Toshio Saeki

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Fra tutti gli artisti che operano nelle zone liminali dell’osceno e del tabù, pochi hanno esplorato il perturbante in tutte le sue declinazioni con la stessa sistematicità di Toshio Saeki.

Nato nel 1945 nella prefettura di Miyazaki, si trasferì a Osaka all’età di 4 anni e poi a 24 approdò a Tokyo, al momento del boom dell’industria del sesso. Dopo qualche mese di lavoro in un’agenzia pubblicitaria, Saeki decise di dedicarsi esclusivamente all’illustrazione per adulti. I suoi disegni vennero pubblicati su Heibon Punch e altre riviste, e man mano si guadagnarono l’interesse internazionale. Oggi, con quarant’anni di attività alle spalle, Toshio Saeki è fra gli artisti erotici giapponesi più stimati, con personali allestite anche fuori dal Giappone – a Parigi, Londra, Tel Aviv, New York, San Francisco e Toronto.

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Per Saeki l’arte, come la fantasia, non può e non deve conoscere limitazioni.
Considerata la natura sulfurea dei suoi disegni, egli ha avuto sorprendentemente pochi guai con la censura: a parte qualche “avvertimento” notificato della polizia alle riviste che avevano pubblicato le sue tavole, Saeki non ha mai subito particolari pressioni a causa della sua opera. E questo è comprensibile una volta preso in considerazione il contesto culturale in cui egli opera, perché il suo lavoro, per quanto moderno, ha radici profonde nella tradizione.
Come asserisce il critico Erick Gilbert, “se si guarda all’arte di Saeki al di fuori della sua sfera culturale, si può rimanere sconvolti dalla sua violenza. Ma appena entrati in quella sfera culturale, si sa che quella violenza è ben compresa, che sono solo ‘linee sulla carta’, per citare il fumettista Robert Crumb. Questo immaginario estremo degli artisti giapponesi, e il loro caratteristico bisogno di spingersi il più lontano possibile, può essere rintracciato fino a qualche secolo addietro negli ukiyo-e sanguinosi del diciannovesimo secolo“.

Per comprendere appieno Toshio Saeki è infatti indispensabile risalire ai muzan-e, un sottogenere sanguinoso di stampe (ukiyo) che cominciò ad apparire verso la metà dell’Ottocento anche ad opera di grandi maestri come Tsukioka Yoshitoshi. Proprio quest’ultimo firmò i Ventotto omicidi famosi con poesia, in cui vengono rappresentate ogni sorta di atrocità e morti violente tratte dalla cronaca o dal teatro Kabuki. Ecco alcuni esempi del filone “estremo” di Yoshitoshi.

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Ai muzan-e, spesso di rara crudeltà, si dedicarono anche Utagawa Yoshiiku, Kawanabe Kyōsai, e più marginalmente Hokusai; questa corrente avrebbe poi influenzato tutta la generazione più recente di artisti e mangaka interessati a sviluppare le tematiche dell’ero guro – erotismo condito di elementi surreali, bizzarri, grotteschi e difformi. Fra gli attuali nomi di spicco certamente vanno citati Shintaro Kago e il grandissimo (e iperviolento) Suehiro Maruo.
Il nostro Toshio Saeki è dunque in buona compagnia, e mescola la solida tradizione dei muzan-e con le classiche figure di demoni nipponici, esplicitando la tensione erotica che già era presente nelle antiche tavole, rendendola al contempo evidente e ossessiva.

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La sua opera è un vortice visionario in cui sesso e tortura sono inscindibili, in cui la pulsione erotica non può prescindere dal delirio e dalla psicopatologia. L’intensità maniacale delle sue raffigurazioni si sposa però a un’eleganza formale del tratto che raffredda e cristallizza l’incubo: le sue stampe non sono partorite di getto, perché una simile precisa raffinatezza tradisce uno studio approfondito sull’immagine. “Spesso rimandano agli incubi che avevo da bambino, o a fantasie estreme della mia adolescenza. Queste immagini mi sono rimaste impresse, e vengono esagerate all’estremo fino a diventare quelle opere che sembrano avere un fortissimo impatto su chi le vede“, ha dichiarato l’artista. Si tratta quindi di visioni attentamente considerate da Saeki, prima di essere trasposte su carta. Per questo motivo il suo lavoro si configura come una sorta di cartografia degli estremi limiti della fantasia erotica, quelle frange in cui il desiderio si trasforma definitivamente in cupio dissolvi e cupio dissolvere.

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Ma, per quanto scioccanti, quelli ritratti da Saeki sono sempre e soltanto sogni. “Lasciate che altri disegnino fiori apparentemente belli che sbocciano all’interno di uno scenario dolce e piacevole. Io invece cerco di catturare i vividi fiori che a volte si nascondono e a volte crescono all’interno di un sogno immorale, orripilante e senza alcuna vergogna. […] Non dimentichiamo che le immagini che disegno sono finzionali“.

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E ancora: “Per me è importante risvegliare la sensibilità. Non mi interessa se l’osservatore è un bigotto o meno. Voglio dare la sensazione che nella vita dell’osservatore – una vita per lo più sicura e ordinaria – ci sia “qualcosa che non va”. E magari chi osserva può scoprire un lato di sé che non conosceva“.

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Le citazioni presenti in questo post sono tratte da qui, qui e qui.
Per una trattazione approfondita dei muzan-e, ecco un articolo sul meraviglioso sito Kainowska.

Parade

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Parade – Presso, accanto, oltre l’amore è lo sforzo collettivo di 30 disegnatori italiani che, incuriositi dallo strano mondo delle parafilie, hanno deciso di illustrare la varietà senza fondo delle fantasie sessuali attraverso le più incredibili confessioni scovate sulla rete.

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Preview di “Oculolinctus” di Mauro Belfiore

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Preview di “Furniphilia” di Margherita Barrera

L’approccio degli autori a un soggetto così sensibile è inaspettatamente leggero, ironico, a tratti quasi romantico; ad ogni pagina una nuova sorpresa ci attende, a dimostrazione di quanto variopinta possa essere l’immaginazione erotica. Alcune delle parafilie contenute in Parade fanno sorridere, altre possono inquietare, ma l’insieme del lavoro rivela una sorta di gioiosa e giocosa voglia di esplorare, di inventare, di trascendere i limiti. Queste pagine suggeriscono che, perfino nel sesso, noi esseri umani non possiamo fare a meno di essere creativi.

