così una roccaforte sotto virtuale assedio delle guardie del Re, e a peggiorare le cose all’inizio del 1632 arrivò una terribile epidemia di peste a colpire la città.

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Fu a partire da settembre di quell’anno che scoppiò il vero putiferio. Secondo gli storici Jeanne des Anges, la madre superiora del convento di Orsoline, era ancora fuori di sé per il rifiuto ricevuto da Grandier. Per vendicarsi, nel segreto del confessionale raccontò a padre Mignon che il prete aveva usato la magia nera per sedurla. Accodandosi a lei, diverse altre religiose dichiararono che il prete le aveva stregate, inviando loro dei demoni per costringerle a commettere atti impuri con lui. A poco a poco, le suore vennero prese da un’isteria collettiva. In una di queste crisi di possessioni demoniache, durante le quali le religiose si contorcevano in pose impudiche e urlavano oscenità e bestemmie, una suora fece il nome di Urbain Grandier.

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Fino a pochi anni prima una dichiarazione rilasciata da una persona posseduta dal demonio non sarebbe stata ritenuta legalmente valida, in quanto proveniente dalla bocca del “padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Ma il famoso caso delle possessioni di Aix-en-Provence del 1611, il primo nel quale la testimonianza di un indemoniato era stata accolta come prova, aveva creato un precedente.

Grandier venne processato e inizialmente rilasciato, ma non poteva finire lì. Richelieu non aspettava di meglio per mettere a tacere una volta per tutte questo prete scomodo e apertamente indisciplinato, e ordinò un nuovo processo, affidandolo stavolta a un suo speciale inviato, Jean Martin de Laubardemont, parente di Jeanne des Anges; impose inoltre una “procedura straordinaria”, così da impedire che Grandier potesse appellarsi al Parlamento di Parigi. Il prete sovversivo era stato incastrato.

Interrogatorio

Urbain Grandier venne rasato (alla ricerca di eventuali marchi della Bestia) e sottoposto a tortura, in particolare con il terribile metodo dello “stivale”. Si trattava di una delle torture più crudeli e violente, tanto che, a detta dei testimoni, tutti i membri del Consiglio che la ordinava invariabilmente chiedevano di andarsene appena iniziata la procedura. Le gambe dell’accusato venivano inserite fra quattro plance di legno strette e solide, fermamente legate con una corda: dei cunei venivano poi battuti a colpi di martello fra le due tavolette centrali, imprimendo così una pressione crudele sulle gambe, le cui ossa si frantumavano a poco a poco. I cunei erano di norma quattro per la “questione ordinaria”, cioè il primo grado di inquisizione.

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Dopo la tortura, i giudici produssero alcuni documenti come prova dei patti infernali di Grandier. Uno dei documenti era in latino e sembrava firmato dal prete; un altro, praticamente illeggibile, mostrava una confusione di strani simboli e diverse “firme” di diavoli, incluso Lucifero stesso (“Satanas“).

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A questo punto, Grandier venne dichiarato colpevole e condannato a morte. Ma prima, i giudici ordinarono che si procedesse con la “questione straordinaria”. Grandier fu sottoposto nuovamente a tortura, questa volta con otto cunei a stritolargli le gambe. Nonostante le sofferenze, rifiutò di confessare e continuò a giurare di essere innocente. Venne quindi bruciato sul rogo il 18 agosto 1634. Le possessioni demoniache andarono scemando, e terminarono nel 1637.

Condanna

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Jeanne des Anges, vittima di stigmate a partire dal 1635 e poi miracolosamente guarita, godette di crescente reputazione fino ad ottenere addirittura la protezione di Richelieu in persona, garantendo così prosperità al convento. Jean Martin de Laubardemont, l’inviato del cardinale, divenne famoso per aver convertito numerosi protestanti. Il clamore del caso dei demoni di Loudun portò nella città una nuova ondata di curiosi e visitatori che diedero nuova spinta all’economia e al commercio. Richelieu, una volta morto Grandier, riuscì nel suo intento di distruggere il castello.

