Il sarto volante

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Fra tutti i sogni umani, quello del volo è stato per millenni il più grandioso e irraggiungibile. E affinché riuscissimo a staccarci dal suolo, e librarci al di sopra della terra a cui sembravamo condannati, sono stati necessari incalcolabili sacrifici, innumerevoli vite perdute nel tentativo testardo di liberarsi dalla forza di gravità. Questi individui coraggiosi e spavaldi, entusiasticamente proiettati verso il futuro, sperimentarono per primi macchine volanti non perfezionate, spesso con risultati catastrofici: uomini pronti a rischiare la pelle perché la posta in gioco travalicava i confini della loro singola esistenza. L’attrattiva di “scrivere la storia”, di cambiare l’uomo e allargare l’orizzonte delle sue possibilità è il motore stesso dell’esistenza, per gli appartenenti alla stirpe di Icaro.

Allo stesso tempo, c’era chi si industriava per rendere questi tentativi di volo più sicuri, progettando i primi sistemi di salvataggio. Nel 1910, a sette anni dal primo volo dei fratelli Wright, i pionieri ai comandi dei velivoli a motore rischiavano ancora grosso. In caso di incidente, non esisteva nessun tipo di paracadute perfettamente funzionante: era morte pressoché sicura.

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Certo, l’idea esisteva già dalla fine del XVIII secolo, da quando Louis-Sébastien Lenormand (fisico e inventore) si era gettato con successo dalla torre dell’osservatorio di Montpellier utilizzando una specie di ombrellone costituito da un telaio in legno su cui era tesa della stoffa. Nel 1907 Charles Broadwick, esperto pilota di mongolfiere, mise a punto un prototipo del paracadute come lo conosciamo oggi: ripiegato in uno zaino, con tanto di corda statica per la sua apertura. Il 18 febbraio 1911, dalla Torre Eiffel venne lanciato un manichino che, grazie al paracadute di Broadwick, atterrò senza problemi.

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E qui entra in scena Franz Reichelt, il nostro eroe, viennese trapiantato in Francia. Reichelt non era né uno scienziato, né un provetto aviatore: era un semplice sarto. La sua boutique di abiti femminili al numero 8 di Rue Gaillon era piuttosto popolare fra le signore austriache che visitavano Parigi, ma a partire dal luglio del 1910 giacche e vestiti avevano lasciato il posto a un’altra, ben più nobile ossessione. Reichelt aveva deciso di iscrivere il suo nome negli annali del volo, sviluppando una tuta-paracadute, cioè un vestito che avrebbe contenuto già al suo interno il sistema di salvataggio.

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I primi tentativi furono incoraggianti: Reichelt gettò ripetutamente dal suo balcone al quinto piano dei manichini che indossavano la sua tuta, ed ecco che, spiegando le ali, atterravano dolcemente al suolo. Ma quando fu il momento di convertire questo prototipo in una versione praticabile per l’uomo, il sarto incontrò diverse difficoltà. La tuta pesava ben 70 chili: forse proprio a causa di questo peso eccessivo, l’Aéro-Club di Francia giudicò la vela (cioè la calotta frenante) non abbastanza resistente, e si rifiutò di testare il suo progetto. I tecnici che lo valutarono provarono anche a dissuadere Reichelt dal proseguire le sue ricerche, ma il sarto non voleva sentire ragione.

Il 1911 fu un anno denso di frustrazioni: nonostante Reichelt continuasse a modificare il design della sua tuta, i manichini su cui conduceva i suoi lanci di prova finivano invariabilmente per fracassarsi al suolo. In un paio di occasioni il sarto provò in prima persona il suo paracadute, saltando da un’altezza di 8-10 metri: la prima volta lo salvò un covone di fieno, la seconda si ruppe una gamba.