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Preview di “Pillow Fetish” di Daniela Tieni

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Preview di “The Red Fence” di Margherita Paoletti

Il libro è stato autoprodotto, presentato a maggio al Comicon di Napoli, ed ora è disponibile per l’acquisto online. Oltre ad essere estremamente godibile e divertente, rappresenta anche un’occasione unica per “tastare il polso” dell’illustrazione e del fumetto italiano underground oggi: per questi motivi abbiamo aderito con entusiasmo al progetto, firmando una breve prefazione al testo e sostenendo il lavoro di questi giovani autori che sicuramente meritano visibilità.

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Questa è la pagina Facebook di Parade, e questo il sito Tumblr sul quale trovate altre preview delle illustrazioni e il link per acquistare il libro.

Sade, diamante oscuro

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Dopo trent’anni di battaglie legali, il manoscritto delle 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade è ritornato in Francia. Si tratta di un rotolo di foglietti incollati l’uno all’altro, come un antico libro sacro (o, meglio, sacrilego…), lungo 12 metri e largo 11,5 centimetri, vergato in una calligrafia microscopica sul fronte e sul retro. Un’opera colossale, lunghissima, composta di nascosto dal Divin Marchese mentre si trovava prigioniero alla Bastiglia. E proprio durante l’assalto alla prigione, quel famoso 14 luglio del 1789, nel trambusto il manoscritto scomparve. Sade morirà convinto che l’opera che riteneva il suo capolavoro fosse andata perduta per sempre.
Il manoscritto, invece, ha percorso l’Europa fra rocambolesche peripezie (ben riassunte in questo articolo), fino alla notizia di pochi giorni fa dell’acquisto per 7 milioni da parte di una collezione privata e del suo probabile, prossimo inserimento all’interno della Bibliothèque Nationale. Questo significa che il libro – e di conseguenza il suo autore – saranno presto dichiarati patrimonio nazionale.

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Questo riconoscimento arriva nel duecentenario della morte dell’autore: tanto ci è voluto perché il mondo si accorgesse appieno del valore della sua opera. Sade ha pagato con il carcere e con l’infamia postuma la sua ricerca artistica, ed è per questo il caso più interessante di rimozione collettiva della storia della letteratura. La società occidentale non ha infatti potuto tollerare i suoi scritti e, soprattutto, le loro implicazioni filosofiche per ben due secoli.
Perché? Cosa contengono di tanto scandaloso le sue pagine?

Chiariamo innanzitutto che non sono le scene erotiche il problema: la tradizione letteraria libertina era già ben solida prima di Sade, e contava diversi libri che si possono certamente definire “crudeli”. Sade, in effetti, era un ben mediocre scrittore, dalla prosa ripetitiva e noiosa e dall’originalità linguistica limitata; ma anche questo è un elemento importante, come vedremo più avanti. Allora, perché tanta indignazione?
Ciò che risultava inaccettabile era la totale inversione filosofica operata da Sade: inversione dei valori, inversione teologica, inversione sociale. La visione sadiana, molto complessa e spesso ambigua, prende le mosse dall’idea del male.

Il problema del male attraversa secoli e secoli di filosofia e teologia cristiana (nel concetto di teodicea). Se Dio esiste, come può permettere che esista il male? A che fine? Perché non ha voluto creare un mondo privo di tentazioni e semplicemente buono?

Secondo gli illuministi, Dio non esiste. Esiste soltanto la Natura. Ma il bene e il male sono comunque chiaramente definiti, e per l’uomo tendere al bene è naturale.
Sade invece fa un passo ulteriore. Guardiamo, suggerisce, cosa succede nel mondo. I malvagi, i violenti, i crudeli, hanno una vita più prosperosa delle persone virtuose. Indulgono nel vizio, nei piaceri, a discapito delle persone deboli e virtuose. Questo significa che la Natura è dalla loro parte, che anzi trova giovamento dal loro comportamento, altrimenti punirebbe le loro azioni.
La Natura dunque è malvagia, e fare il male significa accordarsi al suo volere – cioè in realtà far cosa giusta. L’uomo, secondo Sade, tende al bene soltanto per abitudine, per educazione; ma la sua anima è nera e torbida, e al di fuori delle regole imposte dalla società l’uomo cercherà sempre e solo di soddisfare i suoi piaceri, trattando i suoi simili come oggetti, umiliandoli, sottomettendoli, torturandoli, distruggendoli.

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La ricerca di Sade è stata paragonata a quella di un mistico; ma laddove il mistico si dirige verso la luce, Sade cerca al contrario l’oscurità. Nessuno prima o dopo di lui ha mai osato scendere così in fondo alla parte tenebrosa dell’uomo, e paradossalmente egli vi riesce spingendo fino alle estreme conseguenze il pensiero razionalista. Torna alla mente il famoso dipinto di Goya, Il sonno della ragione genera mostri: leggendo Sade, si ha la netta impressione che sia invece la ragione stessa a crearli, se portata all’eccesso, fino a mettere in discussione i valori morali.

Ecco quindi l’ultima spiaggia: non solo non condannare più il male, ma addirittura promuoverlo e assumerlo come fine ultimo dell’esistenza umana. Ovviamente, dobbiamo ricordare che Sade passò in carcere la maggior parte della sua vita proprio per queste idee; così, man mano che gli anni passavano, egli diveniva sempre più amaro, furibondo e carico d’odio verso la società che l’aveva condannato. Non sorprende che i suoi scritti composti in prigionia siano quelli più sulfurei, più estremi, in cui Sade sembra prendere piacere a distruggere e scardinare qualsiasi codice morale. Ne risulta, come dicevamo, una totale inversione dei valori: la carità e la pietà sono sbagliate, la virtù porta sventure, l’omicidio è il bene supremo, ogni perversione e violenza umana non solo è scusata ma proposta come modello ideale di comportamento. E nel suo attacco Sade non arretra di fronte a nulla, nemmeno alla più becera blasfemia; Klossowski ha ben mostrato come il rapporto dell’autore con la religione sia perfino paradossale — se egli fosse stato un semplice ateo, avrebbe potuto minimizzare la fede invece di farne il fulcro delle sue invettive, quasi avesse bisogno di un nemico.
Ma ci credeva veramente? Era serio, o era soltanto letteratura? Non lo sapremo mai con certezza, ed è questo che lo rende un enigma. L’umorismo, nella sua scrittura, è  sicuramente presente ma mai troppo esplicito, ed è arduo comprendere quanto le fantasie masturbatorie che raffigura siano per lui ironici teatri di marionette, o qualcosa di più.

