Arrabal: intervista panica

Raramente mi è successo, andando in spiaggia,
di vedere la parola “mare” dipinta di nero sull’acqua.
Altrettanto raramente mi è successo, avvicinandomi alla montagna,
di vedere dipinta sui suoi fianchi la parola “monte”.
Ogni volta che mi siedo a scrivere, però,
vedo sul foglio di carta bianca due grandi lettere, IO.
(La pietra della follia, 1962)

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Il Novecento è stato un secolo denso di stimoli al tempo stesso atroci e fertili, un secolo di contraddizioni e di rivoluzioni che hanno più volte ribaltato il senso comune.
Se dovessimo pensare a un artista che racchiude in sé tutta la follia e la razionalità, tutta la repressione e la libertà che hanno attraversato il movimentato periodo dalla Seconda Guerra in poi, poche figure avrebbero la capacità di riassumere un intero secolo come Fernando Arrabal.

Scrittore spagnolo esiliato in Francia, ha pubblicato un centinaio di opere teatrali oggi rappresentate in tutto il mondo, una quindicina di romanzi, quasi ottocento libri di poesie, diversi saggi, prefazioni a libri d’arte, articoli sui principali giornali europei. Oltre a questo, ha diretto sette lungometraggi, fra cui il capolavoro Viva la muerte (1970), ha dipinto quadri e redatto testi teorici sul gioco degli scacchi.
Ma una delle cose più sorprendenti di questo poliedrico personaggio è come la sua figura si ponga sempre ai crocevia più significativi fra le varie correnti artistiche: Arrabal ha in un modo o nell’altro fatto parte, o ripreso i temi, di tutti i principali gruppi creativi del secolo, vale a dire il Dadaismo di Tzara, il Surrealismo di Breton e la Pop art di Warhol. Ha anche fondato il suo personale movimento, il Panico, assieme a Topor e Jodorowsky (ne avevamo parlato in questo articolo). Come una calamita, e a sentire lui in maniera totalmente ingenua e involontaria, ha attratto intorno a sé tutti i principali artisti, scrittori e scienziati del dopoguerra. Da casa sua sono passati Dalì, Ionesco, Buñuel, Welles, Magritte, Baj, Pasolini, Beckett, Saura, più recentemente Kundera e Houellebecq
Arrabal stesso è considerato oggi fra i più importanti scrittori contemporanei.

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E pensare che l’inizio della sua vita fu tutt’altro che incoraggiante.
Fernando non ha ancora quattro anni quando suo padre viene condannato a morte all’inizio della guerra civile spagnola; la pena viene poi trasformata in trent’anni e un giorno di prigione. Ma il padre di Arrabal nel 1941 evade dall’ospedale di Burgos e scompare per sempre – di lui non si saprà più nulla, nonostante le ricerche. Questo evento traumatico segnerà per sempre il piccolo Fernando, che passerà il resto della sua vita alla ricerca del fantasma di quest’uomo astratto, e costituirà un motivo più volte ricorrente della sua arte: letteratura e teatro come taumaturgia che si propone di guarire l’anima dell’uomo, o perlomeno liberarla dai lacci soffocanti della realtà condivisa.

Ma la sua opera è fin da subito troppo scandalosa: il suo teatro folle e senza freni, popolato da personaggi che scambiano in continuazione i loro ruoli di carnefici e di vittime, si propone di distruggere gioiosamente qualsiasi tabù, e affronta a pieno petto morte, sessualità e politica. In alcune delle prime rappresentazioni paniche vengono addirittura uccisi degli animali sul palco, per rendere l’esperienza teatrale insostenibile e orgiastica, archetipica e terrificante. Arrabal è autore infantile e visionario, rivoluzionario e onirico, e la beffarda brutalità delle sue pagine deride apertamente autorità e convenzioni. Nonostante viva da esule a Parigi fin dal 1955, nel 1967 il regime di Franco decide che le sue impudenze vanno punite: Arrabal è arrestato e processato (“in realtà scrissi solamente “merda alla patria”, una dedica che mi ha fatto finire in galera. Se avessi scritto “merda a Dio” non sarebbe stata la stessa cosa: probabilmente sarebbe stato considerato meno grave“).

In suo sostegno si sollevano gli intellettuali di mezza Europa, Samuel Beckett scrive: “Se colpa c’è, che venga giudicata alla luce del grande merito di ieri e della grande promessa di domani e venga quindi perdonata“.
Arrabal viene infine scarcerato, ma rimane comunque nella lista dei cinque spagnoli ritenuti più pericolosi dal regime. Eppure la sua Lettera al Generale Franco, pubblicata nel 1972 mentre il dittatore è ancora in vita, è un capolavoro di una purezza emotiva senza pari: nella missiva, Arrabal si rivolge a Franco come se il Generalìsimo fosse in realtà egli stesso una vittima del mondo, come se autore e destinatario fossero uniti dall’esperienza del dolore. Il tono appassionato della lettera è la definitiva vittoria sull’orrore e la violenza: “Eccellenza, vi scrivo questa lettera per amore. Senza la più leggera ombra di odio o di rancore. Ho bisogno di dirvi che voi siete l’uomo che mi ha causato più male in assoluto…

Dopo la morte di Franco nel 1975 Arrabal può tornare ad essere pubblicato anche in Spagna, dove incontra il successo, restando comunque un autore controverso.