The Devils

La storia delle possessioni di Loudun è raccontata anche in un romanzo di Aldous Huxley, portato poi sullo schermo da Ken Russell nel suo capolavoro I Diavoli (1971), opera accusata di blasfemia, osteggiata, sequestrata e “maledetta”, tanto che ancora oggi è praticamente impossibile reperirne una copia non censurata.

(Grazie, Nicholas!)

I fratelli Collyer

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Figli di un ginecologo di prestigio e di una cantante d’opera, i fratelli Collyer, Homer e Langley, sono divenuti nel tempo figure iconiche di New York a causa della loro vita eccentrica e della loro tragica fine: purtroppo la sindrome a cui hanno involontariamente dato il nome non è affatto rara, e pare anzi sia in lenta ma costante crescita soprattutto nelle grandi città.

Nati alla fine dell’ ‘800, fin da ragazzi i due fratelli dimostrano spiccate doti che lasciano prospettare una vita di successo: dall’intelligenza acuta e vispa, si iscrivono entrambi alla Columbia University e guadagnano il diploma – Langley in ingegneria e Homer in diritto nautico. Homer è anche un eccellente pianista e si esibisce al Carnegie Hall, ma abbandona la carriera di musicista abbastanza presto, in seguito alle prime critiche negative. Langley sfrutta le sue conoscenze ingegneristiche per brevettare alcuni marchingegni che però non hanno successo.


Fin dal 1909 i Collyer vivono con i genitori ad Harlem: all’epoca si trattava di un quartiere “in“, a prevalenza bianca, in cui risiedevano molti professionisti altolocati e grossi nomi della finanza e dello spettacolo. Ma nel 1919 il padre Herman abbandona la famiglia e si trasferisce in un’altra casa: morirà quattro anni più tardi. La madre dei due fratelli muore invece nel 1929.

Harlem in quel periodo sta cambiando volto, da zona residenziale sta divenendo un quartiere decisamente malfamato. I fratelli Collyer, rimasti orfani, reagiscono a questo cambiamento facendosi sempre più reclusi, e più eccentrici. Cominciano a collezionare oggetti trovati in giro per le strade, e non gettano più l’immondizia. La loro casa al 2078 della Quinta Avenue si riempie a poco a poco degli utensili più disparati che i Collyer accatastano ovunque: giocattoli, carrozzine deformate, pezzi di violini, corde e cavi elettrici attorcigliati a pile di giornali vecchi di anni, cataste di scatoloni pieni di bicchieri rotti, cassepanche ricolme di lenzuola di ogni genere, fasci di decine di ombrelli, candelabri, pezzi di manichini, 14 pianoforti, un’intera automobile disassemblata e un’infinità di altre cianfrusaglie senza alcun valore.


Come il poeta greco dell’antichità di cui porta il nome, negli anni ’30 Homer diventa cieco. Langley, allora, decide di prendersi cura del fratello, e la vita dei due si fa ancora più misteriosa e appartata. I ragazzini tirano i sassi alle loro finestre, li chiamano “i fratelli fantasma”. Homer resta sempre sepolto in casa, all’interno della fitta rete di cunicoli praticati all’interno della spazzatura che ormai riempie la casa fino al soffitto; Langley esce di rado, per procurarsi le cento arance alla settimana che dà da mangiare al fratello nell’assurda convinzione che serviranno a ridargli la vista. Diviene sempre più ossessionato dall’idea che qualche intruso possa fare irruzione nel loro distorto, sovraffollato universo per distruggere l’intimità che si sono ritagliati: così, da buon ingegnere, costruisce tutta una serie di trappole, più o meno mortali, che dissemina e nasconde nella confusione di oggetti stipati in ogni stanza. Chiunque abbia l’ardire di entrare nel loro mondo la pagherà cara.


Eppure è proprio una di queste trappole, forse troppo bene mimetizzata, che condannerà i due fratelli Collyer. Nel Marzo del 1947, mentre sta portando la cena a Homer, strisciando attraverso un tunnel scavato nella parete di pacchi di giornale, Langley attiva per errore uno dei suoi micidiali trabocchetti: la parete di valigie e vecchie riviste gli crolla addosso, uccidendolo sul colpo. Qualche metro più in là sta seduto Homer, cieco e ormai paralizzato, impotente nell’aiutare il fratello. Morirà di fame e di arresto cardiaco qualche giorno più tardi.


