Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

Lutto e sacrificio: l’assenza incisa nella carne

Alcuni di voi avranno probabilmente sentito parlare del sati (o suttee), il rito indù di auto-immolazione che prevedeva che la vedova salisse sulla pira del marito defunto per bruciare viva assieme a lui. Ufficialmente vietato dagli inglesi nel 1829, la pratica diminuì nel tempo – non senza opposizioni da parte dei tradizionalisti – fino ad estinguersi quasi del tutto: se nell’800 si contavano circa 600 sati all’anno, dal 1943 al 1987 i casi registrati furono circa 30, e soltanto quattro nel nuovo millennio.

Il sacrificio delle vedove non era certo limitato all’India, visto che compariva in diverse culture. Nelle Storie, Erodoto parla di un popolo che abitava “al di sopra dei Crestoni“, in Tracia: presso queste genti, la favorita fra le vedove di un grande uomo veniva uccisa sulla sua tomba e sepolta con lui, mentre le altre mogli reputavano un disonore il continuare a vivere.

Fra gli Eruli del III secolo d.C. era comune per le vedove impiccarsi sul luogo di sepoltura del marito; nel 1700 dall’altra parte dell’oceano, quando un capo Natchez moriva le sue mogli (accompagnate spesso da altri martiri volontari) lo seguivano mediante suicidio rituale. Talvolta accadeva che alcune madri della tribù sacrificassero perfino i propri neonati, in un atto d’amore verso il defunto talmente grande che le donne che lo compivano erano trattate con i massimi onori e accedevano a un più elevato livello sociale. Simili pratiche funebri esistevano anche in altre popolazioni di nativi lungo il corso meridionale del fiume Mississippi.

Anche nel Pacifico, ad esempio nelle isole Fiji, furono attestate tradizioni che implicavano lo strangolamento delle vedove dei capi villaggio. Usualmente era il fratello della vedova ad eseguire o sovrintendere al soffocamento (si vedano le Notes on Fijian Burial Customs di Fison, 1881).

L’idea che sottendeva tali pratiche è che fosse inconcepibile (o sconveniente) per una donna rimanere in vita dopo il decesso dello sposo. Più genericamente, il vuoto che la morte di un leader lasciava dietro di sé era visto come incolmabile, fino ad annullare l’esistenza sociale dei sopravvissuti.
Se l’auto-immolazione femminile, e in rari casi maschile, è dunque rintracciabile in varie epoche e latitudini, la tribù Dani ha elaborato un tipo di sacrificio funebre del tutto particolare.

I Dani sono stanziati principalmente nella Valle del Baliem, la parte indonesiana dell’altipiano centrale sull’isola Nuova Guinea. Si tratta di un popolo ormai ben conosciuto anche per via del turismo; i guerrieri si vestono con accessori simbolici – un copricapo di piume, dei bracciali in pelliccia, una sorta di cravatta di conchiglie che specifica il rango di chi la indossa, delle zanne di maiale fissate alle narici e il koteka, un astuccio per il pene ricavato da una zucca essiccata.
Il vestiario femminile è più semplice, e consiste essenzialmente in una gonna di corteccia ed erbe, e un copricapo di variopinte penne d’uccello.

Presso questa popolazione, quando un uomo moriva, era tradizione che le donne a lui vicine (moglie, madre, sorella ecc.) si amputassero una o più falangi delle dita. Oggi quest’usanza è stata abbandonata, ma le anziane del villaggio ne portano ancora i segni.

Permettetemi a questo punto una piccola digressione.

Nel meraviglioso racconto di Dino Buzzati intitolato Le gobbe nel giardino (pubblicato nel 1968 all’interno de La boutique del mistero), il protagonista possiede attorno alla sua casa un grande parco in cui ama fare delle lunghe passeggiate notturne. Una sera, durante una di queste camminate, inciampa in una specie di collinetta formatasi sul prato, e l’indomani chiede al giardiniere che cosa sia:

«Che cosa hai fatto in giardino, nel prato c’è come una gobba, ieri sera ci sono incespicato e questa mattina appena si è fatta luce l’ho vista. È una gobba stretta e oblunga, assomiglia a un tumulo mortuario. Mi vuoi dire che cosa succede?». «Non è che assomiglia, signore» disse il giardiniere Giacomo «è proprio un tumulo mortuario. Perché ieri, signore, è morto un suo amico.»
Era vero. Il mio carissimo amico Sandro Bartoli di ventun anni era morto in montagna col cranio sfracellato.
«E tu vuoi dire» dissi a Giacomo «che il mio amico è stato sepolto qui?»
«No» lui rispose «il suo amico signor Bartoli […] è stato sepolto ai piedi delle montagne che lei sa. Ma qui nel giardino il prato si è sollevato da solo, perché questo è il suo giardino, signore, e tutto ciò che succede nella sua vita, signore, avrà un seguito precisamente qui.»

