La seduzione del primitivo: due insoliti “selvaggi”

Nel 1929, per i tipi della Knopf di New York, apparve il libro Lobagola: An Africa Savage’s Own Story. La notevole autobiografia, scritta da Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola, raccontava la vita avventurosa e bizzarra di uno “straniero nel XX secolo“.
Bata LoBagola era nato nell’Africa orientale, in una regione del Dahomey (oggi Benin) così remota da non essere ancora stata raggiunta dall’uomo bianco. Bata ebbe il primo incontro con gli europei negli ultimi anni dell’800 quando, assieme ad altri membri della sua tribù, si spinse fino alla costa e vide una nave pronta a salpare. Raggiuntala in canoa, i “selvaggi” furono benvenuti a bordo dai mercanti, che per un’ora circa li accompagnarono ad esplorare l’imbarcazione; ma quando la nave lasciò la sponda senza preavviso, impauriti, tutti i compagni di Bata si gettarono in acqua, finendo divorati dagli squali. Bata, che era stato trattenuto sottocoperta, scampò quel destino ma dovette partire per le sconosciute terre di un diverso continente. Aveva soltanto sette anni.

Arrivò dunque in Scozia, dove visse per tutta l’adolescenza sotto la protezione di un generoso benefattore e venne educato fra Edimburgo e Glasgow. Quasi per caso, scoprì che poteva guadagnare qualche soldo nel mondo dello spettacolo, semplicemente raccontando del suo paese d’origine e del suo popolo. Cominciò quindi ad esibirsi nei vaudeville e in piccoli show itineranti, rispondendo alle domande del pubblico e mostrando alcune danze tradizionali. Essendo colto e intelligente, oltre che un ottimo oratore, divenne presto più di una semplice attrazione da sideshow, e cominciò ad essere richiesto anche da etnologi e antropologi. Viaggiando di continuo fra Europa e Stati Uniti, LoBagola tenne lezioni all’Università della Pennsylvania e a quella di Oxford, diventando una sorta di “ambasciatore culturale” dell’Africa occidentale e dei costumi e tradizioni del suo popolo.

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Per comprendere quanto il pubblico fosse affascinato da questo “selvaggio”, bisogna calarsi nella realtà del tempo. Nella seconda metà dell’800 l’intensificarsi del colonialismo aveva portato alla scoperta di numerose popolazioni primitive, e in contemporanea era nata la nuova antropologia scientifica. A livello popolare, i romanzi d’avventura incentrati sull’esplorazione di terre vergini erano fra le pubblicazioni di maggior successo. E l’insaziabile desiderio di esotismo si mescolava al diffuso e aperto razzismo, alla curiosità di vedere l’arretrato primitivo con i propri occhi; tanto che quando fu invitato a Philadelphia nel 1911 LoBagola si guadagnò la definizione di “esemplare più interessante dell’intero Museo“. Come recitava il suo pamphlet promozionale, sembrava davvero “troppo raffinato per la primitiva rozzezza della sua tribù, e troppo selvaggio per la società sofisticata“.

Bata LoBagola era ormai diventato una piccola celebrità, in costante tour come informatore culturale nelle scuole e le università, ma purtroppo la sua vita prese una brutta piega. Bata aveva problemi con l’alcol e la tendenza a farsi coinvolgere in risse di poco conto, ma la vera spada di Damocle sul suo capo era la sua omosessualità. Arrestato più volte per sodomia e altri reati minori, finì in carcere una volta per tutte nel 1931 per piccoli furti e crimini sessuali. L’anno successivo il Bureau of Naturalization, ai cui ufficiali evidentemente sembrava che qualcosa non quadrasse, strinse la morsa attorno a LoBagola, costringendolo infine a confessare una realtà che nessuno aveva sospettato fino ad allora.
Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola si chiamava in realtà Joseph Howard Lee, ed era nato a Baltimora, nel Maryland.

