Mater incerta

Nel 2002 Lydia Kay Fairchild, una donna di 26 anni residente nello stato di Washington, era già madre di due bambini, con un terzo in arrivo, e senza lavoro fisso; aveva quindi deciso di fare richiesta di assistenza pubblica.
La prassi stabiliva che i figli fossero sottoposti al test del DNA per confermare che loro padre era effettivamente Jamie Townsend, l’ex-fidanzato della Fairchild. Doveva essere un controllo di routine, ma qualche giorno dopo la donna ricevette una strana chiamata in cui le si chiedeva di presentarsi nell’ufficio del procuratore per i Servizi Sociali.
E fu lì che il suo mondo rischiò di crollare.

Una volta entrata, gli ufficiali chiusero la porta dietro di lei e cominciarono a interrogarla severamente: “Chi sei davvero?“, continuavano a domandarle con insistenza, senza che lei capisse cosa stava succedendo.
Il motivo di questo accanimento era assolutamente imprevedibile: i test del DNA avevano dimostrato che Jamie Townsend era in effetti il padre dei bambini… ma che Lydia non era la madre.

Per quanto la donna ripetesse di averli portati in grembo e di averli partoriti, i risultati lo escludevano categoricamente: i profili genetici dei suoi figli erano infatti costituiti per metà dai cromosomi ricevuti dal padre, e per metà da cromosomi di una donna sconosciuta. Il rischio era che a Lydia Fairchild venisse revocato l’affidamento dei bambini.
Di fronte alla disperazione della donna, gli assistenti sociali ordinarono un secondo test, che però diede esattamente gli stessi risultati. Lydia non aveva nessun tipo di parentela genetica con i suoi figli.

Per i 16 mesi successivi, le cose continuarono a peggiorare. Gli ufficiali avviarono le procedure per togliere alla Fairchild la custodia dei figli, in quanto avrebbe potuto trattarsi di un caso di traffico di bambini, e lo Stato inviò perfino un funzionario del tribunale ad assistere al parto del terzo figlio, in modo da poter eseguire il controllo del DNA immediatamente dopo la nascita. Ancora una volta il neonato non mostrava geni in comune con Lydia, che cominciò dunque ad essere sospettata di surrogazione di maternità dietro compenso (che nello stato di Washington è considerato un reato).
Lydia Fairchild stava vivendo un vero e proprio incubo: “mi sedevo a cena con i miei bambini e di colpo cominciavo a piangere. Loro mi guardavano, come a dire ‘cosa succede, mamma?’, venivano ad abbracciarmi, e non glielo potevo spiegare, perché io stessa non capivo“.

Il suo avvocato Alan Tindell, pur essendo rimasto inizialmente perplesso dal caso, decise di indagare più a fondo e un giorno si imbatté in una storia simile avvenuta a Boston, e descritta in uno studio apparso sul New England Journal of Medicine: una donna di 52 anni, Karen Keegan, si era sottoposta a un esame istologico in vista di un trapianto e i risultati non avevano mostrato alcuna corrispondenza fra il suo DNA e quello dei suoi figli.
Molto spesso le soluzioni dei misteri più intricati si rivelano deludenti, ma in questo caso la spiegazione era altrettanto incredibile.
L’avvocato comprese che, proprio come la madre di cui parlava l’articolo scientifico, anche Lydia era una chimera.

Il chimerismo tetragametico avviene quando due ovuli vengono fecondati da due spermatozoi diversi e, invece di crescere autonomamente e risultare in due gemelli eterozigoti, si fondono assieme ad uno stadio precoce. L’individuo chimerico è dotato di due differenti corredi genetici, e può sviluppare interi organi che posseggono cromosomi diversi da tutti gli altri. Gran parte delle chimere nemmeno sanno di esserlo, dato che l’esistenza di due linee cellulari spesso non è evidente; ma portano dentro di sé ad esempio il fegato o qualche ghiandola che avrebbero dovuto appartenere al loro gemello mai nato.
Nel caso della Fairchild, gli organi “estranei” erano proprio delle ovaie. Al loro interno si nascondevano quei cromosomi sconosciuti che avevano formato il corredo genetico dei bambini di Lydia, come confermato da un’analisi delle cellule prelevate con un pap test.