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La sua personalità era fiammeggiante e mai doma, perennemente inquieta e tormentata. Impulsivo, sessualmente iperattivo, anche la sua scrittura era febbrile e senza freno. Ne Le 120 giornate di Sodoma, Sade si propone di declinare tutte le possibili perversioni umane, tutte le violenze, catalogandole con precisione maniacale: un romanzo enciclopedico, geometrico e combinatorio, colossale anche per dimensioni, compilato di straforo perché ad un certo punto le autorità gli proibirono penna, carta e calamaio. Sade arrivò a scriverlo con un pezzetto di legno utilizzando inchiostri di fortuna, e talvolta perfino con il proprio sangue, pur di non interrompere il flusso di pensieri e parole che da lui sgorgavano come un fiume in piena. Per un personaggio così, non esistevano le mezze misure.

La sua opera è contro tutto e tutti, di un nichilismo talmente disperato e terminale che nessuno ha mai avuto il coraggio di replicarla. È il nostro specchio nero, l’abisso che tanto temiamo: leggerlo significa confrontarsi con il male assoluto, la sua opera sfida continuamente qualsiasi nostra certezza. Scriveva Bataille: “L’essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena […] ma anche dell’autore e della sua stessa opera.”
La sua prosa, dicevamo, non è elegante né piacevole; ma credete davvero che, viste le premesse, a Sade interessasse essere raffinato? La sua opera non è pensata per essere bella, anzi. La bellezza non gli appartiene, lo disgusta, e quanto più odiose sono le sue pagine, tanto più sono efficaci. Quello che gli interessa è mostrarci il marcio, l’osceno.

Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti. (Aline e Vancour, 1795)

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È comprensibile quindi perché, a suo modo, Sade sia assolutamente unico in tutta la storia della letteratura. C’è bisogno anche di lui, c’è bisogno della sua crudeltà, è il nostro gemello oscuro, il rimosso e il negato che tornano a galla per perseguitarci. Possiamo rimanere scandalizzati dalle sue posizioni, anzi, dobbiamo scandalizzarci: è ciò che vorrebbe anche il Divin Marchese, in definitiva. Quello che gli artisti veri fanno da sempre è appunto proporci dei dilemmi, dei dubbi, delle crisi. E Sade è un problema dall’inizio alla fine, che ha spiazzato per lungo tempo anche gli studiosi. Bataille ha paragonato l’opera sadiana a un deserto roccioso, riassumendo splendidamente il senso di smarrimento che ci fa provare:

È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? […] La mostruosità dell’opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. (La letteratura e il Male, 1957)

All’inizio del ‘900 Sade è stato finalmente riconosciuto come una figura a suo modo monumentale, e la sua riscoperta (ad opera di Apollinaire, e poi dei surrealisti) ha dominato l’intero XX Secolo e continua ad essere imprescindibile oggi. L’acquisto del manoscritto diviene quindi simbolico: dopo due secoli di oscurantismo, Sade rientra trionfalmente in Francia, con tutti gli onori e gli allori del caso. Ma sarà molto difficile, forse impossibile, che un testo come Le 120 giornate venga metabolizzato nello stesso modo in cui la nostra società riesce a inglobare e rendere inoffensivi tabù e controculture – si tratta davvero di un boccone troppo indigesto. Un grido di rivolta contro l’universo intero, in grado di resistere al tempo e alle sue rovine: un nero diamante che continua a diffondere la sua luce oscura.

Se vi interessa provare a confrontarvi con Sade, ecco il link alle 120 giornate (anche in formato Kindle). I saggi scritti sul Marchese sono innumerevoli; tra i più interessanti, a mio avviso, vi sono Sade prossimo mio di Klossowski e soprattutto La donna sadiana di Angela Carter, prospettiva femminista sull’opera del Marchese (purtroppo di difficile reperibilità).

La morte e la fanciulla

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Nella cultura occidentale, Eros e Thanatos sono interconnessi da sempre: il desiderio sessuale, che è esuberanza di vita, si rispecchia nel suo opposto, certo, ma talvolta vi coincide, trasfigurandosi. L’espressione francese la petite mort, usata per riferirsi all’orgasmo, fiorisce dall’idea che l’unione fisica sia una vera e propria fusione dei sensi – quindi annullamento dell’io e abbandono dell’identità singola. L’erotismo, scrive Bataille, “apre la strada alla morte. La morte apre la strada alla negazione delle nostre vite individuali”: per Foucault implica “l’esperienza della finitezza dell’essere, del limite e della trasgressione”, e nell’erotismo moderno le uniche forme di trasgressione ancora possibili sono quelle che vanno dal naturale al contro-naturale – verso la macchina, la bestia e il cadavere.

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La vicinanza di amore e morte è talmente presente nell’arte e nella letteratura (soprattutto nell’ 800, si pensi al topos della “bella morta” che attraversa le opere dei preraffaelliti come di Poe, Baudelaire e dei romantici) che sorprende quanto invece le indagini psichiatriche sulla necrofilia siano, in confronto, rare e sporadiche.

Pur accettandone le versioni artistiche e in qualche modo mascherate dal simbolo, sembra quasi che il desiderio necrofilo fosse per gli studiosi il più orrendo e abominevole dei tabù: perfino Freud si rifiuta di parlarne approfonditamente e, dopo averlo menzionato in una sola frase, esclama: “Ma basta con questo tipo di orrore!” (La vita sessuale). Bisognerà aspettare il 1989 per il primo vero studio sull’argomento, ad opera di Rosman & Resnick, che analizzarono 122 casi e suddivisero questa parafilia in tre tipi: omicidio necrofilo, necrofilia regolare e fantasia necrofila – distinguendoli ulteriormente dalla cosiddetta pseudonecrofilia (quando cioè l’atto necrofilo è opportunista o incidentale). Nel 2011 Aggrawal pubblica l’unica ricerca interdisciplinare davvero approfondita, Necrophilia: Forensic and Medicolegal Aspects, che suggerisce nuove e più dettagliate classificazioni.

