La scacchiera e la Nera Signora

Pochi giochi si prestano alla metafora filosofica come gli scacchi.
Le due armate, una oscura e l’altra luminosa, si affrontano da millenni in eterno scontro. Una lotta astratta, di perfezione matematica, in cui il “terribile amore per la guerra” dell’Uomo viene iscritto in una griglia ortogonale solo superficialmente rassicurante.
La scacchiera nasconde infatti un’impossibile vertigine combinatoria, un’infinità di varianti. Tocca non lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità dello schema (la stima delle possibili partite è un numero da capogiro), e ricordarsi del Faraone che accettando di pagare un chicco di grano sulla prima casella e di raddoppiarlo per le successive si ritrovò sul lastrico.

La battaglia dei 32 pezzi sulle 64 caselle ha ispirato, al di là delle ovvie allegorie marziali, diversi componimenti poetici che tracciano un’analogia tra la scacchiera e l’universo intero, e tra le pedine e la condizione umana.
La più antica e celebre è una delle quartine del Rubaiyyát di ʿUmar Khayyām (1048–1131):

Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera di giorni e notti,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.

Quest’idea di Dio che muove gli uomini a suo piacimento sulle caselle è già piuttosto inquietante; Jorge Luis Borges la moltiplicò in una regressione ad infinitum, con una geniale struttura “a cannocchiale”, domandandosi se perfino Dio non fosse pezzo inconsapevole di una scacchiera più ampia:

E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.

Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
è prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.

Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Questa partita cosmica ci interroga naturalmente sulla questione del libero arbitrio, ma si iscrive anche nel più ampio contesto del memento mori e della Morte livellatrice. Che siamo Re o Alfieri, torri o semplici pedine; che si combatta per i Bianchi o per i Neri; che il nostro esercito vinca o perda — il vero esito della battaglia è comunque segnato. Si finirà tutti riposti nella cassetta dei pezzi, nella “fossa comune del tempo“.

Non sorprende dunque che la Morte personificata si sia a più riprese seduta alla scacchiera con l’Uomo.

Nelle raffigurazioni più antiche lo scheletro era dipinto come crudele e pericoloso, pronto a ghermire l’ignaro passante con la violenza; a partire dal tardo medioevo con la Danza Macabra (e la possibile fusione con la figura bretone di Ankou, inquietante ma non malevola) ritroviamo invece lo scheletro disarmato e pacifico, perfino danzante, in una festa carnascialesca che, se da un lato ricorda l’inevitabile destino, funge anche da esorcismo.

Che la Morte concedesse una partita a scacchi, dunque, si accordava con quest’idea più positiva rispetto ai temi iconografici antecedenti (trionfo, Giudizio Universale, incontro con i vivi, ecc.). Di più: il fatto che il Mietitore potesse ora essere addirittura sfidato, suggerisce la nascita di un atteggiamento tipico del pensiero rinascimentale.


Anche nelle raffigurazioni della partita a scacchi con la Morte infatti, come nella Danza Macabra, non ci sono

allusioni o simboli che direttamente riportino il pensiero alla presenza apocalittica della religione o alla necessità dei suoi riti; non ci sono elementi che suggeriscano per esempio la necessità di ricevere, nell’atto finale, gli estremi conforti di un sacerdote o l’assoluzione come viatico per l’al di là, sottolineando così ancor di più il senso d’impotenza dell’uomo. È un uomo, quello ritratto nelle figurazioni di Danza Macabra, che si vede inserito nel mondo e riconosce di essere artefice del cambiamento della sua realtà, non solo quella personale ma anche quella sociale, in una prospettiva storica.

(A. Tanfoglio, Lo spettacolo della morte… Quaderni di estetica e mimesi del bello nell’arte macabra in Europa, Vol. 4, 1985)

Quello che fa le sue mosse contro la Morte, quindi, non è già più un uomo medievale, ma moderno.
Più tardi a questo gioco verrà sconfitto il Diavolo stesso: secondo il folklore, lo scacchista cinquecentesco Paolo Boi (detto Il Siracusano) giocò un giorno una partita con un misterioso sconosciuto che fuggì inorridito nel momento in cui sulla scacchiera i pezzi disegnarono la forma di una croce…

