Alice sotto terra

Abbiamo già parlato del regista e disegnatore Stefano Bessoni in diverse occasioni. Il suo nuovo lavoro illustrato, Alice sotto terra, verrà lanciato in anteprima al Romics di Roma sabato 29 settembre, in un appuntamento intitolato “Viaggio nella wunderkammer”. Sarà un’occasione per conoscere l’autore di persona e procurarsi una copia autografata di questa sua fantasiosa rielaborazione del capolavoro carrolliano.

Chi conosce il mondo di Bessoni, sia quello su carta che quello su grande schermo, saprà già cosa aspettarsi: nelle sue opere l’elemento fiabesco si tinge di accenti macabri, mescolando assieme suggestioni scientifiche e letterarie, la fascinazione per il pre-cinema, il collezionismo naturalistico ed entomologico; tutti questi strani e disparati ingredienti si amalgamano in maniera sorprendente, intessendo un intricato gioco di rimandi di senso.

Rispetto ai precedenti libretti editi da Logos (Homunculus e Wunderkammer), qui è però presente un referente titanico, ovvero quel Reverendo Dodgson, scrittore matematico e fotografo, in arte Lewis Carroll, che con i suoi Alice nel paese delle meraviglie (1865) e Alice dietro lo specchio (1871) ha influenzato tutto il secolo scorso nei più disparati campi (arte, cinema, letteratura, musica, psicologia, ecc.).

Stefano Bessoni, da parte sua, insegue il coniglio bianco da decenni ormai, con una passione e un entusiasmo commoventi, e dalle tavole di Alice sotto terra emerge proprio questo rispetto infinito e questa estrema familiarità con i personaggi che popolano l’universo carrolliano. Con il passare del tempo, essi sono divenuti per Bessoni dei veri e propri compagni di strada, di cui egli conosce ogni minimo segreto; e per ognuno di essi ha inventato storie parallele o devianti dalla favola classica, metabolizzandone caratteristiche e virtù attraverso il filtro delle proprie ossessioni.

Il bruco con il narghilè si trasfigura quindi in uno psiconauta appassionato di frenologia; il cilindro del Cappellaio Matto diventa una wunderkammer ambulante ricolma di teschi di feti, occhi di vetro e preparazioni entomologiche; il Tre di Cuori è un anatomo-patologo intento a dissezionare cadaveri nel tentativo di costruire un cuore a vapore… e via dicendo, tra follia, umorismo e un senso del grottesco che a Carroll, probabilmente, non sarebbe dispiaciuto affatto.

Il blog ufficiale di Stefano Bessoni.

Consonno

In Italia esistono decine di città fantasma, e quasi ogni regione vanta i suoi borghi abbandonati e in rovina. Ma nessuno ha alle spalle una storia tanto cupa e affascinante quanto quella di Consonno, frazione del comune di Olginate in provincia di Lecco. Sorto nel Medioevo, fino all’inizio degli anni ’60 Consonno era un piccolo borgo abitato da contadini, che si poteva raggiungere unicamente tramite una mulattiera. La vita dei paesani era quella, semplice e faticosa, che contraddistingue la Brianza del Novecento: una comunità principalmente agricola, in cui i giovani cominciano a lasciarsi tentare dalle nuove fabbriche che cominciano a spuntare come funghi nei dintorni. Ma a Consonno il tempo sembra essersi fermato, mentre il paesino resta isolato tra foreste di castagni e ampi pascoli.

Di colpo, però, l’8 gennaio 1962 il tempo ricomincia a scorrere, facendo un balzo in avanti che condannerà Consonno a una strana sorte. Tutte le case del borgo, infatti, non sono di proprietà dei contadini che le abitano, ma di una società immobiliare: in quella fatidica data l’intera Consonno viene venduta a un imprenditore, il cui nome non si è mai sentito da quelle parti. Gli abitanti impareranno ben presto a conoscerlo. Si tratta del “Grande Ufficiale Mario Bagno, Conte di Valle dell’Olmo”, più semplicemente chiamato Conte Mario Bagno.

Figlio del boom economico di inizio anni ’60, il conte Bagno è un facoltoso ed eccentrico imprenditore, e ha messo gli occhi su Consonno per un suo ambizioso progetto: costruire una sorta di Las Vegas brianzola, una città dei balocchi e dei divertimenti che attragga folle di turisti e vacanzieri. Il modo in cui decide di attuare questa sua visione è, però, assolutamente inedito e degno di un film di Herzog. All’epoca l’attenzione per le necessità ambientali non è ancora una priorità, e il conte Bagno comincia i suoi lavori senza un piano specifico. Spiana le colline a suon di ruspe e dinamite per allargare il panorama. Si sveglia una mattina e comincia a far costruire una parte della nuova cittadella dei divertimenti, solo per farla distruggere il giorno dopo quando ha cambiato idea. Le sue fantasie divengono sempre più sfrenate, mentre decide che la nuova Consonno dovrà avere un circuito per le macchine, campi da calcio, da tennis, da pallacanestro, poi un centro anziani, poi un luna park, poi un enorme zoo… ben presto risulta chiaro che per dar vita ai suoi sogni di grandezza il vecchio borgo risulta d’impiccio.

Così le ruspe del conte Bagno cominciano a spazzare via, una dopo l’altra, le case del villaggio. “Le ruspe attaccavano le case con ancora all’interno gli abitanti o gli animali nelle stalle – bisognava scappare fuori in fretta e furia”, ricordano i testimoni. Fatta piazza pulita dell’antico borgo, la barocca e pasticciata fantasia del conte non ha più freni. Fa erigere nuovi palazzi, sfingi egizie, pagode, colonne doriche e un centro commerciale sovrastato da un assurdo minareto (che rimane ad oggi il simbolo inquietante della nuova Consonno).

All’inizio l’affluenza dei visitatori, curiosi di scoprire la meravigliosa cittadina in cui “il cielo è più azzurro”, come recitava la pubblicità, sembra incoraggiante per il conte. Migliaia di persone varcano l’arco sorvegliato da statue di armigeri medievali, si svagano fra le gallerie di negozi in stile arabeggiante, le sale da ballo e da gioco. Ma ben presto, scemata la novità, i turisti diminuiscono e a poco a poco i fondi si esauriscono. Cominciano a fioccare le proteste delle associazioni ambientali, le denunce, le polemiche. I lavori si fermano a metà degli anni settanta, anche perché la sconsideratezza della speculazione ha minato l’equilibrio idrogeologico della zona: una frana distrugge l’unica via di accesso alla “città dei balocchi”.

Così Consonno diventa una città fantasma, abbandonata al degrado e alle rovine del tempo, ulteriormente danneggiata dagli immancabili rave party che saltuariamente si tengono fra i suoi palazzi decadenti.

Eppure, Consonno non è soltanto una cittadella disabitata: sembra quasi un emblema, la faccia oscura del boom economico e dell’imprenditoria rampante e aggressiva, un tacito, inquietante lascito di un’epoca in cui le manie di grandezza di un singolo uomo potevano portare alla distruzione di un intero villaggio, di un panorama. Ancora oggi Consonno sembra la proiezione di una distorta fantasia di conquista, simboleggiata da un cannone (proveniente da Cinecittà), posto su un arco cinese, e puntato contro la vallata.

Le informazioni riassunte in questo articolo provengono dall’affascinante e dettagliatissimo sito sulla storia di Consonno. Un grazie a Marco per l’ispirazione!