Navigando sulle cime dei monti

Come la folle rabbia di un cane, che si ostina ad azzannare la gamba di un capriolo ormai morto e insiste a scuotere e a tirare con forza la selvaggina abbattuta, al punto che il cacciatore rinuncia a ogni tentativo di calmarlo, una visione si era radicata dentro di me: l’immagine di un grande battello a vapore su una montagna — la barca che si trascina tra i fumi grazie alla sua stessa forza, risalendo un ripido pendio nel cuore della giungla e, in mezzo a una natura che annienta senza distinzione i deboli e i forti, la voce di Caruso, che riduce al silenzio il dolore e il clamore degli animali della foresta amazzonica e smorza il canto degli uccelli. O meglio: le grida degli uccelli, perché in questa terra, incompiuta e abbandonata da Dio nella sua ira, gli uccelli non cantano, gridano di dolore, e colossali alberi intricati si artigliano uno con l’altro come in una gigantomachia, da orizzonte a orizzonte, tra le esalazioni di una creazione che qui non si è ancora conclusa.

(Werner Herzog, La conquista dell’inutile, 2004)

Questa è la genesi di Fitzcarraldo, questo il sogno per inseguire il quale Herzog innalzò davvero un battello a vapore fino alla cima di una montagna, per farlo passare dal Rio Camisea all’Urubamba; uno sforzo titanico che comportò morte e follia, forse la più leggendaria ed estrema lavorazione cinematografica della storia.

L’epica del contrasto (qui: la barca sulla montagna, la raffinatezza dell’opera lirica contro la barbarie della giungla) è quella che da sempre ha sedotto gli uomini a tentare l’impossibile.
Eppure ottant’anni prima di Fitzcarraldo era vissuto un uomo a cui questa stessa impresa era sembrata tutt’altro che visionaria. Un uomo che nell’idea di una nave che attraversava in salita le pendici dei monti vedeva il futuro.

Pietro Caminada (1862-1923), era nato dal matrimonio fra Gion Antoni Caminada, svizzero grigionese trapiantato in Lombardia, e di Maria Turconi, milanese. Affascinato dalla figura di Leonardo Da Vinci fin dalla tenera età, studiò ingegneria e dopo la laurea fu costretto, come tanti altri all’epoca, a emigrare verso l’Argentina assieme al fratello Angelo in cerca di lavoro. Fermatosi per una breve visita turistica a Rio de Janeiro, però, rimase folgorato dalla città. Tornò sulla nave solo per recuperare il bagaglio, e disse al fratello: “Io mi fermo qui“.

Durante i suoi quindici anni a Rio, Caminada si occupò di diversi progetti relativi al piano regolatore, all’ammodernamento del porto, ai trasporti: trasformò l’acquedotto degli Arcos da Lapa, costruito in stile romano nel 1750, in un viadotto su cui far transitare il Bonde, l’inconfondibile tram giallo che ha caratterizzato la città brasiliana fino al 2011. Fu perfino scelto per disegnare da zero la nuova capitale, Brasilia, sessant’anni prima che la città fosse realizzata.
Dopo questo brillante inizio di carriera, Caminada tornò in Italia per stabilirsi a Roma. Al suo rientro, oltre a una moglie e tre figlie, portava con sé anche il suo progetto più ambizioso: rendere le Alpi navigabili.

L’idea aveva certamente uno scopo innanzitutto pratico. Un collegamento diretto tra Genova e Costanza attraverso il Passo dello Spluga avrebbe consentito uno sviluppo commerciale altrimenti impensabile, poiché le vie d’acqua erano le più economiche.
Ma nella proposta di Caminada c’era anche un elemento di sfida alla natura che la stampa dell’epoca non mancava di sottolineare. Un articolo, apparso sulla rivista Ars et Labor (1906-1912), cominciava così:

L’uomo sembra che volga di preferenza il suo estro inventivo a turbare le più ferme intenzioni e i più saldi ordinamenti della natura. È come un ragazzo ribelle che si compiace specialmente di ciò che gli è proibito.
— Ah, tu non mi hai dato le ali, pare che l’uomo dica alla natura, ebbene io me le fabbricherò e volerò egualmente a tuo dispetto!
Tu mi hai fatto le gambe deboli e lente, ebbene io mi costruirò un cavallo di ferro che vincerà in corsa le tue creature più veloci. […] Per quanto meraviglioso possa essere un treno in movimento, esso non scombussola alcuno dei fondamentali principi del sistema naturale, ma navigare in montagna, navigare in salita, navigare superando erte pendenze e richiedendo soltanto alle energie delle acque incanalate questo miracolo, è tal cosa che sconvolge le nostre nozioni più sicure in fatto di acque, di navigazione, e contraria gli immutabili modi di essere dell’acqua […].

La bellezza dello stratagemma architettato da Caminada per portare le navi a valicare le Alpi stava nella sua semplicità. Si trattava essenzialmente di una variazione sul sistema già ben rodato della chiusa.
Se rimaneva impensabile costruire delle “scale” di chiuse su diversi livelli, secondo l’ingegnere tutto sarebbe diventato più facile sfruttando il concetto di piano inclinato:

Immaginiamo un tubo cilindrico riempito d’acqua e tenuto verticale, il piano dell’acqua sarà circolare: se si inclina il tubo il piano d’acqua pur restando sempre orizzontale assumerà una forma tanto più ellittica e allungata quanto più il tubo si avvicinerà alla posizione orizzontale. Se si fa uscir l’acqua dal tubo, qualsiasi corpo che galleggi sul piano d’acqua discenderà con essa, percorrendo una diagonale […]. In tal modo se il tubo è tenuto verticale il corpo galleggiante sale o scende seguendo una linea verticale: se è tenuto inclinato il corpo galleggiante, oltre al salire o al discendere percorre una distanza orizzontale. Su questa semplice idea di chiusa tubulare io ho costruito il mio sistema di canali a fondo inclinato a doppia via in senso opposto.

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Le due chiuse tubolari progettate da Caminada procedevano parallele, mantenedo in comune i bacini d’acqua sia a monte che a valle.

Una chiusa è piena, l’altra è vuota. In quella piena si introduce il battello che deve scendere; in quella vuota l’altro battello che deve salire. Le due chiuse comunicano mediante il fondo con condotti o sifoni. Aprendo il condotto, l’acqua della chiusa piena passa in quella vuota, abbassando e trasportando in giù il battello della chiusa piena; sollevando e trasportando in su quello della chiusa vuota, fino a che si trovano allo stesso livello […]. Si termina l’operazione chiudendo il condotto di comunicazione, vuotando completamente la chiusa portante il battello in discesa, mentre dal condotto di alimentazione del bacino a monte si fa venir l’acqua necessaria per riempire la chiusa portante il battello in salita.

Il sistema, brevettato da Caminada in tutto il mondo a partire dal 1907, ebbe larga risonanza in quegli anni. Se ne parlava in decine di articoli sulle testate internazionali, in convegni e incontri, tanto che molti davano per assodato che il progetto sarebbe stato realizzato in tempi brevissimi.
Il ticinese Cesare Bolla, critico nei confronti di Caminada, nel 1908 compose addirittura uno scherzoso poemetto sull’inevitabile, epocale trasformazione che stava per avvenire a Lugano:

Fuori il mio albergo, sai sulla vetrina
ò già stampato: Hotel della Marina.
La gente qui, da sacro foco spinta,
di vele solo parla e bastimenti.
[… ]e fra poco, pe ‘l bene del Ticino,
a piè del Sosto noi vedremo il mare.
Passeranno navigli in abbondanza
indirizzati al lago di Costanza.

L’ingegnere non smise mai per un attimo di lavorare al suo sogno.