La polizia, allertata da un vicino, fa irruzione nell’appartamento il 21 marzo, 10 ore dopo la morte di Homer. Ma il corpo di Langley, sepolto sotto uno strato di immondizia, non viene trovato subito e gli investigatori attribuiscono l’insopportabile odore all’immensa quantità di immondizia. Viene scatenata una caccia all’uomo nel tentativo di localizzare il fratello mancante, mentre le forze dell’ordine procedono, con estrema cautela per evitare le trappole, a svuotare a poco a poco l’appartamento.

Gli agenti, dopo quasi due settimane di ricerche fra le ben 180 tonnellate di rifiuti accumulati dai Collyer negli anni, trovano Langley l’8 aprile, mentre il cadavere è già preda dei topi.

I fratelli Collyer sono divenuti famosi perché incarnano una realtà tipicamente newyorkese: gli appartamenti sono spesso talmente piccoli, e la gente sedentaria, che il problema dei cosiddetti hoarders, cioè i collezionisti compulsivi di spazzatura, finisce spesso fuori controllo. Ma il fenomeno è tutt’altro che circoscritto alla sola Grande Mela.

Gli hoarders purtroppo esistono ovunque, anche in Italia, come vi racconterà qualsiasi vigile del fuoco. Normalmente si tratta di individui, con un’alta percentuale di anziani, costretti a una vita estremamente solitaria; la sindrome comincia con la difficoltà di liberarsi di ricordi e oggetti cari, ed è spesso acutizzata da timori di tipo finanziario. L’abitudine di “non buttar via nulla” diventa presto, per questi individui, una vera e propria fobia di essere separati dalle loro cose, anche le più inutili. Chi è affetto da questa mania spesso riempie le stanze fino ad impedire le normali funzioni per cui erano originariamente progettate: non si può più cucinare in cucina, dormire in camera da letto, e così via. L’accumulo incontrollato di cianfrusaglie rappresenta ovviamente un pericolo per sé e per gli altri, e rende difficoltose le operazioni di soccorso in caso di incendio o di altro infortunio.

La disposofobia è nota anche come sindrome di Collyer, in ricordo dei due eccentrici fratelli. Sempre in memoria di questa triste e strana storia, nel luogo dove sorgeva la loro casa c’è ora un minuscolo “pocket park”, chiamato Collyer Park.


Ecco la pagina di Wikipedia sulla disposofobia. E in questa pagina trovate una serie di fotografie di appartamenti di persone disposofobiche.

L’amore che non muore – II

Vi ricordate della strana e macabra storia di Carl Tanzler? Ve l’abbiamo raccontata in questo articolo: Tanzler aveva conservato per nove anni il cadavere della sua amata Elena, dormendo con lei ogni notte, in una sua personalissima e ostinata lotta contro il destino che li voleva divisi.

Nel 2009 un suo epigono venne scoperto dalla stampa internazionale: si trattava di Le Van, 55 anni, residente nella provincia di Quang Nam, in Vietnam. Dopo aver perso sua moglie nel 2003, Le Van cominciò a dormire sulla sua tomba. Dopo 20 mesi passati sotto la pioggia e il vento, il vedovo innamorato aveva deciso che per motivi di salute non gli sarebbe più stato possibile dormire sulla lapide. Si era quindi deciso a scavare un tunnel sotterraneo per raggiungere la sua sposa e poter rimanere, maggiormente riparato, al suo fianco. Dissuaso dai parenti, Le Van si era infine dato per vinto… per modo di dire. Aveva infatti attuato un progetto ancora più estremo.

Dissotterrati i resti della moglie, Le Van li aveva raccolti e portati a casa, forgiando in seguito una statua di cartapesta che potesse contenerli e tenerli in posizione. Così, finalmente, aveva potuto riportare la sua amata nell’alcova, e ricomporre quella famiglia che la morte aveva diviso.

