Martiri

Roma, il Pomarancio e l’arte sacra crudele

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I martiri costituiscono uno dei temi prediletti dall’arte cristiana fin dagli albori. Eppure inizialmente le rappresentazioni dei supplizi subìti dai santi in testimonianza della loro fede mostravano comunque dei toni abbastanza neutri. Come scrive Umberto Eco nella sua Storia della bruttezza:

Raramente nell’arte medievale il martire è rappresentato imbruttito dai tormenti come si era osato fare col Cristo. Nel caso di Cristo si sottolineava l’immensità inimitabile del sacrificio compiuto, mentre nel caso dei martiri (per esortare a imitarli) si mostra la serenità serafica con cui essi sono andati incontro alla propria sorte. Ed ecco che una sequenza di decapitazioni, tormenti sulla graticola, asportazione dei seni, può dar luogo a composizioni aggraziate, quasi in forma di balletto. Il compiacimento per la crudeltà del tormento sarà caso mai reperibile più tardi […], nella pittura seicentesca.

In realtà già nel Tardo Manierismo, vale a dire verso la fine del ‘500, la Controriforma aveva riportato una rigorosa ortodossia nell’arte sacra; nel 1582 il Cardinale Gabriele Paleotti pubblica il suo fondamentale Discorso intorno alle immagini sacre e profane, in cui vengono dettate le direttive iconografiche ecclesiastiche da seguire. Da questo momento gli artisti dovranno concentrarsi su scene bibliche educative, di immediata lettura, allontanandosi dai temi classici e attenendosi scrupolosamente a quanto riportato nelle Scritture; nel caso dei martiri, si dovrà cercare di rendere il più possibile concreta la descrizione della sofferenza, in modo da favorire l’immedesimazione del fedele. In questo clima di propaganda, nacquero quindi affreschi e dipinti di una violenza senza precedenti.

A Roma soprattutto si trovano alcune chiese particolarmente ricche di simili raffigurazioni. La più significativa è quella di Santo Stefano Rotondo al Celio; poco distante si trova la Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo; in via Nazionale, invece, sorge la Basilica di San Vitale. Innumerevoli altri esempi sono sparsi un po’ ovunque nella capitale, ma queste tre chiese da sole costituiscono una sorta di enciclopedia illustrata della tortura.

In particolare le prime due ospitano gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio (ma attenzione, perché il nomignolo venne dato anche a suo figlio Antonio e al pittore Cristoforo Roncalli). Autore manierista ma lontano dagli eccessi bizzarri del periodo, Niccolò Circignani mostrava una spiccata teatralità compositiva, e un’esecuzione semplice ma efficace, dai colori vivaci e incisivi.

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Il ciclo del martiriologio a Santo Stefano Rotondo è impressionante ancora oggi per il realismo cruento e a tratti rivoltante delle scene: dal supplizio di Sant’Agata, a cui le tenaglie dilaniano il petto, alla lapidazione del primo martire della storia (Santo Stefano, appunto), fino alla “pena forte e dura“, le pareti della chiesa sono un susseguirsi di santi bolliti vivi o soffocati dal piombo fuso, lingue strappate, occhi e budella sparse, corpi fatti a pezzi, mazzolati, bruciati, straziati in ogni possibile variante.

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Sempre al Pomarancio sono attribuite altre opere situate nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Qui San Simone viene segato a metà a partire dal cranio, San Giacomo Maggiore decapitato, San Bartolomeo scorticato vivo, e via dicendo.

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Nella Basilica di San Vitale possiamo ammirare il santo omonimo che viene prima torturato sulla ruota, e poi sepolto vivo – anche se in questo caso i dipinti sono ad opera di Agostino Ciampelli. La chiesa contiene anche decapitazioni e teste mozzate.

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Certo, nelle intenzioni queste scene dovevano essere educative, e spingere all’imitazione di questi esempi di fede incrollabile. Ma che dire dell’evidente compiacimento nel mostrare le varie torture e i supplizi? Il nostro sadismo non è forse stuzzicato da queste rappresentazioni?

È questo fascino oscuro che spinge Eco a parlare di “erotica del dolore“; e d’altronde Bataille termina il suo excursus nell’arte erotica (Le lacrime di Eros) sulla fotografia di un condannato alla pena cinese del lingchi, la morte dai mille tagli, “inevitabile conclusione di una storia dell’erotismo” e simbolo dell’ “erotismo religioso, l’identità dell’orrore e del religioso“.
Fotografia talmente insostenibile che il filosofo confessa: “a partire da questa violenza – ancora oggi io non riesco a propormene un’altra più folle, più orribile – io fui così sconvolto che accedetti all’estasi“. Rapimento mistico, orgasmo e orrore sono, per Bataille, inscindibili.

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Questa seduzione ambigua delle immagini violente, però, è intrinseca in ogni crudeltà. Il concetto trova infatti origine in due ceppi etimologici diversi – da una parte cruor, la carne sanguinosa, il sangue sparso, e dall’altra crudus, il crudo, tutto ciò che è animalesco, primordiale e non ancora conquistato dalla cultura umana (conoscere il fuoco e utilizzarlo per cuocere il cibo è, sostiene Lévi-Strauss ne Il crudo e il cotto, uno dei momenti fondanti dell’umanità, rispetto alla vita bestiale).
In questo senso la crudeltà oscilla fra due opposti perturbanti: l’orrore e l’oscenità della violenza, e il segreto giubilo di vedere riaffiorare l’istinto represso, che minaccia l’ordine costituito.
Starebbe in questo nucleo di sentimenti contrapposti la calamita che attira il nostro sguardo verso simili immagini, eccitandoci e repellendoci al tempo stesso, e forse facendoci in questo modo accedere alla parte più nascosta del nostro essere.

