The Dangerous Kitchen – V

Nella prima puntata di “Dangerous Kitchen” vi avevamo introdotto all’affascinante mondo del pesce fermentato, consigliandovi il surströmming. Ora però dobbiamo proprio dirvelo, è tempo che lo sappiate: il surströmming è roba da bambini… i veri uomini mangiano lo hákarl.

Antica tradizione vichinga, lo hákarl è una preparazione a base di squalo diffusa in Islanda e in Groenlandia. I due squali comunemente utilizzati a scopi alimentari sono lo squalo elefante e lo squalo della Groenlandia. I problemi però sono due: il primo è che gli squali non fanno pipì, ma espellono l’urea direttamente dalla pelle, che contiene quindi una concentrazione altissima di acido urico; il secondo è che la carne di questi squali è adattata alle bassissime temperature polari ed è piena di sostanze velenose. In particolare contiene una tossina, l’ossido di trimetilammina, che, se digerita, si scinde in trimetilammina. Qual è l’effetto della trimetilammina? La peggiore sbornia della vostra vita. A causa di questa neurotossina, i cani da slitta che si sono nutriti della carne di questo squalo non riescono più a stare in piedi.

Come fare allora per cibarsi di questi giganti marini senza finire tutti sbronzi a zonzo per la tundra ghiacciata? Ecco che ci viene in aiuto la ricetta dello hákarl. Che, preparatevi, è conosciuto anche come squalo marcio o squalo putrefatto.

Prendete la vostra tonnellata di squalo (alcuni esemplari superano i 1000 kg), togliete testa e interiora, poi con una gru o una ruspa meccanica calatelo in una fossa scavata nella sabbia sassosa; lo coprirete con pietre e sassi fino a formare una montagnetta sopra al corpo, e infine vi adagerete dei massi più grossi in modo da pressare il pesce per bene. Lasciate fermentare per un periodo che va da 6 a 12 settimane, durante le quali i fluidi dannosi, l’acido urico e gli altri prodotti putrefattivi coleranno dal corpo. Estraete quindi la carne semidecomposta e macellatela in grosse strisce che appenderete ad essiccare. (Alcuni per praticità macellano lo squalo prima di seppellirlo; oggigiorno i giovani vogliono tutto e subito).

Appeso a seccare, lo hákarl resta per diversi mesi esposto a diversi cicli naturali di congelamento e disgelo, finché non sviluppa una caratteristica crosta scura. A quel punto eliminerete la crosta, e servirete la carne tagliata a pezzettini (minuscoli, per carità) su uno stuzzicadenti, accompagnandola da un bicchierino di acquavite. Oggi potete trovarlo anche in alcuni supermercati, risparmiandovi un bel po’ di fatica.

Dobbiamo essere sinceri: lo hákarl è talmente estremo che perfino in Islanda e in Groenlandia non tutti sono disposti ad assaggiarlo. L’odore è più penetrante di quello dell’urina stantia, e il gusto aggiunge al sentore di ammoniaca anche la nauseante dolcezza della carne avariata. Alcuni recensori sottolineano che lo stesso nome “hákarl” sembra quasi un’onomatopea dei suoni gutturali che emetterà la vostra gola mentre si contorcerà nel tentativo di inghiottire il fetido pezzettino di pesce.

Ma se volete mettere alla prova il vostro animo vichingo, questo cibo tradizionale è senza dubbio il primo passo per entrare nel Valhalla… se non l’ultimo.

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The Dangerous Kitchen – I

Un paio d’anni fa avevamo parlato di tabù alimentari; ora ritorniamo sull’argomento, inaugurando la nostra prima rubrica culinaria, The Dangerous Kitchen!

In ogni nuovo articolo suggeriremo ai lettori di Bizzarro Bazar un piatto appartentente alla schiera dei cosiddetti gusti acquisiti. Da Wiki: “il gusto acquisito si ha nei confronti di un alimento o di una bevanda che, per essere veramente apprezzato/a, deve sottostare ad un’esposizione e consuetudine prolungata, parziale o completa, agli aromi e agli ingredienti che esso/a contiene, prima di essere considerato/a familiare dal consumatore. Gli alimenti e le bevande di gusto acquisito possono essere considerati ripugnanti da chi non vi è abituato, sia per la loro materia prima, sia per la forma, il tipo di preparazione, l’odore o l’aspetto”.

Eppure, poche righe più in sotto, una frase salta all’occhio: “tuttavia è possibile acquisire gusti alimentari tardivamente, per esposizione volontaria o abitudine” (corsivo nostro). Perché quindi non cercare di travalicare i confini del gusto assodato, e ampliare i vostri orizzonti? Perché non ricercare questa “esposizione volontaria”, e comprendere perché ciò che a noi fa ribrezzo è considerato sublime da un’altra cultura? Cosa può essere una piccola violenza auto-inflitta, di fronte allo spalancarsi di nuove delizie per il palato?

Preparatevi per un viaggio alla scoperta dei cibi più sorprendenti. Lasciate da parte il buon gusto, fate spazio per un gusto nuovo!

