Fenomeni paranormali

Quanti tra di voi, qui, hanno poteri telecinetici?
Alzate la mia mano.
(Emo Philips)

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Un nostro lettore, Andrea, ci scrive chiedendoci se fra tutti i cosiddetti “fenomeni paranormali” ve ne siano alcuni per i quali non ci convinca nessuna delle spiegazioni ufficiali avanzate dalla scienza. Esistono dei casi in cui, per esempio a fronte di prove scarse o non esaustive, siamo disposti ad alzare le mani, e magari a prendere in considerazione teorie non ortodosse? Tradotto: siamo scettici a priori, o accordiamo un margine di dubbio alle spiegazioni esoteriche o soprannaturali?
Poiché Andrea non è il primo a porci la domanda, e dato che l’argomento è complesso e affascinante, ci sembra giusto approfondire.

Sulle pagine di Bizzarro Bazar sono stati affrontati solo in rare occasioni quegli eventi anomali che vengono etichettati come “paranormali”. In alcuni casi abbiamo smentito che vi sia alcun mistero (vedi Archeologia misteriosa), in altri abbiamo annunciato la risoluzione di un enigma durato decenni (vedi Pietre semoventi); in altri ancora, ci siamo limitati ad esporre le teorie scientifiche più gettonate riguardo ad eventi ancora non spiegati del tutto (vedi Piogge di animali, o L’incidente del Passo Dyatlov).

Se di fenomeni preternaturali abbiamo parlato ben poco, è perché Bizzarro Bazar è alla ricerca di un tipo diverso di meraviglia, quell’incanto delicato e terribile che si nasconde nelle pieghe della storia e nel lato oscuro delle persone, nelle nostre paure e nei nostri tabù, e in generale in tutte quelle storie che ci sgomentano perché sembrano smentire alcune idee che diamo per scontate sulla scienza, sulla natura, sulla sessualità e via dicendo.

From Online Gallery: Kirlian Photography

Per questo motivo cerchiamo di non lasciare troppo spazio, su questo blog, ai misteri che chiamiamo “da supermercato”, cioè trasformati ormai in oggetto di consumo e di lucro.
Tra teorie del complotto, alieni, ESP, fantasmi, poltergeist, yeti, rettiliani, anfibi provenienti da Sirio-B, santoni che levitano, uomini-falena, giganti atlantidei dalla pelle blu e aztechi in grado di costruire caccia bombardieri, il fatturato mondiale relativo al paranormale comporta evidentemente cifre mastodontiche, impossibili da stabilire con certezza. Pensate soltanto al profluvio di libri, alle trasmissioni televisive, alle pubblicità sui siti internet dedicati; pensate poi a quanto questo tipo di pubblicazioni, conferenze, seminari, iniziative si intreccino con altri settori dell’occulto – dall’esoterismo alle medicine alternative. Pensate infine (anche se il loro contributo alla saturazione del mercato è infinitamente inferiore) a tutti gli scettici, che cercano giustamente di far prevalere la ragione scientifica, e alle loro contropubblicazioni.
Preso nel suo complesso insomma, senza voler fare distinzioni fra sostenitori e increduli, il business dei Misteri fa venire le vertigini.
Già il fatto che vi siano dietro degli interessi economici così sterminati, dovrebbe bastare a rendere un po’ meno simpatico tutto il contesto, perfino a chi è sinceramente interessato all’argomento.

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La frustrazione, poi, è quella di faticare come dannati per setacciare la melma alla ricerca di materiali affidabili. Non esiste una laurea in “misteriologia”, dunque chiunque può scrivere tutto e il contrario di tutto, su qualsiasi argomento. Il comico George Burns diceva: “È un peccato che tutte le persone che sanno come governare il Paese siano impegnate a guidare taxi o tagliare capelli“. Ecco, qualcosa di simile accade anche nell’ambito del paranormale, con l’unica differenza che in questo campo il Sig. Nessuno che abbia una sua teoria, per quanto balorda, non avrà troppa difficoltà a vedersi pubblicato da qualche editore smaliziato, che sa bene quanto fruttino libri del genere.
Dato il flusso costante di baggianate che inonda gli scaffali quotidianamente, perfino la voce di quegli studiosi che affrontano tali questioni con scrupolo viene sommersa e rischia di perdersi, scoraggiando così l’appassionato che ha un po’ di criterio e che vorrebbe ponderare le sue opinioni sulla base di fatti o indizi accertati.

Siamo dunque scettici sui fenomeni paranormali? Certo. Essere scettici – nonostante l’uso che viene quotidianamente fatto del termine, quasi fosse sinonimo di diffidenza – non significa affatto essere prevenuti e rifiutare a priori alcuna tesi, anche quella più sorprendente, ma soltanto pretendere che venga verificata secondo metodi affidabili. E il metodo più affidabile di cui disponiamo, almeno al momento, è quello scientifico. Il fatto che la quasi totalità delle affermazioni sul paranormale non sopravviva a una replica in situazioni di controllo, non vuol dire che il paranormale sia una bufala. E d’altronde i fallimenti in laboratorio non scoraggiano minimamente il business.

