“Rachel”: tra favole e anatomia

L’ultima volta che ho parlato del mio amico e mentore Stefano Bessoni è stata quattro anni fa, in occasione dell’uscita del libro-cortometraggio Canti della Forca. Molte cose sono successe da allora. Stefano ha insegnato in innumerevoli corsi e workshop di stop motion in Italia e all’estero, pubblicando alcuni manuali sull’argomento (uno introduttivo, e un testo più tecnico diviso in primo e secondo livello); ma ha anche continuato la sua esplorazione della letteratura per ragazzi reinterpretando alcuni classici come Alice, Pinocchio, il Mago di Oz e la figura tradizionale di Mr. Punch / Pulcinella.

L’ultima fatica di Bessoni si chiama Rachel, un’opera entusiasmante per più di una ragione.

Innanzitutto, si tratta della nuova incarnazione di un progetto a cui Stefano lavora da decenni: quando lo conobbi – eoni fa – stava già cercando i finanziamenti per un film intitolato Il Paese delle Scienze Inesatte, la cui sceneggiatura ad oggi rimane fra le cose più genuinamente originali che io abbia mai letto.

Ambientato durante la Grande Guerra in un paese sperduto sulle coste dell’oceano, narrava la storia di un cercatore di meraviglie in un mondo fantastico; vi si aggiravano personaggi strampalati, ossessionati dalle scienze anomale e patafisiche (qualcuno ricorda lo splendido libro Forse Queneau?), tra fameliche wunderkammer, cacciatori di calamari giganti, anatomisti pazzi, taverne costruite all’interno di capodogli spiaggiati, botteghe di zoologia apocrifa, ventriloqui, spettri e homunculi.

Un vero e proprio compendio della poetica di Bessoni, nato dall’amore per le fiabe nere, per l’estetica delle camere delle meraviglie, per la filosofia naturale del Settecento e le ballate macabre di Nick Cave.

Oggi Stefano sta riportando in vita quel particolarissimo universo, e Rachel costituisce soltanto un tassello dell’impresa. Si tratta infatti del primo volume della tetralogia Le scienze inesatte che sarà pubblicata a cadenza semestrale, e che si arricchirà di tre titoli dedicati agli altri protagonisti della storia: Rebecca, Giona e Theophilus.

Rachel è una sorta di prequel, o di antefatto della vicenda vera e propria: è la storia di una strana e malinconica bambina che vive da sola in una casa sulla scogliera, con l’unica compagnia di alcuni improbabili amici immaginari. Ma una terribile rivelazione la aspetta…

Per quanto riletto attraverso la lente della fantasia, il personaggio è ispirato alla figura storica di Rachel Ruysch (1664-1750), figlia del celeberrimo anatomista fiammingo Frederik Ruysch (di cui ho già scritto).

Scrive Bessoni:

Si racconta che Rachel aiutasse il padre nelle sue preparazioni e che fosse anche molto brava. Testimonianza di questa inusuale attività infantile è la sua presenza in un famoso dipinto di Jan van Neck, dove, abbigliata come un maschietto, assiste il padre durante una lezione di anatomia sul corpo di un neonato. Rachel vestiva con pizzi e merletti da lei ricamati e decorava con fiori le creazioni anatomiche conservate in vetro, immerse in un liquido che Ruysch aveva battezzato liquor balsamicum, una mistura portentosa in grado di conservare nel tempo l’effimera bellezza delle cose morte; molti di questi preparati, oggi esposti nei musei, conservano ancora il colorito roseo della pelle e la morbidezza di un corpo vivo.

Ma il destino della vera Rachel fu diverso da quello immaginato nella mia storia. Una volta cresciuta abbandonò la medicina e l’anatomia, diventando una bravissima pittrice specializzata in nature morte e ritratti, una delle pochissime artiste dell’epoca di cui ci sia pervenuta notizia. Alcune delle sue opere sono conservate agli Uffizi e nella Galleria Palatina a Firenze.

Rachel Ruysch, Natura morta con cesto pieno di fiori ed erbe con insetti, 1711

Arrivato a questo punto, mi sento in dovere di fare una confessione: i libri di Bessoni per me sono sempre stati una bussola speciale. Ogni volta che mi sembra di non riuscire più a mettere a fuoco o trovare la direzione, mi basta prenderne uno in mano e di colpo le sue illustrazioni mi ricordano ciò che è davvero essenziale: perché l’opera di Stefano riflette una totale dedizione alla parte di sé che è capace di meravigliarsi. E una simile purezza è preziosa.