La tuta, dopo costanti perfezionamenti, pesava ora 25 chili e la vela era stata ampliata da 6 m² a 12 m². Perché diamine, allora, continuava a non funzionare? Per Reichelt, le sue abilità di designer non erano in discussione: l’insuccesso doveva – per forza – essere imputabile alla scarsa altezza da cui erano stati eseguiti i test. A suo dire, cadendo da soli 10 metri, il vestito non aveva nemmeno il tempo di prendere contatto con l’aria; ci voleva un salto molto più vertiginoso.
A forza di solleciti e domande ufficiali, Reichelt riuscì infine ad ottenere l’autorizzazione di sperimentare il suo paracadute lanciando un manichino dalla prima piattaforma della Torre Eiffel. Ma il suo piano segreto era ben più spettacolare.

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Nonostante l’esaltato e pomposo annuncio che Reichelt aveva fatto alla stampa qualche giorno prima, la mattina del 4 febbraio 1912 soltanto una trentina di persone si presentarono all’appuntamento. Di fronte a qualche personalità dell’aeronautica interessata alle questioni della sicurezza e agli scarsi giornalisti radunati sotto la Torre, Reichelt scese dalla macchina impettito, con addosso la sua tuta. La mostrò orgoglioso agli astanti: ormai era arrivato a diminuirne il peso fino a 9 chilogrammi, e l’apertura della vela era di ben 30 m². Tutti pensarono che l’inventore indossasse la sua creazione soltanto per illustrarne al meglio le caratteristiche; si accorsero però ben presto che Reichelt non aveva alcuna intenzione di utilizzare dei manichini, ma che voleva saltare lui stesso dalla piattaforma. Riporterà il quotidiano Le Gaulois: “Ci si stupì un po’ di non vedere il manichino annunciato […]. D’altronde, in materia di aviazione, non si è forse abituati a tutte le prodezze, a tutte le sorprese?”

Gli amici presenti cercarono di dissuaderlo, ma senza alcuna fortuna. “Voglio tentare io stesso l’esperimento, senza trucchi, per provare il valore della mia invenzione”, ripeteva. Di fronte alle pressanti obiezioni tecniche di un aeronauta esperto di sicurezza, Reichelt tagliò corto sorridendo: “Vedrete come i miei 62 chili e il mio paracadute daranno alle vostre critiche la più decisa delle smentite”. La fede dell’austriaco nella sua creazione era totale, incrollabile: con calma assoluta e buon umore, diede ordine affinché venisse delimitata e barricata, fra i quattro pilastri della torre, una zona sufficiente al suo atterraggio. Infine salì le scale fino alla piattaforma. Fotografi e operatori erano pronti a immortalare l’impresa eroica.

Alle 8:22 Reichelt montò su uno sgabello posto in cima ad un tavolo del ristorante; controllò l’equipaggiamento, lanciò in aria un pezzetto di carta per misurare la forza del vento. Fu preda allora di un inaspettato momento di esitazione. Rimase apparentemente indeciso per una quarantina di secondi: a cosa stava pensando?
Infine, con un ultimo sorriso, mise un piede sul parapetto e si gettò nel vuoto, a 57 metri dal suolo.

Il paracadute si attorcigliò immediatamente attorno al suo corpo, mentre precipitava, e la sua caduta libera durò una manciata di secondi. Reichelt si schiantò sul lastricato ghiacciato. Questa la descrizione del Figaro:

L’urto fu terribile; un colpo sordo, di una brutalità furiosa. All’impatto, il corpo rimbalzò e ricadde.
Ci si precipitò a soccorrerlo. La fronte insanguinata, gli occhi aperti, dilatati dal terrore, le membra spezzate. François Reichelt non dava più segni di vita.
Qualcuno si sporse, cercò di sentire il cuore. Era fermo.
Il temerario inventore era morto.
Allora la vittima, frantumata e disarticolata, venne sollevata; fu caricata su un autotaxi e il povero corpo fu trasportato a Laënnec.

La tragedia venne filmata da alcune cineprese. Ecco le immagini originali.