Finalmente l’accusa mossa contro di lei venne ritirata. Nell’emettere il proscioglimento, il giudice si domandò apertamente quanto affidabili siano i test del DNA, ancora oggi ritenuti fondamentali in ambito criminologico — ma se il criminale in questione fosse una chimera?
Oggi Lydia Fairchild è tornata alla sua vita normale, lasciandosi questa terribile avventura alle spalle. E qualche anno fa ha felicemente dato alla luce la sua quarta figlia; o, se volete, la quarta figlia della sorella che non ha mai avuto.

L’articolo del New England Journal of Medicine citato nel post è consultabile qui. Per approfondire alcune forme di chimerismo meno conosciute, consiglio questo articolo (in inglese).

Speciale: Innocenzo Manzetti

Sarebbe bello pensare che il progresso scientifico proceda in maniera limpida, con l’esclusivo ausilio della ricerca e del metodo, e che l’importanza di uno studioso venga riconosciuta sulla base dei suoi risultati. Eppure, come succede per tutte le vicende umane, nel successo o meno di una teoria o di una scoperta possono intervenire imprevedibili fattori esterni – fattori umani, s’intende, sociali, politici, commerciali: insomma, che poco o nulla hanno a che vedere con la scienza.

Ci sono buone possibilità che non abbiate mai sentito parlare di Innocenzo Manzetti, nonostante egli sia stato uno tra i più fertili e vulcanici geni italiani. E se per lui le cose fossero andate diversamente, meno di un mese fa, il 29 giugno per l’esattezza, avremmo celebrato il 150° anniversario della sua invenzione di maggiore impatto sulla storia e sulle nostre vite: il telefono.

Ma, a causa di tutta una serie di eventi di cui leggerete più sotto, la paternità del primo congegno per la trasmissione a distanza del suono è stata attribuita ad altri. Si tratta di una vicenda che si svolge in un periodo di fertile cambiamento, nel bel mezzo di una corsa internazionale all’innovazione teconologica, una lotta senza esclusione di colpi per il primato sul brevetto definitivo: in questa battaglia, fra inventori in buona fede, spie, dibattimenti legali e mosse strategiche, c’è chi inevitabilmente rimane tagliato fuori. Magari perché vive in una regione particolarmente isolata, o perché non è facoltoso come i suoi avversari. Oppure semplicemente perché, da inguaribile idealista, le dispute lo interessano meno della ricerca.

La figura di Innocenzo Manzetti fa parte di quella eterogenea famiglia di innovatori, scienziati e pensatori che, per queste o altre ragioni, la Storia ha relegato a un immeritato oblio. Eppure la sua creatività e il suo ingegno furono tutto fuorché ordinari.

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Nato ad Aosta il 17 marzo 1826, Innocenzo era il quarto di otto figli. Da sempre appassionato di fisica e meccanica, ottenne il diploma di geometra a Torino, per poi stabilirsi definitivamente nella sua città natale. La vita di Manzetti si divise quindi fra il lavoro di impiegato al genio civile (all’epoca una sorta di soprintendenza per le opere pubbliche), e la sua vera passione: gli esperimenti di fisica da una parte, e la progettazione e costruzione di apparecchi meccanici dall’altra.

Gli interessi di Innocenzo Manzetti spaziavano in ogni direzione, e la sua mente fervida non conosceva riposo. Nel 1849 presentò al pubblico il suo “suonatore di flauto”: un automa in ferro e acciaio, ricoperto di pelli di camoscio, con tanto di occhi in porcellana. L’uomo meccanico era in grado di muovere le braccia, togliersi il cappello, parlare ed eseguire fino a dodici arie diverse con il suo strumento. Un risultato straordinario, che grazie a un contributo comunale Manzetti riuscì ad esibire perfino all’Esposizione Universale di Londra nel 1851; ma destinato, come tante altre sue invenzioni, a non ottenere la sperata risonanza.