Basta guardare con quale amore vengono omaggiati, fra le pagine di Rachel, i favolosi diorami perduti di Ruysch; dietro le bambole anatomiche parlanti, le chimere, i bimbi sotto formalina, gli immancabili teschi di coccodrilli, non c’è traccia di sofisticazione né della “maniera” di un artista ormai riconosciuto. Si avverte soltanto uno sguardo di bambino che ancora brilla di emozione di fronte all’incanto, che è ancora in grado di riempirsi di visioni oniriche di rara bellezza — ad esempio le flotte di Zeppelin che solcano i cieli sopra alla scogliera dove vive la piccola Rachel.

Ecco perché sapere che il suo progetto più ambizioso e personale è ritornato alla luce mi riempie di entusiasmo.
E poi c’è un’ultima ragione.

Dopo tanti anni, e a partire da questi quatto libri, Le scienze inesatte è sul punto, stavolta per davvero, di trasformarsi anche in un vero e proprio lungometraggio di animazione stop motion. Attualmente in fase di sviluppo, il film sarà una coproduzione Francia-Italia, ed è già stato riconosciuto di interesse culturale dal MiBACT.

E chi non vorrebbe vedere questi personaggi, e questo mondo macabro e buffo, prendere vita sullo schermo?

Rachel di Stefano Bessoni è acquistabile a questo indirizzo.

Speciale: Krokodyle

Da bambini, tutti sognano di fare l’astronauta. Ma qualcuno sognava di diventare un becchino.

Se c’è un regista italiano che, per temi, dimostra una vera e propria “affinità elettiva” con il nostro blog, è Stefano Bessoni. Fin dai primi corti, le sue immagini pullulano di esemplari tassidermici, wunderkammer, bambole e preparati anatomici, scienze anomale, fotografie post-mortem, e tutto quell’universo macabro e straniante che caratterizza in buona parte anche Bizzarro Bazar. Ma la lente attraverso cui Bessoni affronta questi argomenti è pesantemente influenzata dalle fiabe, Alice e Pinocchio sopra a tutte, filtrate dalla sua vena di visionario illustratore.

Dopo il suo esordio al lungometraggio con Imago Mortis nel 2009, segnato da mille traversie produttive (ma qualcuno ricorderà anche il precedente Frammenti di Scienze Inesatte, mai distribuito), Bessoni ritorna quest’anno a una dimensione indie che gli è forse più congeniale. Se infatti Imago Mortis, pur contando su un notevole dispiego di mezzi, aveva sofferto di alcuni compromessi, il suo nuovo Krokodyle si propone come visione “pura” e totalmente svincolata da pressioni commerciali.

Gli elementi più apprezzati del film precedente, vale a dire la cura per i dettagli fotografici e scenografici, le atmosfere gotiche e macabre, la riflessione metacinematografica, si ritrovano anche in Krokodyle, nonostante la decisione di operare in low-budget e assoluta indipendenza artistica. Bessoni costruisce qui una specie di scrigno di “appunti di lavoro” che testimonia della varietà e profondità dei temi a cui attinge la sua fantasia. Se in Imago Mortis trovavamo la fascinazione per lo sguardo, i teatri anatomici, le favole nere, in Krokodyle il protagonista Kaspar Toporski (alter ego del regista, interpretato da Lorenzo Pedrotti) si trova a “raccogliere” in una collezione virtuale tutte le sue più grandi passioni: l’amore per le stanze delle meraviglie, l’animazione  in stop-motion, la fotografia (ancora), l’esoterismo più grottesco e fumettistico, le creature magiche medievali (mandragole e homunculi), la frenologia, l’archeologia industriale, la letteratura… e, infine, il cinema. Il cinema visto come necessità ed estasi, libertà assoluta di inquadrare “con il cuore e con la mente”, vero e proprio processo alchemico capace di infondere vita a un mondo immaginario.

In esclusiva per Bizzarro Bazar, ecco un’intervista a Stefano Bessoni.

Con Krokodyle ritorni a una dimensione più indipendente – meno soldi e più libertà espressiva. In quale dimensione ti senti più a tuo agio? Cosa trovi di positivo e negativo nelle due differenti esperienze produttive?

L’ideale sarebbe avere tanti soldi e la completa libertà espressiva, ma questa è un’ovvietà. Mi trovo sicuramente molto più a mio agio nella dimensione indipendente, anche se non è possibile farlo senza trovare un minimo di finanziamento e un rientro economico che permetta almeno di coprire i costi del film. Lavorare per il cinema commerciale è invece massacrante, per non dire avvilente, ti annullano le idee e tutta la creatività costringendoti a lavorare come se fossi comunque un indipendente, limitandoti brutalmente il budget destinato all’aspetto visivo ed espressivo, per poi gettarti in pasto al pubblico senza farsi troppi scrupoli. Certo mi auguro che non sia sempre così e che magari, trovando i produttori giusti, si possa anche lavorare in sintonia su un prodotto che possa sposare esigenze commerciali ed espressive. Comunque mi piacerebbe molto continuare a lavorare da indipendente, assieme ai miei amici fidati di Interzone Visions (produttori di Krokodyle), sognatori e visionari come me, cercando però di mettere in piedi budget soddisfacenti per produrre film particolari, di ricerca visiva, ma allo stesso tempo accattivanti per il grosso pubblico.