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Per approfondire i risvolti concettuali della crudeltà, il saggio di riferimento è l’eccellente Filosofia della crudeltà. Etica ed estetica di un enigma di Lucrezia Ercoli.
Se vi interessa conoscere meglio la figura del Pomarancio, ecco un esaustivo podcast di Finestre sull’arte.

Abe Sada

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Il 25 Novembre del 1936, alle cinque di mattina, mentre Tokyo si risvegliava e per le strade incominciava il quotidiano e indaffarato viavai, un’enorme folla si era già radunata fuori dal tribunale: la gente era lì da ore, in attesa di poter vedere, anche soltanto di sfuggita, la donna di cui tutto il Giappone parlava – Abe Sada.

Ed eccola arrivare, infine, scortata dagli agenti giudiziari, con in testa un curioso cappello a cono che le nascondeva il volto fino a quando non fu all’interno dell’edificio. La folla gridava e gemeva, le donne urlavano, gli agenti cercavano di mantenere l’ordine: il processo che iniziava quella mattina sarebbe stato uno dei più famosi della recente storia giapponese.

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Abe Sada (o Sada Abe, a seconda della tradizione di nomenclatura) era nata nel 1905 da una famiglia benestante. Fin da quando era piccola, la madre l’aveva esortata ad essere indipendente e di spirito libero, nonostante le rigide norme che la società nipponica imponeva al tempo alle donne. All’età di quindici anni, però, Sada venne violentata da un conoscente; nonostante il supporto dei genitori, la ragazzina non fu più la stessa. Diventata sempre più incontrollabile, venne venduta da suo padre ad una casa delle geisha di Yokohama – non si seppe mai con certezza se per punizione, o per volontà della stessa Sada. All’epoca, diventare una geisha significava acquistare il prestigio invidiabile di donna emancipata e libera.

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Purtroppo la vita nell’okiya era più dura del previsto. Sada finì per assecondare le richieste sessuali di un cliente (cosa che le geisha non erano assolutamente tenute a fare, in contrasto con l’immagine di “cortigiane di lusso” che se ne aveva in Occidente), e si ammalò di sifilide. Si diede quindi alla prostituzione vera e propria, prima con regolare licenza e in seguito in case di tolleranza illegali. Con la morte dei genitori, la sua vita andò totalmente allo sbando: dopo anni di retate della polizia, tentativi falliti di sedurre uomini di potere, e le immancabili violenze e i soprusi con cui dovevano fare i conti tutte le prostitute senza licenza, Sada decise che era giunto il momento di abbandonare il mondo del malaffare. Nel 1936 lasciò finalmente il bordello e si impiegò come apprendista cuoca in un ristorante nel quartiere di Yoshidaya, con la speranza di ripartire da zero.
Proprio in quel ristorante Sada, che non aveva mai conosciuto il vero amore, avrebbe incontrato l’uomo della sua vita.

Il proprietario del locale era infatti Kichizo Ishida, un aitante quarantaduenne che ben presto posò i suoi occhi sulla giovane apprendista; di nascosto da sua moglie, cominciò a proporsi in avances sessuali. Sada dal canto suo aveva mai “conosciuto un uomo così sexy“, come dichiarerà in seguito. La scintilla della passione non tardò a scoccare, e i due iniziarono una torrida relazione clandestina: ritiratisi in un hotel nel quartiere di Shibuya, per quella che doveva essere una fugace scappatella, vi rimasero per quattro giorni. Spostatisi in altri quartieri e in altri hotel, per ben due settimane gli amanti si diedero all’alcol e al sesso, che non si interrompeva nemmeno quando qualche geisha entrava nella loro stanza per servire da bere.

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Che l’appetito sessuale di Sada fosse difficilmente saziabile, lo confermò in seguito anche un suo precedente amante, Kinnosuke Kasahara, che l’aveva lasciata proprio a causa della sua incontenibile iperattività: “era davvero forte, davvero potente. Se pure io sono piuttosto debole, lei d’altra parte mi stupiva sempre. Non era soddisfatta se non lo facevamo almeno due, tre, o quattro volte ogni notte. Per lei, era inaccettabile che io non tenessi la mia mano sulle sue parti intime per tutta la notte… All’inizio era fantastico, ma dopo un paio di settimane ero esausto“.

Ishida, la sua nuova fiamma, era invece di tutt’altra pasta, capace di resistere per giorni e giorni di sesso scatenato. Ma non era soltanto la sua prestanza fisica ad affascinare Sada: “è difficile dire esattamente cos’aveva Ishida di così bello. Ma era impossibile trovare qualcosa di negativo nel suo aspetto, il suo atteggiamento, la sua abilità come amante, il modo in cui esprimeva i suoi sentimenti“.
Dopo queste due settimane di follia senza freni, come tornare alla routine del ristorante? Ma, soprattutto, come sopravvivere al pensiero che Ishida avrebbe nuovamente condiviso il letto con sua moglie?

Sada si innamorò perdutamente, e con il sentimento sentì farsi strada in lei una gelosia cieca e totalizzante. Essere l’amante di Ishida non era sufficiente, doveva essere sua moglie, l’unica donna a possederlo; ben presto la sua divenne un’ossessione vera e propria.

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Una sera, Sada assistette a una rappresentazione teatrale nella quale una geisha attaccava il suo amante con un pugnale, e decise che avrebbe fatto lo stesso con Ishida. Incontratolo al ristorante, estrasse un grosso coltello da cucina che aveva comprato il giorno prima, e lo minacciò di morte; Ishida, seppure inizialmente allarmato, si mostrò infine divertito e lusingato dalla scenata di gelosia della donna. La portò dunque ad una taverna nel distretto a luci rosse di Ogu, per una nuova maratona di sesso.