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Il suo amore per gli ingranaggi automatici lo portò a realizzare anche un pappagallo meccanico volante e un carillon con pupazzo animato. Ma al di là di queste pur brillanti invenzioni, che si proponevano di meravigliare gli spettatori e di far sfoggio di un’eccezionale perizia meccanica, Manzetti ideò anche soluzioni di enorme utilità pratica: mise a punto una nuova calce idraulica, costruì una pompa idrovora utilizzata per prosciugare gli allagamenti nelle miniere di Ollomont, ma anche una macchina per la pasta, i sistemi di filtraggio dell’acqua potabile cittadina, il pantografo con cui riuscì a incidere un medaglione con l’immagine di Pio IX su di un grano di riso.

Estratto dal brevetto della macchina per la pasta di Manzetti.

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Ricostruzione 3D della macchina per la pasta.

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Ricostruzione 3D del velocipede a tre posti.

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Ricostruzione 3D dell’autovettura a vapore.

Nel corso degli anni, i valdostani impararono a rimanere sbalorditi dalle invenzioni dell’eccentrico personaggio.
Ma fu nel 1865 che Manzetti presentò i due prototipi che avrebbero potuto, almeno sulla carta, garantirgli fama e successo: un’automobile a combustione interna, la prima vettura stradale a vapore dotata di un sistema sterzante maneggevole; e soprattutto il “telegrafo vocale”, vero e proprio antesignano del telefono – con sei anni di anticipo su Antonio Meucci (che ne depositò l’idea nel 1871) e ben undici su Alexander Graham Bell (1876).

Allora perché, se rimane celebre la battaglia legale fra questi due ultimi inventori sulla paternità del telefono, il nome di Manzetti non viene quasi mai menzionato? Quali sono le ragioni per cui questo precursore non figura in posizione di rilievo nella storia delle telecomunicazioni? E quanto c’è di vero nelle voci che lo vorrebbero vittima di un complesso caso di spionaggio internazionale?

I fattori che condannano uno scienziato, anche brillante, alle retrovie della storia possono essere molteplici.
Abbiamo deciso di parlarne con uno dei massimi esperti della vita e dell’opera di Manzetti, Mauro Caniggia Nicolotti, autore assieme a Luca Poggianti di una serie di libri biografici sull’inventore valdostano. Quella che segue è la trascrizione dell’interessante conversazione telefonica avuta con Mauro.

A cavallo fra ‘800 e ‘900 si assiste a una serie di straordinarie innovazioni tecnologiche, che generano altrettante spettacolari battaglie di brevetti – non prive di colpi bassi – per assicurarsi i diritti di sfruttamento delle rivoluzionarie invenzioni: dalla radio al cinema, dall’automobile al telefono.
In effetti, diversi studiosi, fisici, ingegneri, inventori in diverse parti del globo arrivano negli stessi anni a conclusioni simili, e il più delle volte a vincere sulla lunga distanza non è tanto la novità del progetto in sé, quanto magari un piccolo perfezionamento che ne decreta il successo rispetto agli avversari.
Com’era l’atmosfera in quel periodo di grandi cambiamenti tecnologici? Il fermento era avvertito anche in Italia? Nella poca fortuna e nella marginalizzazione di Manzetti ha giocato un ruolo anche la condizione economica e culturale della Valle d’Aosta all’epoca dell’unità d’Italia?

Quello che hai detto credo ricalchi ciò che avviene in quasi tutti i contesti di “invenzione”. È come se ci fossero mille pezzi sparsi nel cielo, e soltanto qualcuno è in grado di afferrare quelli giusti.
La Valle d’Aosta era isolatissima. Pensa che le strade maggiori hanno compiuto o stanno compiendo un secolo oggi. Aosta era quello che all’epoca si definiva cul de sac, il fondo del sacco, un vicolo cieco. Manzetti opera in questo contesto “fuori mano”, ricco culturalmente a livello locale ma non troppo avanzato tecnologicamente. Le prime testate giornalistiche valdostane nascono proprio in quel periodo, e offrono notizie riprese da altri quotidiani internazionali; Manzetti assorbe tutte le invenzioni di cui legge sui giornali. Lui è una specie di Archimede Pitagorico di Topolino. In poche parole, un genio. In tutti i campi, non soltanto quelli prettamente scientifici: è un fine cesellatore, viene chiamato come calligrafo in Svizzera, ha interessi a tutto tondo.
Nel suo “laboratorio delle meraviglie” cerca di risolvere innanzitutto i problemi della città, come l’illuminazione pubblica, oppure quelli di approvvigionamento idrico dal torrente Buthier, la cui acqua è, come diciamo noi, bourbeuse, cioè non è limpida, e quindi realizza dei filtri… prova a perfezionare alcune soluzioni che apprende dai giornali, oppure inventa cose originali. È un assorbitore, un miglioratore e un realizzatore.
Quindi pur in un contesto limitato Manzetti è un’esplosione di inventiva. I giornali locali ripetono che dovrebbe vivere altrove, il Comune gli paga il viaggio per l’Esposizione di Londra, quindi in realtà il suo talento viene anche riconosciuto, ma per tutta la vita è costretto a operare con mezzi poverissimi.