È inevitabile che qualsiasi cosa tu faccia venga rapportata al cinema italiano. All’uscita di Imago Mortis erano stati citati Bava, Margheriti, e (forse a sproposito) Argento. In Krokodyle “rispondi” dichiarando il tuo amore per Wenders e Greenaway. Dove sta la verità?

La verità è che io ho iniziato a fare cinema guardando autori come Greenaway, Wenders, Jarman, Russell, poi ho scoperto il cinema espressionista tedesco e quello surrealista, l’universo fantastico di Svankmajer e dei fratelli Quay, insieme al grottesco di Terry Gilliam e di Jean Pierre Jeunet, infine mi sono lasciato contaminare da una buona dose di cinema di genere, avvicinandomi in questi ultimi anni a figure come Guillermo del Toro. Gli autori ai quali mi accomunano non li conosco nemmeno bene, li ho visti di sfuggita quando ero bambino e non credo che mi abbiano mai influenzato più di tanto.

Krokodyle si presenta fin da subito come un oggetto particolare, un “contenitore di appunti”. In questo senso sembra un film estremamente personale, quasi pensato per riorganizzare e fissare alcune tue idee in modo permanente. Ma un film deve anche saper incuriosire ed emozionare il pubblico, non può essere ad esclusivo “uso e consumo” di chi lo fa. Come hai mediato questi due aspetti? Come si concilia l’onestà di una visione con i compromessi commerciali?

Krokodyle è indubbiamente un film molto personale. Un film per me necessario per permettermi di fare il punto della situazione sulle mie idee e sulla mia condizione di filmmaker diviso tra indipendenza e cinema commerciale. Penso comunque che anche qualcosa di estremamente personale, se raccontato con fantasia e vivacità, possa destare l’interesse del pubblico. In fondo si dice che si dovrebbe raccontare solamente quello che si conosce molto bene, ed io ho fatto esattamente questo.

Hai spesso parlato del cinema come wunderkammer. Al giorno d’oggi, cos’è che ti provoca meraviglia?

Tante cose mi meravigliano, cose che magari altri non degnerebbero neanche di attenzione. Un animaletto rinsecchito, un insetto, una macchia d’umidità su un muro, un ferro arrugginito, un tratto di matita che lascio su un foglio quasi casualmente. Mi meravigliano le immagini e tutti gli espedienti e le tecniche per catturarle o crearle. Mi meraviglia il cinema, che considero la mia personale camera delle meraviglie, e trovo peculiare che la macchina da presa venga spesso chiamata camera.

Il film è stato in parte realizzato a Torino. Come è stato girare al Nautilus?

Il Nautilus è un posto che adoro. Ogni volta che vado a Torino non posso fare a meno di andarci e di intrattenermi per ore con il mio amico Alessandro Molinengo, perdendomi tra le mille curiosità e stranezze di quella bottega meravigliosa. Lì dentro si respirano le ossessioni degli antichi costruttori di wunderkammer, si percepiscono le perversioni di strambi sperimentatori scientifici e riaffiorano nella mente le descrizioni delle Botteghe color cannella di Bruno Schulz. In parte l’idea iniziale di Krokodyle è partita proprio dentro a quella bottega tanto macabra quanto bizzarra. Girarci è stato come girare a casa… a parte il terrore di rompere qualche reperto dal valore inestimabile!

Krokodyle, come altri tuoi lavori, è mosso da passione enciclopedica, e stupisce per quantità e ricchezza di riferimenti “alti” – letterari, cinematografici, scientifici, magico-esoterici. Eppure il tutto è filtrato da una leggerezza e un sorriso quasi infantili. Quanto è importante l’umorismo per te?

L’umorismo per me è fondamentale, soprattutto se parliamo di un ironia tendente al grottesco e al mondo dell’infanzia. Sono pervaso da una forte dose di umorismo nero che inevitabilmente riverso in ogni lavoro che faccio, che sia un film, un’illustrazione o uno scritto. È un temperamento molto più nordico, anglosassone e lontano dal modo di fare tipicamente italiano. Infatti vengo normalmente visto come un folle o un degenerato, come uno che rema controcorrente, uno da biasimare e allontanare, che mai riuscirà a comprendere le gioie e le delizie della commedia italiana più mainstream, dove calcio, doppi sensi, peti, tette e culi sono ingredienti prelibati per “palati raffinati”.

