The Shaggs: la band che non voleva suonare

Fremont, nel New Hampshire, è una cittadina anonima, evitata dalle principali autostrade, senza alcun segno particolare: il classico esempio di un posto in cui non succede nulla. Il paesino si distingue per essere il primo luogo in cui un B52 è precipitato senza ferire nessuno, e per aver dato i natali a un meteorologo relativamente famoso negli anni ’20. Per il resto, solo pascoli, casa e chiesa.
Negli anni ’60, la cittadina contava poco meno di 800 abitanti, e la sensazione di trovarsi in una comunità chiusa, tagliata fuori dal mondo, era ancora più forte. Perfino lo storiografo locale, autore di un libro sulla storia del centro abitato, ammette che vivere a Fremont in quel periodo significava affrontare ogni giorno una noia mortale.

Austin Wiggin non era certo ricco, e assieme alla moglie Annie aveva cresciuto sette figli. Ma Austin aveva un sogno o, meglio, una certezza. Quand’era giovane sua madre gli aveva letto la mano, e aveva profetizzato che si sarebbe sposato con una donna dai capelli biondo rosso – e la profezia aveva colto nel segno. La madre gli aveva detto anche che avrebbe avuto due figli, ma che lei non avrebbe mai visto i nipotini perché sarebbero nati dopo la sua morte – e anche questo era effettivamente successo. Infine la madre, decifrando le linee del palmo, aveva sentenziato che le figlie di Austin sarebbero diventate il gruppo musicale più grande degli Stati Uniti. Questa era l’unica profezia che ancora non si era avverata.

Così, quando le sue figlie Helen, Betty e Dot furono grandi abbastanza, Austin decise che avrebbero imparato a suonare. Le radunò, e annunciò di aver cancellato la loro iscrizione alla scuola: avrebbero conseguito il diploma via posta, studiando da casa, per potersi dedicare alla musica. La band si sarebbe chiamata The Shaggs, e il loro enorme successo avrebbe riscattato il buon nome dell’intera famiglia Wiggin.
Austin era un padre severo e autoritario: le sorelle non pensarono nemmeno per un momento a ribellarsi a questa novità.

Certo, Helen, Dot e Betty amavano la musica, ma non avevano in realtà alcun desiderio di diventare rockstar. Erano ragazze di provincia, timide, un po’ infantili, e i loro sogni si spingevano soltanto fino a immaginare un buon matrimonio, dei figli, una casa e magari un lavoretto come segretarie. La fantasia di Betty era quella di avere una macchina sportiva, il serbatoio pieno, e di partire sgommando verso una qualsiasi destinazione, via da Fremont. Ma Austin aveva altri piani per loro.

Le sottopose a un rigido programma educativo, da lui stesso progettato. Dopo aver preso un po’ di lezioni di musica, le ragazze dovettero proseguire da sole, sotto il severo scrutinio del padre-manager che le costringeva a fare pratica con gli strumenti tutta la mattina e tutto il pomeriggio. La sera dopo cena era prevista una prova generale, in cui Austin giudicava in maniera inflessibile i progressi e gli errori della band; poi un’ora di ginnastica o flessioni, e via a letto.

La famiglia era totalmente ripiegata su se stessa, alle ragazze non era permesso uscire o frequentare estranei, dunque per loro suonare divenne l’unica attività possibile; cominciarono a comporre le loro canzoni, anche se nessuno in casa – né Austin, né la madre Annie, né tanto meno le ragazze – avevano delle effettive conoscenze musicali.

Dopo due o tre anni di questo allenamento intensivo, Austin decise che era tempo di fare il grande salto, cioè esibirsi dal vivo. Le sorelle non pensavano affatto di essere pronte a salire sul palco, ma chi poteva rifiutarsi?
Il primo concerto, nel 1968, fu un disastro. Le Shaggs vennero fischiate, mortificate da un pubblico che tirava contro di loro lattine e cibo. Quando alla fine dello spettacolo il padre le sgridò dicendo che dovevano fare più pratica, nessuna fra le ragazze osò controbattere.

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Questa scena si sarebbe ripetuta per i sette anni successivi, perché ogni sabato sera Austin le costringeva ad esibirsi alla Fremont Town Hall, l’unica sala comune della cittadina. Le Shaggs avrebbero preferito essere ovunque tranne che su quel palco, anche se in definitiva era l’unico modo di uscire di casa; convinte di essere delle buone a nulla, vi salivano ad occhi bassi come verso un inevitabile Calvario, accettando lo scherno, le lattine e gli insulti lanciati dalla gente.

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Austin, nel marzo del 1969, fece il passo successivo e le portò ai Fleetwood Studios nei pressi di Boston, dove le Shaggs incisero l’album di debutto, intitolato Philosophy of the World. I presenti si ricordano ancora benissimo di quella giornata: queste ragazze tutt’altro che pop, vestite con gli abiti della nonna, suonavano talmente male che i tecnici del suono si sentirono in colpa per i soldi che il padre stava spendendo. Le loro canzoni erano sformate, dalla ritmica a prima vista scollegata da tutto il resto, gli accordi non seguivano alcuna struttura e le parole delle canzoni sembravano uscite dalla mente di un dodicenne.
Talvolta le Shaggs si fermavano, dicevano di aver sbagliato una nota, e ripartivano: i tecnici si guardavano increduli – si erano davvero accorte di aver fatto un errore, in quel marasma senza senso?