Ancora due notti e due giorni di passione, l’uno nelle braccia dell’altra; mentre facevano l’amore, Sada teneva talvolta il coltello alla base del pene di Ishida – “non avrai nessun’altra donna oltre a me” gli diceva, e l’uomo rideva.

Un nuovo gioco che i due amanti cominciarono a provare era l’asfissia erotica. Sada usava l’obi del suo kimono per soffocare Ishida al momento dell’orgasmo, rilasciando in seguito la presa e intensificando così il piacere. Ishida fece lo stesso con lei, e i due cominciarono a strangolarsi regolarmente durante gli accoppiamenti, ancora scherzando sulla gelosia della donna: “Metterai la corda intorno al mio collo e la stringerai ancora mentre sto dormendo, non è vero? – le diceva Ishida – Se cominci a strangolarmi, non fermarti…

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Il 18 maggio 1936, alle due del mattino, Ishida dormiva. Sada, in silenzio, passò due volte la corda attorno al suo collo, e strinse per qualche minuto finché l’uomo non morì soffocato. Restò sdraiata accanto al corpo per diverse ore, poi prese il coltello da cucina e tagliò i genitali di Ishida; li avvolse in alcune pagine di giornale. Con il sangue scrisse sulla gamba sinistra del cadavere le parole Sada, Kichi Futari-kiri (“Sada e Kichi insieme”), poi ripeté la scritta sulle lenzuola prima di incidere con la lama il suo nome nel braccio sinistro del morto. Abe Sada si rivestì, uscì dalla stanza e disse ai gestori dell’hotel di non disturbare Ishida. Infine lasciò l’albergo con il suo prezioso pacchetto nascosto nelle pieghe del vestito: “perché non potevo portare con me la sua testa o il suo corpo. Volevo prendere la parte di lui che mi avrebbe riportato le memorie più intense.

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Poco dopo la scoperta del cadavere mutilato di Ishida, la notizia della latitanza di Sada fece il giro del paese; i giornali immediatamente dettagliarono l’oscena vicenda, e il panico si diffuse ovunque, tra falsi avvistamenti e personaggi politici la cui carriera crollava nel giro di un giorno non appena il loro nome veniva collegato alla prostituta castratrice. Sada, dal canto suo, non aveva mai lasciato Tokyo: alloggiava in un hotel a Shinagawa sotto falso nome, ancora ossessionata dall’uomo che aveva ucciso e dal feticcio prelevato dal suo corpo. “Mi sentivo attaccata al pene di Ishida e pensai che soltanto dopo essermi accomiatata tranquillamente da esso, avrei potuto morire. Scartai le pagine che li avvolgevano, e guardai il suo pene e il suo scroto. Misi il suo pene in bocca, e provai perfino ad inserirlo dentro di me… non funzionò, anche se continuavo a provare e provare. Quindi, decisi che sarei scappata a Osaka, restando con il pene di Ishida per tutto il tempo. Alla fine, sarei saltata da un dirupo sul Monte Ikoma, stringendo il suo pene nella mano.

Alle 4 di pomeriggio del 20 maggio, soltanto due giorni dopo l’omicidio, Abe Sada venne arrestata: per settimane radio e giornali non parlarono d’altro.
Il processo durò soltanto un mese perché la donna si dichiarò subito colpevole e venne condannata, per omicidio non premeditato e mutilazione di cadavere, a scontare sei anni di reclusione. Gli anni passati in carcere saranno i più tranquilli e regolari della sua vita.

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Quello che avrebbe potuto restare un semplice episodio di cronaca nera, divenne presto un simbolo fondamentale delle contraddizioni del Giappone pre-bellico.
La controversa figura di Abe Sada si ritagliò infatti un posto tutto particolare nell’immaginario giapponese: per alcuni incarnava lo stereotipo della dokufu, donna criminale spietata e sanguinaria, ma per altri la portata rivoluzionaria della storia era ben altra.
Durante tutti gli interrogatori (le cui trascrizioni divennero un best-seller), la donna aveva sottolineato sempre e soltanto l’accecante amore che nutriva per Ishida, il senso di esclusività che avvertiva nei suoi confronti, l’impossibilità di dividerlo con altre donne. Questa non era una semplice assassina: Sada parlava liberamente e sfacciatamente d’amore, di sesso e di romanticismo in un’epoca in cui la morigeratezza era un imperativo sociale. Senza mezzi termini, accusava i maschi che non soddisfacevano il piacere sessuale femminile, ed esaltava l’uomo che sapeva interpretare i desideri della propria compagna: “a letto, le dimensioni non fanno l’uomo. Quello che amavo di Ishida erano la tecnica e il suo desiderio di darmi piacere“.

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Dopo aver scontato la pena, Sada provò a dileguarsi, accettando diversi lavori che generalmente finivano non appena i datori scoprivano chi fosse veramente. A partire dagli anni ’50 Sada lavorò in un pub chiamato Hoshikikusui nel quartiere di Inari-cho. Ogni sera faceva la sua entrata, scendendo una lunga scalinata mentre gli avventori ululavano, proteggendosi le parti intime con le mani. “Nascondete i coltelli! Non andate a fare pipì!“, gridava qualcuno, ma Sada zittiva tutti con uno sguardo furioso. Soltanto quando era calato un pesante silenzio, ricominciava ad avanzare e, finalmente arrivata fra la gente, passava versando da bere ai tavoli.