Gli attori nel film sembrano ben integrati e assolutamente a proprio agio nel tuo mondo. Eppure, recitare in Krokodyle dev’essere stato un po’ come entrare nella tua testa, e far finta di esserci sempre stati. Ok, mi dirai, sono attori… come li hai introdotti in questa realtà macabra e straniante? Che domande ti hanno fatto? Quali difficoltà hanno incontrato?

Non è stato facile, ma sono tutti attori che mi conoscono molto bene e che avevano già lavorato su Imago Mortis. Hanno accettato con entusiasmo di lavorare su Krokodyle proprio per aiutarmi a raffigurare personaggi estremamente intimi. Abbiamo lavorato molto, affrontato lunghe discussioni, e ho pensato a loro fin dalla fase di scrittura, proprio per avere il totale controllo dell’operazione. Somigliano anche ai miei disegni e non fatico a riconoscerli come qualcosa di estremamente familiare, di “mio”. Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto.

In Italia l’idea diffusa è che il cinema debba riflettere la realtà, la condizione sociale, parlare insomma di problemi concreti. In una delle immagini più poetiche di Krokodyle, il protagonista fa partire una macchina da presa tenendola vicino all’orecchio, finché il ronzìo del trascinamento della pellicola non copre e annulla il rumore del traffico e dei clacson fuori dalla finestra. Il cinema è per te una fuga dalla realtà? Ti senti in colpa per le tue fantasticherie o le rivendichi orgogliosamente? Insomma, l’esotismo è una vigliaccheria o un diritto?

In colpa? Assolutamente no! Ne sono consapevole ed orgoglioso. L’esotismo, come lo definisci tu, è un privilegio, un dono, un’illuminazione. Io mi sento un fortunato. E poi, sembra strano dirlo, ma per me Krokodyle è un film sulla realtà, sulla realtà che io vivo tutti i giorni. La realtà è fatta di mille sfaccettature e quella che un certo cinema si ostina a propinare è solamente una piccola parte, forse quella più evidente. Basta saper osservare, ascoltare, per scovare un infinità di livelli di realtà che non ci sognavamo minimamente che potessero esistere. Anche gli specchi in fondo non sempre riflettono la realtà, basta pensare a quello che è successo ad Alice. Per concludere vorrei citare una frase di Jean Cocteau proprio a proposito di questo: “gli specchi farebbero bene a riflettere prima di rimandarci la nostra immagine…”

[vimeo http://www.vimeo.com/22233126]

Ricordiamo che il film è in uscita nelle edicole in DVD a partire da metà giugno, in allegato con la rivista Dark Movie, contenente uno special di 16 pagine interamente dedicato al film.

Ecco il blog di Stefano Bessoni, e il sito ufficiale di Krokodyle.

Il Teatro-Balena

Ogni bambino adora pensare a Giona nel ventre del grande pesce. Così come il Barone di Münchhausen nella balena, o Pinocchio nel pescecane, dimorare per qualche tempo all’interno di uno di questi enormi animali marini è un’idea fantastica che ha ispirato artisti e scrittori di ogni epoca.

Bene, potete immaginare cosa stiamo per raccontarvi. Sì, qualcuno ha davvero vissuto all’interno di un pesce. Anzi, ci ha costruito un teatro.

Quest’uomo è Simon-Max, un tenore francese di opera buffa che visse a cavallo tra ‘800 e ‘900. Si esibiva principalmente a Parigi, ma con il successo i suoi affari si diversificarono e nel 1893 era già proprietario di un casinò a Villerville, una cittadina costiera della Bassa Normandia.

Proprio nel 1893, giunse la notizia che una balena si era spiaggiata nei dintorni della cittadina. Non era un fatto poco comune che le balene si spiaggiassero sulla costa della Normandia a causa delle basse maree, come testimonia questa cartolina dello stesso anno.

Simon-Max acquistò la balena dai pescatori, e rivendette l’olio e la carne ricavati dall’animale. Poi decise che con la pelle avrebbe fatto qualcosa di completamente inedito. Costruì un teatro-museo all’interno della pelle del cetaceo.

Le dimensioni esibite nei manifesti pubblicitari dell’epoca sono ovviamente esagerate, ma danno l’idea di cosa potessere essere il teatro. Il pubblico entrava dalla bocca della balena, assisteva allo spettacolo nella sala interna che poteva contenere quasi cento persone, e poi usciva da una porticina praticata nella coda. Questa attrazione, chiamata da tutti Théatre-Baleine, fruttò parecchio a Simon-Max e per un anno rese celebre la cittadina di Villerville. Il tenore si esibiva all’interno della balena in uno spettacolo intitolato Jonas Revue (“Giona rivisitato”), che ottenne un grosso successo.

Il Teatro-Balena fu poi trasferito al Casino di Parigi, e l’inverno seguente venne completamente distrutto in un incendio.

Münchhausen