Dopo che un’inchiesta giornalistica ebbe dato pubblicità alla vicenda, le autorità locali avevano intimato a Le Van di riportare i resti della moglie al cimitero. Eppure, a distanza di due anni, si è scoperto che ancora oggi Le Van si rifiuta di seppellire nuovamente la sua amata. Le autorità, a quanto pare, non possono intervenire con la forza e obbligarlo a liberarsi delle ossa. Così il cocciuto marito continua a prendersi cura dello scheletro della donna che ha amato, a rammendare l’effigie di cartapesta che lo racchiude, e a vivere assieme al figlioletto una dimensione familiare quantomeno sorprendente.

“Devo scontare la mia pena – dice Le Van – in una vita precedente devo aver commesso qualcosa di orribile, e così sono stato condannato ad essere uomo. Ora sto cercando di purificarmi per tornare alla mia incarnazione precedente”. Evidentemente è convinto che il suo amore, che non conosce confini e che supera perfino la morte stessa, possa salvarlo dai limiti e dai dolori dell’esistenza umana.

E così, anche stasera, Le Van si coricherà accanto alla donna che il destino gli ha affidato… e non importa se di lei il tempo ha lasciato solo le ossa. Anche stasera bacerà la cartapesta che ha modellato con le sue mani affinché gli ricordi il volto, un tempo giovane e bello, della sua sposa. Anche stasera le augurerà di sognare, e con un sospiro si addormenterà al suo fianco.

(Scoperto via Oddity Central).

L’amore che non muore

La strana e incredibile storia di Carl Tanzler è divenuta nel tempo una sorta di macabra leggenda urbana, ma è accaduta realmente: è una storia di amore, devozione, ossessione maniacale e morte.

Carl Tanzler (soltanto uno dei suoi molti nomi, Conte Carl von Cosel essendo il secondo più celebre) nacque a Dresda nel 1877. Spostatosi a Zephryhills, Florida, nel 1927, divenne radiologo allo U.S. Marine Hospital a Key West. Sua moglie e le sue due figlie lo raggiunsero qualche anno più tardi.

Tanzler era stato affidato al reparto tubercolotici, che in quegli anni era davvero un brutto spettacolo. La maggior parte dei suoi nuovi amici americani erano pazienti, e Tanzler fu costretto a vederli morire uno ad uno a causa della terribile malattia. I medici che lavorano in reparti simili cercano di “desensibilizzarsi” al fine di mantenere la propria integrità mentale; Tanzler però era tenero di cuore, e pare che ogni volta che un paziente non ce la faceva, egli soffrisse duramente. Il medico tedesco non era inoltre propriamente stabile a livello psicologico. Sempre pronto a inventarsi nuove fantasiose cure, si fregiava di aver ricevuto fantomatici premi e onorificenze  – che portarono in seguito a dubitare che avesse perfino un’autentica laurea in medicina.

Carl sosteneva inoltre di essere spesso visitato in sogno da una sua ava defunta, la Contessa Anna Costantia von Cosel, che immancabilmente gli mostrava una bellissima, esotica donna, dicendogli che lei e nessun’altra sarebbe stata il suo grande amore.

Seppur sposato con figli, Tanzler finì nell’aprile del 1930 per incontrare quella splendida donna vista in sogno: si trattava di Elena Milagro “Helen” de Hoyos, 22 anni, una bellezza incomparabile, e gravemente malata. La tubercolosi le aveva portato via tutti i famigliari più stretti, e Tanzler decise che l’avrebbe salvata ad ogni costo. Con il consenso della famiglia, cominciò ad utilizzare metodi non ortodossi e non testati per curare la sua Elena, intrugli di erbe e terapie a raggi X. Nel frattempo, si era dichiarato a lei, manifestandole il suo amore, sommergendola di regali, ma la giovane Elena non ne voleva sapere. Malgrado tutto, Carl sperava che la giovane l’avrebbe amato se lui fosse riuscito a salvarle la vita.

Nel 1931, nonostante i suoi ossessivi sforzi, Elena, il suo unico grande amore, morì. Carl, sempre con il consenso della famiglia (al corrente della sua infatuazione), le costruì un mausoleo sopraelevato, per paura che l’umidità del terreno potesse intaccare il suo corpo. Ogni giorno si recava al cimitero a trovarla, e la famiglia di Elena era commossa dall’affetto dimostrato dal dottore per la giovane. Quello che non sapevano, però, è che l’ossessione di Tanzler stava prendendo una brutta piega.