Non tutto, nel suo libro, era inventato: Joseph Lee era probabilmente stato a Glasgow da giovane, visto che dalle sue pagine si evince una certa conoscenza della città, e secondo diverse testimonianze egli aveva un leggero accento scozzese. Ma di certo la sua infanzia non era trascorsa tra leoni ed elefanti — e altrettanto sicuro è che leoni ed elefanti non si “alleavano”, come raccontato in una fantasiosa pagina del libro, per dare la caccia agli uomini.
Se alcuni lettori, che avevano familiarità con l’Africa occidentale, già alla pubblicazione della sua falsa autobiografia si erano accorti che le descrizioni di quei luoghi erano di pura invenzione, il dubbio non era invece mai sorto nella mente dei professori universitari. Fatto ancora più curioso se si pensa che nello stesso libro viene candidamente suggerita l’idea che agli uomini bianchi si possa raccontare qualsiasi cosa sull’Africa nera, ed essi ci crederanno.
La discriminazione razziale, a cui si accennava prima, può essere considerata uno dei fattori dietro la falsa identità di LoBagola: fin dal 1907, fingersi un primitivo gli aveva permesso di accedere a una serie di privilegi e di aiuti che paradossalmente non avrebbe mai ottenuto in qualità di afroamericano. Morì nel 1947 nel carcere di massima sicurezza di Attica, dove erano detenuti i più pericolosi criminali del tempo.

La sua strana truffa aveva però un precedente eccellente.


George Psalmanazar era apparso a Londra nel 1703, dichiarandosi nativo di Formosa (Taiwan), un’allora lontana isola di cui si conosceva molto poco. Psalmanazar aveva abitudini strabilianti: mangiava soltanto carne cruda speziata con cardamomo, dormiva seduto dritto su una sedia, metteva in scena complessi rituali quotidiani in onore del Sole e della Luna, seguiva un calendario sconosciuto. E i racconti della sua terra natìa erano favolosi e crudeli — in particolare le descrizioni dei sacrifici rituali di 18.000 ragazzi all’anno che culminavano nel cannibalismo.
George Psalmanazar venne invitato a parlare della cultura di Formosa nei più importanti circoli intellettuali, e si esibì in una lezione addirittura di fronte alla Royal Society.
Nel 1704 pubblicò il volume An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan, che conobbe immediatamente un successo clamoroso e numerose ristampe. Ovunque non si parlava che di Formosa: lettori e intellettuali erano affascinati dalle descrizioni di questi selvaggi che indossavano soltanto una placca d’oro per coprire i genitali, abitavano sottoterra nutrendosi di serpenti, e occasionalmente si cibavano di carne umana. Oltre agli usi e costumi di Formosa, Psalmanazar ne riportava nel dettaglio anche il linguaggio e l’alfabeto, in maniera talmente convincente che molte grammatiche tedesche continuarono a riportare queste informazioni anche decenni dopo che l’inganno era stato confessato.

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Infatti nel 1706, di fronte al crescente scetticismo e ai resoconti di chi Formosa l’aveva raggiunta davvero, Psalmanazar aveva dovuto calare la maschera: era in realtà originario della Francia, educato dai Gesuiti, e le sue uniche doti erano un’enorme cultura e una geniale attitudine per le lingue. Tanto da riuscire a costruirne una dal nulla, per corroborare le sue menzogne, e raggiungere la fama.
Prima di morire nel 1763, scrisse un secondo libro di memorie, pubblicato postumo, in cui raccontava i retroscena della sua truffa. Ma nemmeno in quest’ultima autobiografia rivelava il suo vero nome, che rimane ancora oggi un mistero.

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Eppure, nonostante la conversione religiosa nei suoi ultimi anni di vita e il pentimento per la messinscena, l’opera di Psalmanazar rimane un piccolo capolavoro di inventiva. Oltre che una lingua precisa, alla sua Formosa l’autore aveva dato una storia, dei culti e tradizioni, perfino diverse monete di conio e minuziosi abiti cerimoniali, tanto che oggi il suo affresco sembra precorrere, per cura maniacale del dettaglio, certe costruzioni letterarie più moderne (si pensi alle appendici tolkieniane su genealogia, linguistica, botanica, ecc. della sua immaginaria Terra di Mezzo).
Ma c’è di più, come scrive lo storico Benjamin Breen:

Mentre divoravo l’immensa creatività mostrata in Description of Formosa, compresi che Psalmanazar stava anche raccontandoci qualcosa di fondamentale sulle origini della modernità. Il mondo di marinai, mercanti, schiavi e criminali deportati che aveva dato vita agli imperi europei oltreoceano, era costruito su finzioni elaborate, dal Prete Gianni a Jonathan Swift. Nonostante la scala e la singolarità del suo inganno l’avesse reso unico, Psalmanazar era anche rappresentativo: mentre stava inventando storie di cannibalismo formosano, i suoi pari scrivevano storie falsificate di utopie piratesche, resoconti parodistici di isole popolate da cavalli super-intelligenti, e sincere descrizioni di sacrifici demoniaci.
Queste opere sollevavano domande profonde sulla natura della verità e della finzione. L’atto di viaggiare è anche un atto autoriale, l’invenzione di una realtà che tutti noi filtriamo attraverso i nostri preconcetti individuali? Come possiamo capire dei mondi che differiscono dal nostro così fondamentalmente da sembrarci quasi altri pianeti?

(B. Breen, Made in Taiwan?: An Eighteenth-Century Frenchman’s Fictional Formosa)

Per la storia di LoBagola, la fonte primaria è un maginifico podcast di Futility Closet. L’autobiografia di LoBagola è disponibile su Amazon. La vicenda di George Psalmanazar è invece splendidamente raccontata in La follia di Banvard, e l’opera Description of Formosa è disponibile sull’Internet Archive.

Mummie affumicate

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Nella provincia di Morobe, in Papua Nuova Guinea, vive il popolo degli Anga.
Un tempo temibili guerrieri, protagonisti di feroci raid nei pacifici villaggi limitrofi, oggi gli Anga hanno imparato a trarre profitto da un peculiare tipo di turismo. Antropologi, avventurieri e curiosi viaggiatori si spingono fino agli sperduti villaggi dell’altopiano di Morobe appositamente per vedere le celebri mummie affumicate.

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Non è chiaro quando la pratica abbia avuto inizio, anche se secondo alcuni risalirebbe almeno a duecento anni fa. Fu ufficialmente vietata nel 1975, quando la Papua Nuova Guinea divenne indipendente; di conseguenza, le mummie più recenti risalgono agli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

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Questo trattamento d’onore era di norma riservato ai guerrieri più valorosi, che quando morivano venivano dissanguati, privati delle interiora e posti sopra alle fiamme per essiccare. L’affumicatura durava anche più di un mese. Infine, quando il corpo era completamente asciutto, le cavità corporali venivano cucite e si spalmava l’intera salma con fango misto ad argilla rossa per preservare ulteriormente le carni dal disfacimento e formare una sorta di strato protettivo contro insetti e saprofagi.
Molte fonti riportano che il grasso ricavato dal processo di affumicamento era in seguito utilizzato come olio di cottura, ma questo dettaglio potrebbe essere frutto della fantasia dei primi esploratori (come ad esempio Charles Higginson che per primo parlò delle mummie nel 1907): spesso gli occidentali, quando entravano in contatto con tribù così remote e “primitive”, volevano vedere il cannibalismo anche dove non c’era.

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I corpi così affumicati venivano portati, dopo una cerimonia rituale, sulle pendici dei monti che guardano verso il villaggio. Qui si fissavano le mummie alle ripide pareti di roccia mediante strutture di bambù, in modo che potessero fare da vedette a protezione delle case sparse nella vallata sottostante. In questo modo, continuavano il loro compito di guerrieri anche dopo la morte.

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I corpi sono ancora oggi venerati, e talvolta riportati al villaggio per essere “restaurati”: i discendenti del morto cambiano il bendaggio di liane e assicurano le ossa ai pali, prima di riportare l’antenato al suo posto di guardia.

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Nonostante le mummie affumicate siano, come già ricordato, per la maggior parte costituite da guerrieri del villaggio, fra di esse si possono trovare talvolta anche i resti di qualche donna particolarmente importante all’interno della tribù. Quella ritratta nella foto qui sotto stringe ancora al petto il suo bambino.