«Caminada — nota Till Hein — lottava per la sua visione. Curava i particolari del suo progetto, costruiva in miniatura il suo sistema di chiuse in più varianti. E infine costruì, per la grande Esposizione di Architettura di Milano, un modello gigante. Con zelo instancabile portava avanti un’opera di convinzione presso politici e funzionari». Era, come scrisse il Bündner Tagblatt, «un vulcano in eruzione» e aveva «una testa sempre in fermento con i capelli fin sulle spalle» […].

(T. Gatani, Da Genova a Costanza in barca attraverso le Alpi, La Rivista, n. 12, dicembre 2012)

Ma la linea Genova-Costanza immaginata da Caminada si scontrò da una parte con gli interessi della “lobby ferroviaria” grigionese che voleva da tempo una linea ferrata sullo Spluga; dall’altra c’era l’Austria, che dominava il Lombardo-Veneto ed era decisa a impedire che il Regno dei Savoia stabilisse un collegamento diretto con la Germania, fosse via treno o via nave.

Nel 1923, all’età di sessant’anni, Caminada morì a Roma senza che le sue idrovie inclinate fossero mai diventate realtà.
Il progetto, che solo quindici anni prima sembrava avere un futuro certo, finì assieme al suo inventore nella fossa comune del ricordo — se si esclude qualche sporadica mostra sul lavoro dell’ingegnere italo-svizzero e una viuzza di campagna a suo nome, nei pressi dell’areoporto intitolato all’amato Leonardo Da Vinci.

Oggi suona particolarmente poco felice e quasi beffarda la profezia del re Vittorio Emanuele III, a cui il piano era stato esposto in udienza privata il 3 gennaio 1908. In quell’occasione il re, impressionato, aveva detto a Caminada: “Quando io sarò da molto tempo del tutto dimenticato, si parlerà ancora di lei“.

La frase, il motto che quest’uomo aveva ripetuto per tutta la vita rimane però attuale. In due semplici parole latine, racchiude ogni anelito, ogni tensione verso il limite umano, ogni desiderio d’esplorazione di ardite frontiere: Navigare necesse.

Per l’essere umano salpare verso nuovi orizzonti è, ancora e sempre, una necessità e un imperativo.

(Grazie, Emiliano!)

Le nozze dei nani

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Pietro il Grande, Zar e Imperatore di Russia, era un personaggio enigmatico e anticonvenzionale, ed aveva una passione per tutto ciò che era deforme. Fin da quando aveva ammirato, nel 1697, le famose collezioni anatomiche di Frederik Ruysch (su questo anatomista c’è un nostro articolo qui) aveva deciso di costruire una propria camera delle meraviglie che avrebbe ospitato le forme più curiose e impensabili partorite dalla Natura: una sorta di grandioso museo sulla conoscenza del mondo.

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La sua Kunstkamera, enorme wunderkammer che conteneva collezioni acquistate da Ruysch stesso, da Albertus Seba e da numerosi altri naturalisti e anatomisti, fu completata nel 1727. Vi trovavano posto innumerevoli esemplari di feti deformi, umani e animali, e tutto un campionario variegato di preparazioni anatomiche, minerali, e dei più disparati e rari reperti naturali. Ad un certo punto Pietro il Grande promulgò addirittura un editto, richiedendo alla popolazione di spedire al museo ogni feto malformato, da qualsiasi parte della Russia, affinché entrasse a far parte della sua collezione.

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Ma la sua passione per le curiosità umane era particolarmente accesa nei confronti delle persone affette da nanismo. All’epoca i nani erano presenti in tutte le corti europee, e venivano impiegati come giullari o come semplici oggetti di dileggio e divertimento vario. Dovevano stupire gli ospiti saltando fuori dalle torte appena portate in tavola, spesso nudi, o danzare sui deschi, cavalcare minuscoli pony, e via dicendo. Ai nostri occhi moderni tutto questo appare senza dubbio crudele, ma come al solito dovremmo cercare di calarci nel contesto dell’epoca: forse una vita simile, per quanto avvilente, era preferibile a quella, infinitamente più impietosa e feroce, che avrebbe atteso un nano al di fuori delle mura di corte.