Escludendo le derive più estreme (assassinio, mutilazioni, cannibalismo), nella maggioranza dei casi il necrofilo è una persona dalla bassa autostima, che ha provato il sesso tradizionale e ne è rimasto insoddisfatto o umiliato: la motivazione più comune che spinge il necrofilo a desiderare il contatto con i morti è il bisogno di un partner che non opponga resistenza e che non possa rifiutarlo. In altri casi, essendo stato esposto in giovane età al contatto con un morto, il terrore provato è stato trasformato in pulsione sessuale, come spesso accade nei feticismi. Seguendo la sua fissazione, il necrofilo ricerca occupazione in luoghi di lavoro che consentano un accesso più facile ai cadaveri, come ospedali o agenzie funebri. Non è raro che la necrofilia si sviluppi in direzione “romantica”, acquisendo cioè una componente di affetto reverenziale per la salma, che non viene semplicemente violata ma spesso accarezzata, confortata, come se fosse possibile donarle ancora gioia o piacere. Alcuni necrofili hanno espresso il loro disgusto per gli operatori funebri che mostrano poco rispetto per i morti: paradossalmente, nella loro fantasia, il cadavere non è un morto, e deve essere nuovamente umanizzato, “riportato in vita”, cioè considerato come una persona vera e propria.

Nella nostra immaginazione la figura del necrofilo è sempre maschile, e la sua “preda” una giovane e bella donna. Ma cosa accade quando la parte attiva è una donna, e il partner inerme e indifeso un uomo?

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Come nota Lisa Downing nel suo saggio sulla necrofilia nella letteratura francese dell’ 800, Desiring The Dead, il ripetuto focalizzarsi sulla penetrazione del cadavere negli scritti medici ha implicitamente relegato la necrofilia al regno della perversione maschile; pur essendo questa parafilia piuttosto rara (almeno stando alle statistiche forensi), la percentuale femminile si aggira attorno al 10-15% dei casi di cui siamo a conoscenza.

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Nel 1979 in California, all’età di 23 anni, Karen Greenlee era alla guida di un carro funebre: doveva consegnare una salma di un uomo di 33 anni al cimitero per il funerale. Decise invece di scappare con il morto, e venne trovata due giorni dopo, ancora in compagnia del cadavere. All’epoca non c’erano leggi in California contro la necrofilia, quindi la Greenlee venne denunciata per furto di autoveicolo e per disturbo di cerimonia funebre. Ma nella bara venne trovata una lettera in cui Karen dettagliava i suoi incontri erotici con altri 40 cadaveri maschili, e la donna fu bandita dalla professione. In seguito, la madre del morto che Karen aveva sequestrato la citò per danni morali ed emotivi, e la Greenlee venne condannata a un periodo di carcere, una multa e un forzato trattamento psichiatrico.

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Nel 1985, poco prima di ritirarsi a vita privata sotto nuovo nome, Karen Greenlee accettò di essere intervistata dal giornalista Jim Morton, in un articolo che diverrà noto con il titolo The Unrepentant Necrophile (“la necrofila impenitente”). Si tratta di un documento straordinario, per più di un motivo. Se inizialmente provava vergogna per i suoi desideri, all’epoca dell’intervista Karen sembra aver ormai accettato la sua condizione, e non è certo timida nel descrivere ciò che le piace:

il freddo, l’aura di morte, l’odore della morte, l’ambiente funerario… trovo l’odore della morte molto erotico. C’è odore e odore. Se prendi un corpo che ha galleggiato nella baia per due settimane, o una vittima di incendio, ecco, quello non mi attrae molto, ma un corpo imbalsamato di fresco è tutta un’altra cosa. C‘è anche questa attrazione per il sangue. Quando stai sopra a un corpo, tende a espellere sangue dalla bocca, mentre fai l’amore appassionatamente…

Nelle sue parole, il cadavere è oggetto d’amore e regala un’euforia particolare, quasi estatica; racconta inoltre di come si è introdotta di notte in obitori e tombe, e dice di essere stata sorpresa nell’atto più di una volta, senza conseguenze troppo gravi. Ma forse il momento più interessante è quando afferma che la domanda più comune che la riguarda è sempre la stessa: “come fa esattamente?”.

Per me non è un problema dire come lo faccio, ma chiunque abbia un po’ di esperienza sessuale non dovrebbe avere bisogno di chiederlo. La gente ha questo pregiudizio che ci debba per forza essere la penetrazione per la gratificazione sessuale, che è una stupidaggine! La parte più sensibile di una donna è comunque la parte frontale, e quella va stimolata. A parte questo, ci sono differenti aspetti dell’espressione sessuale: il contatto fisico, il 69, anche semplicemente tenersi per mano.

Il fatto che Karen Greenlee denunci la nozione fallocentrica e l’eccessiva importanza data alla penetrazione, è assolutamente in linea con la sua figura trasgressiva: questa donna infrange il tabù del sesso con i morti, e al tempo stesso inverte le gerarchie e i ruoli tradizionalmente femminili. Se n’è accorta Lena Wånggren, che nel suo saggio Death And Desire parla della necrofilia femminile come tragressione di genere: qui è la donna a “cacciare” e possedere, e il maschio diviene inerme e inanimato – l’esatto opposto della consueta figurazione che vede il maschio attivo e la femmina come passivo ricettacolo per la procreazione. La Greenlee non soltanto riduce il maschio a un oggetto, ma lo priva anche del mito del pene e della penetrazione.

In effetti, sembra che a suscitare scandalo sia proprio questo aspetto, ancor più che la necrofilia in sé: la Greenlee ricorda un fidanzato che, quando scoprì i suoi desideri, la schiaffeggiò e le disse che “non ero nemmeno una donna, e potevo andare a scoparmi i miei morti”. Ricorda anche uomini convinti di riuscire a “curarla”:

I ragazzi pensavano sempre che andassi alla ricerca di corpi morti perché mi mancava qualcosa, e che se fossi stata con loro mi avrebbero cambiato, e che loro erano quelli in grado di soddifarmi così tanto che non avrei più avuto bisogno dei cadaveri.

