Macabre maschere

Il Templo Mayor, costruito tra il 1337 e il 1487, era il cuore politico e religioso di Tenochtitlán, la città-stato nella Valle del Messico divenuta capitale dell’impero azteco a partire dal XV Secolo.
Da quando i suoi resti vennero scoperti per caso nel 1978, durante gli scavi per la metropolitana di Città del Messico, gli archeologi hanno portato alla luce quasi 80 edifici cerimoniali e una straordinaria quantità di manufatti relativi alla civiltà azteca (Mexica).

Fra i reperti più particolari vi sono alcune maschere ricavate a partire da teschi umani.
Queste maschere sono piuttosto elaborate: la parte posteriore del cranio è stata rimossa, probabilmente per permettere di indossarle o di applicarle a un copricapo; le maschere sono colorate con varie tinture; lame di selce e altre decorazioni sono state inserite nelle orbite oculari e nelle narici.

Nel 2016 una équipe di antropologi dell’Università del Montana ha condotto una ricerca sperimentale su otto di queste maschere, comparandole con venti teschi non modificati ritrovati nello stesso sito, in modo da comprenderne il sesso, l’età al momento della morte ed eventuali malattie e stili di vita. I risultati hanno mostrato che i teschi-maschera appartenevano a maschi di età compresa tra i 30 e i 45 anni, con denti particolarmente sani, indicativi di una salute superiore alla media. Dalla forma della dentatura gli antropologi hanno anche desunto che questi uomini provenivano da località lontane: la valle di Toluca, il Messico occidentale, la costa del Golfo e altre città azteche nella Valle del Messico. I teschi quindi, molto probabilmente, appartenevano a prigionieri nemici di nobile origine (vista l’ottima nutrizione e l’assenza di patologie).

I sacrifici umani praticati al Templo Mayor, e per i quali gli Aztechi sono tristemente noti, erano uno spettacolo che prevedeva diverse modalità: talvolta venivano eseguiti per decapitazione, o con l’estrazione del cuore, altre volte si trattava di combattimenti all’ultimo sangue, o di veri e propri roghi.
Le maschere furono dunque prodotte a partire dai cadaveri dei guerrieri sacrificati; indossarle deve aver avuto un’alta valenza simbolica.

Se questi esemplari si sono salvati nel tempo e sono giunti fino a noi è perché sono fatti di osso. Ma esistevano altri, più inquietanti travestimenti che per forza di cose sono andati perduti: le maschere ricavate dalla pelle staccata dal volto di un nemico sacrificato.

Il conquistador Bernal Diaz del Castillo descrisse queste maschere di pelle consciate come “il cuoio dei guanti” e raccontò che erano indossate durante le celebrazioni di vittorie militari. Altre maschere, fatte di pelle umane, erano esposte come offerte sugli altari del tempio, proprio come alcuni teschi trasformati in maschere, abbelliti con occhi di conchiglia e pietra, nasi e lingue, venivano seppelliti come offerte al Templo Mayor. Poiché i poteri di un nemico sconfitto erano racchiusi nella sua pelle e nelle ossa, le maschere prodotte da queste reliquie non soltanto trasferivano i suoi poteri al nuovo proprietario, ma potevano anche servire come valide offerte per la divinità.

(Cecelia F. Klein, Aztec Masks, in Mexicolore, Settembre 2012)

Durante la cerimonia di un mese chiamata Tlacaxiphualiztli, “lo Scorticamento degli Uomini”, i cadaveri dei prigionieri sacrificati venivano spellati e la loro pelle indossata per venti giorni in onore del dio della guerra Xipe Totec. In effetti l’iconografia raffigura questa divinità rivestita di pelle umana.

Simili maschere, sia di pelle che di osso, hanno però un valore più profondo di quello semplicemente legato al rito. Giocano un ruolo fondamentale per l’identità vera e propria:

Nella società azteca quando un guerriero uccideva il suo primo prigioniero, si diceva che si era guadagnato “un altro volto”. Che questa espressione si riferisse letteralmente a una maschera-trofeo oppure fosse semplicemente un modo di dire, implica però che la nuova “faccia” del giovane combattente rappresentava una nuova identità, un nuovo status sociale. Le maschere azteche dunque devono essere comprese come rivelazioni, o simboli, dello status speciale di una persona, piuttosto che travestimenti […]. Nella lingua Nahuatl parlata dagli Aztechi, la parola “volto”, xayacatl, è la stessa usata per indicare qualcosa che copre la faccia.

(Cecelia F. Klein, Ibid.)

Ecco il punto centrale: non esiste cultura al mondo che non abbia elaborato le proprie maschere, e non si tratta quasi mai di semplici travestimenti.
Il loro scopo è “lo sviluppo della personalità o, come meglio diremo, lo sviluppo della persona, [che] è una questione di prestigio magico“: le maschere “nelle feste totemistiche, per esempio, servono a innalzare o modificare la personalità” (Carl Gustav Jung, L’io e l’inconscio, ed. 1977).

Allo stesso modo, i teschi decorati del Templo Mayor non sono manufatti così “esotici” come ci piacerebbe immaginare. Essi rappresentano piuttosto una diversa declinazione di concetti che conosciamo bene — idee che stanno alla base della nostra stessa società.

Il rapporto tra il volto (vale a dire la nostra identità, individualità) e la maschera che indossiamo, è un paradosso ben più antico di Pirandello. Proprio come per gli Aztechi il termine xayacatl indicava entrambe le cose, anche per noi maschera e volto sono spesso indistinguibili.

La stessa parola persona deriva dal per-sonare, il “suonare attraverso”, della voce dell’attore dietro la maschera.
La tragedia greca nacque tra il VII e il V secolo a.C. come rappresentazione che aveva essenzialmente il compito di sostituire i sacrifici umani, come sostiene Réné Girard. Una delle etimologie più diffuse ci rivela che la tragedia altro non sarebbe se non il canto del capro: imitazione dell’uccisione rituale dello “straniero interno” sull’altare, dello spettacolo di sangue con cui la società si lavava, si purificava dalle pulsioni considerate primitive. La tragedia — a cui non a caso i cittadini ateniesi erano tenuti ad assistere per legge, durante le feste dionisiache — sostituisce la violenza ancestrale del sacrificio con la sua rappresentazione, e il capro espiatorio con l’eroe tragico.

Il Teatro è dunque, all’origine, conflitto e catarsi. Duello tra il barbaro, colui che non conosce parola e che agisce in preda agli istinti naturali, e il Cittadino figlio dell’ordine, del logos.
Il Teatro, proprio come il sacrificio umano, crea l’identità culturale; la Maschera crea la persona necessaria alla messa in scena di questa identità, formando e regolando i rapporti sociali.

I sacrifici umani degli antichi Greci e quelli aztechi rispondono a uno stesso bisogno: l’identità culturale nasce (o perlomeno si rafforza) per contrasto con l’avversario ucciso e immolato sull’altare.
Ridurre il nemico a teschio — come facevano gli Aztechi con gli tzompantli, le terribili rastrelliere usate per esibire pubblicamente decine, forse centinaia di crani delle vittime sacrificali — è un modo di privarlo della maschera/volto, annullarne l’identità. Eccoli i nemici, tutti simili, ossa sbiancate sotto al sole, senza qualità individuali apprezzabili.

Trasformare i teschi in maschere, o indossare la pelle del nemico, implica un faticoso lavoro, e significa dunque compiere un atto magico ancora più consapevole: serve ad acquisirne la forza e il potere, ma anche a ribadire che la persona (e per estensione, la società) esiste in virtù dello Straniero che si è saputo sconfiggere.

“Il rosso forellino”: orribili storie di aghi

Talvolta gli oggetti più minuscoli possono rivelarsi i più utili. E i più spaventosi.
Chi non prova almeno un piccolo brivido, una benché minima avversione alla visione di un ago che entra sottopelle?

Ecco, come avrete capito questo articolo è dedicato proprio agli aghi, in contesti clinici bizzarri. Se fate parte di quel 10% della popolazione che soffre di belonefobia, questo post non fa per voi… o forse sì.