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Per tutta la vita, lo stigma e la curiosità del pubblico non la abbandonarono mai. Sada riuscì a sparire del tutto solo dopo il 1970, data della sua ultima fotografia conosciuta, che la ritrae seduta al fianco di un attore; nulla si seppe più di lei, nonostante le voci che di volta in volta la volevano morta suicida oppure rinchiusa in convento. Ma, anche se svanita dall’occhio pubblico, Sada assurse nel tempo al grado di icona letteraria e cinematografica, ispirando artisti, filosofi e scrittori. Dei tre film a lei dedicati, il più celebre è il capolavoro di Nagisa Oshima, Ecco l’impero dei sensi (1976), censurato in molti paesi e presentato con enorme successo a Cannes.

Con il passare del tempo Abe Sada è stata definita in mille modi, spesso diametralmente opposti, come se non ci potessero essere vie di mezzo nel suo caso: “pervertita sessuale” e simbolo di femminismo; mostro necrofilo e “tenera, calda figura di salvezza per le future generazioni“. Una cosa è certa: Abe Sada e la sua passione omicida, violenta e struggente al tempo stesso, sono entrate indelebilmente nell’immaginario collettivo giapponese.
Ciò che invece venne dimenticato (in quella che potremmo leggere come una seconda, metaforica e definitiva castrazione), fu proprio il pene mozzato di Ishida: conservato al Museo di Patologia dell’Università di Tokyo, e ancora visibile in esposizione poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, oggi se n’è persa ogni traccia.

Kokigami

Nel diciottesimo secolo, in Giappone, la cerimonia del dono nuziale del tsutsumi simboleggiava quanto il sesso potesse essere una risorsa e un vero e proprio regalo per gli sposi. Il novello marito avvolgeva le sue parti intime in un intricato sistema di bendaggi di velluto e nastri; il tutto finiva per assomigliare ad un vero e proprio “pacchetto regalo” che la sposa doveva “scartare” e liberare, nastro dopo nastro, in un rituale intimo ed estremamente sensuale.

L’arte dei kokigami si evolve a partire da questa antica usanza, e introduce all’interno dei giochi sessuali l’arte giapponese degli origami. Si tratta, essenzialmente, di piccoli vestiti ritagliati nella carta che vengono indossati sul pene.


Le forme che questi costumini assumono vanno dai classici animali (draghi, cavalli, maiali, farfalle, falene, ecc.) a più moderni ritrovati tecnologici, come le autopompe dei vigili del fuoco, le locomotive, lussuose cadillac o addirittura gli space shuttle.

Esistono un paio di libri (entrambi reperibili, in lingua inglese, su Amazon) che contengono decine di kokigami. Il primo, intitolato Kokigami: Performance Enhancing Adornments for the Adventurous Man, propone una notevole varietà di costumini per i genitali maschili. Ma noi gli preferiamo il volume Kokigami: The Intimate Art of the Little Paper Costume, che suggerisce per ogni “travestimento” tre aggettivi che chiarificano la relazione che sussiste fra il fallo e il suo travestimento – per fare un esempio, lo shuttle è “rigido, agile, esploratore”, mentre il calamaro è “gentile, aggraziato, veloce”.

Non soltanto: questo delizioso libro fornisce anche degli esempi di dialogo fra i due amanti. Si tratta di un possibile copione per la rappresentazione teatrale che si andrà a interpretare. Riprendiamo i due esempi precedenti, il calamaro e lo shuttle, e vediamo quale dialogo i due sposi potranno inscenare.

Calamaro
(Braccia tese, con le dita che imitano i tentacoli in moto pulsante e ondeggiante. Tenendo indietro i fianchi, muoviti lentamente verso la tua partner, emettendo gentili risucchi. Se disturbato, porta le braccia lungo il corpo e salta velocemente all’indietro)
Maschio: “Vieni a me, piccolo pesce. Lascia che i miei tentacoli forti e sensibili ti accarezzino gentilmente e stringano il tuo corpo fremente”.
Femmina: “I tuoi tentacoli danzano meravigliosamente, ma hanno molte ventose e mi chiedo a cosa servano”.

Shuttle
(Tieni le braccia distanti dal corpo, come ali, sporgiti in fuori e precipitati sulla tua partner emettendo forti suoni come di rombo d’aereo. Dopo, ondeggia intorno silenziosamente mentre entri in orbita e ti prepari per il rientro)
Maschio: “5, 4, 3, 2, 1 …… Decollo!”
Femmina: “Questa è la stazione base di Venere. Prepararsi per l’attracco”.

Ora vi direte: ma quale può essere la motivazione per mettersi dei ridicoli origami sulle parti intime e fare dei giochi di ruolo? Perché dissimulare un pene sotto un minuscolo costume di carnevale da falena che svolazza attorno alla lanterna (lascio a voi l’interpretazione della simbologia)?

La risposta va in parte cercata, senza dubbio, nella rigida e timida tradizione sessuale giapponese, la cui ars erotica è costantemente in bilico fra morigeratezza e desiderio assoluto di liberazione. Rendere il talamo uno spazio teatrale può aiutare a liberare le pulsioni e gli istinti, dando una dimensione ludica e infantile all’unione intima.

Ma questi gingilli all’apparenza risibili ci ricordano una verità che spesso dimentichiamo. E cioè che anche il sesso può e dovrebbe avere un suo umorismo, dovrebbe cioè essere fatto anche di sorrisi e scherzi. Gran parte dei cosiddetti problemi sessuali (ma verrebbe da dire dei problemi tout court) derivano da questa nostra sventurata inclinazione a prenderci troppo sul serio. Quando la sessualità è tutta protesa all’orgasmo, alla prestazione, alla soddisfazione, allora la frustrazione è dietro l’angolo e ogni fallimento è una tragedia. Pensiamo sempre che ci sia un obiettivo da raggiungere, quando basterebbe saper giocare. In questo senso, la ricetta è piuttosto banale: più voglia di divertirsi e di sperimentare, meno preconcetti e aspettative.
E non servono nemmeno dei costumini di carta per travestire i genitali… forse basta un po’ di ironia e fantasia.