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Abbiamo l’onore di pubblicare qui su Bizzarro Bazar un’intervista esclusiva con il grande Arrabal. Siamo però in presenza di una delle menti più lucide e penetranti dell’ultimo mezzo secolo, conscia che il rischio di qualunque intervista è quello di finire limitata, sezionata, categorizzata: ben deciso a fuggire qualsiasi definizione, Arrabal preferisce confondere gli opposti piuttosto che dividerli. Aspettatevi quindi di tutto (proprio di tutto!) tranne che delle repliche convenzionali. Il vulcanico ottantaduenne non si è ancora piegato alla logica comune, parla per aforismi criptici, chiosa ogni singola risposta con una delle sue tipiche massime surreali (arrabalesques), se ne fotte allegramente delle domande, e si diverte come un bambino a giocare con le parole…

Per cominciare, ci parli di Pan. È l’unico dio che lei riconosca?
Pan corrisponde al tutto. Alla conciliazione dei contrari. Faceva ridere e causava il terrore panico: è la perfetta definizione di dio. In una parola, era “formidabile”. Prima di inventare le elezioni, le formiche sceglievano forse la loro regina con uno strip poker?

Come concilia il suo amore per la scienza e la sua “consacrazione” al panico? Potrebbe essere forse la Patafisica, il legame fra i due?
La scienza è un avatar dell’arte? Soltanto il rigore matematico della confusione permette di costruire o elaborare un’opera (artistica o scientifica). Perfino l’entomologo che non vuole far discriminazioni, si rifiuta di studiare l’albero genealogico degli scarafaggi di cucina. Molti scrittori giocano a scacchi. Per esempio, fra tanti altri, Lewis Carroll ha costruito il suo Alice basandosi su dei giochi di logica… come molti fra noi. Il vegetariano fa la comunione con ostie di plastica.

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Che posto occupa il dolore, nella sua opera? La sua passione per la matematica tradisce un tentativo di scoprire un’equazione della sofferenza?
Essere stato privato di mio padre è fonte, ancora oggi, di dolore. Ma senza che le mie emozioni si trasformino in equazioni. Il più lascivo fra gli scavatori di pozzi vorrebbe vestire la Verità nuda.

La sua poesia Ma fellatrice idolâtrée [qui tradotta anche in italiano] apre una finestra sugli abissi di senso che possono nascondersi dietro un semplice atto sessuale, e riesce a raggiungere proporzioni mitiche o, se preferisce, mistiche. La trascendenza, ci salva o ci ferisce? E il sesso?
La trascendenza è come una moneta a due facce. Pan concilia i contrari, il positivo e il negativo. Risulta tutto così evidente nel piacere mistico del sesso. Per dare l’illusione di avere una ruota, il pavone si finge un mazzo di fiori.

Oggi si parla ancora spesso di censura, di politically correct, ecc.; ma lei ha conosciuto il vero macello della parola vivente, la persecuzione del pensiero, e lo stupro di qualsiasi espressione artistica. Stando ai suoi scritti, è come se una sorta di Inquisizione – archetipo al tempo stesso antico e sempre attuale – avesse minacciato una parte della sua vita.
Si augura un mondo libero da qualsiasi censura, o pensa che alcune restrizioni possano stimolare la creazione artistica?
La scomparsa di Pérec [romanzo pubblicato nel 1969, nel cui testo non viene mai utilizzata la lettera “e”] mostra una regola formale… che permette di sorpassare se stessi. Anche il pappagallo ha imparato a parlare per giustificarsi.

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La lista degli artisti che lei ha conosciuto durante la sua vita, o dei quali è stato amico, è incredibile. Assomiglia a un club immaginario, e si fatica oggi a credere che tutti quei volti, quelle voci, quei corpi siano davvero esistiti. Lei è adesso il testimone della loro concretezza.
Che odore aveva Salvador Dalì? Giocava il sole con i capelli di Breton, e come? Le rockstar, come John Lennon o Jim Morrison, avevano una consistenza carnale particolare? Le ossa di Picasso o Magritte facevano rumore quando si muovevano?
Breton si prendeva molto cura della sua capigliatura leonina. La liposuzione della macchina da cucire, secondo Lautréamont, si fa con un ombrello [riferimento a un celebre passaggio dei Canti di Maldoror]. E, senza allontanarci troppo, il melo bonsai di Newton ha scoperto la gravitazione universale?

I suoi film, anche se occupano soltanto una minima parte dei suoi lavori, sono fra i suoi risultati più conosciuti in virtù della loro potenza espressiva che ha segnato diverse generazioni di cineasti. C’è un’inquadratura, un’immagine, fra quelle che ha girato, che la rappresenta maggiormente?
Tutte le mie immagini di Viva la muerte. Pavlov aspettava la sua amante salivando col suo cane.