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C’è da dire poi che alcuni dei “padroni” dei nani divenivano, com’è naturale, i più sinceri amici dei loro piccoli protetti: sembra per esempio che il famoso astronomo Tycho Brahe non si separasse mai dal suo nano di fiducia, divenuto una sorta di consigliere. Anche Pietro il Grande (che, detto per inciso, misurava più o meno due metri d’altezza) aveva il suo nano favorito e servitore fedele, Iakim Volkov, e per celebrare le sue nozze decise di mettere in scena uno dei matrimoni più indimenticabili della storia.

Lo Zar diede istruzioni al suo assistente Fyodor Romodanovsky di raccogliere tutti i nani residenti a Mosca e mandarli a San Pietroburgo. I “possessori” dei nani avrebbero dovuto vestirli a festa, con capi pregiati alla moda occidentale, riempiendoli di ninnoli e gioielli d’oro e parrucche da gran signori. Molte di queste piccole persone erano in realtà contadini e semplici paesani, dalle maniere tutt’altro che signorili.

Il giorno del sontuoso matrimonio, il corteo nuziale era formato da una settantina di nani in abiti e paramenti nobiliari, arrivati a San Pietroburgo su una carovana di pony: la cerimonia fu seguita da tutte le persone di normale statura fra risatine strozzate, colpi di gomito e sguardi increduli. Ma un serissimo Zar in persona celebrò le nozze, e pose delicatamente sul capo della piccola sposa la corona di fiori. Una volta giunti al banchetto, nel palazzo Menshikov, i nani vennero fatti accomodare ad alcuni tavoli in miniatura al centro della stanza, mentre tutte le altre tavolate erano disposte a cerchio intorno ad essi. Secondo i resoconti dell’epoca, le risate accompagnarono l’intera cena, mentre i nani si ubriacavano, cominciavano delle piccole risse, e i più vecchi e brutti ballavano sgraziatamente a causa delle gambe corte e storte.

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C’è qualcosa, però, di un po’ sospetto. Ricordiamo che Pietro il Grande aveva viaggiato nelle più raffinate corti d’Europa, e aveva cercato di modernizzare il suo Impero per renderlo più vicino e più conforme (almeno nelle sue intenzioni) alla progredita civilizzazione occidentale. E personalmente, attraverso il suo museo delle meraviglie, si era sempre adoperato per combattere l’idea antiquata che le anomalie fisiche fossero mostruose e spaventose: si trattava ai suoi occhi di sfortunati accidenti della natura, che uno spirito illuminato doveva riconoscere in quanto tali, senza per forza riderne o esserne terrorizzato. Allora, perché organizzare un matrimonio simile?

Al di là del puro intrattenimento che certamente avrà avuto la sua parte, secondo alcuni storici questa cerimonia, come tutti gli altri spettacoli farseschi che Pietro amava organizzare, mostrava un sostrato simbolico che forse non tutti erano in grado di cogliere. Era uno sberleffo in piena regola, ma non tanto rivolto contro i nani – quanto piuttosto contro la sua stessa corte di nobili. Pietro voleva mettere in scena una specie di specchio deformante, una caricatura vivente dei suoi ospiti di statura “normale”. Guardatevi!, sembrava dire quel grottesco matrimonio, siete dei lord e delle dame in miniatura, imbellettati e avvolti in raffinati abiti che però vi sono poco familiari. Siete ancora dei piccoli zotici che giocano a fare i “grandi”, gli “adulti”, e non vi accorgete che l’Europa ride di voi.

Che questa lettura dell’evento sia plausibile oppure no, il matrimonio suscitò comunque un certo scalpore, anche in tempi in cui di “politicamente scorretto” non si era ancora sentito parlare.