Più passano gli anni, e più il parco del narratore si riempie di nuove gobbe, mano a mano che le persone a lui care muoiono. Alcuni rilievi sono piccoli, altri enormi; il giardino, un tempo piatto e regolare, è ormai tutto disseminato di collinette comparse con ogni nuova perdita.

Perché questa faccenda delle gobbe del prato accade a tutti, e ciascuno di noi […] è proprietario di un giardino dove succedono quei dolorosi fenomeni. È un’antica storia che si è ripetuta dal principio dei secoli, anche per voi si ripeterà. E non è uno scherzetto letterario, le cose stanno proprio cosi.

Nel finale del racconto, si scopre che il protagonista non è affatto un personaggio di fantasia, e che la metafora dolorosa è riferita all’autore stesso:

Naturalmente mi domando anche se in qualche giardino sorgerà un giorno una gobba che mi riguarda, magari una gobbettina di secondo o terzo ordine, appena un’increspatura del prato che di giorno, quando il sole batte dall’alto, manco si riuscirà a vedere. Comunque, una persona al mondo, almeno una, vi incespicherà. Può darsi che, per colpa del mio dannato carattere, io muoia solo come un cane in fondo a un vecchio e deserto corridoio. Eppure una persona quella sera inciamperà nella gobbetta cresciuta nel giardino e inciamperà anche la notte successiva e ogni volta penserà, perdonate la mia speranza, con un filo di rimpianto penserà a un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati.

Ecco, se mi è concesso fare l’azzardato accostamento, le gobbe nel giardino di Buzzati mi sembrano poeticamente analoghe alle dita mancanti delle donne Dani. Queste ultime rappresentano un’immagine commovente e potentissima: ogni volta che ci lascia una persona che amiamo, si sente spesso dire, “se ne va un pezzetto di noi” – ma qui la perdita non è soltanto emotiva, è un’assenza che si fa concreta. A causa di questa oggettivazione fisica del dolore, le donne senza dita fanno senza dubbio più fatica a svolgere i lavori quotidiani; e più i lutti si accumulano, più diventa impossibile per loro utilizzare le mani. Le donne anziane, che hanno visto morire tante persone, devono per forza essere aiutate dalla comunità. La morte si rivela dunque una ferita che rende, per così dire, invalidi a vita.

Certo, almeno ai nostri occhi contemporanei rimane uno scoglio immenso: la metafora sarebbe perfetta se la tradizione riguardasse anche i maschi, ai quali non è invece mai stato richiesto questo tipo di estremo sacrificio. È il corpo femminile a farsi, volontariamente o meno, portatore di questi segni tangibili del dolore.
Ma, volendoli leggere in una prospettiva più universale, mi pare che questi simboli racchiudano in fondo la certezza che tutti noi lasceremo un segno, una gobba nel giardino di qualcun altro. L’orgoglio con cui le donne Dani esibiscono le loro mani mutilate sembra suggerire che il passaggio di una persona inevitabilmente modifica il reale attorno a sé, riflettendosi nella comunità, addirittura fino a “scolpire” la carne dei suoi simili. La creazione di senso nelle manifestazioni del lutto sta anche nella reciprocità – la tradizione che oggi fa sì che io pianga il defunto, mi assicura che un domani altri piangeranno la mia dipartita.

Al di là delle declinazioni in cui il concetto si è storicamente proposto, in questa consapevolezza di reciprocità il genere umano pare aver sempre trovato conforto, perché significa in definitiva che non potremo mai essere soli.

Mummie affumicate

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Nella provincia di Morobe, in Papua Nuova Guinea, vive il popolo degli Anga.
Un tempo temibili guerrieri, protagonisti di feroci raid nei pacifici villaggi limitrofi, oggi gli Anga hanno imparato a trarre profitto da un peculiare tipo di turismo. Antropologi, avventurieri e curiosi viaggiatori si spingono fino agli sperduti villaggi dell’altopiano di Morobe appositamente per vedere le celebri mummie affumicate.