Ma l’episodio forse più interessante risale a tempi molto recenti, al 1985.
Un certo Dr. Wolfgang Eisenbeiss e un suo conoscente decisero di organizzare una partita a scacchi del tutto particolare: si sarebbe disputata tra due grandi maestri, uno vivo e uno morto.
Lo svolgimento del gioco sarebbe stato possibile grazie a Robert Rollans, un medium “affidabile” e profano degli scacchi (per non inquinare il risultato).
La strana combriccola trovò presto il giocatore vivo disposto a tentare l’esperimento, il grande maestro internazionale Viktor Korchnoi; fu un po’ più complicato mettersi in contatto con lo sfidante, ma il 15 giugno la tenzone fu accettata dallo spirito di Géza Maróczy, morto più di trent’anni prima il 29 maggio 1951.
Anche comunicare le mosse e le contromosse fra i due avversari, tramite la scrittura automatica del sensitivo, prese più tempo del previsto. La partita durò ben 7 anni e 8 mesi, finché il fantasma di Maróczy non gettò la spugna, alla sua 47esima mossa.

Questa partita “soprannaturale” testimonia come il valore simbolico degli scacchi sia sopravvissuto al passare dei secoli.
Uno dei giochi più antichi del mondo continua a fornire ispirazione alla fantasia umana, dalla letteratura (Attraverso lo specchio di Carroll è costruito su un enigma scacchistico) alla pittura, dalla scultura alla misteriologia (potevano gli scacchi non avere un ruolo anche nella mitologia di Rennes-le-Château?).
E di volta in volta i 64 quadrati sono stati usati ad emblema di schermaglie amorose, di sfide politiche, o della grande guerra fra il Bianco e il Nero, quella con se stessi, che ha luogo sulla scacchiera dell’anima.

Si tratta in definitiva di un fascino ambiguo, duplice.
La scacchiera propone un campo di battaglia finito, certo, razionalista. La vita come un insieme di decisioni strategiche, di leggi e movimenti prevedibili. Ci piace pensare che la partita abbia un suo rigore e un senso logico.
Eppure ogni gioco è precario, e c’è sempre la possibilità che il vero “finale di partita” ci colga impreparati, a tradimento, come successe al Faraone:

CLOV (sguardo fisso, voce bianca):
Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
(Pausa).
I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

(Grazie, Mauro!)

Macchine viventi: gli automi fra natura e artificio

Articolo a cura di Laura Tradii
University of Oxford,
MSc History of Science, Medicine and Technology

In una delle Operette Morali meno conosciute, il grande Leopardi immagina una proposta di premi annunciata dalla fittizia Accademia dei Sillografi. Essendo il diciannovesimo secolo “l’età delle macchine”, e disperando di migliorare l’essere umano, l’Accademia premierà gli inventori di tre automi, descritti in un parossismo di amara ironia. Il primo dovrà essere una macchina capace di fare le parti di un amico fidato, che non parli alle spalle dell’amico assente, e che non scompaia nel momento del bisogno. La seconda macchina dovrà essere un “uomo artificiale a vapore” programmato per compiere atti virtuosi, mentre la terza sarà una donna fedele. Data la grande varietà di automi in circolazione, Leopardi afferma, tali opere non dovrebbero risultare difficili.

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, gli automi (o automati, dal greco automaton, “che si muove da sé”) erano divenuti una vera mania in Europa, soprattutto nei circoli nobiliari. Già in tempi molto più antichi, automi idraulici venivano spesso installati nei giardini dei palazzi per divertire i visitatori. Jessica Riskin, autrice di vari scritti sugli automati e la loro storia, descrive i marchingegni che si trovavano nel castello francese di Hesdin nel quattordicesimo e quindicesimo secolo:

tre personaggi che sputano acqua e bagnano i passanti”; una “macchina per inzuppare le signore quando ci passano sopra”; un “meccanismo [engien] che, quando i suoi pomelli vengono toccati, colpisce in faccia quelli che vi si trovano sotto e li ricopre di bianco o nero [farina o polvere di carbone].1

26768908656_4aa6fd60f9_o

26768900716_9e86ee1ded_o

Nel quindicesimo secolo, sempre secondo Riskin, l’Abbazia di Boxley (Kent) esibiva un Gesù meccanico azionato tirando fili. Il Gesù borbottava, batteva le palpebre, muoveva mani e piedi, annuiva e poteva sia sorridere che divenire accigliato. In quest’epoca, il fatto che gli automati richiedessero l’intervento umano, anziché muoversi da soli come suggerito dall’etimologia, non era visto come un trucco, ma come “una necessità”, dato che ciò che contava era creare l’illusione del movimento.2

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, invece, ingegneri e meccanici cercarono di creare automi che, una volta caricati, si muovessero per conto proprio. Questo cambiamento può essere contestualizzato in un’epoca in cui, a partire dal tardo settecento/inizio ottocento, le teorie meccanicistiche si erano andate diffondendo. Secondo tali teorie, la natura poteva essere concepita in termini fondamentalmente meccanici, come un grande marchingegno le cui dinamiche e processi non erano molto differenti da quelle di una macchina. Secondo Cartesio e altri, infatti, un’unica filosofia meccanica poteva spiegare le azioni sia degli esseri viventi che dei fenomeni naturali.3
Inventori ed ingegneri cercarono dunque di comprendere e replicare artificialmente i movimenti di animali ed esseri umani, e miriadi di automi fecero la loro comparsa in Europa.