Come c’era da aspettarsi, il disco non ebbe il minimo successo, anche perché delle 1.000 copie stampate di Philosophy of the World, 900 sparirono in modo misterioso assieme al discografico che avrebbe dovuto promuovere l’album.
Il giorno in cui Austin morì nel 1975 di un infarto, la band smise di esistere; ognuna delle tre sorelle, finalmente libere, si costruì la propria vita e nessuna di loro toccò più uno strumento musicale.
Sembrava che la loro breve e indesiderata carriera fosse finita. Ma non era così.

Nel 1980 Terry Adams, collezionista di dischi e pianista degli NRBQ, decise di ristampare l’album, e due anni dopo produsse anche un secondo LP, Shaggs’ Own Thing, basato su registrazioni del 1975 mai utilizzate. Secondo lui, infatti, le Shaggs non erano semplicemente una band di musiciste incompetenti. Certo, ad un primo ascolto la sensazione era quella; eppure, mettendo da parte i pregiudizi e ascoltando veramente, ci si poteva accorgere che lo sgangherato garage-pop delle sorelle Wiggin non era esattamente un fallimento. Adams comprese di trovarsi di fronte a un esempio straordinario di outsider music. Queste ragazze non avevano alcun tipo di riferimento, non sapevano cosa stavano facendo, e dunque avevano dovuto riscrivere da zero la musica pop: le progressioni di accordi erano del tutto inaudite, la chitarra seguiva la stralunata e improbabile “melodia” della voce, mentre la batteria raramente suonava un colpo a tempo – quasi programmaticamente, si sarebbe detto. Si trattava di un accumulo di note mai sentito, privo di sovrastrutture, infantile e libero da qualsiasi regola. La musica di chi era stato costretto a inventarsi una sua musica.

Anche i testi, che potevano sembrare ridicoli, se letti alla luce della storia di abusi subiti dalle sorelle, risultavano commoventi. Mentre il rock “adulto” cantava la ribellione delle droghe e l’amore libero, e affrontava temi politici, le Shaggs cantavano:

Some kids do as they please
They don’t know what life really means
They don’t listen to what the ones who really care have to say
They just go and do things their own way

Who are parents?
Parents are the ones who really care
Who are parents?
Parents are the ones who are always there

Some kids think their parents are cruel
Just because they want them to obey certain rules
They start to lean from the ones who really care
Turning, turning from the ones who will always be there

Alcuni ragazzini fanno quello che vogliono
Non sanno qual è il vero senso della vita
Non ascoltano ciò che hanno da dire quelli che si preoccupano veramente
Continuano soltanto a far le cose a modo loro

Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che si preoccupano veramente
Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che ci sono sempre

Alcuni ragazzini credono che i loro genitori siano crudeli
Solo perché vogliono che obbediscano a certe regole
Cominciano ad allontanarsi da quelli che si preoccupano veramente
Girano le spalle a quelli che ci saranno sempre

Impossibile non leggere, dietro queste parole, l’ombra del padre-padrone Austin. E, ancora, la confusione di teenager veniva espressa candidamente in questi termini:

There are many things I wonder
There are many things I don’t
It seems as though the things I wonder most
Are the things I never find out

Ci sono molte cose che mi chiedo
Molte altre non me le chiedo
Sembra che le cose che mi chiedo di più
Sono le cose di cui non vengo mai a capo

Il modo in cui le Shaggs provavano disperatamente a tenere in piedi le loro fragili canzoni senza metrica, involandosi in giri di note impossibili sostenute dai tempi discordanti della batteria (che a volte sembrava suonare chissà quale altro pezzo), poteva risultare a tratti perfino tenero.

La ristampa dell’album creò un vero e proprio fenomeno di culto: se già nel 1970 Frank Zappa, a metà fra il serio e l’ironico, aveva definito le Shaggs “migliori dei Beatles” (anche se l’episodio potrebbe essere apocrifo), la riedizione del 1980 trovò nuovi fan in quei reduci della prima ondata punk che erano alla ricerca di chicche underground e weird, Kurt Cobain in prima fila. In questo revival c’era sicuramente un elemento di derisione, l’esaltazione un po’ snob del “so bad it’s good”, ma dall’altro canto la vera sorpresa era che un album del genere potesse esistere: molti musicisti rimasero sinceramente affascinati dalla musica delle sorelle Wiggin, perché si trattava dell’espressione senza filtri di ciò che era nelle loro teste mentre venivano forzate a suonare. Niente ammiccamenti a un possibile pubblico, niente fronzoli, nessun utilizzo di modalità stilistiche già conosciute, tantomeno virtuosismi. Pura musica, e basta.

Nel 1999 gli NBRQ, per il loro trentennale, invitarono le Shaggs ad esibirsi sul palco. Si presentarono soltanto Betty e Dot (Helen da anni soffriva di depressione), sbigottite dall’accoglienza calorosa e dalle richieste di autografi, senza capire veramente cosa la gente trovasse nel loro vecchio disco, di cui erano ancora piuttosto imbarazzate. Eseguirono soltanto quattro pezzi, perché erano gli unici di cui avevano ritrovato gli spartiti: perché sì, con grande sorpresa di tutti si scoprì che suonavano leggendo i loro pentagrammi vergati a mano. Le loro versioni, trent’anni dopo la registrazione di Philosophy, erano esattamente identiche a quelle del disco.

Nel 2001 uscì Better than the Beatles, un tribute album dedicato alla band; nel 2003 debuttò off-Broadway un musical sulle loro vite e la loro musica (foto sotto).