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Non è chiaro quando la pratica abbia avuto inizio, anche se secondo alcuni risalirebbe almeno a duecento anni fa. Fu ufficialmente vietata nel 1975, quando la Papua Nuova Guinea divenne indipendente; di conseguenza, le mummie più recenti risalgono agli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

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Questo trattamento d’onore era di norma riservato ai guerrieri più valorosi, che quando morivano venivano dissanguati, privati delle interiora e posti sopra alle fiamme per essiccare. L’affumicatura durava anche più di un mese. Infine, quando il corpo era completamente asciutto, le cavità corporali venivano cucite e si spalmava l’intera salma con fango misto ad argilla rossa per preservare ulteriormente le carni dal disfacimento e formare una sorta di strato protettivo contro insetti e saprofagi.
Molte fonti riportano che il grasso ricavato dal processo di affumicamento era in seguito utilizzato come olio di cottura, ma questo dettaglio potrebbe essere frutto della fantasia dei primi esploratori (come ad esempio Charles Higginson che per primo parlò delle mummie nel 1907): spesso gli occidentali, quando entravano in contatto con tribù così remote e “primitive”, volevano vedere il cannibalismo anche dove non c’era.

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I corpi così affumicati venivano portati, dopo una cerimonia rituale, sulle pendici dei monti che guardano verso il villaggio. Qui si fissavano le mummie alle ripide pareti di roccia mediante strutture di bambù, in modo che potessero fare da vedette a protezione delle case sparse nella vallata sottostante. In questo modo, continuavano il loro compito di guerrieri anche dopo la morte.

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I corpi sono ancora oggi venerati, e talvolta riportati al villaggio per essere “restaurati”: i discendenti del morto cambiano il bendaggio di liane e assicurano le ossa ai pali, prima di riportare l’antenato al suo posto di guardia.

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Nonostante le mummie affumicate siano, come già ricordato, per la maggior parte costituite da guerrieri del villaggio, fra di esse si possono trovare talvolta anche i resti di qualche donna particolarmente importante all’interno della tribù. Quella ritratta nella foto qui sotto stringe ancora al petto il suo bambino.

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Questo tipo di preservazione dei corpi, per quanto molto particolare, ricorda da vicino sia le esequie dei Toraja indonesiani (ne avevo parlato in questo post) sia le più antiche “mummie del fuoco“, che si possono trovare a Kabayan nel nord delle Filippine. Anche qui il cadavere veniva posto, in posizione fetale, sopra al fuoco ed essiccato; fumo di tabacco veniva soffiato nella bocca del morto per asciugare ulteriormente gli organi interni. I corpi così preparati erano chiusi in bare di legno e deposti in caverne naturali o nicchie appositamente scavate nelle montagne. Si assicurava in questo modo l’integrità degli spiriti degli antenati, che continuavano a proteggere e rendere prospero il villaggio.

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Ne La veglia eterna ho scritto di come fino a poco tempo fa le Catacombe di Palermo garantissero un contatto con l’aldilà, tanto che i ragazzi potevano imparare la storia della propria famiglia proprio di fronte alle mummie degli avi, e chiedere loro aiuto e benevolenza. La morte non comportava la fine dell’esistenza, non si presentava come una separazione irreparabile, perché fra le due modalità vi era un interscambio continuo.
Allo stesso modo, dall’altro capo del pianeta, la mummificazione rituale permetteva di mantenere aperta la comunicazione fra i vivi e i morti, definendo una soglia netta ma non impenetrabile fra i due mondi. La morte era, per così dire, un semplice cambio di stato ma non cancellava né la personalità del defunto né il suo ruolo nella società, che divenivano se possibile ancora più rilevanti.

Ancora oggi, interpellato dalla guida che accompagna i turisti di fronte alle mummie, un Anga può indicare uno dei cadaveri appesi alla roccia e presentarlo orgogliosamente con queste parole: “Quello è mio nonno“.

(Grazie, batisfera!)

Endocannibalismo

 Che cos’è il cannibalismo, se non il riconoscimento
del “valore” dell’altro, a tal punto da doverlo ingoiare?

(Francesco Remotti, Identità, 2013)

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Mangiare le carni di un essere umano è una pratica antica come il mondo, dallo stratificato e complesso valore simbolico.
In generale, dalla selva di teorie antropologiche o psicanalitiche al riguardo, non tutte condivisibili, emerge un elemento fondamentale, ossia la credenza magico-spirituale di poter assimilare attraverso il banchetto antropofago le qualità del morto. Dall’Africa all’Amazzonia alle Indie, divorare un valoroso nemico ucciso o fatto prigioniero in battaglia era certo un modo per vendicarsi, per negare l’alterità (e per contro, così facendo, rinforzare la propria identità culturale); ma a questo si unisce la speranza di acquisire il suo coraggio e la sua forza. Quest’idea è corroborata dal fatto che lo stesso meccanismo di transfert sarebbe stato presente anche nei riguardi della selvaggina, per cui alcune tribù del Sudamerica non cacciavano animali che si muovevano lentamente per timore di perdere le forze dopo essersene cibati.