L’anatra meccanica costruita da Vaucanson é un ottimo esempio di questo tentativo. Con questo automa, Vaucanson si proponeva di replicare il meccanismo della digestione: l’animale mangiava semi, li digeriva, e li defecava. In realtà, l’automa si limitava a simulare questi meccanismi, e le feci erano preparate in anticipo. Il cigno argentato costruito da John Joseph Merlin (1735-1803), invece, imitava con un realismo impressionante i movimenti dell’animale, che muoveva (e muove tutt’ora) il collo una disinvoltura sorprendente. Tramite sottili tubetti di vetro, Merlin riuscì addirittura a ricreare artificialmente i riflessi dell’acqua su cui il cigno sembrava fluttuare.

Il Suonatore di Flauto di Vaucanson, invece, suonava un flauto vero, soffiando aria nello strumento grazie a polmoni meccanici e muovendo le dita. All’inizio del Novecento, inoltre, un modellino con le sembianze di Napoleone venne esibito nel Regno Unito: il pupazzetto respirava, ed era coperto di un materiale che imitava la consistenza della pelle. La sua esibizione alla Dublin’s Royal Arcade veniva pubblicizzata così: una “splendida Opera d’Arte” che “produce una sorprendente imitazione della natura umana, nella sua Forma, Colore, e Consistenza, animata dall’atto della Respirazione, dalla Flessibilità degli Arti, dall’Elasticità della Pelle, tale da indurre a pensare che questa piacevole e meravigliosa Figura sia un essere vivente, pronto ad alzarsi e parlare“.4

Il tentativo di ricreare processi naturali artificialmente includeva altre funzioni oltre al movimento. Nel 1779, l’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo indisse un concorso per meccanizzare la più umana di tutte le facoltà, il linguaggio, premiando chi avesse costruito una macchina capace di pronunciare le vocali. Kempelen, l’inventore del famoso Giocatore di Scacchi, costruì nel 1791 una macchina che pronunciava 19 consonanti (almeno stando a quanto affermava Kempelen stesso).5

In virtù di questo tentativo di imitare, comprendere e ricreare meccanicamente il mondo naturale, gli automati si trovano al centro della tensione fra artificio e natura che da secoli anima il pensiero occidentale. Il tentativo di non solo manipolare, ma perfezionare l’ordine naturale, tipico della wunderkammer o del laboratorio alchemico, trova espressione nell’automato, ed è questa presunzione che Leopardi commenta con sarcasmo. Per Leopardi, come per alcuni suoi contemporanei, l’idea che l’essere umano possa migliorare ciò che la natura ha già creato perfetto è una nozione estremamente dannosa. La tradizionale narrativa di progresso, per cui uno stato più elevato di benessere può essere ottenuto attraverso la tecnologia, che separa l’essere umano dal crudele stato della natura, è ribaltata da Leopardi tramite la sua critica degli automi. Con il suo proverbiale ottimismo, Leopardi sostiene che tutto ciò che ci allontana dalla natura può solo causare sofferenza, e l’autore critica dunque l’idea che il miglioramento della condizione umana si possa ottenere tramite la meccanizzazione e modernizzazione.

A questa critica si aggiunge il timore che l’uomo divenga vittima della sua stessa creazione, un timore diffuso durante la Rivoluzione Industriale. Lo scrittore romantico Jean Paul (1763-1825), ad esempio, usa gli automati in una satira della società del tardo ottocento, immaginando un mondo distopico in cui le macchine vengono utilizzate per controllare i cittadini e per adempiere a ogni minima funzione: per masticare cibo, per fare musica, e perfino per pregare.6

Le metafore meccaniche diffuse nel settecento per descrivere il funzionamento dello stato, concepito come un macchinario composto da vari ingranaggi – o istituzioni, acquisiscono qui una connotazione distopica, divenendo la manifestazione di un ordine burocratico, meccanico, e dunque disumanizzante. È interessante constatare come osservazioni di questo tipo ricorrano oggi nei dibattiti sull’Intelligenza Artificiale, e come, citando Leopardi, si palesi un futuro in cui ”in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine [verranno] a comprendere oltre le cose materiali, anche le spirituali”.