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La storia di Karen Greenlee ha ispirato nel 1992 il racconto We So Seldom Look On Love di Barbara Gowdy, da cui è stato in seguito tratto il film Kissed (1996) di Lynne Stopkewich. Entrambe le opere seguono piuttosto fedelmente la vicenda della Greenlee, e ne approfondiscono ulteriormente gli aspetti legati alla trasgressione dei comportamenti sessuali di genere.

Zooerastia

Per la nostra serie di indagini su pratiche e orientamenti sessuali bizzarri o “tabù” (ne trovate traccia alla sezione Sesso Misterioso), affrontiamo oggi un argomento non soltanto controverso, ma spesso ridicolizzato; si tratta infatti di un tema su cui sarebbe fin troppo facile fare umorismo, e che anzi è divenuto nel tempo un topos di barzellette e battutacce volgari. Parliamo della zooerastia, comunemente chiamata zoofilia.

I rapporti sessuali fra uomini e animali sono stati descritti e dipinti fin dall’antichità. Viene naturale pensare alla mitologia greca: agli infiniti travestimenti di Zeus, che per sedurre splendide donne o ninfe assunse le fattezze di aquila, toro, cigno, ecc.; così come alla cretese Pasifae, che per coronare il suo folle desiderio per un toro bianco, dono di Poseidone, si fece costruire una vacca di legno, nascondendosi al suo interno, e una volta inseminata diede alla luce il celebre Minotauro.

Ma non necessariamente dobbiamo rimanere all’interno del bacino del Mediterraneo per incontrare segni di questo antico “amore” fra specie diverse: dipinti ed incisioni mostrano che la pratica, o perlomeno la fantasia zoofila, era ben radicata anche in Estremo Oriente.

Solo recentemente, però, la zooerastia ha cominciato ad essere studiata, seppure sporadicamente, come vera e propria espressione del desiderio sessuale. Attenzione, stiamo parlando qui di vera e propria zoofilia, e non dell’atto sessuale con un animale come sostituto del partner, che anche individui non zoofili possono intraprendere a causa dell’isolamento o di altre contingenze; ci riferiamo cioè alla vera e propria attrazione e preferenza per l’animale rispetto a un partner umano. Di questa è interessante provare a cercare di comprendere le motivazioni.

La prima sorpresa è che un simile orientamento di gusti non è, a differenza della maggior parte delle parafilie, strettamente maschile, anzi: secondo gli studi condotti, l’interesse zoofilo insorgerebbe in età pre-pubere e pubere, senza alcuna differenza fra maschi e femmine.

La seconda sorpresa è che la zoofilia è in realtà un sentimento molto più complesso di quanto ci si possa aspettare. Non si tratta soltanto di trovare una veloce soddisfazione sessuale, o dell’eccitazione del “proibito”. Per quanto sia difficile da accettare o comprendere, la componente emotiva gioca un ruolo molto forte nella psicologia di chi è attratto da un animale. Spesso gli zoofili attribuiscono all’animale delle qualità superiori che non riscontrano negli esseri umani, come l’onestà, la fedeltà, l’innocenza o la saggezza, e così via. Le emozioni degli zoofili verso gli animali possono essere reali, relazionali, autentiche e non solo sostitutive di partner umani. Anzi, il quadro che emerge è composto di persone che molto spesso hanno avuto, o hanno, relazioni umane a lungo termine. Viene quindi a cadere quell’immagine stereotipata del contadino, poco istruito e senza donne che tanto spopola nelle barzellette. Si tratta di persone integrate, che però per qualche motivo sono legate o attratte da una determinata specie  – pare che in questo senso i gusti siano molto precisi, chi “ama” i cavalli non lo farebbe mai con un cane e viceversa.

Nel 2002, gli psicologi Earls e Lalumière pubblicarono uno studio su un uomo di 54 anni, incarcerato per la quarta volta a causa della sua passione per i cavalli: in quell’ultimo episodio, era stato accusato di aver ucciso una giumenta colpevole, a sentire lui, di aver fatto gli occhi dolci a uno stallone. L’uomo venne sottoposto a una serie di test con il pletismografo penile, un apparecchio che misura il volume dell’erezione di fronte a uno stimolo visivo. Le immagini di donne o uomini nudi non avevano alcun effetto sul soggetto, il cui pene rimaneva a riposo; lo stesso succedeva con immagini di pecore, mucche, cani, gatti o galline. Ma appena i ricercatori gli mostrarono immagini di cavalli, questa apparente impotenza sparì del tutto, indicando un orientamento sorprendentemente specifico. Per quest’uomo, fare sesso con un cavallo non era di sicuro un ripiego: era il migliore e forse l’unico tipo di rapporto che potesse immaginare.

Sull’onda del loro studio, i due psicologi cominciarono a ricevere una valanga di email e lettere di persone che si autoproclamavano zoofili, raccontando la loro esperienza. Così, nel 2009, Earls e Lalumière pubblicarono un nuovo saggio, che questa volta vedeva come protagonista un uomo di 47 anni, anch’egli attratto dai cavalli, ma nient’affatto disfunzionale come il primo soggetto, anzi perfettamente integrato e dall’alto quoziente intellettivo. Dopo un’adolescenza passata a fantasticare sui cavalli, a guardare film di cowboy (non certo per interesse verso i cowboy), dopo un paio di tentativi malriusciti di fare sesso con le ragazze, finalmente a 17 anni riuscì a comprare una cavalla tutta per sé. Prese lezioni di equitazione e, dopo un lungo corteggiamento, finalmente la giumenta gli si “offrì”:

Quando quella cavalla nera se ne stette buona, mentre la coccolavo e accarezzavo, quando alzò la coda in alto e di lato appena ne strinsi la base, e quando la lasciò lì, e rimase tranquilla mentre salivo su un secchio, allora, senza fiato, elettrizzato, dolcemente scivolai dentro di lei. Fu un momento di pace e armonia assolute, mi sembrò talmente naturale, fu un’epifania.

Negli ultimi anni altri studi si sono avvicendati per comprendere qualcosa di più di questa parafilia, e alcuni celebri casi di cronaca hanno contribuito a portare l’argomento all’attenzione pubblica. Nel 2005 Kenneth Pinyan, un ingegnere areonautico di 45 anni, morì in seguito alle ferite interne (perforazione del colon) provocate dal rapporto sessuale avuto con uno stallone. Questa vicenda portò alla luce una specie di “organizzazione” di amanti dei cavalli che si incontravano clandestinamente in varie fattorie per accoppiarsi con gli animali. L’incidente fu largamente pubblicizzato, e divenne noto come il caso di Enumclaw.