La mente di Manzetti era senza dubbio prolifica: la sua carriera sarebbe stata diversa se egli avesse goduto di un maggiore acume imprenditoriale? Era una persona integrata nel tessuto sociale del suo tempo? Come veniva visto dai concittadini?

Certamente Manzetti non è imprenditore di se stesso. Io penso che sia stato tutto sommato un sognatore: pur essendo povero, non ha mai cercato denaro. Ha provato invece a rendersi utile, tanto che poi è stato eletto all’ufficio che oggi chiameremmo di assessore ai lavori pubblici. Quindi sì, in un certo senso era socialmente integrato.
Di recente però ho scovato un articolo d’epoca (che non abbiamo pubblicato sul nuovo libro) in cui un viaggiatore, parlando dei valdostani, utilizza un termine dispregiativo: li chiama “buzzurri”, racconta che sono ignoranti e mal vestiti. Sempre in questo articolo l’autore precisa che, escluso il vescovo che veniva da Ivrea (la sede era vacante in quel periodo) e che dunque doveva sembrare un alieno, l’unico altro cittadino elegantemente vestito era Manzetti. Quindi la sensazione è che venisse visto non dico come un corpo estraneo, ma comunque come una persona una spanna sopra agli altri.

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Nel 1865 Innocenzo Manzetti presentò il suo “telegrafo vocale”, dopo averlo progettato alla fine del 1843 e aver speso più di una quindicina d’anni in esperimenti e perfezionamenti. Qualche anno prima (1860-62) Johann Philipp Reis aveva dimostrato l’utilizzo del suo telefono sperimentale, forse in parte basato sulle ricerche di Charles Bourseul: questo apparecchio però era pensato come un prototipo, utile per ulteriori studi, e non era pienamente funzionale. In cosa differiva la versione di Manzetti? Ho letto che il suo telegrafo risentiva di alcune imperfezioni, in particolare nella resa delle consonanti: è vero?

È vero, nei primi esperimenti di trasmissione sonora di Manzetti la voce non è limpida. Bisogna però tenere conto che mancavano i filtri a carbone e tutto quello che è arrivato dopo. Il primo tentativo avviene con dei mezzi, se non proprio di fortuna, certamente non di pregio. D’altronde anche il tanto celebrato automa aveva al suo interno alcuni pezzi di qualità scadente, e a tratti smetteva di funzionare.
Il vero problema è che chi ha sperimentato il telegrafo vocale è l’amico di Manzetti, il canonico Édouard Bérard: e Bérard è un perfezionista, perfino un po’ pignolo.
Per questo motivo egli non riporta soltanto la notizia della trasmissione del suono ma, invece di cedere all’eccitazione di essere stato il primo uomo in grado di sentire una voce a distanza, ci tiene a precisare che la resa sonora “non è chiara”. Visto a posteriori, è come lamentarsi del fatto che il primo aereo sia in grado di volare soltanto per qualche centinaio di metri.

Perché Manzetti non brevettò la sua invenzione?