Aghi preistorici
Un’invenzione più antica dell’uomo stesso

Innanzitutto, una piccola curiosità che esula dal vero fulcro di questo articolo, ma che trovo affascinante: quello qui sopra è l’ago più antico mai ritrovato dagli archeologi… e non è un manufatto umano.

Lungo 7,5 centimetri, ricavato dall’osso di un uccello non ancora identificato, questo ago perfetto (con tanto di cruna per inserire il filo) venne costruito più di 50.000 anni fa – non dagli Homo sapiens, ma dai misteriosi ominidi di Denisova: stanziati sul monte Altaj in Siberia, questi nostri predecessori sono ancora in gran parte un enigma per i paleontologi. Ma questo ago recuperato nel 2016 dalla loro grotta è una prova di quanto fossero tecnologicamente avanzati.

Aghi sotto la pelle
L’inspiegabile ritardo della medicina occidentale

Passare dagli aghi da cucito a quelli a scopo medico fu una conquista molto più tarda di quanto si potrebbe immaginare.

Non avrebbe dovuto essere così difficile comprendere che iniettare una medicina sottopelle poteva essere una tecnica efficace. Norman Howard-Jones apre il suo A Critical Study of the Origins and Early Development of Hypodermic Medication (1947) constatando che:

Gli effetti dei morsi dei serpenti e degli insetti velenosi puntavano già chiaramente alla possibilità di introdurre farmaci attraverso la puntura della pelle. Nelle società primitive, era praticata l’applicazione di prodotti vegetali e animali a scopi terapeutici attraverso l’incisione cutanea […], e l’uso di frecce avvelenate può essere visto come un grezzo precursore delle medicazioni ipodermiche e intramuscolari.

Se vogliamo, un altro “grezzo precursore” delle iniezioni intramuscolari potrebbe essere la proposta avanzata nel 1831 da Sir Robert Christison, che suggerì ai balenieri di fissare una fiala di acido prussico sulla punta degli arponi per uccidere le balene più velocemente.

Eppure, nonostante questi indizi, prima di arrivare alla vera e propria iniezione ipodermica a scopi medici bisogna aspettare la metà dell’Ottocento. Fino ad allora, le siringhe (che pure esistevano da secoli) venivano usate principalmente per aspirare, ad esempio i liquidi che si accumulavano negli ascessi. I clisteri e le irrigazioni nasali erano in uso fin dall’antichità romana, ma nessuno aveva pensato di iniettare dei farmaci sottopelle.

  I medici avevano provato con risultati alterni ad abradere l’epidermide con irritanti per depositare la medicina direttamente sull’ulcera, oppure incidevano la pelle con una lancetta, come per i salassi, al fine di inserire dei sali (ad esempio di morfina) attraverso il taglio. Nel 1847 G. V. Lafargue fu il primo ad avere l’intuizione di combinare l’inoculazione con l’agopuntura, e a costruire un lungo e grosso ago cavo riempito di pasta di morfina. Ma si continuavano a testare anche altri metodi di somministrazione, come cucire un filo, imbevuto di droga, direttamente nella pelle dei pazienti.

La prima siringa ipodermica vera e propria fu inventata nel 1853 dallo scozzese Alexander Wood, come riportato nel suo New Method of Treating Neuralgia by Subcutaneous Injection (1855). Quasi in contemporanea anche il francese Charles Pravaz ne aveva messa a punto una sua versione. Alla fine del Diciannovesimo secolo, l’iniezione ipodermica era già diffusa ovunque in ambito medico.

Aghi nella carne
Il bizzarro caso clinico della “donna dagli aghi”

Pubblicato nel 1829 da Giuseppe Ferrario, primo chirurgo dell’Ospedale Maggiore di Milano, La donna dagli aghi è il resoconto di uno strano caso accaduto a partire dal giugno del 1828.

Una giovane di 19 anni, Maria Magni, “contadina, d’aspetto scrofoloso, ma dotata di temperamento sanguigno” venne ricoverata in preda a gravi dolori.
Una mattina d’aprile dell’anno precedente, aveva trovato per terra una carta azzurra contenente 70-80 aghi da cucito d’acciaio. Non volendo perderli, se li era appuntati al risvolto della camicetta. Ma Maria soffriva di attacchi epilettici, e poche ore dopo, al lavoro nella vigna, “fu sorpresa dalle solite vertigini, e da accesso di convulsione. Sotto i violenti abnormi moti musculari, […] involontariamente, crede ella d’essersi conficcati nel braccio destro che era nudo, secondo il costume di vestire delle nostre contadine, non che nella mammella, gli aghi che teneva trapuntati nel busto”. Gli aghi non le avevano dato fastidio fino a tre mesi dopo, e infine aveva deciso di recarsi all’ospedale quando il male era diventato insopportabile.

Il chirurgo di guardia esitò sulle prime ad ammetterla in corsia, per paura che fosse sifilitica: la Magni infatti si era curata con medicine alternative, applicandosi “molti e variati rimedi, cataplasmi, unguenti, vescicanti, ed altre sostanze escarotiche, ecc., coll’intenzione di eccitare gli aghi ad uscire dalla pelle”, ma ottenendo soltanto il risultato di ricoprirsi di ulcere.

Qui entra in scena il dott. Ferrario, che nei primi 35 giorni di cura la sottopone a 16 salassi al braccio, le applica alle tempie più di 160 sanguisughe, somministra vescicanti, frizioni, decotti, sali e tinture varie. Ma gli attacchi epilettici quotidiani sono terribili, e nulla sembra funzionare: “tutte le persone dell’arte [medica], ricolme di stupore all’orribile stato della donna, le pronosticavano fra poco inevitabile morte”.

Sentendo la storia degli aghi, però, a Ferrario viene il dubbio che la giovane ne abbia ancora qualcuno conficcato dentro al corpo. Esamina dunque le ferite e sente effettivamente qualcosa di duro e sottile nascosto all’interno della carne; ma appena tocca quei punti, scatena degli attacchi epilettici di violenza inaudita. Ferrario li racconta con la tipica enfasi ottocentesca, così simile allo stile di un romanzo gotico, che oggi può sembrare fuori luogo in un contesto medico:

la sventurata, facendo punto d’appoggio col capo e coi piedi, alto balzando sulle coltri spingeva la testa retratta tra le spalle, e per la spasmodica contrazione dei muscoli dorsali curvava all’indietro il tronco e gli arti a foggia d’un arco […] scuotevasi urlando, arrotolava il corpo sulle braccia con pericolo di soffocarsi […]. Eravi involontaria evacuazione dell’orina e delle materie fecali […]. Il respiro aneloso, minacciante soffocazione, il seno floscio ed aggrinzato che discoprivasi per la camicia fatta a brani; la violenza con cui ruotava il capo in giro sul collo, e con cui lo dibatteva quasi contro la muraglia e lo cacciava penzolone dalle sponde del letto ; gli occhi rosso-turgidi, ora stralunati, ora spalancati, prominenti dall’orbita, fissi e saettanti; il ributtante digrignare dei denti, la materia spumosa tinta di sangue che vomitava a spruzzi dalle luride fauci, il viso gonfio orribilmente contraffatto, i neri capelli che aggruppati e intrisi di bava tratto tratto scuoteva d’intorno al cranio […] tutto inspirava il massimo raccapriccio e terrore, presentando viva l’immagine funesta d’una furia infernale.

Ferrario comincia ad estrarre gli aghi dal corpo della donna, con piccole incisioni, e il registro vira su questi toni: “questa mattina ho scoperto un ago posto alla regione superiore interna della mammella destra. […] Nel dopo pranzo, previo il solito tagliuzzo, dalla esterna superiore parte del braccio, ho estratto l’ago 14, coperto di ruggine, con punta senza cruna […] dalla sommità del monte di Venere ho estratto l’ago 24, arrugginito, con punta, senza cruna, e lungo otto linee”.

Gli spilli sono difficili da individuare, si spostano attraverso i muscoli da un giorno all’altro, tanto che il medico sperimenta anche l’utilizzo di grosse calamite a ferro di cavallo per localizzare gli aghi.
Passano i giorni, e man mano che gli aghi estratti crescono di numero cresce anche il sospetto che la donna stia ingannando i medici; Maria Magni sembra continuare a espellere aghi a ripetizione. Si insinua il dubbio che se li infili da sé, di nascosto.
Ma prima di accusarla bisogna avere le prove. La perquisiscono, la tengono sotto costante osservazione, usano perfino delle “esche”, degli aghi lasciati apposta nei pressi del letto della paziente per controllare se scompaiono. Nulla.