AGGIORNAMENTO:

Grazie all’interessamento di un lettore, Alessandro Clementi, veniamo a sapere che la pratica dei kokigami è in realtà un’elaborata bufala inventata proprio dagli autori del testo riportato nell’articolo, rimbalzata poi su internet fino a diffondersi addirittura su molti siti in lingua giapponese. A quanto pare, Burton Silver e Heather Busch non si sono cioè limitati a ideare una pratica sessuale, ma si sono divertiti a donarle perfino un passato antico e “nobile”. Anche noi siamo caduti nel tranello, nonostante la nostra abituale scrupolosità nel controllo delle fonti, e ci scusiamo con i lettori; eppure, in un certo senso, questo scherzo ci mette di buonumore. Perché di certo ne esistono di peggiori, e perché oltre che essere divertente, solleva alcune questioni non proprio scontate sul gioco dei sessi, sul coito come rappresentazione teatrale, e sui modi differenti di vivere la propria sessualità. Grazie, Alessandro!

Una coppia (quasi) perfetta

Juan Baptista Dos Santos nacque attorno al 1843 a Faro, in Portogallo, figlio di una coppia che aveva avuto già due gemelli. Anche questo secondo parto, in realtà, sarebbe dovuto essere gemellare: e invece nacque solo Juan, che portava nel suo corpo le vestigia del fratello mai nato.

Perfettamente formato dalla vita in su, e addirittura di bella presenza, Juan aveva però due peni, due ani (di cui uno non funzionante) e un arto in sovrannumero che pendeva dal suo addome. Ad essere precisi, questa “terza gamba” era il risultato della fusione delle due gambe del gemello parassita. Avendo un rudimentale ginocchio dotato di patella, l’arto si poteva piegare ma non aveva motilità volontaria: Juan quindi prese l’abitudine di legarlo alla coscia destra, in modo da essere più libero nei movimenti e potersi dedicare alla sua passione, l’equitazione.

Esaminato regolarmente dai dottori fin dall’età di sei mesi, Juan si trasferì a Parigi dove sarebbe diventato un caso clinico celebre, assiduo frequentatore di università e invitato a prestigiosi convegni medici come oggetto di studio. Certo, per buona parte della sua vita si esibì nei circhi; ma nel 1865 rifiutò un ingaggio da 200.000 franchi in un freakshow, deciso a concedersi esclusivamente alla ricerca scientifica. Quando, di tanto in tanto, riprendeva a vagabondare con gli spettacoli itineranti, era sempre uno dei nomi di punta del cartellone.

Più passava il tempo, però, e più i dottori si rendevano conto che la particolarità più sensazionale di Juan Baptista erano i suoi due peni. L’urinazione avveniva da entrambi, così come entrambi erano perfettamente funzionanti per capacità erettili e riproduttive, fatto questo più unico che raro. Un rapporto fisiologico del 1865 stilato all’Havana descrive Juan, all’età di 22 anni, come “posseduto da passione animale”, avido di sesso e conosciuto per il suo comportamento promiscuo: utilizzava entrambi i suoi peni nell’atto sessuale, e quando aveva “finito” con uno, continuava con il secondo.

Se esisteva al mondo qualcuno che potesse avere un’affinità elettiva con un uomo particolare come Juan Baptista Dos Santos, era sicuramente Blanche Dumas (o Dumont). Purtroppo della sua vita ci sono arrivati meno dettagli, ma pare che sia nata attorno al 1860 in Martinica, da padre francese e madre meticcia. A quanto riportato nel famoso trattato Anomalies and Curiosities of Medicine (1896), Blanche aveva un addome molto largo, che conteneva, nell’ordine: le sue due gambe, mal formate; una terza gamba attaccata al coccige; due seni in sovrannumero all’altezza del pube, rudimentali ma completi di capezzoli; e, soprattutto, due vagine con vulve perfettamente formate e dalla sviluppata sensibilità.

Proprio come per Juan Baptista, anche l’appetito sessuale di Blanche era straordinario; si dice che avesse decine di ammiratori e che talvolta si intrattenesse con due uomini alla volta, utilizzando contemporaneamente le sue due vagine. Tanto che ad un certo punto, conscia del successo delle sue particolari “abilità”, Blanche decise di trasferirsi a Parigi dove divenne una prostituta d’alto bordo.

Aveva sentito spesso parlare di Juan Baptista Dos Santos, celebre per i suoi genitali doppi quanto per la sua sfrenata libido; quando seppe della sua presenza a Parigi in occasione di un tour circense europeo, Blanche, incuriosita, decise che era venuto il momento che l’uomo con due peni e la donna con due vagine si incontrassero. Dopotutto, quante possibilità c’erano, nell’intero cosmo, che due esseri talmente straordinari nascessero nello stesso secolo, a distanza di pochi anni, e si ritrovassero nella stessa città? Così, confidando in questo segno del destino, Blanche organizzò l’incontro.

Ma il detto popolare Dio li fa e poi li accoppia non è infallibile. La scintilla della passione, purtroppo, non si accese, e dopo una breve (e molto chiacchierata) relazione i due ritornarono alle loro vite: Juan a girare il mondo con il circo, e Blanche nella sua casa di appuntamenti… e nessuno può dire se vissero felici, o contenti.