Non la brevettò per tutta una serie di motivi. Primo, i brevetti costavano davvero moltissimo e Manzetti non poteva permettersi la spesa. Le uniche cose che ha brevettato sono quelle che potevano portare un po’ di denaro subito: la macchina per la pasta, che di fatto ancora oggi è un suo brevetto, e la calce idraulica che sembrava promettente.
Il telefono gli è stato stroncato fin dall’inizio.
Fra luglio e agosto del 1864 viene riportata la visita in Val d’Aosta del Ministro Matteucci, che vede il telefono di Manzetti: quindi c’è stata una presentazione ufficiosa, un anno prima di quella pubblica. Il Ministro però affronta apertamente Manzetti, e il succo del suo discorso è a grandi linee questo: “Sei matto? Abbiamo appena unito l’Italia, ci sono stati i moti rivoluzionari… l’ufficiale del telegrafo oggi è in grado di trasmettere un messaggio, ma al contempo controllarlo. Una telefonata fra due persone, senza intermediari, senza alcun controllo, potrebbe essere di pericolo per lo Stato”. Anche alcuni giornali di Firenze si chiedono a chi possa tornare utile una simile invenzione: forse ai fidanzatini che si vogliono dare la buonanotte? C’è, insomma, tutta una critica su di lui e su questo strumento che non sarebbe mai servito a niente e a nessuno.

Poi bisogna anche ricordare che all’inizio Manzetti non ha esattamente in testa tutti gli sviluppi che potrebbe avere la sua invenzione: la progetta semplicemente come espediente per far parlare il suo automa. Tanto che i primi giornalisti chiamano l’apparecchio “bocca”, in quanto per l’appunto era adattato all’automa. Non credo che lui abbia capito subito che cosa aveva inventato. Sono gli amici a fargli comprendere che il suo congegno potrebbe servire ad altro.

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Lettera del fratello di Innocenzo che racconta dei primi esperimenti risalenti al 1843.

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Alexander Graham Bell brevetta ufficialmente il telefono il 14 febbraio 1876. Un anno dopo, il 15 marzo 1877, Manzetti si spegne ad Aosta, dimenticato e in povertà. E qui le acque cominciano a intorbidirsi, perché si scatena la disputa fra Bell e Meucci sulla paternità del telefono: conoscevano entrambi Manzetti? Dalle tue ricerche, emergono elementi che portino a pensare a un caso di spionaggio industriale? E quale attendibilità hanno?

Nella battaglia per la paternità del telefono ci sono due momenti. Il primo è tutto italiano, nel senso che Manzetti presenta nel giugno 1865 il suo “telegrafo vocale” (dopo che finalmente gli amici l’hanno convinto); la notizia viaggia per il mondo, e ad agosto arriva a New York sul giornale italo-americano L’eco d’Italia. Meucci si trova là come “esule”, e apprende di questa notizia. Controbatte con una serie di articoli in cui afferma di aver inventato anche lui qualcosa del genere, descrive il suo apparecchio – che però è limitato rispetto a quello di Manzetti, perché al posto della cornetta ha una lamina, cioè un conduttore che si tiene fra i denti per trasmettere le parole tramite vibrazione. Gli articoli si concludono con l’invito a Manzetti, da parte di Meucci, di collaborare assieme. Non si sa se Manzetti abbia mai letto questa serie di articoli, dunque la questione è chiusa fino al 1871, quando Meucci deposita un caveat, cioè una specie di pre-brevetto, della sua rudimentale invenzione, che non è ancora esattamente un telefono.

In un secondo momento avviene la disputa fra Meucci e Bell. Quest’ultimo frequenta la stessa compagnia presso la quale Meucci ha depositato la sua invenzione, e guarda caso appena il caveat di Meucci scade, Bell deposita il suo brevetto nel 1876. Negli anni ’80 poi ci sono tutta una serie di processi, perché spuntano fuori come funghi inventori, precursori o presunti tali. Quando si screma il tutto, rimangono in piedi Bell e Meucci che si confrontano.

Infine c’è la questione dell’ “intrigo americano”. I giornali di Aosta riportano nel 1865 il viaggio di alcuni “meccanici” (leggi: scienziati) inglesi che arrivano ad Aosta per assistere alla presentazione del telegrafo di Manzetti, e forse per carpirne i segreti: secondo alcuni, fra loro ci sarebbe anche lo stesso Bell, all’epoca ancora sconosciuto, visto che Manzetti dirà in seguito di aver conservato il suo biglietto da visita.
Preciso che non siamo sicuri al 100% che sia stato proprio Bell a venire ad Aosta nel ’65, per quanto le carte mai rese pubbliche sembrerebbero corroborare questa ipotesi (ed essendo questi documenti degli appunti privati, non ci sarebbe stato motivo di mentire).