Il dibattito sulla zoofilia che ne scaturì, e che continua tuttora, fu alquanto controverso. Comprensibilmente, le associazioni per la protezione degli animali attaccarono duramente gli adepti di queste pratiche. Secondo gli animalisti, si tratta sempre ed esclusivamente di abusi: la “complicità” degli animali nell’atto sessuale è un’invenzione paragonabile a quella dei pedofili che sostengono di assecondare presunti desideri inespressi dei bambini. Gli zoofili ci tengono invece a distaziarsi dagli zoosadici, che fanno del male agli animali, e anzi ribattono che molti di loro sono attivisti proprio fra le file delle stesse associazioni animaliste: a riprova, insomma, che il loro amore non è soltanto sessuale ma a tutto tondo.

Il sesso umano, si sa, è uno degli ambiti psicologici più complessi, e culturalmente stratificati di senso. Per noi, ogni atto sessuale si riempie di mille valori, sottili motivazioni: non si risolve puramente in un contatto fisico ma porta con sé significati e conseguenze pesanti. È davvero un evento eminentemente culturale. Sembra ovvio pensare che tutta questa “sovrastruttura” non interessi l’ambito animale, a cui non sappiamo quanto si possano applicare concetti quali “aggressione”, “violenza e abuso sessuale”, “consenso”, “disgusto”, e via dicendo. D’altronde fra gli animali stessi non è affatto infrequente l’avere rapporti sessuali fra specie diverse, come sanno bene i biologi e gli etologi. E lo sa anche chi ha avuto un cane che ha tentato di montargli una gamba: in quel caso, come nel caso di ricercatori fatti oggetto di “assalti sessuali” da parte dei primati che studiavano, chi sarebbe la vittima dell’abuso?

Sembra che gli zoofili da una parte (che si vogliono convincere di vedere negli animali lo stesso desiderio che provano loro), e gli animalisti dall’altra (che vogliono applicare agli animali le categorie concettuali o morali umane), stiano entrambi proiettando sulla bestia un’impronta culturale che essa di per sé non conosce. Vengono in mente le pagine di Baudrillard sull’animale e il bambino come scandali sociali, in quanto sprovvisti di parola: la nostra impossibilità di comprenderli, la barriera che ci separa, li rende vittime della nostra speculazione più violenta, quella che impone loro le categorie del nostro linguaggio.

Quello che rimane, tirate le somme, è una lunga serie di domande senza facile risposta. La bestialità va trattata con condiscendenza o penalizzata legalmente? Quali sono le motivazioni che sottendono questo desiderio, come e perché si sviluppa? Si tratta di una parafilia o di un semplice orientamento sessuale? È davvero possibile l’amore inter-specie?

Alcune brevi note. Il manifesto qui sopra è la locandina del film Bestialità (1976, di V. Mattei), trashissima storia d’amore tra una madre di famiglia e il suo dobermann. Alcune delle informazioni contenute qui provengono da uno splendido articolo (in inglese) di Jesse Bering. Ecco un altro, più succinto articolo in italiano sul tema. Inoltre segnaliamo il film Zoo (2007, di R. Devor), incentrato sul caso di Enumclaw: il documentario è certamente interessante, e nelle intenzioni vorrebbe essere un’imparziale inchiesta e una riflessione sulla condizione umana; di fatto, però, cade nel ridicolo involontario, nel neanche troppo nascosto tentativo di dipingere il suo protagonista come un “martire” della libertà d’amore nei confronti di una società bigotta e ottusa.

Oculolinctus

Anche l’occhio vuole la sua parte.

Le parafilie, come ormai sapete, possono riguardare qualsiasi oggetto feticistico, e includere virtualmente qualsiasi pratica, per quanto fantasiosa essa risulti. Alcune parti del corpo sono divenute, nella nostra cultura, dei feticci “celebri” e diffusi, come ad esempio piedi e seni. Ma un oggetto del desiderio a cui non penseremmo usualmente in termini sessuali è l’occhio. Curioso, perché si dice che sia proprio lo sguardo a sancire il preludio al sesso, e a segnalare in modo più o meno esplicito la disponibilità sessuale. Ma se per la maggior parte delle persone gli occhi giocano un ruolo fondamentale nella seduzione, in pochi si sognerebbero di includerli fisicamente nel rapporto sessuale. Si potrebbe quasi parlare di un tabù riguardante questa parte sensibile e delicata del corpo, la sede dell’espressione (dell’anima, per alcuni), della vista, facoltà primaria – insomma, uno dei punti del nostro corpo che meno saremmo disposti ad esporre al tocco di un estraneo.

L’oculofilia è l’attrazione sessuale per l’occhio. Pur essendo spesso un’attrazione di natura intellettuale, il feticismo in sé può portare al desiderio di contatto fisico con l’occhio.

L’oculolinctus è appunto la pratica feticistica di leccare l’occhio del partner. Se per chi lo “esegue” l’attrazione è ovviamente di tipo feticistico, diverso è il caso di chi ama “subirlo”: si dice che il piacere aumenti quanto più la lingua giunge vicino alla pupilla. In questo caso è evidente come il connubio di piacere e dolore (dato dall’irritazione irresistibile che provoca alla cornea) sia accomunabile a un blando impulso di matrice masochista.

Per quanto la parafilia legata all’occhio sia piuttosto rara, l’oculolinctus ha conosciuto una popolarità più diffusa, soprattutto per chi si interessa alla cultura iconica giapponese. Il grandissimo mangaka Suehiro Maruo, ad esempio, ha mostrato negli anni una fascinazione particolare per la rappresentazione dell’oculolinctus.

L’oculolinctus rimane un preliminare piuttosto inusitato e certamente “di nicchia”, nonostante esistano su YouTube dei video che ritraggono la pratica con intenti chiaramente goliardici.

E in caso ve lo steste domandando, sì, il pericolo di infezioni esiste.