Un futuro molto più vicino di quanto pensiamo, dato che la tecnologia sta già modificando in direzioni inedite il nostro modo di vivere, la nostra concezione di noi stessi ed il nostro ruolo nell’ordine naturale.

____________

[1]  Jessica Riskin, Frolicsome Engines: The Long Prehistory of Artificial Intelligence.
[2]  Grafton, The Devil as Automaton: Giovanni Fontana and the Meanings of a Fifteenth-Century Machine, p.56.
[3]  Grafton, p.58.
[4]  Jennifer Walls, Captivating Respiration: the “Breathing Napoleon”.
[5]  John P. Cater, Electronically Speaking: Computer Speech Generation, Howard M. Sams & Co., 1983, pp. 72-74.
[6]  Jean Paul, 1789. Discusso in Sublime Dreams of Living Machines: the Automaton in the European Imagination di Minsoo Kang.

Il mago del pallone

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
dall’altruismo, dalla fantasia.

(F. De Gregori, La leva calcistica della classe ’68, 1982)

Carlos Henrique Raposo, detto “Kaiser”, attivo negli anni ’80 e ’90, giocò in undici squadre di calcio, fra cui Vasco da Gama, Flamengo, Fluminense e Botafogo in Brasile, Ajaccio in Corsica e Puebla in Messico.
Undici squadre professionistiche, e zero gol in carriera.
Sì, perché Carlos Henrique Raposo, detto “Kaiser”, fingeva di essere un giocatore. E in realtà era un illusionista.

Nato nel 1963 da una famiglia povera, come tanti altri ragazzini brasiliani Carlos sognava il riscatto di una vita lussuosa e di successo. Aveva provato a fare il calciatore, ma senza grandi risultati; eppure il fisico, muscoloso e possente, era quello giusto, tanto che spesso veniva scambiato per un calciatore professionista. Fu intorno ai vent’anni che Carlos comprese chiaramente quale fosse la sua missione nella vita: “volevo essere un giocatore, senza dover giocare“.
E allora, ecco che decise di affidarsi proprio al coraggio, all’altruismo e alla fantasia.

Coraggio
La faccia tosta di certo non mancava a Carlos “Kaiser”. Frequentatore assiduo della vita notturna di Rio, riuscì a stringere ottimi rapporti con tutta una serie di celebri calciatori (Romário, Edmundo, Bebeto, Renato Gaúcho e Ricardo Rocha che lo definirà “il più grande baro del football brasiliano“) a cui offriva i suoi favori e le sue conoscenze per organizzare feste e incontri. In cambio, cominciò a chiedere ai suoi amici di essere incluso come integrazione nelle trattative per i loro trasferimenti.
Bisogna tenere conto che a metà degli anni ’80 non esisteva ancora internet e recuperare informazioni su un calciatore era piuttosto difficile: Carlos era però presentato con toni entusiastici da giocatori insospettabili, che gli permisero di ottenere il suo primo contratto da professionista (tre mesi di prova) nel Botafogo. Da qui comincia una carriera, costantemente nelle retrovie ma comunque retribuita con compensi relativamente alti, e un incredibile gioco di finzione durato più di vent’anni.

kaiser-renatogaucho-pauloroberto

Altruismo
Prima di tutto, era essenziale guadagnarsi la fiducia dei compagni, la loro copertura e benevolenza.
Quando venivo a conoscenza dell’hotel che ci avrebbe ospitato, mi recavo lì con due o tre giorni d’anticipo. Affittavo camere per dieci donne nell’albergo, in modo che anziché scappare di nascosto io e i miei compagni potessimo semplicemente scendere le scale per divertirci“.
Era poi importante assicurarsi qualche articolo nei giornali, a supporto di un talento che non esisteva. Anche questo non era un problema per il “Kaiser”, grazie alle sue esperienze mondane: “ho una facilità incredibile nello stringere amicizia con le persone. Conoscevo bene molti giornalisti di quel tempo, trattavo tutti bene. Qualche regalo, qualche informazione interna potevano aiutare e loro ricambiavano parlando del ‘grande calciatore’ “.