Helen è morta nel 2006. Betty non vuole più saperne di suonare, mentre Dot nel 2013 ha registrato un album (Ready! Get! Go!) contenente inediti delle Shaggs e nuove canzoni, anche se quest’ultimo sforzo non riesce ovviamente a ricatturare la magia del tutto irripetibile del 1969.
Dall’alto dei cieli, comunque, papà Austin sarà finalmente soddisfatto.

Ecco qui sotto, da YouTube, l’integrale dell’album Philosophy of the World. Trovate tutti i testi a questa pagina.
Se volete cimentarvi nell’ascolto del disco (sono solo 32 minuti della vostra vita, vale la pena tentare), innanzitutto allontanatevi da personaggi indiscreti che potrebbero non comprendere, e interrompere sgarbatamente il flusso del vostro trip; ricordate di lasciare dietro di voi ogni idea di canzone tradizionale, preparatevi a cadere in una sorta di trance musicale catatonica dopo il primo paio di pezzi… e con il tipo giusto di orecchi (e di cuore) potrete apprezzare l’incredibile opportunità di entrare nella mente di tre ragazze rinchiuse in un mondo alienante, che suonavano per assecondare le ossessioni di loro padre, e che nella musica hanno creato qualcosa di completamente inedito.

Come ha scritto Cub Koda su AllMusic:

C’è un’innocenza in queste canzoni, e nelle loro performance, che è al tempo stesso affascinante e disturbante. Colpi di batteria tagliati con l’accetta, accordi sparati attorno, canzoni che sembrano non avere una metrica suonate su chitarre scordate da quattro soldi, tutto converge, creando dissonanza e bellezza, caos e serenità, inducendo ogni ascoltatore che arriva a questa musica a riorganizzare qualsiasi nozione preesistente sulla relazione fra talento, originalità e abilità. Non c’è alcun album che possiate possedere che suoni anche solo lontanamente come questo.

(Grazie, Gigio!)

I viaggi telepatici del Colonnello Astrale NOF4

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Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli“, diceva Salgari. Per Mauriac, “lo scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine“. Entrambi i concetti, il viaggio mentale e la battaglia alla solitudine, sono buone direttive per comprendere la vita e l’opera di NOF4, al secolo Oreste Ferdinando Nannetti.

La vita, non la si decide mai. Ci si illude, se tutto va bene, di controllarne il corso, ma talvolta il timone è guasto fin dall’inizio. La vita toccata in sorte a Oreste Ferdinando Nannetti fu dolorosa: nato a Roma la notte di capodanno del 1927, figlio di Concetta Nannetti e padre ignoto, divenne presto chiaro che non era un bambino come gli altri. Questo significava, all’epoca, una sola destinazione all’orizzonte – il manicomio. Oreste vi entrò per la prima volta a 10 anni, dopo essere stato affidato per tre anni a un istituto di carità. Nel 1948 subì un processo per oltraggio a pubblico ufficiale, ma il giudice lo reputò innocente in quanto incapace di intendere e volere (“vizio totale di mente“); passò poi una decina d’anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà prima di essere definitivamente trasferito a Volterra. Al manicomio di Volterra Oreste arrivò nel momento peggiore, quando nella struttura vigeva ancore un regime carcerario, con tanto di sbarre chiuse a chiave alle finestre e l’ordine di chiamare gli infermieri “guardie”. Le cose cominciarono a cambiare lentamente dopo il 1963, ma il clima poliziesco perdurò, con toni sempre più attenuati, fino all’abbandono dell’ospedale nel 1979 in seguito alla Legge Basaglia. Nel 1973 Nannetti fu dimesso e trasferito all’Istituto Bianchi. Morì a Volterra nel 1994, e a riguardarla adesso, questa sua vita, sembra tutta spesa sotto il segno della negazione civile, a partire da quella infamante sigla sul suo certificato di nascita, “NN”, “Non Noto”, dove sarebbe dovuto comparire il nome di suo padre. La vita di un povero figlio di puttana da rimuovere, cancellare, dimenticare. Soltanto un’altra mutazione fallita.
Ma Oreste Ferdinando Nannetti, in barba a tutti, la traccia del suo passaggio l’ha lasciata eccome su questa realtà, incidendola, graffiandola, tagliandola. E scrivendo, per viaggiare con la mente e per combattere la solitudine.

Negli anni di internamento a Volterra, Nannetti incise il suo febbrile capolavoro: un mastodontico e immenso “libro graffito” sul muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, il graffito venne realizzato utilizzando la fibbia del panciotto (che tutti i ricoverati indossavano) per incidere l’intonaco. In seguito Nannetti si mise a “scrivere” in questo modo anche sul passamano in cemento di una scala, aggiungendo altri 106 metri per 20 centimetri alla sua opera. La sua produzione conta più di 1.600 altri scritti e disegni su carta, incluse diverse cartoline: queste cartoline, mai spedite e indirizzate a parenti immaginari, sono un altro tentativo di vincere le voragini di un’impensabile solitudine.

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Se la vita triste e misera che avete letto poco sopra, riassunta in un solo paragrafo, è quella “ufficiale” di Nannetti, cioè così come la si poteva vedere dall’esterno, attraverso i suoi scritti e graffiti si viene a dischiudere la sua vera storia, la sua vera realtà.
In questa dimensione, Oreste non era Oreste, bensì un “astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale“, “santo della cellula fotoelettrica“, e si presentava con i nomi di Nanof, Nof, e soprattutto NOF4. La sigla stava a significare “Nannetti Oreste Ferdinando”, “Nucleare Orientale Francese”, oppure “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il “4” era il numero di matricola consegnatogli all’inizio dell’internamento. Quante moltitudini può possedere al suo interno un uomo che si autodefinisce “Nazioni”?
Il lavoro “minerario” di NOF4 era un continuo studiare e scavare nella realtà, e il suo graffito si propone come “chiave mineraria” per accedere alle insondate profondità della psiche. In esso leggiamo che “il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico; sono materie viventi le immagini che hanno una temperatura, e muoiono anche due volte“.