Bambini adulti

Parliamo nuovamente di parafilie. Questa volta affrontiamo una di quelle pratiche BDSM che sembrano talmente improbabili da risultare “finte” o “esagerate”. Eppure sono cose che avvengono realmente, forse più frequentemente di quanto saremmo portati a pensare. Guardate il filmato qui sotto.

http://www.youtube.com/watch?v=Wibiey7I3jc

Quest’uomo che è vestito e si comporta come un bambino di pochi mesi è un appassionato di infantilismo parafilico. Se lo definiamo appassionato di, e non affetto da, è perché nella psicologia moderna è in atto una sorta di “rivalutazione” delle cosiddette parafilie. Oggi risulta più evidente che certe pratiche non hanno alla base una vera e propria patologia comportamentale o mentale, ma sono spesso paragonabili a terapeutici giochi di ruolo. Secondo alcuni psicologi, quindi, non andrebbe enfatizzato il carattere deviante di certi interessi, quanto piuttosto il loro aspetto giocoso. Resta il fatto che vedere un adulto scimmiottare gli atteggiamenti di un bebè può far ridere a prima vista, e inquietare in un secondo momento. Cerchiamo quindi di capire qualcosa di più sugli adult babies, come amano definirsi i devoti di questo genere di pantomima.

Bisogna innanzitutto distinguere l’infantilismo parafilico dal feticismo per il pannolone. Quest’ultimo è semplicemente il desiderio di indossare il pannolone senza una reale necessità, ma non implica automaticamente comportamenti puerili ed è riconducibile ad una più generica fissazione per certi capi di vestiario. Queste persone, che amano indossare il pannolone regolarmente, sono chiamati amanti del pannolone (diaper lovers, o DL). I “bambini adulti”, invece, sono attratti da una vera e propria regressione totale allo stadio infantile: non soltanto pannoloni, quindi, ma ciucci, biberon, peluche, lettini con le sbarre e tutto l’armamentario normalmente riservato ai neonati. (Gli adult babies sono, nel gergo, contrassegnati dalla sigla AB, mentre quelli che amano entrambi i “filoni” sono denominati AB/DL). La maggioranza degli AB sono maschi ed eterosessuali.

Chiariamo anche un altro punto: nessun “bambino adulto” va accomunato alla pedofilia, in alcun modo. Gli AB non hanno desiderio nei confronti dei bambini, vogliono soltanto diventare bambini. Secondo alcuni studiosi, gli AB non sarebbero spinti verso simili comportamenti da una vera e propria libido, e non ci sarebbe in definitiva granché di sessuale nei loro giochi. Per qualcuno si tratta di liberarsi completamente da ogni costrizione comportamentale: essere liberi, sereni, senza sovrastrutture, completamente istintivi. Per altri si tratta di rivivere esperienze infantili, seppure idealizzate ed idilliache. Per altri ancora, lo scopo è trovare l’amore materno mai provato, o ancora avvertire quel misto di eccitazione e vergogna che si prova quando “gli altri scoprono che ti sei fatto la pipì addosso”. Ovviamente i gusti individuali variano considerevolmente, e ogni AB predilige certi accessori o determinate situazioni specifiche.

Un’altra distinzione che conviene fare è quella fra infantilismo e anaclitismo: quest’ultimo è un bisogno di appoggio che rende il soggetto sessualmente stimolato da oggetti con cui ha avuto un contatto durante l’infanzia. Se per esempio da bambino sono stato più volte esposto, in specifici momenti, al velluto, da adulto potrei sviluppare un feticismo per questo tipo di tessuto. L’infantilismo parafilico si differenzia da questo bisogno, in quanto si riferisce normalmente a una sorta di “archetipo” del mondo infantile. Gli AB si trovano a loro agio con le farfalle appese al soffitto, gli orsacchiotti e i ciucci colorati, il borotalco e i seggioloni, indipendentemente dal fatto che questi oggetti abbiano avuto un reale significato nella loro storia individuale.

Rileggendo le righe precedenti, ci rendiamo conto che abbiamo segnalato tutto ciò che i bambini adulti non sono. Purtroppo esistono pochi studi scientifici su questa parafilia, anche perché pochi sono i soggetti che cercano cure specialistiche per questa loro “passione”. Restano quindi ancora nebulosi alcuni interrogativi che sorgono spontanei: si può rintracciare una causa più o meno comune per questo comportamento? L’eccitazione che gli AB provano è puramente mentale o anche sessuale? Cosa spinge un uomo ad esercitarsi per mesi al fine di diventare incontinente? Perché alcuni AB nascondono la loro ossessione, mentre altri la esibiscono anche in coda al supermercato?

Se vi interessa indagare questo stravagante mondo, il sito Understanding Infantilism può essere un buon inizio (a patto che mastichiate l’inglese). Un altro buon articolo (sempre in inglese) che cerca di delineare un fedele identikit dell’infantilismo si può trovare qui.

Crush Fetish

Su Bizzarro Bazar abbiamo già affrontato alcune parafilie e feticismi sessuali, ma quello di cui parliamo oggi è davvero una forma di feticismo estrema e controversa, eticamente discutibile nonché francamente di cattivo gusto. Ci pare giusto segnalare l’argomento perché diamo sempre spazio a tutto ciò che è sorprendente e “diverso”, ma il lettore ci perdonerà se non abbiamo voluto inserire troppe immagini o filmati in questo articolo. Di sicuro stiamo per discutere di un argomento che i più riterranno malato, morboso e crudele, moralmente inaccettabile. Per noi è qualcosa su cui vale la pena interrogarsi, dal punto di vista antropologico, perché in definitiva “anche questo è l’uomo”.

Affrontiamo quindi lo spinoso argomento del crush fetish. Si tratta di una parafilia che consiste nel desiderio di vedere altre persone (normalmente il proprio partner, o comunque di qualcuno di desiderabile) che calpesta oggetti o animali. Sì, avete letto bene, animali. I piedi (nudi o con scarpe di diversa foggia, normalmente con tacchi a spillo) divengono solitamente l’idolo feticistico, anche se alcune altre varianti sono contemplate, come ad esempio lo schiacciamento sedendosi sopra alla vittima.

Per essere ancora più espliciti, gli amanti di questo genere di macabra pornografia si eccitano generalmente vedendo belle donne che calpestano e schiacciano insetti, ragni, vermi e in alcuni casi estremi piccoli mammiferi, come topi, e cuccioli di cane e gatto, uccidendoli. Non si tratta di un’eccitazione legata direttamente alla violenza sugli animali (non avrebbe lo stesso effetto, poniamo, vedere uccidere un animale in un macello), ma è direttamente legata ad un feticismo per i piedi e per l’atto di calpestare.