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Un merito va certamente riconosciuto a tutta questa immensa trama di “enigmi”, che si discostano e talvolta mettono in discussione la realtà condivisa: ed è la loro innegabile qualità narrativa.
Si tratta di un tipo di tradizione – sia scritta che orale – non certo moderna, ma che affonda le sue radici nelle cronache dei prodigi, nei bestiari medievali, nei racconti di viaggi esotici.

Oggi, ancora più di ieri, avvertiamo la necessità di una narrativa che faccia irrompere il fantastico nel quotidiano, anche perché l’uomo contemporaneo si ritrova con il difficile compito di “reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita” (J. Baudrillard): ecco allora che i casi di abduction da parte degli alieni, gli avvistamenti del chupacabra, le sedute medianiche o i rapporti dei ghost hunters sugli spiriti che infestano le magioni vittoriane si colorano di toni pseudogiornalistici, pseudoscientifici e investigativi, si appropriano del linguaggio multimediale, con fotografie e filmati più o meno sbiaditi da analizzare, da ricomporre, in una sorta di caleidoscopico puzzle in cui nulla è ciò che sembra, e in cui ogni dettaglio spalanca scenari inediti. Tutto questo è un gioco puramente narrativo, la realtà è divenuta simile a un libro della vecchia collana Scegli la tua avventura. Ma è un gioco essenziale, urgente.

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Quanto la pulsione del fantastico sia basilare si comprende bene, ad esempio, dal rifiuto di ammettere che il mistero in questione non sia mai esistito.
Il fascino del paranormale, per sopravvivere, non può e non deve avere soluzione. Di fronte ai fatti inspiegabili, le indagini possono finire in due modi soltanto: o gli accadimenti sono riconosciuti come il frutto di un’illusione, e quindi relegati nella dimensione dell’immaginario, oppure si scopre che essi sono “reali”, accaduti veramente, e allora è necessario ridefinire il mondo come lo conosciamo. Secondo Todorovil fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza: non appena si è scelta l’una o l’altra risposta, si abbandona la sfera del fantastico […]. Il fantastico è l’esitazione provata da un essere il quale conosce soltanto le leggi naturali, di fronte a un avvenimento apparentemente soprannaturale“.
È di questa incertezza che non possiamo proprio fare a meno, è questo sentimento di essere ancora immersi in un universo che ci nasconde il suo vero volto, che ha in serbo meraviglie e terrori indicibili. Vogliamo provare l’ebbrezza di stare sulla soglia fra due realtà. In un certo senso, è soltanto un’ulteriore declinazione del bisogno di trascendenza.

Ci si aggrappa quindi con forza commovente alle teorie più strampalate, come se abbandonarle significasse perdere contatto con la magia: anche quando i cerchi nel grano si rivelarono essere uno scherzo, la gente continuò ad avvertirne l’energia positiva, a ripetersi che sì, forse alcuni dei crop circles erano dovuti alla mano dell’uomo, ma non di certo tutti. Il sentimento di sconfitta nell’ammettere che il mito di Atlantide era ed è, per l’appunto, soltanto un mito, ci stringe la gola. Sicuro, il simbolo rimane comunque, ma è la concretezza che ci manca: di colpo, la realtà ci sembra più povera, depredata di un elemento di bellezza che non ritroveremo più.
Scriveva Piero Angela nel suo Viaggio nel paranormale (1986):

Certo, dire che Babbo Natale non esiste non è una bella notizia. Anzi, è una brutta notizia. D’altra parte cosa si dovrebbe dire? Che ci sono le prove scientifiche dell’esistenza di Babbo Natale? E che esistono le testimonianze di milioni di persone che hanno trovato giocattoli sotto il camino o sotto l’albero?
Si torna qui a un vecchio problema sollevato dalla scienza (e in generale dalla conoscenza): cioè non è detto che il sapere porti alla felicità, anzi è più probabile il contrario, proprio perché genera dubbi e toglie sicurezza.

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Rimane dunque un’ultima questione: è possibile sviluppare uno sguardo “adulto”, che non ha paura di scoprire che Babbo Natale è un’illusione, e mantenere allo stesso tempo intatto lo stupore infantile? Siamo in grado di ammettere la verità, per quanto dolorosa e deludente, e avere ancora la forza di giocare con la fantasia?

Mariano Tomatis, nel suo recente laboratorio magico L’oracolo di Napoleone, ha introdotto il suo discorso splendidamente, citando un’intervista a Roland Barthes, pubblicata nel 1976 su Astrologique:

Tutti sanno che l’astrologia commerciale rientra in ciò che Marx, a proposito di tutt’altra immaginazione collettiva, aveva chiamato oppio dei popoli. In effetti essa consente ad ampi strati del pubblico di sognare, di immaginare, e alla fin fine di vivere meglio, anche se nella menzogna, le dure realtà della nostra società. Detto ciò, non bisogna dimenticare, anche mentre si procede a demistificare l’astrologia, cosa assolutamente necessaria, che essa è in maniera ambivalente un grande veicolo di utopia, un grande veicolo di simbolicità, e sappiamo che se l’uomo venisse privato della sua sfera simbolica morirebbe, proprio al modo in cui altri muoiono di fame. Di conseguenza, se si deve continuare a demistificare l’astrologia, e ribadisco che occorre farlo, non bisogna comunque mettere in questa attività di demistificazione nessuna boria, nessuna arroganza razionale o critica. L’astrologia è un fenomeno culturale; società molto diverse hanno espresso se stesse per mezzo del pensiero astrologico. L’astrologia fa parte della storia e deve pertanto essere studiata dalla scienza storica. Ciononostante devo precisare che, per quel che mi riguarda personalmente, non attribuisco all’astrologia alcun valore di verità. Secondo me l’astrologia può costituire, ed ha costituito per molti secoli, un grande linguaggio simbolico, un grosso sistema di segni. In una parola, una potente finzione. Ed è solo in questo senso che mi interessa. Mi interessa, e spero che la cosa non vi meravigli, come può interessarmi un grande romanzo o un importante sistema filosofico.

Fra chi è deciso a credere ad ogni costo che la verità sia “là fuori”, e chi non vuole altro che smascherare bufale e contraddizioni, forse è ipotizzabile un approccio intermedio.
Da parte nostra, non crediamo che siano indispensabili miracoli, alieni o presenze invisibili per rendere questo mondo magico. La realtà di per sé non è mai univoca ma ha una sua sorprendente fluidità, è cioè capace di trasfigurarsi, come sanno bene il poeta, il mistico, il visionario, perfino il tossicomane.
Insomma, tutto ci sembra già sufficientemente “strano, macabro e meraviglioso” così com’è. Ma se fantasticare, contro ogni ragione zoologica, sull’esistenza di Nessie vi affascina, non vi è in fondo nulla di male: di quante appassionate conversazioni, di quanti grandi film e splendidi romanzi ci vedremmo privati, se queste leggende moderne non esistessero?

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Se vi interessa sapere qual è lo stato di avanzamento delle ricerche scientifiche su qualsiasi tipo di fenomeno paranormale, non c’è posto migliore per cominciare le vostre indagini dell’archivio del CICAP. Se invece sullo stesso argomento volete conoscere quali siano le teorie non scientifiche, accendete la TV o scendete in libreria. O fate un giro su internet.

I Templi dell’Umanità

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Il primo piccone colpì la roccia in una calda notte di agosto. Era una sera di sabato, nel 1978. […]
Cadde una stella nel cielo, grande e luminosa, che lasciò dietro di sé una striscia ben visibile di polvere dorata che ricadde sulla Terra.
Tutti pensarono che fosse un buon segno, e Oberto disse che in effetti indicava il momento perfetto per iniziare a scavare un Tempio, come quelli che da migliaia di anni non esistevano più. Si sarebbe fatto tutto grazie alla volontà e al lavoro delle mani…

Questo, secondo il racconto ufficiale, è l’inizio della straordinaria impresa portata avanti in gran segreto dai damanhuriani.

Damanhur è una cittadina egizia che sorge sul Delta del Nilo, e il suo nome significa “Città di Horus“, dal tempio che vi sorgeva dedicato alla divinità falco. I damanhuriani di cui stiamo parlando però non sono affatto egiziani, bensì italiani. Quell’Oberto che interpreta la stella cadente come buon auspicio è la loro guida spirituale, e (forse proprio in onore di Horus) a partire dal 1983 si farà chiamare Falco.

Gli anni ’70 in Italia vedono fiorire l’interesse per l’occulto, l’esoterismo, il paranormale, e per le medicine alternative: si comincia a parlare per la prima volta di pranoterapia, viaggi astrali (oggi si preferisce l’acronimo OBE), chakra, pietre e cristalli curativi, riflessologia, e tutta una serie di discipline mistico-meditative volte alla crescita spirituale – o, almeno, all’eliminazione delle cosiddette “energie negative”. Immaginate quanto entusiasmo potesse portare allora tutto questo colorato esotismo in un paese come il nostro, che non aveva mai potuto o voluto pensare a qualcosa di diverso dal millenario, risaputo Cattolicesimo.

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Oberto Airaudi, classe 1950, ex broker con una propria agenzia di assicurazioni, è da subito affascinato da questa nuova visione del mondo, tanto da cominciare a sviluppare le sue tecniche personali. Fonda quindi nel 1975 il Centro Horus, dove insegna e tiene seminari; nel 1977 acquista dei terreni nell’alto Canavese e fonda la prima comunità basata sulla sua concezione degli uomini come frammenti di un unico, grande specchio infranto in cui si riflette il volto di Dio. Nella città-stato di Damanhur, infatti, dovrà vigere un’assoluta uguaglianza in cui ciascuno possa contribuire alla crescita e all’evoluzione dell’intera umanità. Damanhur inoltre dovrà essere ecologica, sostenibile, avere una particolare struttura sociale, una Costituzione, perfino una propria moneta.
E un suo Tempio sotterraneo, maestoso e unico.

