Rita Fanari: l’ultima dei nani

ACCORRETE! ACCORRETE! Il grande fenomeno della natura, la donna più piccola del mondo, alta 70 cm, di 57 anni, del peso di 5 Kg. RITA FANARI, UXELLUS. Essa è cieca dall’età di 14 anni eppure infila l’ago, cuce e tutto ciò alla presenza del pubblico. Risponde a qualsiasi interrogazione. Tutti i giorni a tutte le ore si può vedere questo gran fenomeno.

Così recitava nel 1907 il cartellone pubblicitario che annunciava il debutto sulla scena di Rita Fanari. Purtroppo non si trattava di un palcoscenico prestigioso, ma di un baraccone alla fiera di Santa Reparata nel paese di Usellus (Oristano), all’epoca uno sperduto comune della Sardegna che contava poco più di un migliaio di anime.
Rita divideva il cartellone – e forse anche la scena – con un agnello bicefalo tassidermizzato: possiamo immaginare che chi aveva realizzato il poster l’avesse aggiunto perché dubitava che la minuscola donna, da sola, sarebbe stata in grado di catturare lo sguardo dei passanti… Insomma, già dal principio la carriera della piccola Rita non si preannunciava certo stellare.

Rita Fanari era nata il 26 gennaio 1850 da Appolonia Pilloni e Placito Fanari. Affetta da nanismo ipofisario, la vista l’aveva abbandonata durante l’adolescenza; aveva sempre vissuto assieme ai suoi genitori fino a quando nel 1900, forse in seguito alla loro scomparsa, era stata accolta ormai cinquantenne dalla famiglia di Raimondo Orrù. Quest’uomo, colto e benestante, fece di lei una figura a suo modo conosciuta, esponendola in varie fiere e feste paesane tra cui anche quella di Santa Croce a Oristano.
Poiché non aveva mai trovato marito, Rita era solita comparire in scena indossando l’abito tradizionale usellese di bagadia manna (nubile in età avanzata), e nel tempo si guadagnò una notorietà sufficiente da entrare perfino nel linguaggio popolare: quando qualcuno cantava con voce stridula, si usava dileggiarlo dicendo “mi paris Arrita Fanài cantendi!” (“Sembri Rita Fanari che canta!”).

Rita si spense nel 1913. La sua vita potrebbe sembrare umile, trascurabile come la sua stessa statura. Una donnina piccola e cieca, sopravvissuta grazie all’interessamento di un possidente terriero che però la costringeva ad esibirsi nelle feste di piazza: figura poco degna di nota, buona tutt’al più per chi si interessa di folklore locale. Una degli “ultimi”, quelli di cui la Storia non si cura di tramandare memoria.

Eppure a ben guardare la sua vicenda è significativa per più di un motivo. Non soltanto si tratta dell’unica donna sarda di cui abbiamo notizia che, affetta da nanismo, abbia dato spettacolo di sé; Rita Fanari era anche un caso piuttosto anomalo per l’Italia di quegli anni. Cerchiamo di capire perché.

Tra tutte le malformazioni congenite, il nanismo ha sempre suscitato una particolare attenzione nel corso dei secoli. Le persone affette da questo deficit della crescita, spesso reputate segno di buon auspicio e di fortuna (quando non vere e proprie incarnazioni divine, come pare fosse il caso tra gli Egizi), godevano non di rado di alti favori ed erano richiestissime in tutte le corti europee. Possedere e addirittura “collezionare” nani divenne una vera ossessione per molti regnanti, da Sigismondo Augusto II a Caterina de’ Medici fino allo Zar Pietro il Grande – che nel 1710 organizzò le scandalose “nozze dei nani”di cui ho parlato in questo articolo.

L’esibizione pubblica di Rita Fanari non dovrebbe quindi sorprenderci più di tanto, soprattutto se pensiamo alla fortuna che avevano le meraviglie umane nei circhi e nei luna park itineranti di mezzo mondo. Il tipico spettacolo dei freakshow americani consisteva esattamente in quello che faceva la Fanari: la persona deforme sedeva sul palco, pronta a soddisfare le curiosità e le domande degli spettatori (“Risponde a qualsiasi interrogazione“, sottolineava il poster di Rita).