Zooerastia

Per la nostra serie di indagini su pratiche e orientamenti sessuali bizzarri o “tabù” (ne trovate traccia alla sezione Sesso Misterioso), affrontiamo oggi un argomento non soltanto controverso, ma spesso ridicolizzato; si tratta infatti di un tema su cui sarebbe fin troppo facile fare umorismo, e che anzi è divenuto nel tempo un topos di barzellette e battutacce volgari. Parliamo della zooerastia, comunemente chiamata zoofilia.

I rapporti sessuali fra uomini e animali sono stati descritti e dipinti fin dall’antichità. Viene naturale pensare alla mitologia greca: agli infiniti travestimenti di Zeus, che per sedurre splendide donne o ninfe assunse le fattezze di aquila, toro, cigno, ecc.; così come alla cretese Pasifae, che per coronare il suo folle desiderio per un toro bianco, dono di Poseidone, si fece costruire una vacca di legno, nascondendosi al suo interno, e una volta inseminata diede alla luce il celebre Minotauro.

Ma non necessariamente dobbiamo rimanere all’interno del bacino del Mediterraneo per incontrare segni di questo antico “amore” fra specie diverse: dipinti ed incisioni mostrano che la pratica, o perlomeno la fantasia zoofila, era ben radicata anche in Estremo Oriente.

Solo recentemente, però, la zooerastia ha cominciato ad essere studiata, seppure sporadicamente, come vera e propria espressione del desiderio sessuale. Attenzione, stiamo parlando qui di vera e propria zoofilia, e non dell’atto sessuale con un animale come sostituto del partner, che anche individui non zoofili possono intraprendere a causa dell’isolamento o di altre contingenze; ci riferiamo cioè alla vera e propria attrazione e preferenza per l’animale rispetto a un partner umano. Di questa è interessante provare a cercare di comprendere le motivazioni.

La prima sorpresa è che un simile orientamento di gusti non è, a differenza della maggior parte delle parafilie, strettamente maschile, anzi: secondo gli studi condotti, l’interesse zoofilo insorgerebbe in età pre-pubere e pubere, senza alcuna differenza fra maschi e femmine.

La seconda sorpresa è che la zoofilia è in realtà un sentimento molto più complesso di quanto ci si possa aspettare. Non si tratta soltanto di trovare una veloce soddisfazione sessuale, o dell’eccitazione del “proibito”. Per quanto sia difficile da accettare o comprendere, la componente emotiva gioca un ruolo molto forte nella psicologia di chi è attratto da un animale. Spesso gli zoofili attribuiscono all’animale delle qualità superiori che non riscontrano negli esseri umani, come l’onestà, la fedeltà, l’innocenza o la saggezza, e così via. Le emozioni degli zoofili verso gli animali possono essere reali, relazionali, autentiche e non solo sostitutive di partner umani. Anzi, il quadro che emerge è composto di persone che molto spesso hanno avuto, o hanno, relazioni umane a lungo termine. Viene quindi a cadere quell’immagine stereotipata del contadino, poco istruito e senza donne che tanto spopola nelle barzellette. Si tratta di persone integrate, che però per qualche motivo sono legate o attratte da una determinata specie  – pare che in questo senso i gusti siano molto precisi, chi “ama” i cavalli non lo farebbe mai con un cane e viceversa.

Nel 2002, gli psicologi Earls e Lalumière pubblicarono uno studio su un uomo di 54 anni, incarcerato per la quarta volta a causa della sua passione per i cavalli: in quell’ultimo episodio, era stato accusato di aver ucciso una giumenta colpevole, a sentire lui, di aver fatto gli occhi dolci a uno stallone. L’uomo venne sottoposto a una serie di test con il pletismografo penile, un apparecchio che misura il volume dell’erezione di fronte a uno stimolo visivo. Le immagini di donne o uomini nudi non avevano alcun effetto sul soggetto, il cui pene rimaneva a riposo; lo stesso succedeva con immagini di pecore, mucche, cani, gatti o galline. Ma appena i ricercatori gli mostrarono immagini di cavalli, questa apparente impotenza sparì del tutto, indicando un orientamento sorprendentemente specifico. Per quest’uomo, fare sesso con un cavallo non era di sicuro un ripiego: era il migliore e forse l’unico tipo di rapporto che potesse immaginare.

Sull’onda del loro studio, i due psicologi cominciarono a ricevere una valanga di email e lettere di persone che si autoproclamavano zoofili, raccontando la loro esperienza. Così, nel 2009, Earls e Lalumière pubblicarono un nuovo saggio, che questa volta vedeva come protagonista un uomo di 47 anni, anch’egli attratto dai cavalli, ma nient’affatto disfunzionale come il primo soggetto, anzi perfettamente integrato e dall’alto quoziente intellettivo. Dopo un’adolescenza passata a fantasticare sui cavalli, a guardare film di cowboy (non certo per interesse verso i cowboy), dopo un paio di tentativi malriusciti di fare sesso con le ragazze, finalmente a 17 anni riuscì a comprare una cavalla tutta per sé. Prese lezioni di equitazione e, dopo un lungo corteggiamento, finalmente la giumenta gli si “offrì”:

Quando quella cavalla nera se ne stette buona, mentre la coccolavo e accarezzavo, quando alzò la coda in alto e di lato appena ne strinsi la base, e quando la lasciò lì, e rimase tranquilla mentre salivo su un secchio, allora, senza fiato, elettrizzato, dolcemente scivolai dentro di lei. Fu un momento di pace e armonia assolute, mi sembrò talmente naturale, fu un’epifania“.