Ma è molto tempo dopo che accade qualcosa di ancora più “scandaloso”. Il 19 dicembre 1879 si presenta da Bell un certo Horace H. Eldred che è direttore dei telegrafi a NY: si fa nominare presidente della Bell Telephone Company del Missouri, e intraprende immediatamente un viaggio verso l’Europa. Ad Aosta arriva il 6 febbraio, si reca da un notaio, incontra la vedova Manzetti e acquista tutti i diritti relativi al telegrafo vocale: l’intesa è quella che egli si farà promotore presso la Corte Suprema degli Stati Uniti per riconoscere Manzetti come il vero inventore del telefono. Ovviamente non le dice che è un emissario di Bell.
Forse Bell aveva calcolato che acquistando i diritti esclusivi di Manzetti, ormai appurato come primo inventore, avrebbe messo in scacco tutti gli altri che gli stavano dando battaglia.

Eldred dunque si porta via i progetti, tutto.
Ad un certo punto però credo che Eldred si sia reso conto di quello che aveva comprato. Capisce che ciò che ha nelle mani è una miglioria del telefono e infatti rientra subito, il 14 aprile. In barba a Bell, brevetta il perfezionamento a suo nome. Come si può immaginare, segue una controversia fra Bell e lui: vince Eldred, apre una bella fabbrica in Front Street a New York, pubblicizza il suo telefono avanzato, diventa vicepresidente dei telefoni in America e rappresentante in Europa. Insomma, abbandona Bell ma fa una carriera folgorante.

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Secondo te, Innocenzo Manzetti è destinato a rimanere all’interno di quella grande galleria di personaggi dal talento prodigioso – ma sconfitti proprio sulla soglia della gloria – di cui è disseminata la storia del progresso, oppure e ci potrà essere un tardivo risarcimento e una riscoperta della sua figura? Avete in programma qualche iniziativa per l’anniversario?

Abbiamo lanciato il “centocinquantenario dimenticato” con un piccolo incontro – d’altronde qui da noi sono stati tutti abbagliati da un altro centocinquantenario, quello dell’ascesa del Cervino, festeggiato con tanto di Freccie Tricolori. Per quanto riguarda Manzetti non c’è riconoscimento alcuno; io ho intenzione di ripetere gli incontri a luglio e ad agosto, ma tanto so già che i risultati saranno anche peggiori. Non interessa a nessuno, Amministrazione compresa. Abbiamo dovuto combattere tanti anni soltanto per avere un minuscolo museo di sei metri e mezzo per sette e mezzo, nella sagrestia di una chiesa, dove c’è l’automa e alcuni pannelli digitali… nessuno ha intenzione di crederci veramente.

Nemo propheta in patria: in Valle d’Aosta, finché siamo soltanto io e Luca ad attivarci, veniamo considerati quasi come dei visionari. Magari, se si cominciasse a interessarsi a Manzetti dall’esterno le cose cambierebbero, perché quando la voce arriva da “fuori Valle”, ha sempre tutto un altro peso. Se poi addirittura si formasse un po’ di letteratura anglosassone sull’argomento… ma ci vuole tempo.
Da parte mia, io al bicentenario conto di esserci, anche se avrò quasi cent’anni. Sarò un vecchio rimbambito, ma ci sarò!

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Per approfondire la vita e le invenzioni di Manzetti, incluse le intriganti vicende relative allo “spionaggio americano”, è online il museo virtuale Manzetti, curato per l’appunto da Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti.

Ringraziamo anche la nostra lettrice Elena.

Allattamento maschile

Siete  in una sala d’attesa: sedute come voi ci sono altre otto o nove persone. Un bambino di pochi mesi, tenuto in braccio dal papà, ad un tratto comincia a piangere. Un po’ imbarazzato, l’uomo si guarda intorno. Poi solleva un lembo della sua camicia, e si scopre il capezzolo. Il neonato si attacca avidamente al seno, mentre il papà vi sorride. Non siete culturalmente preparati a una scena simile. Come reagireste?

Sembra l’ennesima leggenda urbana, invece è realtà: anche i maschi possono allattare.