Così nel 1978, in piena Valchiusella, a 50 km da Torino, Falco e adepti cominciarono a scavare nel fianco della montagna – ovviamente facendo ben attenzione che la voce non si spargesse in giro, poiché non c’erano autorizzazioni né permessi urbanistici. Dopo un paio di mesi avevano completato la prima, piccola nicchia nella roccia, un luogo di ritiro e raccoglimento per meditare a contatto con la terra. Ma il programma era molto più ambizioso e complesso, e per anni i lavori continuarono mentre la comunità cresceva accogliendo nuovi membri. L’insediamento ben presto incluse boschi, aree coltivate, zone residenziali e un centinaio di abitazioni private, laboratori artistici, atelier artigianali, aziende e fattorie.

Il 3 luglio del 1992, allertati da alcune segnalazioni che parlavano di un tempio abusivo costruito nella montagna, i Carabinieri accompagnati dal Procuratore di Ivrea eseguirono l’ispezione di Damanhur. Quando infine giunsero ad esaminare la struttura ipogea, si trovarono di fronte a qualcosa di davvero incredibile.

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Corridoi, vetrate, specchi, pavimenti decorati, mosaici, pareti affrescate: i “Templi dell’Umanità”, così Airaudi li aveva chiamati, si snodavano come un labirinto a più piani nelle viscere della terra. I cinque livelli sotterranei scendevano fino a 72 metri di profondità, l’equivalente di un palazzo di venti piani. Sette sale simboliche, ispirate ad altrettante presunte “stanze interiori” dello spirito, si aprivano al visitatore lungo un percorso iniziatico-sapienziale, in un tripudio di colori e dettagli ora naif, ora barocchi, nel più puro stile New Age.

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I damanhuriani cominciarono quindi una lunga battaglia con le autorità, per cercare di revocare l’ordine di demolizione per abusivismo e nel 1996, grazie all’interessamento della Soprintendenza, il governo italiano sancì la legalizzazione del sito. Ormai però il segreto era stato rivelato, così i damanhuriani cominciarono a permettere visite controllate e limitate agli ambienti sacri. Nel 2001 il complesso di templi vinse il Guinness World Record per il tempio ipogeo più grande del mondo.

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Ma perché tenere nascosta questa opera titanica? Perché costruirla per quasi quindici anni nel più completo riserbo?

In parte propaggine del sogno hippie, l’idilliaca società di Damanhur proietta un’immagine di sé ecologica, umanistica, spirituale ma, nella realtà, potrebbe nascondere una faccia ben più cupa. Secondo l’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici, infatti, quella damanhuriana non sarebbe altro che una vera e propria setta; opinione condivisa da molti ex aderenti alla comunità, che hanno raccontato la loro esperienza di vita all’interno del gruppo in toni tutt’altro che utopistici.

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La storia delle sette ci insegna che i metodi utilizzati per controllare e plagiare gli adepti sono in verità pochi – sempre gli stessi, ricorrenti indipendentemente dalla latitudine o dalle epoche. La manipolazione avviene innanzitutto tagliando ogni ponte con l’esterno (familiari, amici, colleghi, ecc.): la setta deve bastare a se stessa, chiudersi attorno agli adepti. In questo senso vanno interpretati tutti quegli elementi che concorrono a far sentire speciali gli appartenenti al gruppo, a far loro condividere qualcosa che “gli altri, là fuori, non potranno mai capire”.

Almeno a un occhio esterno, Damanhur certamente mostra diversi tratti di questo tipo. Orgogliosamente autosufficiente, la comunità ha istituito addirittura una valuta complementare, cioè una moneta valida esclusivamente al suo interno (e che pone non pochi problemi a chi, dopo anni di lavoro retribuito in “crediti damanhuriani”, desidera fare ritorno al mondo esterno).

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Inoltre, a sottolineare la nuova identità che si assume entrando a far parte della collettività di Damanhur, ogni proselito sceglie il proprio nome, ispirandosi alla natura: un primo appellativo è mutuato da un animale o da uno spirito dei boschi, il secondo da una pianta. Così, sbirciando sul sito ufficiale, vi potete imbattere in personaggi come ad esempio Cormorano Sicomoro, avvocato, oppure Stambecco Pesco, scrittore con vari libri all’attivo e felicemente sposato con Furetto Pesca.

Oberto Airaudi, oltre ad aver operato le classiche guarigioni miracolose, ha soprattutto insegnato ai suoi accoliti delle tecniche di meditazione particolari, forgiato nuove mitologie ed elaborato una propria cosmogonia. Poco importa se a un occhio meno incline a mistici entusiasmi il tutto sembri un’accozzaglia di elementi risaputi ed eterogenei, un sincretico potpourri che senza scrupoli mescola reincarnazione, alchimia, cromoterapia, tarocchi, oracoli, Atlantide, gli Inca, i riti pagani, le correnti energetiche, i pentacoli, gli alieni… e chi più ne ha più ne metta.

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In questo senso è evidente come il Tempio dell’Umanità possa aver rappresentato un tassello fondamentale, un aggregatore eccezionale. Non soltanto i damanhuriani condividevano tra loro la stessa visione del mondo, ma erano anche esclusivi depositari del segreto di un’impresa esaltante – un lavoro non unicamente spirituale o di valore simbolico, ma concreto e tangibile.
Inoltre la costruzione degli spazi sacri sotterranei potrebbe aver contribuito ad alimentare la cosiddetta “sindrome dell’assedio”, vale a dire l’odio e la paura per i “nemici” che minacciano continuamente la setta dall’esterno. Ecco che le autorità, anche quando stavano semplicemente applicando la legge nei confronti di un’opera edilizia abusiva, potevano assumere agli occhi degli adepti il ruolo di osteggiatori ciechi alla bellezza spirituale, gretti e malvagi antagonisti degli “eletti” che invece facevano parte della comunità.