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Questo tipo di preservazione dei corpi, per quanto molto particolare, ricorda da vicino sia le esequie dei Toraja indonesiani (ne avevo parlato in questo post) sia le più antiche “mummie del fuoco“, che si possono trovare a Kabayan nel nord delle Filippine. Anche qui il cadavere veniva posto, in posizione fetale, sopra al fuoco ed essiccato; fumo di tabacco veniva soffiato nella bocca del morto per asciugare ulteriormente gli organi interni. I corpi così preparati erano chiusi in bare di legno e deposti in caverne naturali o nicchie appositamente scavate nelle montagne. Si assicurava in questo modo l’integrità degli spiriti degli antenati, che continuavano a proteggere e rendere prospero il villaggio.

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Ne La veglia eterna ho scritto di come fino a poco tempo fa le Catacombe di Palermo garantissero un contatto con l’aldilà, tanto che i ragazzi potevano imparare la storia della propria famiglia proprio di fronte alle mummie degli avi, e chiedere loro aiuto e benevolenza. La morte non comportava la fine dell’esistenza, non si presentava come una separazione irreparabile, perché fra le due modalità vi era un interscambio continuo.
Allo stesso modo, dall’altro capo del pianeta, la mummificazione rituale permetteva di mantenere aperta la comunicazione fra i vivi e i morti, definendo una soglia netta ma non impenetrabile fra i due mondi. La morte era, per così dire, un semplice cambio di stato ma non cancellava né la personalità del defunto né il suo ruolo nella società, che divenivano se possibile ancora più rilevanti.

Ancora oggi, interpellato dalla guida che accompagna i turisti di fronte alle mummie, un Anga può indicare uno dei cadaveri appesi alla roccia e presentarlo orgogliosamente con queste parole: “Quello è mio nonno“.

(Grazie, batisfera!)

Le teste dei “selvaggi”

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Chiuse nelle teche del museo, impassibili dietro al loro vetro, le teste attirano l’ennesimo gruppo di visitatori.
Vengono rimirate, scrutate, indagate in ogni minimo dettaglio da una selva di occhi spalancati. I bambini sono in prima fila, come sempre, il naso schiacciato contro il cristallo, con i loro piccoli volti sospesi a metà fra la smorfia di disgusto e un’espressione di eccitato stupore.
Per gli adulti la meraviglia è, come spesso accade, offuscata dal giudizio o, talvolta, dal pregiudizio. “Bisogna capire che per questi indigeni si trattava di una pratica sacra”, dice un signore bonario, desideroso di dimostrare le sue larghe vedute culturali. “È pur sempre una cosa orribile”, ribatte sua moglie, un po’ schifata.
Questa scena si ripete ogni giorno, per le teste dentro la vetrina.
E pochi dei visitatori si rendono conto che non stanno affatto guardando dei reperti di un’antica e lontana cultura. Stanno ammirando una fantasia, ovvero l’idea di quella cultura che gli uomini occidentali hanno creato e costruito.

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I due tipi principali di teste conservati nelle sezioni antropologiche dei musei di tutto il mondo sono le tsantsa e i mokomokai.

Le tsantsa più celebri sono quelle provenienti dal Sud America e create dai popoli Jivaros; fra queste tribù, le più prolifiche nella fabbricazione di simili trofei furono senza dubbio quelle dei Shuar e degli Achuar, stanziati fra Ecuador e Perù.

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Le tecnica Shuar per rimpicciolire le teste era complessa: si incideva la nuca fino alla cima del cranio; una volta completamente spellato, facendo attenzione a mantenere i capelli intatti, il teschio veniva gettato via. La pelle veniva in seguito sottoposta a processi di bollitura. I rimasugli di parti molli andavano eliminati facendo rotolare dei sassi arroventati all’interno della cute, la quale era poi ulteriormente raschiata con la sabbia, abbrustolita su pietre piatte e via dicendo. Si trattava di un procedimento delicato e meticoloso, al termine del quale la testa si riduceva a circa un quarto delle dimensioni originali.