Le ghiandole mammarie maschili, nonostante siano presenti in ciascun individuo, non producono latte in normali circostanze. Ma già Darwin aveva notato la loro “completezza” e aveva ipotizzato che agli albori dell’umanità i figli potessero essere allattati indistintamente da maschi e femmine. E i resoconti di bambini svezzati con “latte paterno” sono presenti fin dall’antichità (se ne rileva traccia nel Talmud, in Aristotele, perfino in Anna Karenina). George Gould e Walter Pyle nel loro Anomalies and Curiosities of Medicine del 1896 registrano diversi casi di allattamento maschile negli Stati Uniti meridionali.

Recentemente alcune storie simili sono divenute celebri sui media di mezzo mondo. Il caso più conosciuto è quello di un padre di Walapore, nello Sri Lanka: nel 2002 si venne a sapere che quest’uomo, avendo perso la moglie durante il parto, da mesi ormai allattava al seno le due figliole. Un fatto strano per tutti, ma non per il padre, che raccontò con la massima naturalezza l’inizio della sua esperienza: “mia figlia maggiore rifiutava di essere nutrita col latte in polvere dal biberon. Una sera ero così affranto che, pur di farla smettere di piangere, le offrii il mio capezzolo. Allora mi resi conto che ero in grado di allattarla al seno”.

Laura Shanley, consulente per le maternità, dopo aver letto un saggio di Dana Raphael (The Tender Gift: Breastfeeding, 1978), decise di provare se fosse sufficiente l’auto-suggestione per indurre una produzione maschile di latte. Convinse l’ex-marito David a “dire a se stesso che poteva allattare, e nel giro di una settimana una delle sue mammelle si gonfiò ed iniziò a gocciolare latte”. Che la faccenda sia davvero così semplice sembra piuttosto inverosimile, ma lasciamo il beneficio del dubbio all’entusiasta Laura.

Fatto sta che diversi tipi di animali dividono il compito dell’allattamento equamente fra mamma e papà: non soltanto le comunità di volpi volanti della Malaysia (un genere di pipistrello, ecco l’articolo che ne parla) annoverano maschi allattanti, ma anche capre e colombi possono occasionalmente compiere lo stesso exploit. Ovviamente per quanto riguarda i colombi non si tratta di un vero e proprio allattamento, ma del cosiddetto latte di gozzo, prodotto lattiginoso che viene dispensato ai cuccioli tanto dalle madri quanto dai padri, durante i primi 10-12 giorni di vita.

Ma ritornando alla nostra specie, e ai casi reali, la produzione maschile di latte avviene più spesso per cause meno “romantiche”. Si tratta più comunemente di un effetto collaterale di alcuni trattamenti farmacologici a base di ormoni. Ad esempio, nella cura del cancro alla prostata vengono utilizzati ormoni femminili per arginare la proliferazione del tumore. Questo può portare ad una stimolazione delle ghiandole mammarie. Allo stesso modo, i transessuali che stanno compiendo la cura ormonale rilevano talvolta i medesimi sintomi. Trattamenti antipsicotici o l’assunzione di droghe che bloccano i recettori della dopamina potrebbero avere un effetto simile. Situazioni di stress e di mancanza di cibo possono portare alla produzione di latte maschile: lo si riscontrò in alcuni dei detenuti dei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, e nelle truppe di ritorno dalle guerre di Vietnam e Corea.

Sembra insomma ormai ben documentata la possibilità che un uomo possa allattare suo figlio. Purtroppo, poche ricerche veramente esaustive sono state condotte al riguardo. Resta ancora un mistero come e in quali condizioni questa eventualità si palesi. Certo è che se una delle peculiarità escusivamente femminili dovesse venire a cadere, anche i ruoli all’interno della famiglia andrebbero ripensati.

Per molti padri, l’idea di nutrire il figlio attraverso il proprio corpo sembra essere un’esperienza desiderabile, un legame con il bambino che normalmente viene negato ad un maschio: le donne sono culturalmente predestinate a questo tipo di intimità, e il padre ne è tradizionalmente escluso. È possibile per i maschi “allenarsi” all’allattamento? Dovremmo forse pensare a un futuro più eterogeneo riguardo a questo aspetto dello svezzamento? Un bambino allattato indifferentemente da mamma e papà potrebbe crescere più sano e felice?