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NOF4 è in grado di comunicare telepaticamente con gli alieni: “i testi di Nannetti raccontano di conquiste di stati immaginari da parte di altre nazioni immaginarie, di voli spaziali, di collegamenti telepatici, di personaggi fantastici, poeticamente descritti come alti, spinacei, naso ad Y, di armi ipertecnologiche, di misteriose combinazioni alchemiche, delle virtù magiche dei metalli, ecc.“. (Quaderni d’altri tempi, II,6)

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Come un agente in incognito perso nella paranoia dell’Interzona di Burroughs, Nannetti riceveva dispacci dall’altrove e riportava i risultati delle sue investigazioni psichiche sul cemento: “alcune notizie che nel sistema telepatico mi sono arrivate, che vi paiono strane ma che sono vere: 1. La Terra sta ferma, e gli astri girano sulla parte della Terra; 2. La donna non ha padre, vostro padre era una donna“. Eroico scienziato di frontiera, all’interno del suo “osservatorio nucleare“, NOF4 rilevava i flussi magnetici, guardava foreste di tralicci metallici e antenne con l’occhio della mente, e continuava a incidere il graffito con la sua fibbia.
Le fitte righe del testo di cui è composto, con i disegni e le illustrazioni che lo interrompono ogni tanto danno l’idea di un flusso ininterrotto di parole, di suoni, di immagini. Un’enciclopedia del mondo trattata quasi come dialogo interiore, e comunicata a questo stesso mondo con urgenza, magari disordine, comunque determinazione”, scrive il sociologo Adolfo Fattori, e Lara Fremder gli fa eco: “Forse è andata così, è andata che un uomo apparentemente senza storia cerchi di scriversene una e che per farlo scelga un muro, un grande muro, una superficie di 180 metri, l’intera facciata di un ospedale psichiatrico. E che cominci così a scrivere e a disegnare e a ordinare tutto dentro pagine graffiate con forza sulla parete. […]  Quello che penso, che amo pensare, è che NOF 4 avesse altri interlocutori con i quali dialogare, ai quali mostrare i propri disegni e passare le chiavi del proprio sistema minerario. Amo immaginare che quegli interlocutori lo avessero capito bene quel pazzo e che con lui avessero disposto piani e progetti per altre dimensioni, di certo non per questa, avviata a quella lenta agonia di significati e bellezza a cui assistiamo giorno dopo giorno”.

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L’ex-ospedale psichiatrico di Volterra, chiuso nel 1979, è in stato di completo abbandono. Del graffito di Nannetti, considerato un capolavoro mondiale di Art Brut, si è salvato ben poco (una parte è stata distaccata nel 2013 a scopo conservativo). Ne rimane soltanto qualche breve tratto, così come dei suoi scritti e disegni esiste qualche fotocopia. Se non fosse stato per l’infermiere Aldo Trafeli, l’unico a comunicare con Nannetti e a instaurare con lui un rapporto di amicizia, forse nemmeno conosceremmo la sua vicenda.

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Fra i pezzi del graffito che ancora resistono, uno in particolare è la traccia visibile della gentilezza di Nannetti. In alcuni punti, infatti, le righe del testo salgono e scendono: quando gli venne chiesto il perché di quella strana “onda”, Oreste rispose che l’aveva fatto per non disturbare gli altri pazienti che si appoggiavano al muro per farsi scaldare dal sole; avrebbe potuto chiedere loro di spostarsi, ma invece aveva preferito continuare a incidere attorno alle loro teste.

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Nannetti, lo “scassinatore nucleare“, il “colonnello astrale“, non era mai andato oltre le scuole elementari. Ma, pur non essendo un letterato, nella scrittura aveva trovato un’astronave per esplorare la sua stessa malattia e la sua sofferenza.
NOF4 non era più solo, NOF4 viaggiava: “come una farfalla libera canta, tutto il mondo è mio… e tutto fa sognare…

Le uniche immagini filmate esistenti di NOF4.

Ecco la pagina Wikipedia su NOF4. Le citazioni nel post provengono dal meraviglioso numero monografico di Quaderni d’altri tempi interamente dedicato a Nannetti. In questo articolo potete anche ascoltare la voce di Nannetti, interrogato dai medici sul significato dei suoi graffiti.
(Grazie, gery!)

La reggia del postino

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Ferdinand Cheval nacque nel 1836 a Charmes, un piccolo villaggio nel comune di Hauterives, a poco meno di un centinaio di chilometri da Lione. La mamma di Ferdinand, Rose, morì quando lui aveva soltanto undici anni; essendo la famiglia molto povera, l’anno dopo il piccolo lasciò la scuola per lavorare assieme a suo padre. Anche quest’ultimo morì pochi anni più tardi, nel 1854. Ferdinand Cheval, ventenne, diventò quindi aiuto panettiere. Dopo aver sposato la giovane Rosalie Revol, di soli 17 anni, per qualche anno si allontanò dal paese alla ricerca di lavoro, accettando diversi impieghi saltuari; ritornò dalla moglie nel 1863 e nel 1864 nacque il loro primo figlio. Un anno più tardi il bambino morì. Due anni dopo vide la luce il loro secondo figlio. Nel 1867, a trentun anni, Ferdinand Cheval prestò giuramento per diventare postino. Nel 1873, sua moglie Rosalie morì.