Nel frattempo, a partire dall’estrazione numero 124, la Magni gli aghi comincia a vomitarli.
Il medico si chiede: gli aghi sono arrivati nel tratto digestivo attraversando il diaframma? O la Magni li ha ingoiati di proposito? Certo è che il vomitarli le causò tante e tali sofferenze che “essendosi trovata a sì mal partito non [credo] ne abbia più ingoiati in seguito, ma abbia piuttosto ricorso ad altro canale meno incommodo e meno pericoloso, come fece, onde continuare la maliziosa introduzione degli aghi nel suo corpo”.
Il canale “meno incommodo” è la vagina, nella quale vengono ritrovati innumerevoli nuovi aghi.

Come non bastasse si è sparsa la voce che la “donna dagli aghi” sia in realtà una strega, e la faccenda sta seminando il panico tra i pazienti dell’ospedale.

Una vecchia contadina convalescente, posta nel letto di fianco a quello della Magni, incominciò da qualche giorno a fissarsi in capo che questa era stata stregata, e che poscia era divenuta essa pure una strega in virtù della magia comunicatale dagli aghi. Standole vicina di letto credeva la vecchia di potere ella medesima andare soggetta allo stesso stregamento. Non voleva quindi essere toccata dalla giovane, e nemmeno da me ch’essa pure credeva uno stregone, perché avevo la facilità di estrarle gli aghi. Il fatto si è che la vecchia s’infatuò tanto di questa scempiaggine, che gridando in tutta la giornata qual pazza, cadde veramente in una specie di delirio, e le si dovettero applicare molte sanguisughe al capo onde tranquillarla.

Finalmente, un bel giorno si riesce a scoprire dove la Magni nasconde gli aghi che si infila nel corpo:

Due aghi intieri infilati in un gomitolo di refe; quattro aghi pur intieri entro carta nascosti tra il materasso ed il pagliariccio, tutti lucidissimi; poscia un settimo ago poco ossidato confitto in una panca del suo letto. Diverse malate delle vicine sale deposero che la Magni si era fatta imprestare quattro aghi dall’una e due da un’altra, ma che non gli aveva più restituiti colla scusa che eransi rotti. La sconsigliata giovane essendosi così veduta accerchiata e scoperta […] finse violente convulsioni ed operò da demonio, mettendo a soqquadro e letto ed assistenti. Finì simulando estasi furibonda in cui parlava d’individui di pura immaginazione, chiamava in suo soccorso i santi e i diavoli, e malediva poscia, e bestemmiava orrendamente ed angioli, e santi, e diavoli, e medici, e chirurghi ed infermieri.

Dopo un paio di giorni di scenate, la Magni confessa. Era stata lei a impiantarsi gli aghi sottopelle. a inserirli nella vagina o ingurgitarli, avendo cura di nascondere le aree traforate in attesa che “il rosso forellino” si cicatrizzasse e scomparisse.
In totale, dal corpo di Maria Magni furono estratti 315 aghi.
Nell’epilogo del suo scritto, Ferrario svela che quello da lui raccontato non è nemmeno il primo caso registrato: nel 1821 dalla giovane Rachele Hertz vennero estratti 363 aghi; un altro resoconto parla di una ragazza che resistette per più di 24 anni ai malori causati dall’ingestione di 1500 aghi. Un’altra donna, Genueffa Pule, nata nel 1763 e morta a 37 anni, era stata sottoposta ad autopsia e “alla sezione del cadavere, nella parte superiore-interna di ciascuna coscia, precisamente sui muscoli tricipiti, si rinvennero ammassi di spille e d’aghi sotto i tegumenti, e tutti i muscoli formicavano d’aghi e di spille.

Ferrario attribuisce le motivazioni di questi gesti al picacismo, o alla superstizione; Maria sostenne di essere stata spinta da altre “comari” a ingurgitare gli aghi per emulare i santi martiri, come una sorta di rito apotropaico. Più probabile che si trattasse di una menzogna detta dalla donna, trovatasi con le spalle al muro.

In ultima analisi il medico è costretto ad alzare le mani:

Strana cosa è senza dubbio l’immaginarsi da chi è sano di mente e di corpo, come il dolore, sensazione da cui recedono i bruti medesimi, e sommamente abborrita in genere dall’umana natura, sia talora a sé procurato da un individuo di ragione fornito.

Chissà cosa direbbe oggi Ferrario, se potesse vedere alcune pratiche come il play piercing o le performance di sospensione con i ganci.

Aghi nel cervello
Un lascito agghiacciante

Mentre spulciavo gli archivi di anatomia patologica, alla ricerca di studi simili a quello su Maria Magni, mi sono imbattuto in uno, poi due, poi numerosi altri report riguardanti una situazione ancora più incredibile: aghi da cucito individuati nell’encefalo di pazienti adulti, spesso nel corso di radiografie di routine.

I corpi estranei intracranici sono un’evenienza rara, e di solito sono il risultato di traumi o di operazioni; ma né il paziente di 37 anni ricoverato nel 2004, né quello di 45 anni nel 2005, né la donna italiana di 82 anni nel 2010, né la donna cinese di 48 anni nel 2015 avevano subìto traumi cranici importanti o procedure chirurgiche alla testa.
Un enigma all’apparenza impossibile: com’erano arrivati lì quegli aghi?

La risposta è terribile. Questi sono tutti casi di fallito infanticidio.

La possibilità dell’infanticidio attraverso l’inserimento di spilli attraverso la fontanella è citata nell’Enciclopedia legale di F. Foramiti (1839), in cui l’autore propone un (agghiacciante) elenco approssimativo dei metodi con cui una madre può uccidere un bambino, tra cui compare anche “forargli con acuto e sottile pugnale o con ago lungo e forte, la fontanella e il cervello”.

Ma la pratica, di concreto documentata in letteratura medica solo a partire dal 1914, compariva già nei romanzi e testi Persiani: il fatto che il metodo fosse noto già nell’antico medioriente potrebbe spiegare perché la maggior parte dei poco più di quaranta casi conosciuti provengano da Turchia e Iran, con una minoranza di casi del Sudest Asiatico, Europa e Stati Uniti. In Italia esistono due casi accertati, uno nel 1987 e quello già citato del 2010.

La maggior parte di questi pazienti non presentava particolari sintomi neurologici: gli aghi da cucito, rimasti all’interno della testa per così tanti anni, non vengono nemmeno rimossi; un intervento chirurgico sarebbe a quel punto più pericoloso che lasciarli in sede.
Si è proceduto in questo modo anche nell’unico caso segnalato in Africa, un bambino di 4 anni con un ago di 4,5 cm nell’encefalo. All’epoca della stesura del report, nel 2014, l’ago era ancora là: “non si sono notate complicazioni, il bambino ha uno sviluppo fisico e mentale normale con eccellenti risultati a scuola”.

Certo, scoprire a quarant’anni che qualcuno – i vostri genitori, o magari i vostri nonni – ha tentato di uccidervi quando avevate pochi mesi non dev’essere gradevole.
È quello che è successo a Luo Cuifen, donna cinese nata nel 1976, che recatasi a una visita di controllo per via di sangue nelle urine, nel 2007, scoprì di avere in corpo ben 26 aghi da cucito, che penetravano organi vitali come polmoni, fegato, reni e cervello. Una vicenda, questa, che rientra nella sfera delle discriminazioni verso i neonati di sesso femminile nella Cina rurale, dove un figlio maschio è più benvisto perché può tramandare il cognome di famiglia, svolgere i riti funebri per gli antenati, ecc. Nel caso di Luo, sono stati probabilmente i nonni a tentare l’omicidio quando la bambina aveva solo pochi mesi (anche se questa teoria non può essere provata visto che i nonni sono ormai deceduti).

In altri tre casi recenti, registrati in Tunisia, Cina e Brasile, si è scoperto che i bambini avevano rispettivamente tre, dodici e perfino cinquanta aghi all’interno del corpo.