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Il cannibalismo, quasi universalmente, era poi ritualizzato e regolato da divieti precisi: l’identificazione fra vivi e defunti avveniva su diversi livelli, e ad esempio fra i Tupinamba chi aveva ucciso un determinato nemico non poteva assolutamente mangiare le sue carni, mentre gli era consentito nutrirsi dei corpi delle vittime dei suoi compagni guerrieri; rispetto a tutti gli altri pasti quotidiani, spesso l’agape cannibalesca era riservata ai soli guerrieri, avveniva di notte in speciali luoghi deputati allo scopo, e via dicendo. Tutto questo dimostra la prevalenza della significazione simbolica sull’effettiva necessità alimentare – l’idea che il cannibalismo potesse essere la soluzione ad una dieta con scarso apporto proteico, che pure alcuni autori sostengono, sembra secondaria. Nei contesti rituali, l’atto di consumare il cadavere di un proprio simile è eminentemente magico, e spesso superfluo ai fini della sopravvivenza.
I Tupì-Guaranì, ad esempio, bollivano le interiora dell’ucciso, ottenendo un brodo chiamato mingau che veniva distribuito a tutta la tribù, ospiti e alleati inclusi. Il reale apporto nutritivo fornito dalla carne umana, suddivisa fra decine e decine di persone, in questo caso era del tutto trascurabile.

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Ancora più interessante sotto il profilo simbolico si presenta l’endocannibalismo, o allelofagia, vale a dire il cannibalismo verso individui appartenenti al proprio gruppo sociale.
Il primo a parlarne fu Erodoto nelle sue Storie (III,99):

Altre genti dell’India, localizzabili più verso oriente, sono nomadi e si nutrono di carni crude: si chiamano Padei; ed ecco quali sono, a quanto si racconta, le loro abitudini: quando uno di loro si ammala, uomo o donna che sia, viene ucciso; se è uomo, lo uccidono gli amici più intimi sostenendo che una volta consunto dalla malattia le sue carni per loro andrebbero perdute; ovviamente l’ammalato nega di essere tale, ma gli altri non accettano le sue proteste, lo uccidono e se lo mangiano. Se è una donna a cadere inferma, le donne a lei più legate si comportano esattamente come gli uomini. Del resto sacrificano chiunque giunga alla soglia della vecchiaia e se lo mangiano. Ma a dire il vero non sono molti ad arrivare a tarda età, visto che eliminano prima chiunque incappi in una malattia.

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Se questa descrizione presenta l’endocannibalismo sotto una luce cinica e spietata, la maggior parte delle tradizioni in realtà vi ricorrevano in maniera ritualistica. In linea generale, infatti, soltanto gli estranei o i nemici venivano mangiati per fame o come forma di violazione; nel caso di defunti appartenenti al proprio clan le cose si facevano più complesse. Il capo tribù dei Jukun dell’Africa Occidentale, ad esempio, mangiava il cuore del suo predecessore per assorbirne le virtù; in molti altri casi l’assunzione delle carni umane era trattata come una vera e propria forma di rispetto per i defunti. Per noi risulta forse difficile accettare che vi sia della pietà filiale nell’atto di mangiare il corpo del proprio padre (patrofagia), ma possiamo comunque intuire la portata simbolica di questo gesto: il morto viene assimilato, e diventa parte vivente della sua progenie. Gli antenati, in questo modo, non sono degli spiriti lontani la cui protezione va invocata con riti e preghiere, ma sono verità tangibile e pulsante nella carne della propria stirpe.