Una vita come tante, segnata dal dolore e dalla precarietà. Erano tempi di grande miseria, in cui fame e malattie mietevano vittime continuamente. Eppure l’800 era anche il secolo della svolta modernista – con la monarchia che lasciava il passo alla Repubblica, le scienze e la medicina che facevano passi da gigante, l’industria appena nata, e via dicendo. E l’eco di queste rivoluzioni arrivò anche alle campagne francesi. Fra le mani di Ferdinand passavano le prime gazzette illustrate, come ad esempio il Magasin Pittoresque o La revue illustrée, ma anche le prime cartoline postali provenienti da tutto il globo; ed ecco che di fronte agli occhi di un povero fattorino rurale si spalancava un mondo esotico fatto di ferrovie ultraveloci, di eroiche colonizzazioni in Africa e in Asia, di spettacolari e incredibili scoperte presentate alle prime Esposizioni Internazionali… insomma, anche se la realtà quitidiana rimaneva ancora dura, il carburante per il sogno non mancava di certo.

Ferdinand Cheval macinava i suoi trenta chilometri al giorno, percorrendo sempre lo stesso tragitto. A quell’epoca i ritmi di un postino erano ben diversi da quelli “motorizzati” di oggi. Nei suoi diari scriverà:

Cosa fare, camminando perpetuamente nello stesso paesaggio, se non sognare. Per distrarre i pensieri, costruivo in sogno un palazzo fiabesco…

Ma le strampalate fantasticherie di questo umile postino di campagna sarebbero rimaste tali, se la Natura non gli avesse mandato un segno. Il 19 aprile del 1879 Ferdinand Cheval ha 43 anni, e la sua vita sta per cambiare per sempre.

Un giorno del mese d’aprile nel 1879, facendo il mio solito giro di postino rurale, a un quarto di lega prima d’arrivare a Tersanne, camminavo molto in fretta quando il mio piede inciampò su qualcosa che mi fece scivolare qualche metro più in là, e volli saperne la causa. In sogno, avevo costruito un palazzo, un castello o delle grotte, non posso esprimerlo bene… non lo dicevo a nessuno per paura di sembrare ridicolo, e mi trovavo ridicolo io stesso. Ecco che dopo quindici anni, nel momento in cui avevo quasi dimenticato il mio sogno, e che non ci pensavo per nulla al mondo, è il mio piede che me lo fa ricordare. Il mio piede aveva urtato una pietra che per poco non mi faceva cadere. Ho voluto sapere cos’era… Era una pietra dalla forma così bizzarra che l’ho messa in tasca per poterla ammirare a mio piacimento. Il giorno dopo, sono ripassato nello stesso posto. Ne ho trovate ancora, e di più belle, le ho raccolte tutte sul posto e ne sono rimasto rapito… È una pietra molassa lavorata dalle acque e indurita dalla forza del tempo. Diviene dura come i sassi. Essa rappresenta una scultura così bizzarra che è impossibile per l’uomo imitarla, vi si possono leggere ogni specie di animali, ogni tipo di caricature. Mi sono detto: visto che la natura vuol fare la scultura, io farò la muratura e l’architettura.

La pietra che risvegliò il sogno sopito.

Quella pietra, scoperta per caso, fu per il postino l’equivalente di una folgorazione sulla via di Damasco. E Cheval non si tirò indietro, di fronte a questa evidente chiamata all’azione, cominciando pian piano a mettere in piedi il suo cantiere – nonostante non avesse un’educazione, né sapesse minimamente come andava costruita una casa, figurarsi un castello delle fiabe. La gente del paese cominciò a prenderlo per matto. Ma di colpo la vita gli aveva svelato uno scopo grandioso, e se ogni giorno percorreva i suoi soliti trenta chilometri a piedi, ora c’era una scintilla nei suoi occhi che egli non aveva mai avuto. Al peso della posta da consegnare si aggiunse quello delle pietre: all’andata le selezionava e posizionava lungo la via, al ritorno le raccoglieva aiutandosi con la sua fida carriola. Il postino Cheval e la sua carriola divennero una vera e propria icona per gli abitanti di Hauterives.

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Nei giorni di pausa, ogni sera e ogni mattina, Cheval continuava a costruire la struttura; procedeva a braccio, da perfetto autodidatta, aggiungendo ornamenti su ornamenti senza un piano di progettazione vero e proprio. Instancabile, febbrile, posseduto dalla grandiosità di ciò che stava compiendo.

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Il postino Cheval cominciò la sua opera con una fontana, la “Sorgente della Vita”, per poi aggiungerci la cosiddetta “Grotta di Sant’Amedeo”, il Sepolcro Egizio, e tutta una serie di pagode, templi orientali, moschee, e altre rappresentazioni di luoghi sacri, mostrati l’uno di fianco all’altro; i Tre Giganti (Cesare, Vercingetorige, Archimede) furono posti a guardia del complesso scultoreo.

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Il postino non conosceva più riposo. Nel 1894 Cheval vide morire un’altra figlia, di 15 anni, avuta dalla seconda moglie. Sconvolto da questa ulteriore perdita, due anni dopo si ritirò in pensione ma non smise certo di dedicarsi al suo Palazzo. Ormai era a metà dell’opera, non poteva fermarsi.