È nostra consuetudine, in queste pagine, cercare il più possibile di lasciare le conclusioni a chi legge. Risulta però difficile, con tutta la buona volontà, ignorare i segnali che arrivano dalla cronaca. Se non fosse per l’eccezionale costruzione dei Templi dell’Umanità, infatti, il copione che riguarda Damanhur sarebbe lo stesso che si ripete per quasi ogni setta: ex-membri che denunciano presunte pressioni psicologiche, manipolazioni o abusi; famigliari che lamentano la “perdita” dei propri cari nelle spire dell’organizzazione; e, in tutto questo, il guru che si sposta in elicottero, finisce indagato per evasione ed è costretto a versare un milione e centomila euro abbondanti al Fisco.

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Il controverso Oberto Airaudi, alias Falco, è morto dopo una breve malattia nel 2013. Tutto si può dire di lui, ma non che gli mancasse il dono dell’immaginazione.
Il suo progetto dei Templi dell’Umanità, infatti, non è ancora finito. La struttura esistente non rappresenta che il 10% dell’opera completa. Ma i damanhuriani stanno già pensando al futuro, e a una nuova formidabile impresa:

È importante che i rappresentanti di popoli e culture si incontrino in luoghi speciali, capaci di creare un effetto di risonanza sul pianeta. I cittadini di Damanhur, che stanno creando un nuovo popolo, si sono impegnati a costruire uno di questi “centri nervosi spirituali”, che hanno chiamato “il Tempio dei Popoli”.
In questo luogo sacro, tutti i piccoli popoli potranno incontrarsi per dare vita a un parlamento spirituale […] Come i Templi dell’Umanità, il Tempio dei Popoli sarà all’interno della terra, in un luogo di incontro di Linee Sincroniche, perché non è un edificio per impressionare gli esseri umani – come i palazzi del potere delle nazioni – ma deve essere una dimostrazione del cambiamento, della volontà e delle capacità umane alle Forze della Terra.

Le donazioni sono ovviamente ben accette e, riguardo alla possibilità di detrazione fiscale, è possibile chiedere informazioni alla responsabile. Che, lo confessiamo, porta (assieme all’avv. Cormorano Sicomoro) il nostro nome damanhuriano preferito: Otaria Palma.

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Potete fare un tour virtuale all’interno dei Templi dell’Umanità a questo indirizzo.
Il sito del CESAP (Centro Studi Abusi Psicologici) ospita una esauriente serie di articoli su Damanhur, e in rete è facile trovare informazioni riguardo alle caratteristiche settarie della comunità; se invece volete sentire la campana dei damanhuriani, potete dare un’occhiata al sito personale di Stambecco Pesco oppure dirigervi direttamente al sito ufficiale di Damanhur.

La Pascualita

Nella cittadina di Chihuahua, capitale dell’omonimo stato in Messico, c’è un piccolo negozio di abiti da sposa; e in una vetrina di questo negozio potete ammirare un manichino del tutto particolare.


La gente del luogo la chiama La Pascualita. Fece la sua apparizione nella vetrina il 25 marzo del 1930, vestita di un leggero abito primaverile da sposa. Fin da subito le sue fattezze iperrealistiche stregarono i passanti: il suo sguardo vitreo sembrava fin troppo umano, la cura nei dettagli era estrema e l’illusione di trovarsi di fronte a una modella in carne ed ossa dava certamente i brividi.

Così iniziarono a nascere le leggende. Quel manichino, si cominciò a dire, assomigliava troppo a Pascuala Esparza de Perez, figlia dell’allora proprietaria: in poco tempo, la gente del posto si convinse che quello fosse in realtà il cadavere imbalsamato e perfettamente preservato della giovane ragazza, morta forse in gran segreto. Come spiegare altrimenti quella chioma autentica e quella pelle così perfetta?


La leggenda si arricchì di dettagli, e si sparse la voce che Pascuala fosse morta proprio il giorno delle sue nozze, in seguito al morso di una vedova nera. La ragazza, ovviamente ancora in perfetta salute, appena seppe di queste storie provò a convincere i suoi concittadini che era viva e vegeta… ma ormai nell’immaginario popolare il manichino era diventato “Pascualita”, la sfortunata sposa imbalsamata. Chi si trovava a passare di notte di fronte alla vetrina illuminata giurava di aver visto il manichino muoversi per seguirlo con lo sguardo. Secondo altri, Pascualita cambiava posizione da sola di tanto in tanto.


Fu così che i proprietari del negozio dovettero decidere che, dopotutto, essere al centro di questa storia fantastica e soprannaturale poteva anche funzionare come un’insperata pubblicità. Trasformata in attrazione turistica, ogni due settimane la Pascualita viene cambiata rigorosamente a tende chiuse, in modo che nessuno possa conoscere i suoi segreti, oltre alle commesse del negozio. Le quali dichiarano – non si sa se per contratto o per autentica superstizione: “Ogni volta che mi avvicino a Pascualita, le mie mani si mettono a sudare. Le sue mani sono così realistiche, e ha perfino le vene varicose sulle gambe. Io credo che sia una persona reale”.