Piuttosto significativo in quest’ambito di discussione risulta il caso dei Tapuya brasiliani, presso i quali talvolta, quando un padre invecchiava al punto da non potere più seguire gli spostamenti del gruppo, intrapresi solitamente per soddisfare i bisogni dei vari nuclei familiari, chiedeva ai parenti stretti di mangiare le sue carni e continuare così a vivere nei discendenti, dal momento che le sue precarie condizioni fisiche avrebbero costituito un ostacolo per l’intera comunità. A tale richiesta dunque il figlio maggiore concedeva il suo assenso ed esternava il suo dolore innalzando grida di sgomento di fronte ai propri consanguinei.
Dopo la morte per cause naturali dell’anziano del gruppo, il suo corpo veniva arrostito nel corso di una complessa cerimonia accuratamente eseguita e l’intera famiglia, unitamente alla comunità, ne divorava le parti, accompagnando il pasto comune con urla e lamenti, alternati a racconti delle gesta del defunto. Ossa e cranio venivano frantumati e bruciati, mentre il resto del corpo era disposto in un grande recipiente di terracotta e quindi sotterrato.
Sembra che i bambini invece fossero mangiati soltanto in caso di estrema necessità o di pericolo e unicamente dalla propria madre, oppure quando morivano per cause sconosciute; si pensava infatti di non potere offrire loro una tomba migliore del corpo nel quale si erano formati.

(L. Monferdini, Il cannibalismo, 2000)

Usanze similari erano diffuse in Africa e nel Sudamerica (Amazzonia, Valle di Cauca, ecc.) dove diverse tribù solevano nutrirsi delle ceneri dei familiari mescolate assieme a bevande fermentate. In diverse tradizioni, erano solo le ossa ad essere mangiate, una volta bruciata la carne. I Tariana e i Tucano del Brasile riesumavano la salma alcuni mesi dopo la sepoltura, arrostivano le carni fino a che non rimaneva soltanto lo scheletro, che poi veniva finemente triturato e aggiunto a una bevanda destinata al consumo dell’intera comunità.

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Gli Yanomami del Venezuela praticano questa forma di endocannibalismo delle ceneri ancora oggi. Il corpo del defunto viene in un primo momento avvolto in strati di foglie e portato lontano dal villaggio, nella foresta. Lì viene lasciato agli insetti per poco più di un mese, finché tutti i tessuti molli non sono scomparsi. Allora le ossa vengono raccolte, cremate, e le ceneri sono disciolte in una zuppa di banane distribuita a tutta la tribù. Se avanzano delle ceneri, queste possono essere conservate in un vaso fino all’anno successivo, quando per un giorno (il “giorno della memoria”) viene sollevato il divieto di parlare dei morti e, bevendo la zuppa, l’intero villaggio si riunisce per ricordare le vite e le gesta dei defunti.

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Ma questi esempi non dovrebbero suggerire l’erronea impressione che il cannibalismo sia stato appannaggio esclusivo delle popolazioni tribali del Sudamerica, dell’Oceania o dell’Africa. Recenti scoperte hanno mostrato come la pratica fosse diffusa nelle isole britanniche all’epoca dei Romani, negli Stati Uniti del Sud, e che le abitudini antropofaghe risalgono addirittura all’epoca degli ominidi di Neanderthal o a prima ancora (vedi Homo antecessor). I ritrovamenti di ossa con segni di cottura e raschiatura, e di feci umane fossili contenenti mioglobina (una proteina che si trova esclusivamente nel cuore e nei muscoli), sembrano confermare l’ipotesi che il cannibalismo sia esistito nel nostro passato in maniera molto più diffusa del previsto.

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Un team di esperti capitanati dal professor Michael Alpers della Curtin University of Technology, studiando nel 2003 le malattie da prioni, per capire in particolare perché una buona percentuale di persone in tutto il mondo ne sia immune, è arrivato alla conclusione che si deve ringraziare proprio il cannibalismo. Esaminando un gruppo di donne della tribù Fore della Papua Nuova Guinea, particolarmente resistenti alla patologia da prioni chiamata kuru, si è scoperto che il responsabile della protezione dalla malattia è un particolare gene “duplicato”: le persone che posseggono il doppio gene sono al riparo dal kuru, quelle che hanno un gene singolo sono a rischio. Tutte le femmine Fore dotate di questa specie di “anticorpo” avevano preso parte, dagli anni ’20 agli anni ’50, a banchetti cannibali durante la più disastrosa epidemia di encefalopatie da prioni. Alle donne e ai bambini era consentito di mangiare soltanto il cervello e gli organi interni dei defunti, mentre i maschi si dividevano la carne (non infetta dai prioni). In alcune comunità le donne furono quasi completamente decimate, ma quelle che sopravvissero svilupparono la seconda copia del gene in grado di salvarle.
Il fatto però che questo doppio gene sia piuttosto comune nella popolazione mondiale ha fatto ipotizzare ad Alpers che esso sia un lascito dell’antica diffusione del cannibalismo, o perlomeno dell’endocannibalismo ritualistico, su scala globale: un passato che accomunerebbe gran parte dell’umanità.