I casi di persone sopravvissute per decenni con un ago nel cervello sono ovviamente l’eccezione – non per nulla uno degli studi parla di “punta dell’iceberg”.
La ferita di uno spillo può essere pressoché invisibile. Ad essere davvero inquietante, quindi, è lo scenario che si apre su quegli infanticidi che sono portati a termine con “successo”, cioè senza venire scoperti.

Talvolta gli oggetti più minuscoli possono rivelarsi i più utili. E i più letali.

Ringrazio Mariano Tomatis, che mi ha segnalato La donna dagli aghi, scovato durante i suoi studi sul magnetismo ottocentesco, e da cui ha preso avvio questa ricerca.

Tatuaggi da collezione

Da qualche giorno mi arrivano segnalazioni riguardo alla collezione di tatuaggi del Dr. Masaichi Fukushi, ospitata all’interno del Dipartimento di Patologia dell’Università di Tokyo. Colgo volentieri il suggerimento dei lettori, anche perché l’argomento è più sfaccettato di quanto sembri a prima vista.

La suddetta collezione è molto nota e al tempo stesso piuttosto oscura.
Nato nel 1878, il Dr. Fukushi intorno al 1907 stava studiando la formazione dei nevi sulla pelle, quando le sue ricerche lo portarono a esaminare le correlazioni fra il movimento della melanina attraverso la vascolarizzazione dell’epidermide e l’iniezione di pigmenti sotto cute nella pratica dei tatuaggi. Il suo interesse venne ulteriormente alimentato da una peculiare scoperta: la presenza di un tatuaggio sembrava arrestare la comparsa dei segni della sifilide in quell’area del corpo.

Nel 1920 il Dr. Fukushi entrò a lavorare al Mitsui Memorial Hospital, un ospedale di carità dove venivano offerte cure alle classi sociali più svantaggiate. In questo ambito il medico entrò in contatto con moltissimi tatuati e, dopo un breve periodo in Germania, continuò le sue ricerche sulla formazione di nevi congeniti alla Nippon Medical University. Qui, trovandosi spesso a svolgere autopsie, sviluppò un suo metodo per preservare l’epidermide tatuata prelevata dai cadaveri; cominciò quindi a raccogliere alcuni esemplari, riuscendo a stendere la pelle in modo da poterla esibire in cornici di vetro.

A quanto pare il Dr. Fukushi non mostrava un interesse esclusivamente scientifico per i tatuaggi, ma anche umano. I portatori di tatuaggi, infatti, spesso appartenevano alle fasce più povere e problematiche della società giapponese, e la simpatia di Fukushi per i meno fortunati lo spinse addirittura, in alcuni casi, ad accollarsi le spese di chi non poteva permettersi di completare un tatuaggio già iniziato. In cambio, il dottore chiedeva l’autorizzazione di prelevare la pelle post mortem. Ma la sua passione per i tatuaggi passava anche per la documentazione fotografica: accumulò un archivio di 3.000 scatti, andati distrutti durante il bombardamento di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.
A questa perdita va aggiunto un buon numero di pelli tatuate, rubate a Chicago mentre il dottore le stava portando in tour negli Stati Uniti nell’ambito di una serie di lezioni accademiche fra il 1927 e il 1928.
L’attenzione per il lavoro di Fukushi conobbe un picco durante gli anni ’40 e ’50, quando diversi giornali pubblicarono articoli su di lui, come ad esempio quello qui sotto, apparso su Life.

Life

Come dicevamo, gran parte della collezione subì gravi perdite durante i bombardamenti del ’45. Alcune pelli però, messe al sicuro altrove, si salvarono e — dopo essere passate nelle mani del figlio di Fukushi, Kalsunari — farebbero oggi parte del Dipartimento di Patologia, anche se non visibili al pubblico. Sembra che fra i reperti vi siano anche delle pelli pressoché integrali, con i tatuaggi che si estendono per tutta la superficie del corpo. Il condizionale è d’obbligo, perché il Dipartimento non è aperto al pubblico, e sulla rete non si riescono a rintracciare notizie ufficiali.

D’altronde, se il tatuaggio è ormai una moda talmente diffusa in Occidente da non destare più alcuna sorpresa, rimane ancora piuttosto tabù in Giappone.
Tempo fa, il grande tattoo artist Pietro Sedda (autore fra l’altro dello splendido Black Novel For Lovers) mi raccontava del suo ultimo viaggio in terra nipponica, e di come in quel paese il lavoro del tatuatore fosse ancora svolto pressoché in segreto, in piccoli e anonimi parlor senza insegne, nascosti all’interno di normali stabili abitativi. Il fatto che i tatuaggi non siano normalmente visti di buon occhio potrebbe essere correlato alla tradizionale associazione di questo tipo di arte con i componenti della yakuza, anche se in alcuni contesti giovanili il tatuaggio di moda ha ormai preso piede.

Lo stigma del tatuaggio esisteva anche da noi fino a meno di mezzo secolo fa, sancito da espliciti divieti in bolle papali. Una celebre eccezione era quella dei tatuaggi effettuati dai frati marcatori del Santuario di Loreto, che segnavano simboli cristiani, propiziatori o di vedovanza sui polsi dei fedeli. Ma in generale gli unici a decorare il proprio corpo a questo modo erano tradizionalmente gli outcast, le persone ai margini: pirati, mercenari, disertori, fuorilegge. Tanto che nel suo più celebre saggio, L’uomo delinquente (1876), Cesare Lombroso catalogò tutte le declinazioni di tatuaggi riscontrate fra i detenuti, leggendole alla luce della sua (ormai sorpassata) teoria dell’atavismo: il criminale era, nella sua idea, un individuo darwinianamente involuto, che si tatuava rispondendo a un’innata arretratezza, tipica per l’appunto dei popoli primitivi — presso i quali il tatuaggio tribale era ampiamente praticato.

Tornando alle pelli umane preservate dal Dr. Fukushi, quello che non molti sanno è che non si tratta affatto dell’unica, né della più grande, collezione di questo tipo. Il primato va senza dubbio alla Wellcome Collection di Londra, che conta circa 300 pezzi individuali di pelle tatuata (a fronte dei circa 105 esemplari che sarebbero conservati a Tokyo), risalenti alla fine dell’800.

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I bordi di questi reperti mostrano un tipico pattern arcuato dovuto all’essiccamento tramite spilli. Ed è emozionante il mondo che simili tracce di un tempo passato rivelano, le motivazioni che si possono indovinare dietro un’iscrizione indelebile sulla pelle. Oggi il tatuaggio è spesso poco più di una decorazione senza grandi pretese, un disegnino tribale (di cui il più delle volte ignoriamo il significato) sulla caviglia o altrove, un abbellimento che fa del corpo una sorta di tela narcisistica; in un’epoca in cui, invece, il tatuaggio era un simbolo di ribellione verso l’ordine costituito, e di per sé comportava problemi di non poco conto, la scelta del soggetto era di primaria importanza. Ogni tatuaggio d’amore sottintendeva una relazione probabilmente pericolosa e “proibita”; ogni frase iniettata sottopelle dagli aghi era una definitiva dichiarazione di intenti, una filosofia di vita.

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Queste collezioni, per quanto macabre possano apparire, aprono uno spiraglio su una sensibilità non allineata. Sono, per così dire, un atlante illustrato della parte della società di norma non contemplata né cantata dalla storia ufficiale: quella dei reietti, dei perdenti, degli outsider.
Raccolte in un’epoca in cui si cercava di stilare una tassonomia di simboli che permettesse di riconoscere e prevenire determinate psicologie ritenute aberranti, oggi invece ci parlano di un’umanità che aveva fatto della propria diversità una bandiera.

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(Grazie a tutti coloro che mi hanno segnalato la collezione Fukushi).

Senza pelle

He Took His Skin Off For Me (2014) è il saggio di diploma firmato dal giovane Ben Aston alla prestigiosa London Film School, realizzato anche tramite una campagna Kickstarter che ha coperto l’intero budget relativo agli effetti speciali (più di 9.000 sterline).