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Il Palazzo Ideale non era pensato come un edificio vero e proprio, abitabile, ma piuttosto come un monumento dedicato alla fratellanza fra le genti, al di là di qualsiasi credo o provenienza: un amalgama di forme e stili occidentali e orientali, un sincretismo elaborato e ispirato alla natura, alle cartoline postali e alle riviste che Cheval distribuiva. Figure scolpite, palme di cemento, bestie, mostri, rami intrecciati e colonne arabescate facevano da contorno a raffigurazioni o edifici sacri; iscrizioni e insegne dovevano riportare i messaggi e le poesie del costruttore; nella cripta, infine, un piccolo altare era dedicato a colei senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile, quella che Cheval chiamava “la mia fedele compagna di pena“… l’inseparabile carriola.

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Il postino Cheval finì di costruire il suo Palazzo Ideale nel 1912, dopo avervi dedicato ben trentatré anni della sua vita. Lo ricordò con una scritta, visibile sotto una scala che costeggia il Tempio della Natura verso la facciata Nord:

1879-1912: 10.000 Giornate, 93.000 Ore, 33 anni di ostacoli e prove. Lavoro d’un uomo solo.

Soddisfatto, Cheval annunciò che quel monumento sarebbe stato anche la sua tomba; ma, a sorpresa, le autorità gli negarono il permesso di essere seppellito lì. Cosa fare? Cheval non si perse d’animo.

Dopo aver terminato il mio Palazzo dei sogni all’età di settantasette anni e dopo trentatré anni di tenace lavoro, mi sono trovato ancora abbastanza coraggioso da farmi da solo la mia tomba al cimitero della Parrocchia. Là ho lavorato ancora 8 anni di dura fatica. Ho avuto la fortuna d’aver la salute per completare questo sepolcro chiamato “La Tomba del silenzio e del riposo senza fine” – all’età di 86 anni. Questa tomba si trova a circa un chilometro dal villaggio di Hauterives. Il suo genere di lavorazione la rende molto originale, quasi unica al mondo, in realtà è l’originalità che la rende bella. Un gran numero di visitatori va a visitarla dopo aver visto il mio Palazzo dei sogni, e ritornano nel loro paese meravigliati, raccontando ai loro amici che non è una favola, che è la realtà vera. Bisogna vederlo per crederci.

Proprio in quel mausoleo Ferdinand Cheval raggiungerà il suo meritato riposo nel 1924.

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“Le Tombeau du silence et du repos sans fin”.

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Poco prima di morire, però, il facteur Cheval aveva avuto la soddisfazione di vedere il suo Palazzo riconosciuto da alcuni artisti e intellettuali come un esempio straordinario di architettura senza regole né strutture, un’opera d’arte spontanea e inclassificabile. Nel 1920 André Breton lo segnala come precursore architettonico del surrealismo, in seguito con l’emergere del concetto di art brut Cheval verrà ulteriormente ammirato per il suo lavoro; oggi si preferisce il termine outsider art, o arte naïf, ma il concetto resta quello: proprio perché privo di una cultura artistica, Cheval si è permesso di operare scelte istintive e non accademiche che rendono il Palazzo un’opera a suo modo unica. Picasso, Ernst, Tinguely, Niki de Saint Phalle furono tutti amanti di questo luogo folle e incredibile, che ispirò più o meno esplicitamente diverse altre “cittadelle” immaginarie. Nel 1969 André Malraux decise di tutelare il Palazzo come monumento storico, contro il parere di molti altri funzionari del Ministero della Cultura, con queste motivazioni:

In un tempo in cui l’arte naïf è diventata una realtà considerevole, sarebbe infantile non tutelare, quando siamo noi francesi ad avere la fortuna di possederla, la sola architettura naïf al mondo, e aspettare che si distrugga.

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Il piccolo comune di Hauterives è sempre là, fra le colline e i campi, ai piedi delle Alpi Francesi. Eppure solo nel 2013 quasi 160.000 visitatori hanno fatto pellegrinaggio al Palazzo Ideale, oggi completamente restaurato e nella cornice del quale si organizzano mostre d’arte, concerti, eventi. E, perdendo per l’ennesima volta lo sguardo negli intricati ghirigori di pietra, ci si stupisce all’idea che siano stati veramente creati da un semplice postino, che con la sua carriola batteva la campagna alla ricerca di pietre bizzarre; non si può che ripensare allora alla sardonica provocazione che Cheval stesso iscrisse sulla facciata del suo Palazzo:

Se c’è qualcuno più ostinato di me, si metta all’opera.

Ma questa frase ironica, ci piace leggerla anche come un invito, oltre che una sfida; un’esortazione a coltivare la cocciutaggine, la follia e la temerarietà – necessarie a chiunque voglia veramente provare a costruire il suo “Palazzo Ideale”.

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Ecco il sito ufficiale del Palazzo Ideale.

Speciale: Fotografare la morte – III

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Joel-Peter Witkin è ritenuto uno dei maggiori e più originali fotografi viventi, assurto negli anni a vera e propria leggenda della fotografia moderna. È nato a Brooklyn nel 1939, da padre ebreo e madre cattolica, che si separarono a causa dell’inconciliabilità delle loro posizioni religiose. Fin da giovane, quindi, Witkin conobbe la profonda influenza dei dilemmi della fede. Come ha più volte raccontato, un altro episodio fondamentale fu assistere ad un incidente stradale, mentre un giorno, da bambino, andava a messa con sua madre e suo fratello; nella confusione di lamiere e di grida, il piccolo Joel si trovò improvvisamente da solo e vide qualcosa rotolare verso di lui. Era la testa di una giovane ragazzina. Joel si chinò per carezzarle il volto, parlarle e rasserenarla, ma prima che potesse allungare una mano qualcuno lo portò via.
In questo aneddoto seminale sono già contenute alcune di quelle che diverranno vere e proprie ossessioni tematiche per Witkin: lo spirito, la compassione per la sofferenza e la ricerca della purezza attraverso il superamento di ciò che ci spaventa.