Eppure ai primi del Novecento nel nostro paese la situazione era diversa rispetto al resto del mondo. Soltanto nei circhi italiani, infatti, la figura del nano si era evoluta in quella del “bagonghi”.

L’origine di questo termine è incerta, e secondo alcune fonti proviene dal cognome di un venditore di caldarroste bolognese, alto 70 centimetri, che nel 1890 venne scritturato dal Circo Guillaume. Comunque sia, il nomignolo ben presto diventò d’uso comune per indicare una figura unica nel mondo circense. Il bagonghi non era infatti un semplice pagliaccio di piccola statura, ma un artista completo:

Il bagonghi non si limita […] a esibire la propria deformità; recita, fa piroette, giochi di destrezza e di parole, e ha quindi bisogno, come qualsiasi attore o clown, di talento, dedizione e lunga pratica della propria arte. Deve però anche essere, sin dall’inizio, mostruoso e afflitto, vale a dire patetico. C’è persino una mitologia spicciola, cara ai giornalisti italiani, che insiste nel considerare tutti i bagonghi delle vittime del proprio ruolo.

(L. Fiedler, Freaks. Miti e immagini dell’io segreto, 1978)

Qualche esempio: il bagonghi Giuseppe Rambelli, detto Golia, era equilibrista nonché capace di spettacolari evoluzioni in sella a un cavallo; il faentino Andrea Bernabè, nato nel 1850, si esibiva come acrobata al tappeto, prestigiatore, giocoliere; Giuseppe Bignoli, classe 1892 – senz’altro il più famoso bagonghi della storia – era considerato uno dei migliori cavallerizzi acrobatici tout court, tanto da essere conteso da numerosi circhi.

Giuseppe Bignoli (1893-1939)

Nel dopoguerra divennero famosi tra gli altri Francesco Medori e Mario Bolzanella, entrambi impiegati nel Circo Togni; il primo, abile cascatore, morì cercando di domare un terribile incendio nel 1951; il secondo salì agli onori delle cronache quando sposò Lina Traverso, anch’ella di piccola statura, e soprattutto quando le nozze fecero ingelosire lo scimpanzé del circo che graffiò la sposa in volto. Una scena comica e grottesca che è in linea con l’immaginario del bagonghi, il quale

può essere considerato come una sorta di Arlecchino che nasce tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e che diventa in breve tempo un personaggio tipico, come lo erano stati quelli della commedia dell’arte. Quella del “bagonghi” è quindi una sorta di maschera moderna che nasce e si sviluppa all’interno del mondo circense italiano per poi diffondersi a livello mondiale.

(M. Fini, Fenomeni da baraccone. Miti e avventure dei grandi circensi italiani, Italica Edizioni, 2013)

Ritornando alla nostra Rita Fanari, ecco allora che la sua carriera di “grande fenomeno della natura” risulta decisamente inusuale e fuori tempo massimo per un’epoca in cui il pubblico preferiva già l’esibizione della diversità (declinata cioè in modalità teatrale e coreografica) alla sua semplice esposizione.

Il fatto che il suo show fosse più rudimentale di quelli proposti nel resto d’Italia era senz’altro dovuto al contesto rurale, e alla cecità di Rita. Un handicap che, per quanto sbandierato nella pubblicità come un dubbio valore aggiunto, in realtà non le permetteva di sfoggiare altra abilità se non quella di infilare l’ago e mettersi a cucire. Uno spettacolo non proprio pirotecnico, già vecchio prima di iniziare.
Rita era per forza di cose ultima tra i molti nani di successo, uomini e donne di piccola statura come lei che in quegli anni facevano faville sulle piste dei circhi e talvolta si arricchivano enormemente (“ho fatto un pozzo di quattrini” scrisse Bignoli nell’ultima lettera). Tagliata fuori dai grandi circuiti, e afflitta da una disabilità invalidante, la sua fortuna fu molto più dimessa; tanto che la sua stessa esistenza sarebbe stata di certo dimenticata se qualche anno fa l’omonimo discendente del suo benefattore, il Dott. Raimondo Orru, non ne avesse rintracciato i sommi capi negli archivi di famiglia.