Fantasia
Una volta ottenuto il contratto appoggiandosi alle negoziazioni per altri giocatori, scattava la seconda parte del piano di Carlos: come riuscire a restare nella squadra senza che l’allenatore si accorgesse che lui non sapeva nemmeno tirare un pallone? La soluzione di Carlos era semplice e geniale – guadagnare più tempo possibile.
Inizialmente si dichiarava fuori forma e annunciava di dover seguire un allenamento speciale, deciso da un fantomatico personal trainer. Passava dunque le prime due-tre settimane a correre a bordo campo, senza partecipare agli allenamenti della squadra. In seguito, quando proprio non poteva più rimandare la sua presenza in campo, chiedeva a un compagno di entrare in maniera scorretta su di lui durante una partita di allenamento e di infortunarlo. Altre volte faceva tutto da solo, fingendo uno strappo muscolare, che in quegli anni era difficile da verificare: “facevo dei movimenti strani durante l’allenamento, mi toccavo il muscolo e me ne stavo 20 giorni in infermeria. A quel tempo non esisteva la risonanza magnetica. I giorni passavano, ma avevo un amico dentista che mi faceva dei certificati dicendo che avevo problemi fisici. E così, passavano anche i mesi…
In questo modo, giocando zero minuti in ogni stagione, saltava di squadra in squadra. “Firmavo sempre il contratto di rischio, il più corto, normalmente di sei mesi. Ricevevo i bonus e me ne andavo in infermeria”. Spesso, visto che anche l’immagine era essenziale, si faceva vedere mentre parlava in inglese con un enorme telefono cellulare (vero e propro status symbol) con qualche manager straniero deciso a proporgli chissà quale posizione di spicco. Peccato che le sue conversazioni in inglese maccheronico non avessero senso, e che il cellulare fosse un giocattolo.

Tornato in Brasile, nel Bangu, la montatura di Carlos rischiò di finire per aria. L’allenatore, a sorpresa, decise di convocarlo per la partita della domenica e a metà del secondo tempo lo mandò a riscaldarsi a bordo campo. Vista la mala parata, e il disastro imminente di un esordio, Carlos reagì con una trovata davvero eccezionale: d’un tratto, si mise a fare a botte con un tifoso avversario. Espulsione diretta. Quando negli spogliatoi si trovò di fronte l’allenatore infuriato, gli fece credere di aver agito per difendere l’allenatore stesso:  “Dio mi ha dato un padre e me l’ha tolto. Ora che Dio mi ha dato un secondo padre, non posso permettere che nessuno lo insulti”. Il tutto si risolse dunque con un commosso bacio in fronte e il rinnovo del contratto.
Altro colpo di genio fu quello del suo esordio nell’Ajaccio, in Corsica. Il nuovo calciatore brasiliano fu accolto in maniera inaspettata: “lo stadio era piccolo, ma era gremito di gente in ogni posto. Pensavo che dovessi solo farmi vedere dalla folla e salutare, poi vidi moltissimi palloni in campo e capii che ci saremmo dovuti allenare. Ero nervoso, si sarebbero resi conto che non sapevo giocare al mio primo giorno“. Così Carlos decise di tentare il tutto per tutto con un ennesimo escamotage. Entrò in campo, e cominciò a scaraventare tutti i palloni in tribuna, salutando e baciando la maglietta. I fan andarono in visibilio, guardandosi bene dal ritirare in campo i preziosi palloni toccati dal piede del nuovo annunciato campione. Esauriti i palloni, la squadra dovette procedere a un allenamento strettamente fisico, che Carlos poteva seguire senza problemi.

Realtà e menzogne
Dopo una carriera terminata al Guarany, a 39 anni, Carlos Henrique Raposo si ritirò dalle scene con un totale di circa 20 presenze in circa vent’anni (i numeri sono confusi), tutte terminate in anticipo per infortunio. Ma anche con una storia meravigliosa da raccontare.
E qui sta l’unico problema: praticamente tutti gli aneddoti più eclatanti di questa impresa mistificatoria vengono, guardacaso, dalla bocca dello stesso “Kaiser”. Certo, i suoi ex-colleghi corroborano l’immagine di un giovane che sopperiva alla mancanza di abilità calcistica con una immensa dose di sicurezza e spavalderia: “è un grande amico, una persona squisita. Peccato che non sappia neanche giocare a carte. Aveva un problema con il pallone, non l’ho mai visto giocare in nessuna squadra. Ti racconta storie di partite, però non ha mai giocato la domenica alle quattro di pomeriggio al Maracanà, ve lo posso assicurare! In una gara di bugie contro Pinocchio vincerebbe Kaiser”, ha dichiarato Ricardo Rocha.
E allora, quando questo Pinocchio emerge dall’oscurità per raccontare la sua “verità”, perché dovremmo credergli?