Il cortometraggio è una favola surreale e macabra incentrata su un rapporto sentimentale fondamentalmente in disequilibrio: il racconto del sacrificio, accettato per amore dal protagonista, procede con toni delicati nel mostrare come le piccole difficoltà domestiche divengano sempre più problematiche con il passare del tempo. Come il sangue imbratta via via ogni superficie della casa pulita, così ogni minima azione (eseguita o mancata) lascia tracce nei sentimenti dei personaggi, nella loro intimità, nella loro vita emotiva.

Il concept, semplice e diretto, si arricchisce quindi di molti livelli di lettura: vi si può scorgere una parabola sui rischi di mettersi completamente a nudo di fronte a una persona, quando quest’ultima non fa lo stesso con noi; una storia sui compromessi necessari per restare vicini; perfino la versione horror di una relazione morbosa e votata fin dall’inizio al fallimento. Come ha dichiarato il regista, “quando le persone mi dicono cosa pensano che significhi, spesso rivelano anche una parte di loro stessi. Il potere dell’allegoria è il suo essere sfaccettata. Ogni spettatore ha il suo punto di vista; simpatie e significati mostrano di andare quasi in ogni direzione“.

Ecco il sito ufficiale del cortometraggio, in cui potete trovare anche backstage e altri materiali.

Se bella vuoi apparire…

Questo nostro caduco et fragil bene
ch’è vento et ombra et à nome beltate
(Francesco Petrarca, Canzoniere, Canto 350)

Oggi essere belli è diventato un dovere.
Forse però è troppo facile prendersela con il martellamento promozionale, che ripropone all’infinito sensuali e perfette nudità occhieggianti dai cartelloni pubblicitari, dalle riviste, dai cataloghi; facile criticare il degrado dei tempi quando perfino le moderne donne politiche parlano delle capatine dall’estetista come di un imperativo etico o ideologico; facile anche scagliarsi contro la superficialità dilagante, nel sentir parlare sempre più spesso di seni, glutei ed altri parti anatomiche che si debbono per forza “ringiovanire”, a meno di non voler sfigurare. Facile, insomma, associare la rincorsa alla pelle più tonica, alle sopracciglia meglio disegnate o all’ultima miracolosa crema antirughe ad una crisi di valori.

Ma è davvero soltanto la nostra epoca ad essere così ossessionata dall’eterna giovinezza e dalla bellezza a tutti i costi?

La cosmesi è in realtà vecchia quanto l’uomo, ed in ogni periodo storico sono sorti estremismi e fissazioni estetiche, così come qualsiasi epoca ha visto propagarsi le cure anti-età più bizzarre, spesso poco più di fugaci mode d’una stagione.
È dunque divertente e illuminante gettare uno sguardo ai trattamenti che erano all’ultimo grido nella prima metà del secolo scorso: pur di apparire giovani e belle, anche le nostre nonne o bisnonne erano pronte a sottoporsi ai tormenti più surreali.

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Partiamo da Max Factor Sr., nome leggendario, vero e proprio innovatore che, grazie al suo lavoro per le prime grandi star del cinema, fu in grado di costruire un impero. A lui si deve lo sviluppo dell’industria cosmetica, oltre che il termine “make-up”. Gli si deve anche la straordinaria maschera con cubetti di plastica per il ghiaccio che vedete qui sotto: pensata originariamente per dare rinfresco alle attrici accaldate dalle luci del set, senza rovinare il trucco, questa invenzione ben presto divenne però celebre tra i festaioli di Hollywood per tutt’altro motivo… guadagnandosi il nomignolo di Hangover Heaven (“paradiso del doposbornia”).

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Sempre Max Factor è l’artefice dell’infame beauty micrometer, inquietante apparecchio che avrebbe dovuto identificare le parti del viso di una persona che necessitavano d’essere ridotte o aumentate dal trucco. Stranamente, questo incrocio fra uno strumento di tortura e un craniometro frenologico non ebbe mai lo sperato successo.

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Similmente minacciosi ci appaiono oggi i primi caschi per la permanente, che modellavano i capelli ricciolo per ricciolo.

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Per eliminare lentiggini e punti neri, negli anni ’30 si poteva ricorrere ad una macchina aspiratrice, le cui coppette di vetro erano collegate tramite tubi di gomma ad una pompa a vuoto.

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L’alternativa era quella di congelare le lentiggini mediante applicazioni di anidride carbonica. Gli occhi della “paziente” erano protetti da gommini a tenuta stagna, le narici venivano tappate e per non inalare il gas nocivo era necessario respirare attraverso un tubo tenuto in bocca.
Non molto confortevole – e nemmeno efficace, a quanto si racconta.

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Un altro metodo per ottenere una pelle sempre giovane e perfetta consisteva nello stimolare la circolazione sanguigna tramite una maschera che scaldasse il viso: lanciato nel 1940, questo caschetto si accendeva una volta attaccato alla presa elettrica.

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Una bella camminata in montagna, si sa, è sempre salutare e tonificante. Ecco quindi apparire negli anni ’40 una macchina che, abbassando la pressione atmosferica attorno alla testa per simulare le condizioni d’alta quota, prometteva una carnagione rosata e florida.

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Cosa c’è di più grazioso di due belle fossette agli angoli della bocca? Nel 1936 una certa Isabella Gilbert di Rochester, New York, brevettò questo apparecchio, da indossare ogni notte per crearle artificialmente: sfortunatamente, sembra che il dolore causato dalle molle fosse troppo intenso anche per le più fanatiche fra le aspiranti fotomodelle.

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In soccorso delle pelli troppo sensibili, ecco due invenzioni degli anni ’40: gli occhiali da sole con proteggi-naso, e il “cappuccio a prova di lentiggini” (evidentemente, le efelidi erano nemiche giurate della bellezza).

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Dalla stessa epoca proviene questa poltrona massaggiante per gambe sempre splendide.
E, immaginiamo, anche perfettamente depilate.

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Questa carrellata di vecchie fotografie mostra come l’ossessione per l’aspetto fisico non sia certo una novità; d’altronde, la ricerca e la valorizzazione della bellezza estetica sono fra le caratteristiche più antiche della civiltà occidentale, a partire dalla kalokagathia greca. Oggi ci si spinge ancora oltre, quello odierno è un corpo fluido, flessibile, manipolabile e rimodellabile in un infinito lavoro di ricerca e di perfezione. L’unico ostacolo che si ritrova davanti è sempre lo stesso: l’antico, intollerabile e acerrimo nemico d’ogni avvenenza – il tempo.
La lotta per sconfiggere i segni che il tempo lascia sul corpo è senza quartiere, anche se l’esito della battaglia, purtroppo o per fortuna, è scontato. Ma demordere non è una peculiarità umana: e se pure qualcuno di questi trattamenti estetici d’altri tempi ci può far sorridere, non sono certo più ingenui o fantasiosi delle mode che nascono e muoiono anche oggi. Perché essere belli è diventato un dovere… ma rimane pur sempre un’illusione, fragile e a suo modo necessaria.

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Rubberdoll: nei panni di una bionda

Vi sono talvolta delle estreme frange dell’erotismo che prestano il fianco ad una facile ironia. Eppure, appena smettiamo di guardare gli altri dall’alto in basso o attraverso il filtro dell’umorismo, e cerchiamo di comprendere le emozioni che motivano certe scelte, spesso ci sorprendiamo a riuscirci perfettamente. Possiamo non condividere il modo che alcune persone hanno elaborato di esprimere un disagio o un desiderio, ma quei disagi e desideri li conosciamo tutti.

Parliamo oggi di una di queste culture underground, un movimento di limitate dimensioni ma in costante espansione: il female masking, o rubberdolling.

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Le immagini qui sopra mostrano alcuni uomini che indossano una pelle in silicone con fattezze femminili, completa di tutti i principali dettagli anatomici. Se il vostro cervello vi suggerisce mille sagaci battute e doppi sensi, che spaziano da Non aprite quella porta alle bambole gonfiabili, ridete ora e non pensateci più. Fatto? Ok, procediamo.