Ma le stesse contingenze che le impedirono di stare al passo con i tempi la resero anche “ultima” in senso più significativo. Forse proprio a causa della rustica cornice agro-pastorale, la sua messa in scena era di stampo molto antico. In effetti il suo potrebbe essere stato l’ultimo caso storico in Italia di persona affetta da nanismo esposta al pubblico come semplice lusus naturae, esotico “scherzo della natura”, prodigio da ostentare e mettere in mostra.
Sulla terraferma, l’abbiamo visto, le cose stavano già cambiando. I nani, per primi fra tutti i “diversi”, dovevano dimostrare di voler superare la propria condizione, dar prova di abilità e coraggio, compiere gesta eccezionali.
Con quest’idea, e con la definitiva patologizzazione delle anomalie fisiche avvenuta nel Novecento, si perderà del tutto l’aura mitologica che circondava il corpo difforme, e si affermerà lo sguardo di commiserazione/ammirazione. Oggi il far spettacolo della disabilità è accettato soltanto in queste due modalità – la tragedia, motore delle maratone di beneficienza, oppure l’exemplum di eroica vittoria sui propri “limiti”, aneddoto inspirational, motivational, life-affirming.

È impossibile sapere precisamente come i compaesani considerassero Rita all’epoca. Era oggetto di scherno o di meraviglia?
L’unico elemento a nostra disposizione, quel cartellone pubblicitario del 1907, la mostra in definitiva come una creatura mirabile di per sé. In questo senso Rita era un pezzo di passato, perché si presentava allo sguardo pubblico solo per ciò che era. L’ultima dei nani dei tempi andati, che affascinavano senza bisogno di acrobazie: non necessitava d’altro che sé stessa, della sua straordinaria figura per metà anziana e per metà bambina, per essere ritenuta degna almeno del prezzo di un biglietto.

Sull’etica dello sguardo sulla disabilità, il pietismo e l’ammirazione, si veda il mio articolo Freaks: disabilità e sguardo.
Desidero ringraziare Stefano Pisu, perché tutte le informazioni su Rita Fanari presenti in questo articolo provengono un suo bellissimo post, che vi invito a leggere, sulla pagina Facebook dell’Associazione culturale Julia Augusta di Usellus.
Le immagini del cartellone sono riprodotte per gentile concessione di Raimondo Orru; le sue ricerche biografiche su Rita sono incluse nel libro Usellus. Costume popolare e matrimonio (Edizioni Grafica del Parteolla, 2000).

Il giorno in cui piansero i clown

Era una calda giornata, il 6 luglio del 1944 nella cittadina di Hartford, Connecticut. Era anche un giorno di festa per migliaia di adulti e bambini, diretti verso il tendone di uno dei circhi più grandi del mondo, il Ringling Bros. e Barnum & Bailey. Se la folla era sorridente e pronta a rimpinzarsi di popcorn e zucchero filato, sul volto di alcuni dei lavoratori del circo si leggeva invece una leggera ombra di inquietudine. Erano arrivati con il treno due giorni prima, ma a causa di un ritardo non avevano fatto in tempo ad alzare subito i tendoni per lo show: avevano dovuto perdere un giorno, e per i circensi scaramantici saltare uno spettacolo era un cattivo segno, portava sfortuna. Ma tutto sommato, il tempo e l’affluenza della gente facevano ben sperare; e nessuno poteva immaginare che quella giornata sarebbe stata teatro di uno dei maggiori disastri della storia degli Stati Uniti e ricordata come “il giorno in cui piansero i clown”.