Forse perché è bello farlo. Forse perché la storia di un uomo senza qualità, un Signor Nessuno, che si inventa d’essere un campione, truffando le grandi società calcistiche che oggi spesso sono al centro di scandali di mercato, è un po’ una rivincita per procura che di sicuro fa sorridere diversi appassionati. Forse perché la sua incredibile vicenda, umanamente, è degna di un film.

Nel frattempo, Carlos è tutt’altro che pentito: “se mi fossi impegnato di più, avrei potuto spingermi ancora oltre nel gioco“.
Non nel gioco del calcio, s’intende, ma nel suo gioco di prestigio.

Rubberdoll: nei panni di una bionda

Vi sono talvolta delle estreme frange dell’erotismo che prestano il fianco ad una facile ironia. Eppure, appena smettiamo di guardare gli altri dall’alto in basso o attraverso il filtro dell’umorismo, e cerchiamo di comprendere le emozioni che motivano certe scelte, spesso ci sorprendiamo a riuscirci perfettamente. Possiamo non condividere il modo che alcune persone hanno elaborato di esprimere un disagio o un desiderio, ma quei disagi e desideri li conosciamo tutti.

Parliamo oggi di una di queste culture underground, un movimento di limitate dimensioni ma in costante espansione: il female masking, o rubberdolling.

article-2565884-1BBF77C100000578-390_306x423

article-2565884-1BBF77BA00000578-747_306x423

15090430562_496960d21d_b

15118766580_c79d86c53d_b
Le immagini qui sopra mostrano alcuni uomini che indossano una pelle in silicone con fattezze femminili, completa di tutti i principali dettagli anatomici. Se il vostro cervello vi suggerisce mille sagaci battute e doppi sensi, che spaziano da Non aprite quella porta alle bambole gonfiabili, ridete ora e non pensateci più. Fatto? Ok, procediamo.

I female masker sono maschi che coltivano il sogno di camuffarsi da splendide fanciulle. Potrebbe sembrare una sorta di evoluzione del travestitismo, ma come vedremo è in realtà qualcosa di più. Il fenomeno non interessa particolarmente omosessuali e transgender, o perlomeno non solo, perché buona parte dei masker sono eterosessuali, a volte perfino impegnati in serie relazioni familiari o di coppia.
E nei costumi da donna non fanno nemmeno sesso.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, il travestimento.
L’evoluzione delle tecniche di moulding e modellaggio del silicone hanno reso possibile la creazione di maschere iperrealistiche anche senza essere dei maghi degli effetti speciali: la ditta Femskin ad esempio, leader nel settore delle “pelli femminili” progettate e realizzate su misura, è in realtà una società a conduzione familiare. In generale il prezzo delle maschere e delle tute è alto, ma non inarrivabile: contando tutti gli accessori (corpo in silicone, mani, piedi, maschera per la testa, parrucca, riempitivi per i fianchi, vestiti), si può arrivare a spendere qualche migliaio di euro.
Per accontentare tutti i gusti, alcune maschere sono più realistiche, altre tendono ad essere più fumettose o minimaliste, quasi astratte.

Cattura

Cattura2

Alla domanda “perché lo fanno?”, quindi, la prima risposta è evidentemente “perché si può”.
Quante volte su internet, in televisione, o sfogliando una rivista scopriamo qualcosa che, fino a pochi minuti prima, nemmeno sapevamo di desiderare così tanto?
Senza dubbio la rete ha un peso determinante nel far circolare visioni diverse, creare comunità di condivisione, confondere i confini, e questo, nel campo della sessualità, significa che la fantasia di pochi singoli individui può incontrare il favore di molti – che prima di “capitare” su un particolare tipo di feticismo erano appunto ignari di averlo inconsciamente cercato per tutta la vita.

Trasformarsi in donna per un periodo di tempo limitato è un sogno maschile antico come il mondo; eppure entrare nella pelle di un corpo femminile, con tutti gli inarrivabili piaceri che si dice esso sia in grado di provare, è rimasto una chimera fin dai tempi di Tiresia (l’unico che ne fece esperienza e, manco a dirlo, rimase entusiasta).
Indossare un costume, per quanto elaborato, non significa certo diventare donna, ma porta con sé tutto il valore simbolico e liberatorio della maschera. “L’uomo non è mai veramente se stesso quando parla in prima persona – scriveva Oscar Wilde ne Il Critico come Artista –, ma dategli una maschera e vi dirà la verità“. D’altronde lo stesso concetto di persona, dunque di identità, è strettamente collegato all’idea della maschera teatrale (da cui esce la voce, fatta per-sonare): questo oggetto, questo secondo volto fittizio, ci permette di dimenticare per un attimo i limiti del nostro io quotidiano. Se un travestito rimane sempre se stesso, nonostante gli abiti femminili, un female masker diviene invece un’altra persona – o meglio, per utilizzare il gergo del movimento, una rubberdoll.