I female masker sono maschi che coltivano il sogno di camuffarsi da splendide fanciulle. Potrebbe sembrare una sorta di evoluzione del travestitismo, ma come vedremo è in realtà qualcosa di più. Il fenomeno non interessa particolarmente omosessuali e transgender, o perlomeno non solo, perché buona parte dei masker sono eterosessuali, a volte perfino impegnati in serie relazioni familiari o di coppia.
E nei costumi da donna non fanno nemmeno sesso.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, il travestimento.
L’evoluzione delle tecniche di moulding e modellaggio del silicone hanno reso possibile la creazione di maschere iperrealistiche anche senza essere dei maghi degli effetti speciali: la ditta Femskin ad esempio, leader nel settore delle “pelli femminili” progettate e realizzate su misura, è in realtà una società a conduzione familiare. In generale il prezzo delle maschere e delle tute è alto, ma non inarrivabile: contando tutti gli accessori (corpo in silicone, mani, piedi, maschera per la testa, parrucca, riempitivi per i fianchi, vestiti), si può arrivare a spendere qualche migliaio di euro.
Per accontentare tutti i gusti, alcune maschere sono più realistiche, altre tendono ad essere più fumettose o minimaliste, quasi astratte.

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Alla domanda “perché lo fanno?”, quindi, la prima risposta è evidentemente “perché si può”.
Quante volte su internet, in televisione, o sfogliando una rivista scopriamo qualcosa che, fino a pochi minuti prima, nemmeno sapevamo di desiderare così tanto?
Senza dubbio la rete ha un peso determinante nel far circolare visioni diverse, creare comunità di condivisione, confondere i confini, e questo, nel campo della sessualità, significa che la fantasia di pochi singoli individui può incontrare il favore di molti – che prima di “capitare” su un particolare tipo di feticismo erano appunto ignari di averlo inconsciamente cercato per tutta la vita.

Trasformarsi in donna per un periodo di tempo limitato è un sogno maschile antico come il mondo; eppure entrare nella pelle di un corpo femminile, con tutti gli inarrivabili piaceri che si dice esso sia in grado di provare, è rimasto una chimera fin dai tempi di Tiresia (l’unico che ne fece esperienza e, manco a dirlo, rimase entusiasta).
Indossare un costume, per quanto elaborato, non significa certo diventare donna, ma porta con sé tutto il valore simbolico e liberatorio della maschera. “L’uomo non è mai veramente se stesso quando parla in prima persona – scriveva Oscar Wilde ne Il Critico come Artista –, ma dategli una maschera e vi dirà la verità“. D’altronde lo stesso concetto di persona, dunque di identità, è strettamente collegato all’idea della maschera teatrale (da cui esce la voce, fatta per-sonare): questo oggetto, questo secondo volto fittizio, ci permette di dimenticare per un attimo i limiti del nostro io quotidiano. Se un travestito rimane sempre se stesso, nonostante gli abiti femminili, un female masker diviene invece un’altra persona – o meglio, per utilizzare il gergo del movimento, una rubberdoll.

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Nel documentario di Channel 4 Secret Of The Living Dolls, questo sdoppiamento di personalità risulta estremamente evidente per uno dei protagonisti, un pensionato settantenne rimasto vedovo che, avendo ormai rinunciato alla ricerca di un’anima gemella, ha trovato nel suo alter ego femminile una sorta di compensazione platonica. Lo vediamo versare abbondante talco sulla pelle in silicone, indossarla faticosamente, applicare maschera e parrucca, e infine rimirarsi allo specchio, rapito da un’estasi totale: “Non riesco a credere che dietro questa donna bellissima vi sia un vecchio di settant’anni, ed è per questo che lo faccio“, esclama, perso nell’idillio. Se nello specchio vedesse sempre e soltanto il suo corpo in deperimento, la vita per lui sarebbe molto più triste.
Un altro intervistato ammette che il suo timore era quello che nessuna ragazza sexy sarebbe mai stata attratta da lui, “così me ne sono costruito una“.

Alcuni female masker sono davvero innamorati del loro personaggio femminile, tanto da darle un nome, comprarle vestiti e regali, e così via. Ce ne sono di sposati e con figli: i più fortunati hanno fatto “coming out”, trovando una famiglia pronta a sostenerli (per i bambini, in fondo, è come se fosse carnevale tutto l’anno), altri invece non ne hanno mai parlato e si travestono soltanto quando sono sicuri di essere da soli.
Provo un senso di gioia, un senso di evasione“, rivela un’altra, più giocosa rubberdoll nel documentario di Channel 4. “Lo faccio per puro divertimento. È come l’estensione di un’altra persona dentro di me che vuole soltanto uscire e divertirsi. La cosa divertente è che la gente mi chiede: cosa fai quando ti travesti? E la risposta è: niente di speciale. Alle volte mi scatto semplicemente delle foto da condividere sui siti di masking, altre volte mi succede soltanto di essere chi voglio essere per quel giorno“.

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Al di fuori delle comunità online e delle rare convention organizzate in America e in Europa, il feticismo delle rubberdoll è talmente bizzarro da non mancare di suscitare ilarità nemmeno all’interno dei comuni spazi dedicati alle sessualità alternative. Un feticismo che non è del tutto o non soltanto sessuale, ma che sta in equilibrio fra inversione di ruoli di genere, travestitismo e trasformazione identitaria. E una spruzzatina di follia.
Eppure, come dicevamo all’inizio, se la modalità adottata dai female masker per esprimere una loro intima necessità può lasciare perplessi, questa stessa necessità è qualcosa che conosciamo tutti. È il desiderio di bellezza, di essere degni d’ammirazione – della propria ammirazione innanzitutto -, la sensazione di non bastarsi e la tensione ad essere più di se stessi. La voglia di vivere più vite in una, di essere più persone allo stesso tempo, di scrollarsi di dosso il monotono personaggio che siamo tenuti a interpretare, pirandellianamente, ogni giorno. È una fame di vita, se vogliamo. E in fondo, come ricorda una rubberdoll in un (prevedibilmente sensazionalistico) servizio di Lucignolo, “noi siamo considerati dei pervertiti. […] Ci sono moltissime altre persone che fanno di peggio, e non hanno bisogno di mettersi la maschera“.

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Ecco l’articolo di Ayzad che ha ispirato questo post. Se volete vedere altre foto, esiste un nutritissimo Flickr pool dedicato al masking.

Su Battileddu

Il Carnevale, si sa, è la versione cattolica dei saturnalia romani e delle più antiche festività greche in onore di Dioniso. Si trattava di un momento in cui le leggi normali del pudore, delle gerarchie e dell’ordine sociale venivano completamente rovesciate, sbeffeggiate e messe a soqquadro. Questo era possibile proprio perché accadeva all’interno di un preciso periodo, ben delimitato e codificato: e, nonostante i millenni trascorsi e la secolarizzazione di questa festa, il Carnevale mantiene ancora in parte questo senso di liberatoria follia.

Ma a Lula, in Sardegna, ogni anno si celebra un Carnevale del tutto particolare, molto distante dalle colorate (e commerciali) mascherate cittadine. Si tratta di un rituale allegorico antichissimo, giunto inalterato fino ai giorni nostri grazie alla tenacia degli abitanti di questo paesino nel salvaguardare le proprie tradizioni. È un Carnevale che non rinnega i lati più oscuri ed apertamente pagani che stanno all’origine di questa festa, incentrato com’è sul sacrificio e sulla crudeltà.

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Il protagonista del Carnevale lulese è chiamato su Battileddu (o Batiledhu), la “vittima”, che incarna forse proprio Dioniso stesso – dio della natura selvaggia, forza vitale primordiale e incontrollabile. L’uomo che lo interpreta è acconciato in maniera terribile: vestito di pelli di montone, ha il volto coperto di nera fuliggine e il muso sporco di sangue. Sulla sua testa, coperta da un fazzoletto nero da donna, è fissato un mostruoso copricapo cornuto, ulteriormente adornato da uno stomaco di capra.

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Le pelli, le corna e il viso imbrattato di cenere e sangue sarebbero già abbastanza spaventosi: come non bastasse, su Battileddu porta al collo dei rumorosi campanacci (marrazzos) mentre sotto di essi, sulla pancia, penzola un grosso stomaco di bue che è stato riempito di sangue ed acqua.