Negli ultimi anni altri studi si sono avvicendati per comprendere qualcosa di più di questa parafilia, e alcuni celebri casi di cronaca hanno contribuito a portare l’argomento all’attenzione pubblica. Nel 2005 Kenneth Pinyan, un ingegnere areonautico di 45 anni, morì in seguito alle ferite interne (perforazione del colon) provocate dal rapporto sessuale avuto con uno stallone. Questa vicenda portò alla luce una specie di “organizzazione” di amanti dei cavalli che si incontravano clandestinamente in varie fattorie per accoppiarsi con gli animali. L’incidente fu largamente pubblicizzato, e divenne noto come il caso di Enumclaw.

Il dibattito sulla zoofilia che ne scaturì, e che continua tuttora, fu alquanto controverso. Comprensibilmente, le associazioni per la protezione degli animali attaccarono duramente gli adepti di queste pratiche. Secondo gli animalisti, si tratta sempre ed esclusivamente di abusi: la “complicità” degli animali nell’atto sessuale è un’invenzione paragonabile a quella dei pedofili che sostengono di assecondare presunti desideri inespressi dei bambini. Gli zoofili ci tengono invece a distaziarsi dagli zoosadici, che fanno del male agli animali, e anzi ribattono che molti di loro sono attivisti proprio fra le file delle stesse associazioni animaliste: a riprova, insomma, che il loro amore non è soltanto sessuale ma a tutto tondo.

Il sesso umano, si sa, è uno degli ambiti psicologici più complessi, e culturalmente stratificati di senso. Per noi, ogni atto sessuale si riempie di mille valori, sottili motivazioni: non si risolve puramente in un contatto fisico ma porta con sé significati e conseguenze pesanti. È davvero un evento eminentemente culturale. Sembra ovvio pensare che tutta questa “sovrastruttura” non interessi l’ambito animale, a cui non sappiamo quanto si possano applicare concetti quali “aggressione”, “violenza e abuso sessuale”, “consenzienza”, “disgusto”, e via dicendo. D’altronde fra gli animali stessi non è affatto infrequente l’avere rapporti sessuali fra specie diverse, come sanno bene i biologi e gli etologi. E lo sa anche chi ha avuto un cane che ha tentato di montargli una gamba: in quel caso, come nel caso di ricercatori fatti oggetto di “assalti sessuali” da parte dei primati che studiavano, chi sarebbe la vittima dell’abuso?

Sembra che gli zoofili da una parte (che si vogliono convincere di vedere negli animali lo stesso desiderio che provano loro), e gli animalisti dall’altra (che vogliono applicare agli animali le categorie concettuali o morali umane), stiano entrambi proiettando sulla bestia un’impronta culturale che essa di per sé non conosce. Vengono in mente le pagine di Baudrillard sull’animale e il bambino come scandali sociali, in quanto sprovvisti di parola: la nostra impossibilità di comprenderli, la barriera che ci separa, li rende vittime della nostra speculazione più violenta, quella che impone loro le categorie del nostro linguaggio.

Quello che rimane, tirate le somme, è una lunga serie di domande senza facile risposta. La bestialità va trattata con condiscendenza o penalizzata legalmente? Quali sono le motivazioni che sottendono questo desiderio, come e perché si sviluppa? Si tratta di una parafilia o di un semplice orientamento sessuale? È davvero possibile l’amore inter-specie?

Alcune brevi note. Il manifesto qui sopra è la locandina del film Bestialità (1976, di V. Mattei), trashissima storia d’amore tra una madre di famiglia e il suo dobermann. Alcune delle informazioni contenute qui provengono da uno splendido articolo (in inglese) di Jesse Bering. Ecco un altro, più succinto articolo in italiano sul tema. Inoltre segnaliamo il film Zoo (2007, di R. Devor), incentrato sul caso di Enumclaw: il documentario è certamente interessante, e nelle intenzioni vorrebbe essere un’imparziale inchiesta e una riflessione sulla condizione umana; di fatto, però, cade nel ridicolo involontario, nel neanche troppo nascosto tentativo di dipingere il suo protagonista come un “martire” della libertà d’amore nei confronti di una società bigotta e ottusa.

Oddities

Discovery Channel ha da poco lanciato un nuovo programma che sembra pensato apposta per gli appassionati di collezionismo macabro e scientifico: la serie è intitolata Oddities (“Stranezze”), e racconta la strana e particolare vita quotidiana dei proprietari del famoso negozio newyorkese Obscura Antiques and Oddities, la versione americana del nostrano Nautilus, di cui abbiamo già parlato.

I due simpatici proprietari di questa spettacolare wunderkammer ci mostrano in ogni episodio come vengono a scoprire di giorno in giorno oggetti curiosi, strabilianti o rari, regalandoci anche un’inaspettata galleria di personaggi che frequentano il negozio. Collezionisti seri e compunti che arrivano con la fida ventiquattrore dopo un importante meeting, gente semplice dai gusti particolari, giovani darkettoni appesantiti da centinaia di piercing, compositori musicali del calibro di Danny Elfman, bizzarri personaggi che collezionano articoli funerari e si emozionano per un tavolo da imbalsamazione, ragazzi normali che hanno scoperto nel solaio del nonno una testa di manzo siamese imbalsamata, o una bara ottocentesca, e cercano di ricavarci qualche soldo.

Mike Zohn ed Evan Michelson, i due proprietari di Obscura, passano il loro tempo fra mercati delle pulci e aste di antiquariato, cercando tutto ciò che è inusuale e bizzarro. Nella loro carriera di collezionisti hanno accumulato alcuni fra i pezzi più incredibili.

Purtroppo in Italia questa serie non è ancora arrivata, ed essendo un prodotto di nicchia è probabile che non la vedremo mai sui nostri teleschermi. Per consolarvi, ecco alcuni estratti da YouTube.