Secrets-of-the-Living-Dolls

15017381596_12bdd57c4c

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Nel documentario di Channel 4 Secret Of The Living Dolls, questo sdoppiamento di personalità risulta estremamente evidente per uno dei protagonisti, un pensionato settantenne rimasto vedovo che, avendo ormai rinunciato alla ricerca di un’anima gemella, ha trovato nel suo alter ego femminile una sorta di compensazione platonica. Lo vediamo versare abbondante talco sulla pelle in silicone, indossarla faticosamente, applicare maschera e parrucca, e infine rimirarsi allo specchio, rapito da un’estasi totale: “Non riesco a credere che dietro questa donna bellissima vi sia un vecchio di settant’anni, ed è per questo che lo faccio“, esclama, perso nell’idillio. Se nello specchio vedesse sempre e soltanto il suo corpo in deperimento, la vita per lui sarebbe molto più triste.
Un altro intervistato ammette che il suo timore era quello che nessuna ragazza sexy sarebbe mai stata attratta da lui, “così me ne sono costruito una“.

Alcuni female masker sono davvero innamorati del loro personaggio femminile, tanto da darle un nome, comprarle vestiti e regali, e così via. Ce ne sono di sposati e con figli: i più fortunati hanno fatto “coming out”, trovando una famiglia pronta a sostenerli (per i bambini, in fondo, è come se fosse carnevale tutto l’anno), altri invece non ne hanno mai parlato e si travestono soltanto quando sono sicuri di essere da soli.
Provo un senso di gioia, un senso di evasione“, rivela un’altra, più giocosa rubberdoll nel documentario di Channel 4. “Lo faccio per puro divertimento. È come l’estensione di un’altra persona dentro di me che vuole soltanto uscire e divertirsi. La cosa divertente è che la gente mi chiede: cosa fai quando ti travesti? E la risposta è: niente di speciale. Alle volte mi scatto semplicemente delle foto da condividere sui siti di masking, altre volte mi succede soltanto di essere chi voglio essere per quel giorno“.

article-2565884-1BBF77DD00000578-428_634x514

15277214355_d32957bb06_o

15137317252_54d52030e5_o

14844506297_d84be79e67_o
Al di fuori delle comunità online e delle rare convention organizzate in America e in Europa, il feticismo delle rubberdoll è talmente bizzarro da non mancare di suscitare ilarità nemmeno all’interno dei comuni spazi dedicati alle sessualità alternative. Un feticismo che non è del tutto o non soltanto sessuale, ma che sta in equilibrio fra inversione di ruoli di genere, travestitismo e trasformazione identitaria. E una spruzzatina di follia.
Eppure, come dicevamo all’inizio, se la modalità adottata dai female masker per esprimere una loro intima necessità può lasciare perplessi, questa stessa necessità è qualcosa che conosciamo tutti. È il desiderio di bellezza, di essere degni d’ammirazione – della propria ammirazione innanzitutto -, la sensazione di non bastarsi e la tensione ad essere più di se stessi. La voglia di vivere più vite in una, di essere più persone allo stesso tempo, di scrollarsi di dosso il monotono personaggio che siamo tenuti a interpretare, pirandellianamente, ogni giorno. È una fame di vita, se vogliamo. E in fondo, come ricorda una rubberdoll in un (prevedibilmente sensazionalistico) servizio di Lucignolo, “noi siamo considerati dei pervertiti. […] Ci sono moltissime altre persone che fanno di peggio, e non hanno bisogno di mettersi la maschera“.

15073996787_2c9cb667d8_o

Ecco l’articolo di Ayzad che ha ispirato questo post. Se volete vedere altre foto, esiste un nutritissimo Flickr pool dedicato al masking.

Bambini adulti

Parliamo nuovamente di parafilie. Questa volta affrontiamo una di quelle pratiche BDSM che sembrano talmente improbabili da risultare “finte” o “esagerate”. Eppure sono cose che avvengono realmente, forse più frequentemente di quanto saremmo portati a pensare. Guardate il filmato qui sotto.