Oltre al danno, però, per Reichelt rimaneva ancora la beffa, ancorché postuma.
A sua insaputa, infatti, qualche mese prima era già andato a buon fine, oltreoceano, un salto da un aereo statunitense con paracadute senza telaio fisso; come non bastasse, in Russia Gleb Kotelnikov si era da poco assicurato il brevetto per il suo paracadute richiudibile, e il mese successivo l’avrebbe ottenuto anche per la Francia.

Mentre precipitava verso il selciato, il “sarto volante” non poteva sapere che la sua invenzione era già stata superata; dunque, se non altro, perì nella convinzione di aver tentato un’impresa inaudita.

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E qui esce di scena Franz Reichelt, il nostro eroe, un po’ folle ma impavido e temerario – o almeno così sarebbe stato ricordato, se soltanto il suo congegno avesse funzionato. Il lancio di Reichelt produsse, all’impatto, un avvallamento di 15 centimetri d’altezza nell’asfalto; non lasciò purtroppo alcun segno nella storia dell’aviazione.

Robert Liston

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L’uomo, sudato e terrorizzato, non smette di lamentarsi per il dolore, mentre due energumeni lo tengono fermo sul tavolo operatorio. Dalle gallerie superiori, gli studenti di medicina si sporgono per vedere meglio: la gamba del paziente è spezzata, l’osso esposto e la ferita in suppurazione. Di colpo, con grande fracasso, si aprono le porte del teatro anatomico ed entra il chirurgo. Indossa un grembiule di cuoio reso ormai rigido dalla quantità di sangue che l’ha intriso negli anni – un indumento che è uno status symbol perché dimostra l’esperienza di chi lo porta, ed induce rispetto e reverenza, in quegli anni in cui di “sterilità” e “germi” non si è ancora sentito parlare.
Il chirurgo si dirige velocemente al tavolo, impugna un enorme coltello e si rivolge al pubblico: “Cronometratemi, signori – chiede con voce stentorea e teatrale – cronometratemi!”. Gli studenti tirano fuori tutti assieme i loro orologi da tasca.

Di colpo il coltello affonda nel polpaccio dell’uomo, che urla come un forsennato, mentre il chirurgo taglia velocemente la sua carne. Il dottore in pochi secondi ha esposto la tibia, per non perdere tempo serra il coltello insanguinato fra i denti, e con la destra afferra una grossa sega con cui comincia a lavorare sull’osso, mentre il terribile rumore riecheggia, assieme alle grida del paziente, nel teatro ovale. Dopo un po’ di avanti e indietro con la sega, la gamba si stacca. Il chirurgo la butta in un secchio colmo di segatura, e comincia immediatamente a ricucire la ferita. Appena taglia l’ultimo filo, scatta l’applauso e si controllano gli orologi: l’operazione è durata soltanto due minuti e mezzo.

Forse pensate che questa scena sia frutto di fantasia, e che quel chirurgo sia un macellaio. Invece il suo nome è Robert Liston (1794-1847), ed è stato uno dei più importanti medici mai esistiti.

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Fra il ‘700 e l’800 la medicina moderna era ancora agli albori, non esistevano misure sanitarie sicure e la mortalità dei pazienti, per forza di cose, era altissima. In questo quadro, la rapidità dell’operazione chirurgica era di vitale importanza: perdere anche soltanto qualche secondo poteva significare condannare il paziente a morte certa per emorragia (oltre che prolungare il suo dolore, visto che non c’era anestesia). Certo, le condizioni igieniche fuori e dentro la sala operatoria erano tali che il poveretto sarebbe quasi certamente morto qualche giorno dopo di cancrena o varie infezioni. Ma almeno aveva qualche possibilità in più.