Dopo essersi laureato in discipline artistiche, ed aver iniziato la sua carriera come fotografo di guerra in Vietnam, nel 1982 Witkin ottiene il permesso di scattare alcune fotografie a dei preparati anatomici, e riceve in prestito per 24 ore una testa umana sezionata longitudinalmente. Witkin decide di posizionare le due metà gemelle nell’atto di baciarsi: l’effetto è destabilizzante e commovente, come se il momento della morte fosse un’estrema conciliazione con il sé, un riconoscere la propria parte divina e finalmente amarla senza riserve.

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The Kiss è lo scatto che rende il fotografo di colpo celebre, nel bene e nel male: se da una parte alcuni critici comprendono subito la potente carica emotiva della fotografia, dall’altra molti gridano allo scandalo e la stessa Università, appena scopre l’uso che ha fatto del preparato, decide che Witkin è persona non grata.
Egli si trasferisce quindi nel Nuovo Messico, dove può in ogni momento attraversare il confine ed aggirare così le stringenti leggi americane sull’utilizzo di cadaveri. Da quel momento il lavoro di Witkin si focalizza proprio sulla morte, e sui “diversi”.

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Lavorando con cadaveri o pezzi di corpi, con modelli transessuali, mutilati, nani o affetti da diverse deformità, Witkin crea delle barocche composizioni di chiara matrice pittorica (preparate con maniacale precisione a partire da schizzi e bozzetti), spesso reinterpretando grandi opere di maestri rinascimentali o importanti episodi religiosi.

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Scattate rigorosamene in studio, dove ogni minimo dettaglio può essere controllato a piacimento dall’artista, le fotografie vengono poi ulteriormente lavorate in fase di sviluppo, nella quale Witkin interviene graffiando la superficie delle foto, disegnandoci sopra, rovinandole con acidi, tagliando e rimaneggiando secondo una varietà di tecniche per ottenere il suo inconfondibile bianco e nero “anticato” alla maniera di un vecchio dagherrotipo.

Nonostante i soggetti scabrosi ed estremi, lo sguardo di Witkin è sempre compassionevole e “innamorato” della sacralità della vita. Anche la fiducia che i suoi soggetti gli accordano, nel venire fotografati, è proprio da imputarsi alla sincerità con cui egli ricerca i segni del divino anche nei fisici sfortunati o differenti: Witkin ha il raro dono di far emergere una sensualità e una purezza quasi sovrannaturale dai corpi più strani e contorti, catturando la luce che pare emanare proprio dalle sofferenze vissute. Cosa ancora più straordinaria, egli non ha bisogno che il corpo sia vivo per vederne, e fotografarne, l’accecante bellezza.

Ecco le nostre cinque domande a Joel-Peter Witkin.

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1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è parte della vita di ognuno di noi. La morte è anche il grande discrimine fra la fede umana e gli aspetti terreni, temporali – è il sonno senza tempo, per chi è religioso, è la vita eterna assieme a Dio.

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2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Fotografare la morte e i resti umani è sempre un “lavoro sacro”. Quello che fotografo, coloro che ritraggo, in realtà siamo sempre noi stessi. Io vedo la bellezza nei soggetti che fotografo.

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3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

I grandi dipinti e la scultura del passato hanno sempre affrontato il tema della morte. Amo dire che “la morte è come il pranzo – sta arrivando!”. Un tempo la gente nasceva e moriva nella propria casa. Oggi nasciamo e moriamo in apposite istituzioni. Portiamo tutti un numero tatuato sul nostro polso. Muoriamo soli.
Quindi, ovviamente, le persone rimangono sconvolte nel vedere, in un certo senso, il loro stesso volto. Credo che nulla dovrebbe mai essere tabù. In realtà quando sono abbastanza privilegiato da riuscire a fotografare la morte, resto solitamente molto toccato dallo spirito che è ancora presente nei corpi di quelle persone.

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4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Quando ho fotografato “l’uomo senza testa”, (Man Without A Head, un cadavere, seduto su una sedia all’obitorio, la cui testa era stata rimossa a scopo di ricerca) lui indossava dei calzetti neri. Quel dettaglio rese il tutto un po’ più personale. Il dottore, il suo assistente ed io alzammo quest’uomo morto dal tavolo settorio e posizionammo il suo corpo su una sedia di acciaio. Dovetti lavorare un po’ con il cadavere, per bilanciare le sue braccia in modo che non cadesse per terra. Alla fine, nella foto, il pavimento era tutto ricoperto dal sangue fluito dal suo collo, dove la testa era stata tagliata. Gli fui molto grato di aver lavorato con me.

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5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Ho già preso provvedimenti affinché i miei organi siano rimossi dopo la mia morte per aiutare chi ancora è in vita. Qualsiasi cosa rimanga, verrà seppellita in un cimitero militare, visto che sono un veterano dell’esercito. Quindi temo che mi perderò l’occasione di cui mi chiedi!

P.S. Io non voglio “mantenere bizzarro il mondo” (un riferimento allo slogan del nostro blog, n.d.r.)… voglio renderlo più amorevole!