A qualcuno di voi questa storia farà venire in mente la macabra vicenda di Elmer McCurdy. Ovviamente la Pascualita era, ed è, soltanto un manichino iperrealistico (se seguite un poco il nostro blog, sapete bene che preservare un corpo per 75 anni in queste condizioni non sarebbe possibile). Ma la statua della giovinetta vestita da sposa non è tanto interessante per la sua fattura, o per i presunti segreti che nasconderebbe; il suo fascino sta nella leggenda a cui ha dato vita, e che dimostra il nostro desiderio, il nostro bisogno di credere in questo tipo di storie – paranormali, macabre, fantastiche, che ci riportano ad una dimensione fuori dal tempo in cui bellezza e morte, orrore e poesia sono indissolubilmente fusi assieme.

Piogge di animali



Igor: “Potrebbe esser peggio.”

Dr. Frankenstein: “E come?”

Igor: “Potrebbe piovere.”

(Frankenstein Junior, 1974)

Nel film di Mel Brooks, appena pronunciate queste battute si scatenava un temporale spaventoso. Eppure, nel mondo reale, potrebbe essere ancora peggio… potrebbero piovere animali.

Il mondo scientifico è stato a lungo scettico riguardo alle precipitazioni meteorologiche che riguardavano animali in caduta libera dal cielo, e vi ha letto per secoli un retaggio di superstizioni magico-religiose: dopotutto le storie che raccontavano di incredibili piogge di migliaia di pesci o rane o altri animali avevano il sapore apocalittico delle piaghe descritte nella Bibbia (in particolare nel libro dell’Esodo).

Con l’avvento della stampa moderna, però, le testimonianze di questi eventi straordinari sono divenute sempre più certe e affidabili, la scienza ha dovuto ammettere di fronte alla mole sempre crescente di dati che il fenomeno è quantomai reale e ha dunque rivisto con occhio più attento anche tutti i resoconti di piogge anomale che ci sono arrivati fin dal dall’antichità e dal Medioevo.

In cerca di una spiegazione per questo strano comportamento meteorologico, si sono analizzate con più cura le informazioni a nostra disposizione. Innanzitutto, le piogge di animali coinvolgono per una grossa percentuale pesci; al secondo posto, statisticamente, si piazzano le rane e i rospi; poi vengono le piogge di uccelli morti. Meno frequenti le piogge di altri tipi di animali: serpenti, gamberetti, topi, girini, e via dicendo; ancora meno frequenti le piogge di materiale organico, ossia sangue e carne fatta a pezzi.

La teoria prevalente oggi è che le piogge possano essere il risultato di un tornado. Sappiamo che alcuni di questi vortici possono generare venti di 500 km/h, capaci di risucchiare un piccolo lago, e tutto quello che contiene, in pochi minuti. Una tromba d’aria simile solleverebbe tutti i pesci e gli altri animali che vivono nelle acque tranquille di questo ipotetico specchio d’acqua,  li trasporterebbe oltre le nubi, dove gli animali verrebbero a raggrupparsi, per poi spostarsi – grazie anche alle correnti orizzontali – a decine o centinaia di chilometri di distanza dal punto di “prelievo”, e infine ricadere in massa in un’area circoscritta. Questo spiegherebbe perché gli animali che piovono dal cielo sono tutti di piccola taglia, abbastanza leggeri da subire questo crudele trattamento atmosferico.

La teoria del tornado però, nonostante sia proposta dai vari documentari naturalistici come la spiegazione ultima e certa del fenomeno, è in realtà molto dibattuta in quanto non riesce ancora a spiegare appieno alcuni dettagli. Il primo dilemma è che normalmente gli animali che cadono durante una pioggia sono tutti della stessa specie. Come farebbe il tornado a separare, per esempio, i pesci dai ciottoli, dalle alghe e dagli altri esseri viventi che ha sollevato dall’acqua? E ancora, perché quegli stessi ciottoli, alghe, fango e detriti vari non ci risulta che piovano mai dal cielo? Secondo alcuni, il vento riuscirebbe a “distinguere” e riunire i corpi di massa affine; ma come? Molte cose in un lago potrebbero avere le stesse dimensioni: i piccoli pesci potrebbero avere una massa simile ad alcuni sassi oppure alle raganelle; come mai non cadono mai assieme?

Un altro problema è costituito dal fatto che le piogge non sono tutte identiche: talvolta si verificano in concomitanza con un temporale, altre volte con tempo perfettamente sereno; non soltanto, in alcuni casi gli animali sono arrivati a terra ancora vivi e in salute, in altri decisamente morti, in altri ancora fatti a pezzi o addirittura congelati (dettaglio che farebbe sospettare una permanenza prolungata ad alte quote).