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Per quanto possa incutere timore, su Battileddu è una vittima sacrificale, e la rappresentazione “teatrale” che segue lo mostra molto chiaramente. Il dio folle della natura è stato catturato, e viene trascinato per le strade del villaggio. Il rovesciamento carnascialesco è evidente nei cosiddetti Battileddos Gattias, uomini travestiti da vedove che però indossano dei gambali da maschio: si aggirano intonando lamenti funebri per la vittima, porgendo bambole di pezza alle donne tra la folla affinché le allattino. Ad un certo punto della sfilata, le finte vedove si siedono in cerchio e cominciano a passarsi un pizzicotto l’una con l’altra (spesso dopo aver costretto qualcuno fra il pubblico ad unirsi a loro); la prima a cui sfuggirà una risata sarà costretta a pagare pegno, che normalmente consiste nel versare da bere.

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In questo chiassoso e sregolato corteo funebre, intanto, su Battileddu continua ad essere pungolato, battuto e strattonato dalle funi di cuoio con cui l’hanno legato i Battileddos Massajos, i custodi del bestiame, uomini vestiti da contadini. È uno spettacolo cruento, al quale nemmeno il pubblico si sottrae: tutti cercano di colpire e di bucare lo stomaco di bue che il dio porta sulla pancia, in modo che il sangue ne sgorghi, fecondando la terra. Quando questo accade, gli spettatori se ne imbrattano il volto.

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Alla fine, lo stomaco di su Battileddu viene squarciato del tutto, e il dio si accascia nel sangue, sventrato. Si alza un grido: l’an mortu, Deus meu, l’an irgangatu! (“l’hanno ucciso, Dio mio, lo hanno sgozzato!”). Ecco che le vedove intonano nuovi lamenti e mettono in scena un corteo funebre, ma le parole e i gesti delle “pie donne” sono in realtà osceni e scurrili.

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Nel frattempo un altro capovolgimento ha avuto luogo: due dei “custodi” sono diventati bestie da soma e, aggiogati ad un carro come buoi, l’hanno tirato per le strade durante la rappresentazione. È su questo carro che viene issato il corpo esanime della vittima, per essere esibito alla piazza in alcuni giri trionfali. Ma la finzione viene presto svelata: un bicchiere di vino riporta in vita su Battileddu, e la festa vera e propria può finalmente avere inizio.

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Questa messa in scena della passione e del cruento sacrificio di su Battileddu si ricollega certamente agli antichi riti agricoli di fecondazione della terra; la cosa davvero curiosa è che la tradizione sarebbe potuta scomparire quando, nella prima metà del ‘900, venne abbandonata. È ricomparsa soltanto nel 2001, a causa dell’interesse antropologico cresciuto attorno a questa caratteristica figura, nell’ambito dello studio e valorizzazione delle maschere sarde. Ora, il dio impazzito che diviene montone sacrificale è di nuovo tra di noi.

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(Grazie, freya76!)

Puntaspilli e fontane… umani

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Human pincushion. Puntaspilli umani. Questo è il nome che veniva dato a quegli artisti che, all’interno dei sideshow, si conficcavano spilli e lame nella carne. Si trattava di un tipo di spettacolo estremo, affine a quello dei fachiri mediorientali, che come spesso accadeva nell’ambito circense faceva bella mostra dei limiti insospettabili del corpo umano.

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Esattamente come succedeva per i mangiatori di spade, anche qui non si trattava di un trucco: i performer si bucavano veramente la pelle, avendo scoperto i punti che in misura minore rispondevano alla violenza degli spilloni, e si procuravano delle ferite superficiali non molto distanti dagli odierni piercing. Ma all’epoca un simile spettacolo causava spesso malori nel pubblico, se non (a detta degli organizzatori) dei veri e propri infarti.

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Ma, tra tutte le decine di “puntaspilli umani” che calcavano i palcoscenici di mezzo mondo, ce n’erano un paio di davvero incredibili. Erano le “fontane umane”, come ad esempio il misterioso Mortado.

La vita di Mortado rimane in gran parte sconosciuta: secondo la biografia che veniva raccontata nel sideshow, egli era nato a Berlino ed aveva combattuto durante la Prima Guerra Mondiale; si era esibito per la prima volta nel gennaio del 1929 prima di incontrare un agente di New York che gli aveva fatto firmare un contratto con il Dreamland Circus per la stagione estiva del 1930. Ma è difficile prendere per oro colato queste informazioni, visto che la stessa biografia sosteneva che le sue ferite fossero il risultato delle torture di fantomatici “selvaggi nativi”.

Fatto sta che Mortado aveva dei buchi nei palmi delle mani e dei piedi: quando non stava recitando sul palco, manteneva queste ferite aperte inserendovi dei tappi di sughero. Una volta iniziato lo spettacolo, si sedeva su un trono speciale dotato di tubi di rame che, inseriti nelle ferite aperte, lo trasformavano in una vera e propria fontana umana.

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Mortado, di tanto in tanto, proponeva una crocifissione biblica in diretta. Piazzava delle piccole sacche di liquido rosso nelle sue ferite, e lasciava che un assistente gli piantasse dei chiodi nelle mani e nei piedi: i sacchetti si rompevano, il sangue finto scorreva, e diverse persone nel pubblico svenivano.

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Mentre la fama di Mortado diminuiva, fino a farlo scomparire nell’oblio, un altro uomo diveniva celebre per le sue doti sovrannaturali: l’olandese Mirin Dajo.

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Il suo nome d’arte, in esperanto, significa “il meraviglioso”. Era nato nel 1912 a Rotterdam, con il nome di Arnold Gerrit Henskes. Mirin Dajo portò l’arte del puntaspilli umano a vette inarrivabili, eppure nascondeva un segreto molto più interessante.

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Il suo spettacolo era davvero estremo: Mirin Dajo, con l’aiuto di un assistente, si faceva trapassare da una vera spada. La lama attraversava diversi organi vitali, senza sortire effetti nefasti. Le ferite, che avrebbero portato alla morte certa qualsiasi altro essere umano, sembravano non preoccupare Dajo che riusciva a camminare e muoversi perfino quando la spada aveva infilzato reni, fegato, polmoni o (secondo alcuni testimoni) addirittura il cuore. Senza la minima traccia di sangue.

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In diverse occasioni alle lame vennero sostituiti dei tubi che, un po’ come faceva Mortado, pompavano acqua rendendo il corpo di Dajo una spettacolare fontana.

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Tra i fachiri orientali non è inusuale un tipo di impresa simile: ma normalmente essi si trapassano gli strati grassi e “sicuri” del corpo, là dove una spada risulta, se non innocua, perlomeno non fatale. Mirin Dajo, invece, si bucava proprio nei punti più pericolosi. Come faceva? questione di fortuna, di fede, o di un apparato biologico unico?
Venne sottoposto a diversi test medici, a Basilea, per cercare di comprendere quale fosse il segreto della sua peculiare abilità. I dottori dell’epoca, nonostante le radiografie e le analisi, non riuscirono a capire come potesse Dajo sopravvivere a simili ferite traumatiche.

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Ma Mirin Dajo aveva uno scopo ben più nobile. Era estremamente religioso, e convinto di essere in contatto con tre angeli custodi con i quali comunicava telepaticamente: si era risoluto ad entrare nel mondo dello spettacolo non perché lo amasse, ma semplicemente perché gli sembrava il modo più facile e veloce per diffondere il messaggio che sentiva di dover consegnare all’umanità. Un messaggio di pace, di amore e di abbandono del materialismo. Dopo ogni performance, cercava di impartire un breve e ispirato discorso al suo pubblico. Era sicuro che, di fronte al suo corpo indistruttibile, la gente avrebbe cominciato a credere a una forza che andava al di là della pura materia. Che il suo esempio sarebbe stato un simbolo dell’uomo che resiste alla morte, e avrebbe reso futili le guerre, l’odio, la violenza.

Purtroppo si trovò ben presto frustrato dallo show business, che non sapeva che farsene delle sue prediche misticheggianti; la sua carriera durò soltanto tre anni (come quella di Cristo, noteranno i più cinici), prima che Mirin Dajo morisse il 26 maggio del 1948, a causa di una perforazione dell’arteria aortica, forse proprio in seguito a uno dei suoi spettacoli “sovrumani” in cui aveva ingerito un chiodo che gli risultò fatale.