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Liston era uno dei chirurghi più veloci dei suoi tempi. Secondo alcune fonti era riuscito a rimuovere un arto in 28 secondi, un’impresa eccezionale, tanto che i testimoni raccontavano che passare dal coltello alla sega era per lui questione di un unico, armonico movimento. Certo, questa sua rapidità non poteva essere sempre associata alla precisione e talvolta Liston si rese protagonista di alcuni clamorosi errori. Una volta amputò una gamba in due minuti e mezzo, ma nell’entusiasmo asportò anche i testicoli del paziente.

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Ma forse il più famigerato incidente avvenne durante un’operazione nella quale per sbaglio, nell’agitare il coltello, recise le dita al suo assistente, e tagliò attraverso il vestito di un distinto spettatore: anche se non era stato ferito, quest’ultimo ebbe un infarto dallo spavento e crollò morto; l’assistente e il paziente morirono in seguito di cancrena. Questa incredibile tragedia è passata alla storia come l’unica operazione chirurgica che abbia mai avuto una mortalità del 300%.

Per ridimensionare questo ritratto che rischia di apparire caricaturale, ricordiamo però che soltanto uno su dieci dei pazienti di Liston morirono sul tavolo operatorio, quando la media dell’epoca era di uno su quattro. Medici meno esperti e veloci di lui rischiavano di rendere il dolore davvero insopportabile per il paziente, che spesso lottava e non di rado si liberava dalla stretta dei medici e scappava a metà dell’operazione.

Robert Liston
Nonostante la teatralità delle sue operazioni, Liston ci viene descritto come severo ma eticamente irreprensibile, “immancabilmente caritatevole verso i poveri e gentile con i malati”, tanto da attirarsi le ire dei suoi colleghi della Edinburgh Royal Infirmery perché si permetteva di operare quei pazienti che loro avevano giudicato senza speranza. Lo osteggiarono e lo fecero addirittura trasferire, ma questo si rivelò la sua fortuna, poiché ottenne l’invidiabile posto di professore di chirurgia allo University College Hospital.

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Al di là dei tratti più coloriti e grotteschi, però, l’importanza di Liston non si limita ai record di tempestività. Inventò alcuni strumenti chirurgici, tra cui alcuni forcipi ancora in uso oggi, scrisse diversi saggi fondamentali, ma soprattutto fu il protagonista della prima, epocale anestesia praticata in Europa. Nel 1846, un anno prima della sua morte, Liston entrò nella sala dove sarebbe stato operato un certo Frederick Churchill, e invece di gridare il suo usuale “cronometratemi, signori!”, disse: “Oggi proveremo un nuovo stratagemma Yankee per rendere gli uomini insensibili”. Il suo collega, il dottor William Squire, mise un tubo sulla bocca di Churchill in modo che potesse respirare l’etere, e lo addormentò. Liston operò il ginocchio dell’uomo in soli 25 secondi. Quando Churchill si svegliò, a quanto si racconta, chiese al dottore quando sarebbe cominciata l’operazione, provocando l’ilarità e lo stupore generale.

L’etere verrà sostituito, nel corso del ‘900, con sostanze dagli effetti collaterali meno nocivi; ma l’episodio testimonia la dedizione al lavoro e la lungimiranza di Liston, disposto per primo in Europa a sperimentare proprio quella nuova tecnica che avrebbe reso la sua famosa destrezza meno essenziale e, in definitiva, sorpassata.

Ecco la voce di Wikipedia (in inglese) su Robert Liston.

Korla Pandit

Nel 1948, la televisione era nata da poco ma già migliaia di persone ne possedevano una. Quello fu l’anno in cui, negli Stati Uniti, cominciò la prima vera e propria programmazione televisiva, e fra i vari spettacoli offerti da questa magica e strana scatola delle meraviglie ce n’era uno davvero unico: lo show di Korla Pandit.