La prima leccornia che vogliamo presentarvi, per dare il giusto tono, è il famigerato piatto svedese chiamato Surströmming.

Il surströmming è composto essenzialmente da aringhe fermentate. I pesci vengono puliti e messi in grandi botti, a fermentare per un paio di mesi. Poi vengono inscatolati in una salamoia abbastanza leggera da permettere alla fermentazione di continuare.

I gas che provengono dalla fermentazione cominciano, dopo un anno dall’inscatolamento, a deformare la latta della confezione: così, per scegliere il vostro surströmming al supermercato, vi consigliamo di cercare i barattoli più “gonfi”, quelli che hanno perso cioè la loro originale forma cilindrica: delle vere e proprie bombe a gas, che è perfino proibito imbarcare sulle principali linee aeree.

Per questo motivo, però, quando aprite la scatola vi converrà prestare un minimo di attenzione. Consiglio numero uno: se gli svedesi non aprono MAI un barattolo di surströmming al chiuso, ci sarà un perché. Consiglio numero due: anche all’esterno, non restate sottovento. Questo cibo, a detta di chi l’ha provato, emana uno degli odori più potenti, appestanti e nauseabondi al mondo. Anche soltanto aprire una scatolina può provocare violenti attacchi di vomito ai neofiti non preparati.

Come servire il surströmming? Potete mangiarlo alla moda del Nord, dove questo cibo è stato inventato, preparando un semplice e spartano panino con due fette di tunnbröd (o, in alternativa, di pane simile), patate a fette o fatte in puré, e il diabolico filetto di aringa. Se invece volete qualcosa di più raffinato, potete servirlo come si fa nella Svezia più meridionale, su un letto di lattuga, accompagnandolo con cipolle, patate, panna acida, pomodori o altri condimenti. Assieme ad esso tradizionalmente si trangugiano dei bei bicchierini di acquavite (per dimenticare in fretta cosa si è mangiato, diranno i maligni): se non reggete i superalcolici, potete ripiegare su un buon bicchiere di birra, o del latte freddo.

Molti fra i giovani turisti che si recano in Svezia acquistano una scatola di surströmming esclusivamente come prova di coraggio, usano tecniche assortite per cercare di mangiarlo resistendo ai conati… e, non c’è nemmeno da dirlo, inevitabilmente pubblicano poi l’impresa su YouTube. Ma al di là dell’aspetto folkloristico, sembra che il vero problema di questo piatto non sia il gusto: è l’odore il vero scoglio, e se si riesce a superare l’iniziale ribrezzo olfattivo, si scopre un sapore piuttosto piacevole e perfino delicato. C’è addirittura chi riesce ad apprezzarlo al primo assaggio, e in Svezia si sono sviluppate vere e proprie feste attorno a questo piatto prelibato ma certamente “difficile”.

Quando muore una balena

Quando una balena morta si adagia sul fondo dell’oceano l’enorme mole della sua carcassa procura cibo a una moltitudine variegata e impressionante di animali. Il cortometraggio che vi proponiamo, diretto da Sharon Shattuck e Flora Lichtman, e animato con semplici ritagli di cartone, mostra questa straordinaria “vita dopo la morte” di un cetaceo. Come spiega il cartello finale del filmato: “Una balena può vivere dai 50 ai 75 anni. Una balena può sostentare una comunità di organismi per 50-75 anni dopo la morte“.

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Ed ecco un filmato in time-lapse che mostra la decomposizione di una foca: più piccola di una balena, certamente, ma altrettanto preziosa per chi potrà sopravvivere grazie alle sue carni.

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Il vostro prossimo cucciolo – VIII

Pulito, simpatico da accudire e assolutamente innocuo se avete dei bambini: nessuna casa è completa se non ospita una Scotoplanes globosa, o almeno una Protelpidia murrayi!

Conosciute anche con il nomignolo inglese di sea pigs (porcellini di mare), queste due specie di cetrioli di mare si differenziano l’una dall’altra soprattutto per l’habitat in cui vivono. La Protelpidia abita nelle acque attorno all’Antartide, mentre la Scotoplanes si annida nei più profondi fondali abissali, a 6000 metri dalla superficie dell’acqua.

Possiedono diversi tubicini che hanno preso la forma di gambe “gonfiabili” a piacimento (sono gli unici cetrioli di mare in grado di usarli per la locomozione) e una grossa bocca per filtrare e mangiare i detriti che si depositano sul fondale.

Se ne voleste più di uno, potreste scoprire però una cosa curiosa: mano a mano che aggiungete nuovi maialini di mare al vostro acquario, diventano più piccoli. È stato scoperto infatti che le loro dimensioni variano a seconda della grandezza della colonia, così da rimpicciolirsi quando ci sono problemi di sovraffollamento.

Non si sa se siano creature sociali, anche se normalmente vengono trovate in branchi di diverse centinaia. Le correnti e/o la posizione favorevole per il cibo potrebbero averli spinti lì… ma il mistero rimane. Enigmatici, teneri e con un musetto irresistibile: che aspettate a procurarvene uno?

Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi “cadaveri” di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!

Il Teatro-Balena

Ogni bambino adora pensare a Giona nel ventre del grande pesce. Così come il Barone di Münchhausen nella balena, o Pinocchio nel pescecane, dimorare per qualche tempo all’interno di uno di questi enormi animali marini è un’idea fantastica che ha ispirato artisti e scrittori di ogni epoca.

Bene, potete immaginare cosa stiamo per raccontarvi. Sì, qualcuno ha davvero vissuto all’interno di un pesce. Anzi, ci ha costruito un teatro.

Quest’uomo è Simon-Max, un tenore francese di opera buffa che visse a cavallo tra ‘800 e ‘900. Si esibiva principalmente a Parigi, ma con il successo i suoi affari si diversificarono e nel 1893 era già proprietario di un casinò a Villerville, una cittadina costiera della Bassa Normandia.

Proprio nel 1893, giunse la notizia che una balena si era spiaggiata nei dintorni della cittadina. Non era un fatto poco comune che le balene si spiaggiassero sulla costa della Normandia a causa delle basse maree, come testimonia questa cartolina dello stesso anno.

Simon-Max acquistò la balena dai pescatori, e rivendette l’olio e la carne ricavati dall’animale. Poi decise che con la pelle avrebbe fatto qualcosa di completamente inedito. Costruì un teatro-museo all’interno della pelle del cetaceo.

Le dimensioni esibite nei manifesti pubblicitari dell’epoca sono ovviamente esagerate, ma danno l’idea di cosa potessere essere il teatro. Il pubblico entrava dalla bocca della balena, assisteva allo spettacolo nella sala interna che poteva contenere quasi cento persone, e poi usciva da una porticina praticata nella coda. Questa attrazione, chiamata da tutti Théatre-Baleine, fruttò parecchio a Simon-Max e per un anno rese celebre la cittadina di Villerville. Il tenore si esibiva all’interno della balena in uno spettacolo intitolato Jonas Revue (“Giona rivisitato”), che ottenne un grosso successo.

Il Teatro-Balena fu poi trasferito al Casino di Parigi, e l’inverno seguente venne completamente distrutto in un incendio.

Münchhausen

Il vostro prossimo cucciolo – VI

Nessun acquario è completo senza uno splendido blobfish dallo sguardo malizioso e intelligente. Il fatto che questi pesci siano stati raramente visti dal vivo non dovrà scoraggiarvi. Armatevi di coraggio e pazienza, partite per gli oceani che circondano Australia e Tasmania, e non tornate a casa senza il vostro nuovo cucciolino!

Il vostro blobfish non vi impegnerà molto: passa il suo tempo a fluttuare, senza fare granché, aspettando che qualche detrito o pezzo di cibo finisca nelle sue vicinanze per mangiare. Il suo corpo meno denso dell’acqua gli permette di vivere così, cincischiando, senza il bisogno di avere una muscolatura comparabile a quella degli altri pesci. Molto zen.

Il pesce dalla testa trasparente

I ricercatori del Monterey Bay Aquarium Research Institute sono finalmente riusciti, l’anno scorso, a filmare un pesce degli abissi che era rimasto per anni un mistero: avevano potuto studiarlo soltanto dopo che qualche pescatore ne aveva ritrovato la carcassa, ma la decomposizione rendeva difficile comprendere quali fossero le reali caratteristiche del pesce. Avevano compreso che si trattava di un pesce della famiglia degli opisthoproctidae, ma qualcosa non tornava comunque: sulla testa dei pesci morti c’era sempre una specie di misteriosa gelatina di cui gli scienziati non comprendevano l’origine.

Il Macropinna microstoma (questo il nome del pesce) aveva in serbo un segreto spettacolare, rivelato ora dalle telecamere dei ROV – Remotely Operated Vehicle, i robot che si immergono nelle profondità marine per studiare la fauna abissale. Gli stupefatti ricercatori hanno scoperto che la parte superiore della testa del pesce è una cupola contenente un fluido trasparente. I grandi occhi a botte, caratteristici di tutti i pesci di questa famiglia, puntano normalmente verso l’alto, per distinguere le prede, ma possono anche essere rotati per guardare in avanti… quando è giunto il momento di mangiare. Il macropinna è per il resto molto scuro, e resta praticamente immobile a una profondità di circa 700 metri, a scrutare verso l’alto, guardando il mondo attraverso la sua incredibile testa trasparente.

Nello straordinario filmato dei ricercatori, si può notare anche l’abilità del macropinna nello sfuggire al tentativo di cattura: i suoi strani occhi funzionano fin troppo bene!

Una piccola nota: attenti a quelle due capsule verdi visibili attraverso il fluido – sono per l’appunto le lenti dei suoi occhi tubolari, puntate verso l’alto. Gli altri due punti neri sopra alla bocca del pesce sono in realtà i suoi organi olfattivi.

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