Le scarpe del bandito

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Era l’epoca d’oro dei fuorilegge, quella in cui Jesse James e suo fratello terrorizzavano il far west, gli anni delle rapine alle diligenze e alle ferrovie. In quel tempo, nella seconda metà dell’800, Big Nose George Parrott era lontano dall’essere una leggenda: un outlaw di mezza tacca, ladro di cavalli e borseggiatore. Le cose sarebbero cambiate, la fama l’avrebbe infine raggiunto, ma non nel modo in cui Big Nose si sarebbe potuto aspettare.

Nel 1878, Parrott e la sua banda erano al verde e cercavano un bottino più ghiotto delle solite razzie nelle stalle. Così il 19 agosto decisero di fare il colpo grosso: avrebbero fatto deragliare un treno della Union Pacific e l’avrebbero saccheggiato. Sette fuorilegge si nascosero nei cespugli aspettando l’arrivo del treno, quando una pattuglia di guardia arrivò sul posto e scoprì che la ferrovia era stata manomessa. La polizia venne chiamata e in poco tempo due ufficiali scovarono i malviventi. La gang però ebbe la meglio, e uccise i due poliziotti. Secondo alcune fonti, i banditi smembrarono i corpi come avvertimento a chi avesse tentato di inseguirli.

Questa crudeltà fece imbestialire la Union Pacific Railroad, che moltiplicò gli sforzi per trovare i fuggitivi, e offrì una taglia di 10.000 dollari, più tardi raddoppiata a 20.000, per la loro cattura.

L’anno successivo alcuni membri della gang vennero arrestati; uno di loro, Dutch Charlie, non riuscì neppure ad arrivare al processo: una folla inferocita lo strappò dalle mani dei poliziotti e lo impiccò a un palo del telegrafo. Nel 1880 fu la volta di Big Nose George. Dopo essersi vantato in un saloon, da ubriaco, di aver ucciso i due ufficiali della rapina al treno, Parrott venne arrestato nel 1880 a Miles City.

Riportato nel Wyoming, dove il doppio omicidio era avvenuto, Parrott venne condannato all’impiccagione, prevista per il 2 aprile 1881. Ma Big Nose George non si diede per vinto. Il 22 marzo, con una pietra e un coltellino che era riuscito a nascondere, scassinò le pesanti catene alle sue caviglie; aspettò nascosto nella stanza da bagno e aggredì il secondino, fratturandogli il cranio con le manette che aveva ancora ai polsi; ma la guardia riuscì a resistere e chiamare sua moglie che, arrivata a pistole spianate, costrinse il bandito a ritornare in cella.

Alla notizia dell’ennesima malefatta di Parrott, un gruppo di uomini mascherati fece irruzione nella prigione e, minacciando con una pistola la già malmessa e convalescente guardia carceraria, portò Parrott con sé. Ma non si trattava certo di un salvataggio. Gli uomini mascherati, spalleggiati da più di duecento paesani urlanti, appesero Big Nose George ad un palo e, dopo due tentativi falliti, riuscirono finalmente ad impiccarlo.

Secondo le leggende, una volta tirato giù il criminale dalla forca improvvisata, il becchino ebbe difficoltà a chiudere la bara per via dell’enorme naso di George. Siccome nessun parente si sarebbe mai sognato di reclamare il corpo, le spoglie di Parrott passarono in possesso del dottor John Osborne, affinché potesse studiarne il cervello e capire cosa lo distinguesse da quello di una persona sana di mente e non criminale.

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Quello che fece il dottor John Osborne, però, fu del tutto particolare. Assistito dall’allora quindicenne Lillian Heath, Osborne aprì il cranio di Parrott, esaminò il cervello e (sorpresa!) non trovò nulla di particolare. Realizzò una maschera funeraria in gesso del cadavere del bandito: ancora oggi visibile, a questa maschera mancano le orecchie, perché erano state strappate accidentalmente nei tentativi di impiccagione. Ma fin qui, nulla di veramente strano.

Poi però Osborne decise di rimuovere la pelle dalle cosce e dal petto di George, capezzoli inclusi. Li spedì a una conceria, con istruzioni per farne una borsa medica e un paio di scarpe. Quando gli arrivarono, lustrate ad arte, il dottore rimase un po’ deluso che i capezzoli non fossero stati usati; ma le indossò comunque con grande orgoglio (perfino, si dice, nel giorno della sua inaugurazione a governatore dello Stato)… e Big Nose George divenne l’unico cittadino americano della storia ad essere trasformato, dopo la sua morte, in un capo di vestiario.

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Il dottore condusse i suoi esperimenti sul cadavere per un anno, conservandolo in un barile di whiskey riempito di una soluzione di sale. Una volta che ebbe finite le sue dissezioni, il barile venne sepolto nel cortile. La calotta cranica venne regalata, come simpatico souvenir, alla giovane assistente, Miss Heath, che sarebbe poi diventata la prima dottoressa femmina del Wyoming, e che negli anni avrebbe usato il macabro resto come posacenere o come fermaporta.

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L’11 maggio del 1950, durante gli scavi per la costruzione di una banca, alcuni operai dissotterrarono il barile contenente le ossa del fuorilegge… e anche il famoso paio di scarpe. Per fortuna all’epoca la dottoressa Heath era viva e vegeta, e possedeva ancora la calotta cranica di Big Nose George: combaciava perfettamente con il teschio scalottato ritrovato nel barile, e più tardi la prova del DNA identificò senz’ombra di dubbio i resti ritrovati.

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Oggi il teschio di Big Nose George Parrott, la sua maschera funebre e le scarpe forgiate con la sua pelle sono l’attrazione principale del Carbon County Museum a Rawlins, Wyoming, insieme alle scarpe che egli stesso portava durante il suo linciaggio, alle manette e ad altri oggetti. La calotta è conservata allo Union Pacific Museum a Council Bluffs, Iowa. Il resto delle ossa fu seppellito in un posto segreto, e la borsa medica non venne mai ritrovata.

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Ariana Page Russell

Ariana è un’artista newyorkese affetta da una patologia della cute chiamata dermografismo: si tratta di una reazione abnorme agli stimoli e agli urti violenti. Se Ariana sbatte accidentalmente contro un tavolo, sulla sua cute si forma immediatamente un ponfo di colore rosso o rosa acceso che non se ne va prima di mezz’ora. Se si passa sulla pelle un oggetto acuminato, come ad esempio la punta di una matita, laddove alla maggior parte di noi resterebbe una sottile linea bianca che presto scompare, a lei rimane una striatura in rilievo per venti minuti buoni.

Questo tipo di affezione, che non è grave di per sé (a meno che non sia un sintomo di patologie più serie) e si può curare con antistaminici, non provoca né dolore né prurito ad Ariana – l’unico effetto negativo sono questi segni antiestetici che solcano periodicamente la sua pelle. Così la giovane artista ha deciso di trasformarli nel loro contrario, in un esercizio estetico puro.

Nella sua serie di fotografie intitolata Skin, la Russell ha trasformato il suo corpo in una vera e propria tela d’artista, in un laboratorio aperto in cui provare nuove forme e inedite decorazioni. Grazie alla sua peculiare anomalia, Ariana ha la possibilità di testare diversi materiali e diverse “fantasie” su di sé: la reazione cutanea dura più o meno mezz’ora, dandole così tutto il tempo per scattare delle foto e, se necessario, replicare il suo “quadro di pelle” per ottenere migliori risultati.

Le fotografie di Ariana Page Russell, che ricordano una versione ben più innocua delle scarificazioni, si iscrivono così nel più vasto filone della body art, ma con un elemento assolutamente personale; tutto questo, infatti, sarebbe impensabile se non fosse per la sua “malattia”, trasformata dall’artista in un tratto unico e inequivocabile della propria identità e del proprio stile.

A volte, sembrano dire questi temporanei “abbellimenti” decorativi sul corpo dell’artista, sta soltanto a noi decidere se una cosa è venuta per nuocere o meno; cosa è bene o cosa è male per noi; e ciò che per una persona è un problema, un fastidio o peggio ancora un handicap, per un’altra può rivelarsi uno stimolo positivo e carico di frutti.

Ecco il sito ufficiale di Ariana Page Russell.