Su internet, i siti dedicati al crush fetish non si contano. Contengono soprattutto filmati di piedi in cui vengono ridotti in poltiglia scarafaggi, insetti, lumache, ragni, piccoli crostacei e invertebrati di vario genere. Ma talvolta i video vedono come vittime anche serpenti, tartarughe, cavie, rane e mammiferi. Qualche anno fa esplose un caso di cui parlarono anche i giornali: tre video apparvero sulla rete, aventi per protagonista la medesima donna, dettaglianti l’abominevole morte rispettivamente di un coniglio, un cucciolo di cane e un piccolo gatto, straziati dai tacchi della donna in un’insopportabile agonia.

Gli autori dei filmati, entrambi cinesi, vennero rintracciati dalla polizia e portati in tribunale. Si trattava di un cameraman televisivo e di una infermiera d’ospedale. All’inizio caddero dalle nuvole, adducendo come motivazione che non pensavano di aver fatto nulla di male. Susseguentemente, la donna disse che la causa del suo consenso a girare quei video era la depressione dovuta al suo divorzio. Entrambi persero il lavoro, ma non essendoci una vera e propria legislazione in Cina che penalizzi la violenza sugli animali, nessuno dei due venne arrestato.

Per quanto si tratti di una fissazione piuttosto di nicchia (si parla al massimo di qualche migliaio di “adepti” in tutto il mondo), è interessante cercare di capire cosa possa spingere una persona ad eccitarsi con una pratica tanto barbara e repulsiva. Come abbiamo ribadito più volte, se ci si addentra nel mondo della parafilie qualsiasi tabù crolla e si viene a contatto con un’umanità capace delle cose più inspiegabili.

Per comprendere un po’ più a fondo il mondo dei feticisti del crush, occorre ascoltare le dichiarazioni del regista che maggiormente ha legato il suo nome a questo tipo di produzioni video: Jeff Vilencia. Si tratta di un regista americano, egli stesso feticista di questo genere di filmati, che ha prodotto un’enorme quantità di materiale di questo tipo. Nonostante si sia sempre limitato a insetti e altri invertebrati, non arrivando mai agli estremi della coppia cinese di cui parlavamo prima, e nonostante egli abbia per il momento bloccato la sua produzione in attesa di una legge statunitense che faccia chiarezza sulla legalità di questi filmati, è sicuramente un esperto in materia.

“Il sentimento è quello di lasciarsi andare, impotenti, senza speranza, piccoli, minuscoli e simili ad insetti. Voler vedere una donna che schiaccia qualcosa con il suo piede, desiderare di essere un insetto senza via di fuga, mentre ti agiti in tondo sotto la suola del suo piede mentre lei ti schiaccia il corpo in poltiglia. Se dovessi tentare di motivare questa passione, mi vengono in mente diverse cose… incluso il complesso di Edipo, perché di sicuro abbiamo visto le nostre madri uccidere un insetto e altre persone farlo, e io penso che l’immaginario di una gigantessa, che è più comune di quanto si pensi, venga direttamente dall’infanzia. Da qualche parte si è stabilita una connessione sessuale fra il vedere tutte le donne con i tacchi e vedere noi stessi come molto piccoli…”

È chiaro da queste parole che il feticista si identifica con l’animale spiaccicato. Venire calpestato da una donna, vedersi come un piccolo insetto senza possibilità di difesa, sembra eccitare questi uomini (infatti, come da definizione, questa parafilia come gran parte delle altre è quasi esclusivamente maschile). Ma come possono coniugare gli amanti del crush questa loro ossessione con i veri e propri dilemmi morali che questa pratica comporta? Non si accorgono che questo atto, anche se compiuto su insetti e piccole creature, è comunque una crudele violenza sugli animali? Risponde ancora una volta Vilencia, forse l’unico dei feticisti crush ad avere il coraggio di esprimere il suo punto di vista.

“Penso che sia completamente innocuo, perché è una fantasia e non possiamo veramente esperirla (non possiamo farci schiacciare da un piede). Possiamo solo realizzarla nella nostra mente e penso che in definitiva sia più sicuro così. Se uno si eccita a schiacciare insetti, o vederlo fare, non ci vedo niente di più crudele che andare al supermercato e comprare un insetticida, perché gli umani odiano gli insetti”.

In altre interviste, Vilencia ha affermato che finché si uccidono gli animali per mangiare, o per ottenere capi di alta moda, in pochi si scandalizzano: appena lo stesso processo viene utilizzato per il piacere sessuale, si scatena il putiferio.

Chiaramente le sue difese non appaiono particolarmente razionali, ma sono di sicuro interesse per comprendere quale profondo desiderio scateni questo genere di attrazione. È inoltre da sottolineare che la legislazione in materia è piuttosto carente, e varia da stato a stato. In alcuni paesi questo tipo di filmati sono stati dichiarati illegali, in altri le restrizioni di legge sono state contestate perché, estendendo il veto a tutte le categorie di filmati che mostrano violenze sugli animali, potrebbero venire reputati illegali anche i filmati di denuncia riguardanti le battaglie di cani o situazioni affini. Contando sulla libertà di espressione, garantita dal primo emendamento degli Stati Uniti, questi filmati sono paragonati a quelli girati di nascosto nei mattatoi per denunciare le violenze subite dagli animali, rendendoli così ufficialmente legali.

Di sicuro rimane il dato che Vilencia ha fra gli iscritti al suo sito e alla sua fanzine almeno un migliaio di soli americani. Se si estende al mondo intero questa cifra, è chiara l’entità della parafilia di cui stiamo parlando.

Inserendo in un motore di ricerca le parole chiave “crush fetish”, appaiono diverse decine di siti che commercializzano materiale di questo genere (credeteci, non volete vederli). Contando che i filmati vengono venduti singolarmente dai 30 ai 100 dollari, il business è evidente. Le parafilie vendono sempre molto bene. La cosa che maggiormente può turbare è il fatto che in questo caso a farne le spese siano degli animali innocenti. Le varie associazioni di animalisti non hanno tardato a farsi sentire, tanto che anche il celebre attore Mickey Rooney ha parlato a sfavore di questa pratica.