Lo spettacolo cominciò senza intoppi. A venti minuti dall’inizio, mentre si esibivano i Great Wallendas, una famiglia di trapezisti ed equilibristi, il capo dell’orchestra Merle Evans notò che una piccola fiamma stava bruciando un pezzetto di tendone. Disse immediatamente ai suoi orchestrali di intonare Stars And Stripes Forever, il pezzo musicale che serviva da segnale d’emergenza segreto per tutti i lavoratori del circo. Il presentatore cercò di avvertire il pubblico di dirigersi, senza panico, verso l’uscita, ma il microfono smise di funzionare e nessuno lo sentì.

Nel giro di pochi minuti si scatenò l’inferno. Il tendone del circo era infatti stato impermeabilizzato, come si usava allora, con paraffina e kerosene, e il fuoco avvampò a una velocità spaventosa: la paraffina, sciogliendosi, cominciò a cadere come una pioggia infuocata sulla gente. Due delle uscite erano inoltre bloccate dai tunnel muniti di grate che venivano utilizzati per far entrare e uscire gli animali dalla scena. L’isteria s’impadronì della folla, c’era chi lanciava i bambini oltre il recinto, come fossero bambolotti, nel tentativo di salvarli; in molti saltavano giù dalle scalinate cercando di strisciare sotto il tendone, ma rimanevano schiacciati dagli altri che saltavano dopo di loro – li avrebbero trovati carbonizzati anche in strati di tre persone, le une sopra le altre. Altri riuscirono a scappare, ma rientrarono poco dopo per cercare i familiari; altri ancora non fecero altro che correre in tondo, intorno alla pista, alla ricerca dei propri cari. Dopo otto minuti di terrore, il tendone in fiamme crollò sulle centinaia di persone ancora bloccate all’interno, seppellendole sotto quintali di ferro incandescente.

Ufficialmente almeno 168 persone morirono nel disastroso incendio e oltre 700 vennero ferite: ma i numeri reali sono probabilmente molto più alti, perché secondo alcuni studiosi il calore sarebbe stato talemente elevato da incenerire completamente alcuni corpi; e, fra i feriti, molti altri furono visti aggirarsi giorni dopo in stato di shock, senza essere stati soccorsi.

Fra coloro che persero la vita nell’incendio di Hartford vi furono diversi bambini, ma la più celebre fu la misteriosa “Little Miss 1565” (così soprannominata dal numero assegnatole dall’obitorio): una bella bambina bionda di circa sei anni, il cui corpo non venne mai reclamato, e sulla cui identità si è speculato fino ad oggi. Fra biglietti anonimi lasciati sulla sua tomba (“Sarah Graham is her Name!“) e investigatori che dichiarano di aver scoperto tutta la verità sulla sua famiglia, la piccola senza nome rimane una delle immagini iconiche di quella strage.

Così come iconica è senza dubbio la fotografia che ritrae Emmett Kelly, un pagliaccio, mentre disperato porta un secchio d’acqua verso il tendone in fiamme.

Secondo alcuni il motivo dell’incendio sarebbe stata una sigaretta buttata distrattamente da qualcuno del pubblico addosso al “big top”; secondo altre teorie il fuoco sarebbe stato doloso. Ma, nonostante un piromane avesse confessato, sei anni dopo, di aver appiccato l’incendio, non vi furono mai abbastanza prove a sostegno di questa ipotesi. Fra accuse, battaglie legali per i danni, confusioni e misteri, il disastro di Hartford è un incidente che ci affascina ancora oggi, forse perché la tragedia ha colpito uno dei simboli del divertimento e dell’arte popolare. Quel giorno che doveva essere lieto e felice per molte persone divenne in pochi istanti un luogo di morte e desolazione. La magia del circo, si sa, è quella di riuscire, per il tempo d’uno spettacolo, a farci tornare bambini. E non c’è niente di peggio, per il bambino che è in noi, che vedere un pagliaccio che piange.

Ecco un sito interamente dedicato al disastro di Hartford; e la pagina Wikipedia (in inglese).