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Cosa pensa della morte? Come immagina la morte di Arrabal?
Come sapere se il mare arriva o si ritira? Dio ha forse creato gli acquari, prima di creare i pesci? I leoni dimostrano alle pecore che, se non ci fossero più leoni, loro sarebbero ancora più pecore.

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Ecco il sito ufficiale di Fernando Arrabal.

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La biblioteca delle meraviglie – V

Alberto Zanchetta

FRENOLOGIA DELLA VANITAS – Il teschio nelle arti visive

(2011, Johan & Levi)

Vita, miracoli e morte del teschio. Lo splendido volume di Alberto Zanchetta racconta la storia di una trasformazione. Attraverso un unico elemento simbolico, l’effigie del teschio nella storia dell’arte, e seguendone le mutazioni di senso e di significato nel corso dei secoli, ci parla di come la nostra stessa sensibilità abbia cambiato forma con il passare del tempo. Da icona funebre a dettaglio centrale delle vanitas, fino alla moderna ubiquità che ne fa vacua decorazione e ne appiattisce ogni forza oscena, il teschio ha accompagnato dalla preistoria fino ad oggi la nostra cultura: vero e proprio specchio, le cui orbite vuote fissano l’osservatore spingendolo a meditare sull’inesorabilità del tempo e sulla morte. Come si sono serviti gli artisti di questo prodigioso elemento iconografico? Quando e perché è cambiato il suo utilizzo dal Medioevo ad oggi? C’è il rischio che l’attuale proliferare indiscriminato dei teschi, dalla moda, ai tatuaggi, ai graffiti, possa renderli “innocui” e alla lunga privarci di un simbolo forte e antico quanto l’uomo? L’autore ripercorre questa particolare storia esaminando e approfondendo di volta in volta tematiche e autori distanti fra loro nel tempo e nello spazio: da Basquiat a Cézanne, da Picasso a Witkin, da Mapplethorpe a Hirst (per citarne solo alcuni). Abbiamo parlato di tanto in tanto, qui su Bizzarro Bazar, di come la morte sia stata negata e occultata nell’ultimo secolo in Occidente; e di come oggi la sua spettacolarizzazione tenda a renderla ancora meno reale, più immaginata, pensata cioè per immagini. Zanchetta aggiunge un tassello importante a questa idea, con il suo resoconto di un simbolo che era un tempo essenziale, e si presenta ormai stanco e abusato.

Bill Bass e Jon Jefferson

LA VERA FABBRICA DEI CORPI

(2006, TEA)

Non lasciatevi ingannare dalla fuorviante traduzione del titolo originale (che si riferisce invece alla “fattoria dei corpi”). Il libro di Bass e Jefferson non parla né di androidi né di clonazioni, ma della nascita e dello sviluppo della rete di cosiddette body farms americane, fondate dallo stesso Bass: strutture universitarie in cui si studia la decomposizione umana a fini scientifici e, soprattutto, forensici. Il lavoro e la specializzazione del professor Bass è infatti comprendere, a partire da resti umani, la data e/o l’ora esatta della morte, nonché le modalità del decesso. Per raggiungere la precisione necessaria a scagionare o accusare un imputato di omicidio, gli antropologi forensi hanno dovuto comprendere a fondo come si “comporta” un cadavere in tutte le situazioni immaginabili, come reagisce agli elementi esterni, quale fauna entomologica si ciba dei resti e in quale successione temporale si avvicendano le ondate di larve e insetti. Nelle body farms, un centinaio di cadaveri all’anno vengono lasciati alle intemperie, bruciati, immersi nell’acqua, nel ghiaccio… Negli anni il dottor Bass ha ottenuto una serie di risultati decisivi per far luce su innumerevoli misteri, confluiti in un archivio consultato da tutte le polizie del mondo. Questo simpatico vecchietto oggi, guardando i resti di un cadavere, riesce a capire in breve tempo come è morto, se è stato spostato dopo la morte, da quanto tempo, eccetera.

Questo libro è uno di quelli che si leggono tutti d’un fiato, e per più di un motivo. Innanzitutto, lo stile scorrevole e semplice degli autori non è privo di una buona dose di umorismo, che aiuta a “digerire” anche i dettagli più macabri. In secondo luogo, le informazioni scientifiche sono precise e sorprendenti: non potremmo immaginare in quanti e quali modi un cadavere possa “mentire” riguardo alle sue origini, finché Bass non ci confessa tutte le false piste in cui è caduto, gli errori commessi, le situazioni senza apparente spiegazione in cui si è ritrovato. Perché La vera fabbrica dei corpi è anche un libro giallo, a suo modo, e racconta le investigazioni svoltesi in diversi casi celebri di cronaca nera. E, infine, il grande valore di queste pagine è quello di raccontarci una vita avventurosa, strana e particolare, di caccia ai killer, in stretto contatto quotidiano con la morte; la vita di un uomo che dichiara di conoscere ormai fin troppo bene il suo destino, e dice di trovare conforto nell’idea che, una volta morto, vivrà negli esseri che si sfameranno con il suo corpo. Un uomo dalla voce ironica e pacata che, nonostante tutti questi anni, continua “ad odiare le mosche”.

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