Per quanto riguarda le piogge di uccelli (piccioni, storni, merli, tortore, anatre, ecc.), avvenute anche di recente nel Gennaio 2011 in varie parti del mondo, fra cui in Italia a Faenza, gli esperti che hanno esaminato i corpi dei poveri pennuti hanno determinato che la morte è avvenuta in seguito a emorragie interne dovute a choc fisici. Secondo gli ornitologi, quando gli uccelli si muovono in stormi non è raro che un momento di panico nel gruppo possa portare a immediate e numerose collisioni mortali in aria.

Come potete immaginare, eventi simili hanno dato origine a una ridda di speculazioni pseudo-scientifiche, esoteriche o paranormali, che spaziano dai wormhole agli esperimenti alieni. Soluzioni fantasiose e divertenti che, come sempre, invece di provare a spiegare l’enigma ne aggiungono altri cento.

Le piogge di animali non hanno ancora trovato un’esauriente spiegazione scientifica, anche a causa della difficoltà di studio e verifica, vista l’impossibilità di prevedere dove e quando si manifesteranno. Rimangono quindi uno dei più affascinanti misteri meteorologici, e ci ricordano che conosciamo ancora soltanto una minima parte del nostro incredibile pianeta.

(Grazie, Repapuci!)

L’incidente del Passo Dyatlov

L’alpinismo porta con sé dei rischi, ma anche tutta la bellezza
che si nasconde nell’avventura dell’affrontare l’impossibile.
(Reinhold Messner)

Siamo riluttanti, qui su Bizzarro Bazar, ad affrontare tematiche “paranormali” o misteriose; il senso di meraviglia che possono provocare ci sembra sempre un po’ troppo facile, risaputo e sensazionalistico. Per questo di solito lasciamo questi argomenti ad alcune trasmissioni televisive notoriamente trash, dalle quali qualsiasi rigore scientifico è bandito per contratto.

Quello che stiamo per raccontarvi è però un episodio realmente accaduto, e ben documentato. È una storia inquietante, e nonostante le innumerevoli ipotesi che sono state avanzate, gli strani eventi che avvennero più di 50 anni fa su uno sperduto crinale di montagna nel centro della Russia rimangono a tutt’oggi senza spiegazione.

Il 25 Gennaio 1959 dieci sciatori partirono dalla cittadina di Sverdlovsk, negli Urali orientali, per un’escursione sulle cime più a nord: in particolare erano diretti alla montagna chiamata Otorten.

Per il gruppo, capitanato dall’escursionista ventitreenne Igor Dyatlov, quella “gita” doveva essere un severo allenamento per le future spedizioni nelle regioni artiche, ancora più estreme e difficili: tutti e dieci erano alpinisti e sciatori esperti, e il fatto che in quella stagione il percorso scelto fosse particolarmente insidioso non li spaventava.

Arrivati in treno a Ivdel, si diressero con un furgone a Vizhai, l’ultimo avamposto abitato. Da lì si misero in marcia il 27 gennaio diretti alla montagna. Il giorno dopo, però, uno dei membri si ammalò e fu costretto a tornare indietro: il suo nome era Yuri Yudin… l’unico sopravvissuto.

Gli altri nove proseguirono, e il 31 gennaio arrivarono ad un passo sul versante orientale della montagna chiamata Kholat Syakhl, che nel dialetto degli indigeni mansi significa “montagna dei morti”, una vetta simbolica per quel popolo e centro di molte leggende (cosa che in seguito contribuirà alle più fantasiose speculazioni). Il giorno successivo decisero di tentare la scalata, ma una tempesta di neve ridusse la visibilità e fece loro perdere l’orientamento: invece di proseguire verso il passo e arrivare dall’altra parte del costone, il gruppo deviò e si ritrovò a inerpicarsi proprio verso la cima della montagna. Una volta accortisi dell’errore, i nove alpinisti decisero di piantare le tende lì dov’erano, e attendere il giorno successivo che avrebbe forse portato migliori condizioni meteorologiche.

Tutto questo lo sappiamo grazie ai diari e alle macchine fotografiche ritrovate al campo, che ci raccontano la spedizione fino questo fatidico giorno e ci mostrano le ultime foto del gruppo allegro e spensierato. Ma cosa successe quella notte è impossibile comprenderlo. Più tardi Yudin, salvatosi paradossalmente grazie alle sue condizioni di salute precarie, dirà: “se avessi la possibilità di chiedere a Dio una sola domanda, sarebbe ‘che cosa è successo davvero ai miei amici quella notte?'”.

I nove, infatti, non fecero più ritorno e dopo un periodo di attesa (questo tipo di spedizione raramente si conclude nella data prevista, per cui un periodo di tolleranza viene di norma rispettato) i familiari allertarono le autorità, e polizia ed esercito incominciarono le ricerche; il 26 febbraio, in seguito all’avvistamento aereo del campo, i soccorsi ritrovarono la tenda, gravemente danneggiata.

Risultò subito chiaro che qualcosa di insolito doveva essere accaduto: la tenda era stata tagliata dall’interno, e le orme circostanti facevano supporre che i nove fossero fuggiti in fretta e furia dal loro riparo, per salvarsi da qualcosa che stava già nella tenda insieme a loro, qualcosa di talmente pericoloso che non ci fu nemmeno il tempo di sciogliere i nodi e uscire dall’ingresso.