Qual era lo scopo di tanto impegno?
Le tsantsa facevano parte di solenni cerimonie che duravano anni, e servivano a catturare lo straordinario potere dell’anima della vittima. Non si trattava in realtà di trofei di guerra, nonostante quello che talvolta si legge al riguardo, perché Shuar e Achuar di norma vivevano pacificamente: gli occasionali raid organizzati dalle varie tribù per cacciare le tsantsa erano una forma di violenza socialmente accettata, poiché in essa non vi era altra necessità se non quella di procurarsi questi potentissimi oggetti.
Grandi feste accoglievano i cacciatori di teste al loro rientro, e le celebrazioni erano le più importanti dell’anno. Il potere insito nelle tsantsa veniva trasferito alle donne della tribù, assicurando cibo e prosperità per le famiglie. Dopo sette anni di rituali, le teste rimpicciolite perdevano la loro forza. Per gli Shuar, dunque, la tsantsa non aveva più alcun valore: c’era chi le teneva per ricordo, ma anche chi se ne liberava tranquillamente. Non era, insomma, l’oggetto materiale in sé il fulcro dell’interesse, ma il suo potere spirituale.

Diverso era il discorso per i commercianti occidentali. Per loro, una testa rimpicciolita riassumeva in maniera sublime l’idea della “cultura selvaggia”. Queste popolazioni indigene, nell’immaginario collettivo ottocentesco, erano ancora dipinte come brutali e animalesche: si voleva pensarle “fuori dal tempo”, come se si fossero fermate a una fase preistorica senza mai più conoscere evoluzioni o trasformazioni sociali.
Dunque, quale oggetto poteva essere più chiaro simbolo della barbarie di queste tribù, di un souvenir macabro e grottesco come le tsantsa?

Se all’inizio degli stanziamenti europei nella regione delle Ande e del bacino del Rio delle Amazzoni i coloni avevano commerciato con gli indigeni generi di ogni tipo, col passare del tempo essi divennero sempre più autonomi. Non avendo più bisogno della carne di maiale o di cervo che i Shuar avevano fino ad allora barattato con vestiti, coltelli e pistole, i coloni cominciarono a richiedere unicamente due cose in cambio delle preziose armi da fuoco: la forza lavoro degli indio, e le loro famose teste rimpicciolite.
Ben presto, l’unico modo che uno Shuar aveva per procurarsi un fucile era vendere una testa.

Fu allora che la situazione degenerò, di pari passo con l’esponenziale crescita della fascinazione occidentale per le tsantsa. Le teste rimpicciolite divennero una curiosità indispensabile da possedere, sia per i collezionisti che per i musei. Il bisogno di armi spinse gli Shuar a cacciare teste per motivi non più rituali, ma esclusivamente commerciali, per soddisfare la richiesta degli europei. Una tsantsa per una pistola, questo era il prezzo comune: quell’arma sarebbe stata quindi usata per procurarsi altre teste, barattate poi per nuove armi… il circolo vizioso si concretizzò in una strage, compiuta per adattarsi ai gusti degli stranieri in fatto di esotismo.
Come scrive Frances Larson, “quando i visitatori vengono a vedere le teste rimpicciolite al Pitt Rivers Museum, quello che stanno veramente guardando è la storia della pistola dell’uomo bianco”.

Le tsantsa persero il loro valore spirituale, che era da sempre stato legato alla circolazione del potere all’interno della tribù, e divennero un espediente per accumulare ricchezza. Ironicamente, proprio i coloni contribuirono a creare quei cacciatori di teste crudeli e senza scrupoli che si erano sempre aspettati di trovare.

Ormai gli Shuar uccidevano indiscriminatamente, e senza alcun supporto rituale, soltanto per procurarsi nuove teste. Cominciarono a fabbricarne di false, utilizzando corpi di donne, di bambini, perfino di occidentali – sicuri di trovare chi ci sarebbe cascato.
Nella seconda metà dell’Ottocento il commercio delle tsantsa divenne così fiorente che perfino popoli che non avevano nulla a spartire con i Jivaros e le loro tradizioni cominciarono a costruire le loro teste rimpicciolite: in Colombia o a Panama si rubavano i cadaveri non reclamati negli obitori, e si affidavano le loro teste a tassidermisti compiacenti. In altri casi venivano utilizzate teste di scimmia o di bradipo, o pelli di altri animali, per produrre dei falsi convincenti.
Oggi si stima che circa l’80% delle tsantsa ospitate nei musei di tutto il mondo siano in realtà dei falsi.