Mike ed Evan riescono ad annusare un’autentica mano di mummia egizia, che stando alla loro descrizione esala un “inebriante” odore di resina:

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“Oggigiorno è sempre più difficile trovare una testa mummificata”:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=mMTg0ZUFZ1I&NR=1]

Un’addetta delle pompe funebri (leggermente disturbata, a quanto sembra) ha una collezione invidiabile di strumenti di imbalsamazione e non sta più nella pelle quando Evan le propone l’acquisto di un tavolo utilizzato per presentare il cadavere nella camera ardente… dopotutto, si intona con gli strumenti antichi che lei ha già… come resistere?

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Un avventore scopre che quello che ha in mano è l’osso del pene di un tricheco. La maggior parte dei mammiferi (uomo escluso) è dotato di un simile osso. Sarà disposto a sborsare 450 $  per questo articolo?

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Un ragazzo ha acquistato al mercato delle pulci una scatola piena di escrementi fossilizzati che gli hanno assicurato essere di dinosauro. Coproliti è il termine scientifico. Purtroppo, Mike gli spiega che quelli sono probabilmente escrementi di mammifero. Le deiezioni di uccelli e rettili sono molto più acquose. Pensate se doveste togliere una cosa del genere dal vostro parabrezza?

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Modificazioni corporali estreme

Oggi parliamo di un argomento estremo e controverso, che potrebbe nauseare parecchi lettori. Chi intende leggere questo articolo fino alla fine si ritenga quindi avvisato: si tratta di immagini e temi che potrebbero urtare la sensibilità della maggioranza delle persone.

Tutti conoscono le mode dei piercing o dei tatuaggi: modificazioni permanenti del corpo, volontariamente “inflitte” per motivi diversi. Appartenenza ad un gruppo, non-appartenenza, fantasia sessuale o non, desiderio di individualità, voglia di provarsi di fronte al dolore… il corpo, rimasto tabù per tanti secoli, diviene il territorio privilegiato sul quale affermare la propria identità. Ma le body modifications non si fermano certo ai piercing. Attraverso il dolore, il corpo così a lungo negato diviene una sorta di cartina di tornasole, la vera essenza carnale che dimostra di essere vivi e reali.

E la libertà di giocare con la forma del proprio corpo porta agli estremi più inediti (belli? brutti?) che si siano mai visti fino ad ora. Ci sono uomini che desiderano ardentemente la castrazione. Donne che vogliono tagliare in due il proprio clitoride. Maschi che vogliono liberarsi dei capezzoli. Gente che si vuole impiantare sottopelle ogni sorta di oggetto. O addirittura sotto la cornea oculare. Bisognerebbe forse parlare di “corponauti”, di nuovi esploratori della carne che sperimentano giorno dopo giorno inedite configurazioni della nostra fisicità.

Alcune di queste “novità del corpo” sono già diventate famose. Ad esempio, il sezionare la lingua per renderla biforcuta: le due metà divengono autonome e si riesce a comandarle separatamente. La divisione della lingua è ancora un tipo di pratica, se non comune, comunque almeno conosciuta attraverso internet o il “sentito dire”. La maggior parte degli adepti dichiara che non tornerebbe più ad una lingua singola, per cui dovremmo credere che i vantaggi siano notevoli. Certo è che gran parte di queste modificazioni corporali avviene senza il controllo di un medico, e può portare ad infezioni anche gravi. Quindi attenti.

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Diverso è il discorso per le amputazioni volontarie di genitali o altre estremità. Nelle scene underground (soprattutto americane) si ricorre all’aiuto dei cosiddetti cutters. Si tratta di medici o di veterinari che si prestano a tagliare varie parti del corpo dei candidati alla nuova vita da amputati. E i tagli sono di natura squisitamente diversa. C’è chi decide di farsi portar via entrambi i testicoli, o i capezzoli, chi opta per sezionare il pene a metà, chi ancora si fa incidere il pene lasciando intatto il glande, chi vuole farsi asportare i lobi dell’orecchio. La domanda comincia  a formarsi nelle vostre menti: perché?

Scorrendo velocemente il sito Bmezine.com, dedicato alle modificazioni corporali, c’è da rimanere allibiti. Sembra non ci sia freno alle fantasie macabre che vogliono il nostro fisico diverso da ciò che è.

Per rispondere alla domanda che sorge spontanea (“Perché?”) bisogna chiarire che queste modificazioni rimandano a un preciso bisogno psicologico. Non si tratta  – soltanto – di strane psicopatologie o di mode futili: questa gente cambia il proprio corpo permanentemente a seconda del desiderio che prova. Se vogliamo vederla in modo astratto, anche le donne che si bucano i lobi dell’orecchio per inserirci un orecchino stanno facendo essenzialmente la stessa cosa: modificano il loro corpo affinché sia più attraente. Ma mentre l’orecchino è socialmente accettato, il tagliarsi il pene in due non lo è. Lo spunto interessante di queste tecniche è che sembra che il corpo sia divenuto l’ultima frontiera dell’identità, quella soglia che ci permette di proclamare quello che siamo. In  un mondo in cui l’estetica è assoggettata alle regole di mercato, ci sono persone che rifiutano il tipo di uniformità fisica propugnata dai mass media per cercare il proprio individualismo. Potrà apparire una moda, una ribellione vacua e pericolosa. Ma di sicuro è una presa di posizione controcorrente che fa riflettere sui canoni di bellezza che oggi sembrano comandare i media e influenzare le aspirazioni dei nostri giovani. Nel regno simbolico odierno, in cui tutto sembra possibile, anche la mutilazione ha diritto di cittadinanza. Può indurre al ribrezzo, o all’attrazione: sta a voi decidere, e sentire sulla vostra pelle le sensazioni che provate. Certo questo mondo è strano; e gli strani la fanno da padrone.

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