Chi all’epoca era bambino, e per la prima volta accese la televisione in quell’anno, lo ricorda ancora: occhi magnetici, turbante bianco impreziosito di rubini, sorriso dolce ed enigmatico, dita affusolate e abilissime. Di quest’uomo dai lineamenti indiani si conosceva molto poco, la sua vita era già un mistero. Si diceva fosse nato a Nuova Delhi, figlio di un brahmino e di una cantante lirica francese, e che avesse in seguito abbandonato l’India per studiare musica in Inghilterra, e infine a Chicago. Durante  il suo spettacolo, intitolato Korla Pandit’s Adventures In Music, egli suonava un organo Hammond e un pianoforte a coda Steinway (spesso contemporaneamente) proponendo particolari arrangiamenti di melodie esotiche e mediorientali. Il suo modo di utilizzare l’Hammond in maniera “percussiva” gli permetteva di eseguire da solo la base ritmica, rendendolo un vero e proprio one-man-band.

Ma non erano soltanto le sue abilità pianistiche ad affascinare gli spettatori. Certo, le atmosfere romantiche e misteriose delle sue melodie erano pressoché inedite per l’epoca; e facevano la loro parte anche le scenografie arabeggianti puntellate di orchidee, con nubi rischiarate dalla luna che venivano proiettate alle spalle del musicista… eppure l’elemento vincente era proprio l’alone di mistero che circondava Korla. Durante lo show, egli non pronunciava mai una sola parola. Comunicava attraverso il “linguaggio universale della musica”, come avvertiva la voce narrante nell’introduzione. E, soprattutto, guardava in camera, verso gli spettatori, con un misto di serenità e saggezza, ma anche di malizia… lo sguardo penetrante di un mago che conosce i segreti della seduzione, e sa usare le note per aprire qualsiasi cuore femminile.

E, infatti, sembra che molte donne fossero letteralmente impazzite per quegli occhi sibillini. Si dice che gli spedissero regali sempre più costosi, in una vera e propria frenesia d’amore. Con il suo sguardo magnetico, Korla di certo sapeva sfruttare il potere ancora sconosciuto della scatola magica, la televisione. La leggenda vuole che migliaia di padri spaventati, e di mariti furibondi, si fossero convinti che Pandit stesse davvero ipnotizzando, attraverso la TV, le consorti e le figlie. Scrissero rabbiose lettere all’emittente KTLA, fino a spingere la rete a cancellare lo show dell’indiano. Nel 1953 Korla Pandit, all’apice della popolarità, viene licenziato dall’emittente. Passerà il resto della vita nell’anonimato, dando lezioni di musica, suonando in piccoli club, inaugurando concessionari d’auto e supermarket. Nessuno più si ricorda di lui, tranne Tim Burton che nel 1994, per il film Ed Wood, gli affida un cameo/omaggio nel ruolo di se stesso. Negli ultimi anni della sua vita, trova un piccolo ritorno di carriera grazie ai revival di musica lounge ed esotica, ma ormai si sta facendo anziano: la leggenda svanisce.

Eppure pochi sanno che quella leggenda nasconde un sorprendente segreto. Korla non è affatto indiano. Era nato a St. Louis, nel Missouri, ed era afroamericano: si chiamava John Roland Redd. A quell’epoca, per un uomo di colore non era facile sfondare nello show business; così nel 1948, assieme alla moglie Beryl (artista dello studio Disney), decise di inventarsi un personaggio che potesse essere maggiormente accettato e, al contempo, abbastanza misterioso da avere successo. E fa la mossa giusta: la televisione, ai suoi albori, aveva già di per sé una qualità magnetica che oggi non possiamo nemmeno immaginare, e lo show di Korla faceva leva su questo magnetismo, innalzandolo ai massimi livelli, e portando in migliaia di case una dimensione di sogno, sensuale e romantica, un’atmosfera magica e sospesa.

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Korla Pandit muore nel 1998, all’ipotetica età di 77 anni: ipotetica, perché quando glielo chiedevano rispondeva sempre, con un enigmatico sorriso, di avere intorno ai 2000 anni.

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Il sito dedicato a Korla Pandit.