La storia dei mokomokai in Nuova Zelanda seguì un copione pressoché identico.
A differenza delle tsantsa, per i Maori queste teste erano a tutti gli effetti dei veri e propri trofei di guerra catturati durante le battaglie inter-tribali. Le teste non venivano rimpicciolite, ma conservate con il teschio ancora all’interno. Se ne estraevano il cervello, gli occhi e la lingua, per sigillare poi le narici e gli orifizi con fibre e gomma; in seguito le si seppellivano con pietre calde in modo che gradualmente si cuocessero al vapore e si essiccassero. I mokomokai erano pensati per essere esposti attorno all’abitazione del capo villaggio.

Nella seconda metà del Settecento il naturalista Joseph Banks, al seguito di James Cook, fu il primo europeo ad entrare in possesso di una testa simile, dopo aver convinto un anziano del villaggio a separarsene – grazie alla sua eloquenza, e a un moschetto puntato in faccia al vecchio. In tutti i viaggi successivi della compagnia di Cook, gli esploratori videro sì e no un paio di mokomokai, indizio che lascia supporre si trattasse in realtà di oggetti piuttosto rari.

Eppure, dopo soli cinquant’anni, il commercio di teste in Nuova Zelanda aveva raggiunto una tale intensità che molti credevano che i Maori ne sarebbero stati completamente annientati. Anche qui si scambiavano teste per fucili, in una spirale di violenza che mise a serio rischio la popolazione indigena, in particolare durante le Guerre del moschetto.

Quello che attirava i collezionisti erano gli intricati tā moko (tatuaggi ad incisione) che adornavano i volti dei capi tribù, con le loro eleganti e sinuose spirali. Così, i capi si misero a tatuare gli schiavi prima di decapitarli – in alcuni casi facendo scegliere all’acquirente occidentale la testa che preferiva, quando lo sfortunato proprietario era ancora in vita; anche le teste già tagliate venivano tatuate, solo per farne lievitare il prezzo. I tā moko, forma d’arte decorativa di antica tradizione, si ritrovarono dunque svuotati di qualsiasi significato relativo al coraggio, all’onore o allo status sociale.
In Nuova Zelanda, perfino gli europei cominciarono ad essere uccisi con lo scopo di tatuare e venderne le teste ai loro stessi ignari connazionali: una truffa non priva di un certo humor nero.

Il commercio dei mokomokai venne dichiarato fuori legge nel 1831; l’importazione di tsantsa dal Sud America soltanto a partire dal 1940.

E così, di fronte alle teche di manufatti etnici dei musei di mezzo mondo, in quelle teste imbrunite ed esotiche, si contempla oggi non soltanto un antico oggetto rituale, denso di significati e di simboli: possiamo quasi scorgervi il momento in cui quei significati e simboli sono svaniti per sempre.

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Le tsantsa e i mokomokai sono oggetti difficili, controversi, problematici.
Fra i visitatori, non è raro trovare chi si indigna per una pratica indigena che agli occhi odierni sembra crudele; dopo aver letto questo articolo, magari qualcuno dei lettori si indignerà invece di fronte all’ipocrisia ottocentesca, che condannava i barbari cacciatori di teste nell’esatto momento in cui quelle stesse teste desiderava, per metterle in mostra a casa propria.
In un caso o nell’altro, ci si indigna: come se certe fascinazioni non ci sfiorassero nemmeno, come se la nostra intera cultura occidentale non avesse alle spalle una lunghissima tradizione di teste mozzate ed esposte sui pali, sulle mura e nelle piazze.
Ma le decapitazioni non hanno mai smesso di esistere, così come la testa umana non ha mai cessato d’essere un simbolo potentissimo e magnetico, che ci scuote e ci attrae irresistibilmente.

Buona parte delle informazioni in questo articolo, nonché l’ispirazione iniziale, provengono dallo splendido Teste mozze di Frances Larson, sulla valenza culturale e antropologica della testa tagliata.