Seguendo le tracce, i ricercatori fanno la seconda strana scoperta: poco distante, a meno di un chilometro di distanza, vengono trovati i primi due corpi, sotto un vecchio pino al limitare di un bosco. I rimasugli di un fuoco indicano che hanno tentato di riscaldarsi, ma non è questo il fatto sconcertante: i due cadaveri sono scalzi, e indossano soltanto la biancheria intima. Cosa li ha spinti ad allontanarsi seminudi nella tormenta, a una temperatura di -30°C? Non è tutto: i rami del pino sono spezzati fino a un’altezza di quattro metri e mezzo, e brandelli di carne vengono trovati nella corteccia. Da cosa cercavano di scappare i due uomini, arrampicandosi sull’albero? Se scappavano da un animale aggressivo perché i loro corpi sono stati lasciati intatti dalla fiera?

A diverse distanze, fra il campo e il pino, vengono trovati altri tre corpi: le loro posizioni indicano che stavano tentando di ritornare al campo. Uno in particolare tiene ancora in mano un ramo, e con l’altro braccio sembra proteggersi il capo.

All’inizio i medici che esaminarono i cinque corpi conclusero che la causa della morte fosse il freddo: non c’erano segni di violenza, e il fatto che non fossero vestiti significava che l’ipotermia era sopravvenuta in tempi piuttosto brevi. Uno dei corpi mostrava una fessura nel cranio, che non venne però ritenuta fatale.

Ma due mesi dopo, a maggio, vennero scoperti gli ultimi quattro corpi sepolti nel ghiaccio all’interno del bosco, e di colpo il quadro di insieme cambiò del tutto. Questi nuovi cadaveri, a differenza dei primi cinque, erano completamente vestiti. Uno di essi aveva il cranio sfondato, e altri due mostravano fratture importanti al torace. Secondo il medico che effettuò le autopsie, la forza necessaria per ridurre cosÏ i corpi doveva essere eccezionale: aveva visto fratture simili soltanto negli incidenti stradali. Escluse che le ferite potessero essere state causate da un essere umano.

La cosa bizzarra era che i corpi non presentavano ferite esteriori, né ematomi o segni di alcun genere; impossibile comprendere che cosa avesse sfondato le costole verso l’interno. Una delle ragazze morte aveva la testa rovesciata all’indietro: esaminandola, i medici si accorsero che la sua lingua era stata strappata alla radice (anche se non riuscirono a comprendere se la ferita fosse stata causata post-mortem oppure mentre la povera donna era ancora in vita). Notarono anche che alcuni degli alpinisti avevano addosso vestiti scambiati o rubati ai loro compagni: come se per coprirsi dal freddo avessero spogliato i morti. Alcuni degli indumenti e degli oggetti trovati addosso ai corpi pare emettessero radiazioni sopra la media.

L’unica descrizione possibile degli eventi è la seguente: a notte fonda, qualcosa terrorizza i nove alpinisti che fuggono tagliando la tenda; alcuni di loro si riparano vicino all’albero, cercando di arrampicarvici (per scappare? per controllare il campo che hanno appena abbandonato?). Il fatto che alcuni di loro fossero seminudi nonostante le temperature bassissime potrebbe essere ricollegato al fenomeno dell’undressing paradossale; comunque sia, essendo parzialmente svestiti, comprendono che stanno per morire assiderati. Così alcuni cercano di ritornare al campo, ma muoiono nel tentativo. Il secondo gruppetto, sceso più a valle, riesce a resistere un po’ di più; ma ad un certo punto succede qualcos’altro che causa le gravi ferite che risulteranno fatali.

Cosa hanno incontrato gli alpinisti? Cosa li ha terrorizzati così tanto?

Le ipotesi sono innumerevoli: in un primo tempo si sospettò che una tribù mansi li avesse attaccati per aver invaso il loro territorio – ma nessun’orma fu rinvenuta a parte quelle delle vittime. Inoltre nessuna lacerazione esterna sui corpi faceva propendere per un attacco armato, e come già detto l’entità delle ferite escluderebbe un intervento umano. Altri hanno ipotizzato che una paranoia da valanga avesse colpito il gruppo il quale, intimorito da qualche rumore simile a quello di una imminente slavina, si sarebbe precipitato a cercare riparo; ma questo non spiega le strane ferite. Ovviamente c’è chi giura di aver avvistato quella notte strane luci sorvolare la montagna… e qui la fantasia comincia a correre libera e vengono chiamati in causa gli alieni,  oppure delle fantomatiche operazioni militari russe segretissime su armi sperimentali (missilistiche o ad infrasuoni), e addirittura un “abominevole uomo delle nevi” tipico degli Urali chiamato almas. Eppure l’enigma, nonostante le decadi intercorse, resiste ad ogni tentativo di spiegazione. Come un estremo, beffardo indizio, ecco l’ultima fotografia scattata dalla macchina fotografica del gruppo.

Il luogo dei drammatici eventi è ora chiamato passo Dyatlov, in onore al leader del gruppo di sfortunati sciatori che lì persero tragicamente la vita.

Ecco la pagina di Wikipedia dedicata all’incidente del passo Dyatlov.

(Grazie, Frankie Grass!)