Quest’uomo che è vestito e si comporta come un bambino di pochi mesi è un appassionato di infantilismo parafilico. Se lo definiamo appassionato di, e non affetto da, è perché nella psicologia moderna è in atto una sorta di “rivalutazione” delle cosiddette parafilie. Oggi risulta più evidente che certe pratiche non hanno alla base una vera e propria patologia comportamentale o mentale, ma sono spesso paragonabili a terapeutici giochi di ruolo. Secondo alcuni psicologi, quindi, non andrebbe enfatizzato il carattere deviante di certi interessi, quanto piuttosto il loro aspetto giocoso. Resta il fatto che vedere un adulto scimmiottare gli atteggiamenti di un bebè può far ridere a prima vista, e inquietare in un secondo momento. Cerchiamo quindi di capire qualcosa di più sugli adult babies, come amano definirsi i devoti di questo genere di pantomima.

Bisogna innanzitutto distinguere l’infantilismo parafilico dal feticismo per il pannolone. Quest’ultimo è semplicemente il desiderio di indossare il pannolone senza una reale necessità, ma non implica automaticamente comportamenti puerili ed è riconducibile ad una più generica fissazione per certi capi di vestiario. Queste persone, che amano indossare il pannolone regolarmente, sono chiamati amanti del pannolone (diaper lovers, o DL). I “bambini adulti”, invece, sono attratti da una vera e propria regressione totale allo stadio infantile: non soltanto pannoloni, quindi, ma ciucci, biberon, peluche, lettini con le sbarre e tutto l’armamentario normalmente riservato ai neonati. (Gli adult babies sono, nel gergo, contrassegnati dalla sigla AB, mentre quelli che amano entrambi i “filoni” sono denominati AB/DL). La maggioranza degli AB sono maschi ed eterosessuali.

Chiariamo anche un altro punto: nessun “bambino adulto” va accomunato alla pedofilia, in alcun modo. Gli AB non hanno desiderio nei confronti dei bambini, vogliono soltanto diventare bambini. Secondo alcuni studiosi, gli AB non sarebbero spinti verso simili comportamenti da una vera e propria libido, e non ci sarebbe in definitiva granché di sessuale nei loro giochi. Per qualcuno si tratta di liberarsi completamente da ogni costrizione comportamentale: essere liberi, sereni, senza sovrastrutture, completamente istintivi. Per altri si tratta di rivivere esperienze infantili, seppure idealizzate ed idilliache. Per altri ancora, lo scopo è trovare l’amore materno mai provato, o ancora avvertire quel misto di eccitazione e vergogna che si prova quando “gli altri scoprono che ti sei fatto la pipì addosso”. Ovviamente i gusti individuali variano considerevolmente, e ogni AB predilige certi accessori o determinate situazioni specifiche.

Un’altra distinzione che conviene fare è quella fra infantilismo e anaclitismo: quest’ultimo è un bisogno di appoggio che rende il soggetto sessualmente stimolato da oggetti con cui ha avuto un contatto durante l’infanzia. Se per esempio da bambino sono stato più volte esposto, in specifici momenti, al velluto, da adulto potrei sviluppare un feticismo per questo tipo di tessuto. L’infantilismo parafilico si differenzia da questo bisogno, in quanto si riferisce normalmente a una sorta di “archetipo” del mondo infantile. Gli AB si trovano a loro agio con le farfalle appese al soffitto, gli orsacchiotti e i ciucci colorati, il borotalco e i seggioloni, indipendentemente dal fatto che questi oggetti abbiano avuto un reale significato nella loro storia individuale.

Rileggendo le righe precedenti, ci rendiamo conto che abbiamo segnalato tutto ciò che i bambini adulti non sono. Purtroppo esistono pochi studi scientifici su questa parafilia, anche perché pochi sono i soggetti che cercano cure specialistiche per questa loro “passione”. Restano quindi ancora nebulosi alcuni interrogativi che sorgono spontanei: si può rintracciare una causa più o meno comune per questo comportamento? L’eccitazione che gli AB provano è puramente mentale o anche sessuale? Cosa spinge un uomo ad esercitarsi per mesi al fine di diventare incontinente? Perché alcuni AB nascondono la loro ossessione, mentre altri la esibiscono anche in coda al supermercato?

Se vi interessa indagare questo stravagante mondo, il sito Understanding Infantilism può essere un buon inizio (a patto che mastichiate l’inglese). Un altro buon articolo (sempre in inglese) che cerca di delineare un fedele identikit dell’infantilismo si può trovare qui.