Ogni notte Carl si introduceva nel mausoleo, e sottoponeva il cadavere della ragazza a ripetuti trattamenti di formaldeide per cercare di mantenere il corpo incorrotto. Si sdraiava di fianco a lei, parlava con lei per ore. Ad un certo punto installò perfino un telefono, per poterla chiamare durante il giorno e illudersi di comunicare con la sua Elena. Il fantasma della fanciulla lo visitava ogni notte, chiedendogli di portarla via da quella tomba.

Nel 1933 Carl fece appunto questo: trafugò la salma, e la portò a casa. Elena era morta da due anni a questo punto, e Tanzler lottò furiosamente contro il decadimento del suo corpo, utilizzando una marea di preservanti, vuotando una dopo l’altra bottiglie di profumo per nascondere l’odore della carne marcescente. Nonostante l’inevitabile putrefazione avanzasse veloce, Carl cercava di figurarsi un felice rapporto di coppia, parlando con il cadavere, improvvisando per lei romantiche canzoni d’amore all’organo (di cui era un dotato suonatore).

Mano a mano che la decomposizione progrediva, i suoi metodi divenivano più estremi. Cominciò ad usare corde di pianoforte per legare assieme le ossa che si staccavano. Quando gli occhi di Elena si decomposero, li sostituì con occhi di vetro. Quando la sua pelle si ruppe e cadde a pezzi, la rimpiazzò con una strana miscela di sua invenzione, seta imbevuta di cera e gesso. Gli organi interni collassarono, e lui riempì le cavità con stracci per mantenerne la forma. I capelli caddero, e lui ne fece una parrucca. Ad ogni stadio di decomposizione, Carl tentava di bloccare l’immagine di Elena, ma il risultato era che la ragazza stava divenendo sempre più una rozza e grottesca caricatura di ciò che era stata un tempo, una macabra bambola in putrefazione. Secondo alcune testimonianze, sembra che Tanzler avesse anche inserito un tubo di carta al posto delle parti intime, come sostituto della vagina durante i rapporti sessuali. In realtà, nei rapporti dell’epoca non si fa menzione di questo dettaglio, ed è plausibile pensare che il rapporto fra lui ed Elena fosse di tipo squisitamente (!) platonico.

Nel 1940, nove anni dopo la morte di Elena, la sorella di quest’ultima sentì delle voci riguardanti le strane abitudini di Tanzler. Si recò a casa sua, dove trovò quel che restava del cadavere di Elena, ancora vestita nei suoi abiti. Tanzler fu arrestato, ma i reati commessi erano già caduti in prescrizione e lui non fu mai punito per ciò che aveva fatto.

Tutti i giornali parlarono di questa storia, ma stranamente l’opinione pubblica si schierò dalla parte di Tanzler. La sua ostinata corsa contro l’inevitabile in qualche modo commosse e toccò il cuore degli americani; certo, egli era un maniaco ossessivo, illuso di poter preservare un amore che non era nemmeno mai esistito… ma la gente intuì che al di là degli aspetti più macabri e morbosi della notizia, vi era qualcosa di più. Sotto la patina di sordida necrofilia, la vicenda di Tanzler era fin troppo umana. Il medico tedesco si era aggrappato con le unghie e con i denti a ciò che amava di più al mondo, rifiutando di lasciare che sparisse nelle nebbie del tempo.

L’ossessione di Carl non finì quando gli portarono via i suoi affezionati resti. Ormai l’idea del suo amore aveva prevalso su qualsiasi realtà. Usò la maschera funebre della sua amata per costruire una bambola con le sue fattezze. Scrisse un’autobiografia, e passò i suoi ultimi anni mostrando il bambolotto ai curiosi e raccontando infinite volte la sua incredibile storia. Morì nel 1952, fu trovato accasciato dietro uno dei suoi organi.

Ma la leggenda esige un altro finale: secondo molti resoconti, il suo corpo fu trovato fra le braccia della sua bambola con il viso di Elena Hoyos.