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Nel Regno dell’Irreale

Henry Darger era la classica persona che passa inosservata. Abiti sciatti ma puliti, un umile lavoro come custode dell’ospedale locale, la messa ogni giorno, un lavoro di volontariato a favore dei bambini che avevano subito abusi o erano stati trascurati, una fissazione per la storia della Guerra Civile Americana. Aveva avuto un’infanzia piuttosto difficile, subendo anche un internamento in manicomio (e all’inizio del ‘900, non era uno scherzo: significava lavori forzati e severe punizioni); eppure di tutte quelle sofferenze Henry sembrava non portare alcun segno, anzi spesso ricordava di aver avuto anche momenti felici. Un solitario, ma di buon cuore. Un uomo qualsiasi, nella grande città ventosa di Chicago. Anche la sua morte avvenne senza clamore, una mattina d’aprile del 1973.

Eppure Henry nascondeva un segreto.

Qualche giorno dopo la sua morte, frugando nella sua stanza per liberarla, i padroni di casa trovarono il progetto nascosto di Henry Darger, l’opera di una vita.

Il romanzo fantasy The story of the Vivian Girls, reintitolato recentemente The Realms of Unreal, scritto da Darger durante un periodo di oltre 60 anni, è un’opera straordinaria per dimensioni: più di 15.145 pagine di racconto, fittissime, e alcuni volumi rilegati contenenti diverse centinaia di illustrazioni, papiri colorati ad acquerello, ritagli di giornale e di libri da colorare. Oltre a questo, Darger scrisse anche un’autobiografia di 5.084 pagine, e un secondo lavoro di fiction, Crazy House, di più di 10.000 pagine.

Durante tutti quegli anni di vita da recluso, Darger aveva accumulato un archivio immenso di ritagli di giornale, pubblicità, pagine di libri per bambini. Su quella base, ricopiando i suoi ritagli, aveva illustrato le avventure delle Vivian Girls, le protagoniste del suo romanzo. In The Realms of Unreal, le ragazze Vivian sono sette principesse (cattoliche) di un mondo immaginario in cui i Glandeliniani (atei convinti) sfruttano i bambini e ne abusano costantemente. Dopo che viene messo in atto il più scioccante omicidio infantile mai causato dal Governo Glandeliniano, i bambini si sollevano e si scatena una guerra senza confine, il vero fulcro del romanzo, che si sviluppa fra fughe rocambolesche, epiche battaglie e crudeli scene di tortura.

Si è molto discusso su quello “scioccante omicidio infantile“. Darger, infatti, era rimasto particolarmente colpito dall’assassinio di una bambina, Elsie Paroubek, strangolata da uno sconosciuto nel 1911: aveva ritagliato la foto della piccola vittima da un giornale e l’aveva conservata come una reliquia. Quando un giorno l’immagine andò perduta, egli si convinse che la foto fosse stata rubata da qualche malintenzionato introdottosi in casa sua. Dopo aver elaborato preghiere e novene rivolte a Dio affinché gli fosse concesso di recuperare la fotografia, Darger decise che quell’affronto andava risolto in altro modo: nel suo romanzo in corso d’opera, che diventava ogni giorno di più una sorta di universo parallelo nel quale Henry risolveva i suoi conflitti interiori, fece scoppiare la guerra fra le Vivian girls e i Glandeliniani proprio a causa dell’omicidio di una piccola schiava ribelle. In virtù di questa ossessione di Darger per la piccola Elsie Paroubek, trasfigurata in eroina nel suo romanzo, il biografo MacGregor avanza l’ipotesi che l’assassino della bambina (mai identificato) fosse proprio lo stesso Darger.

Le prove che Henry Darger potesse realmente essere un pedofilo o un assassino non sono mai affiorate. Certo è che gran parte delle illustrazioni di Realms of Unreal mostrano ragazzine nude, spesso torturate e uccise dai Glandeliniani con un’attenzione e una cura dei particolari che ricordano i disegni realizzati dai più famosi serial killer. A intorbidire ancora più le acque, nella maggioranza dei dipinti le piccole bambine nude sfoggiano genitali maschili. È molto probabile che, come notano i maggiori esegeti dell’opera di Darger, il vecchio recluso non avesse un’idea chiara dell’anatomia femminile, essendo rimasto molto probabilmente illibato fino alla fine dei suoi giorni.

È innegabile che i suoi dipinti abbiano una forza strana e inquietante: sia che le sorelle Vivian siano in pericolo, sia che giochino innocentemente su un prato, una sottile vena di voyeurismo naif e infantile pervade ogni dettaglio, e nonostante i colori sgargianti e appariscenti il mondo di Darger è sempre impregnato di una tensione erotico-sadica piuttosto morbosa.

In una catarsi psicanalitica durata sessant’anni, Darger disegnò centinaia e centinaia di fogli, anche di grandi dimensioni, illustrando le varie fasi dell’avventura bellica delle sue eroine. Il romanzo ha addirittura due finali, uno in cui le sorelle Vivian escono vittoriose dalla guerra, e uno in cui soccombono alle forze degli atei adulti Glandeliniani.

Queste sue fantasie private, che nelle intenzioni originali non avevano forse alcuna pretesa d’arte, ma semplicemente di riscatto ed evasione da una vita troppo solitaria, sono oggi riconosciute come uno dei maggiori esempi di outsider art (arte degli emarginati). Le sue illustrazioni vengono esposte nelle maggiori gallerie, e vendute all’asta a prezzi elevatissimi. Documentari e saggi vengono prodotti sulla sua arte. L’American Folk Art Museum sta cercando di trasformare in museo il piccolo, povero appartamento nel quale Henry Darger, chino sui suoi fogli, privo di amici e lontano da tutti, fuggiva nello sconfinato e sublime mondo partorito dalla sua fantasia.

il più scioccante omicidio infantile mai causato dal governo Glandelinian