R.I.P. Leonard Cohen

Aveva visto il futuro. Aveva conosciuto la tenebra e la luce. Aveva sempre osservato il mondo senza sconti, con una sincerità talvolta crudele perfino con se stesso, non esitando a farci parte dei suoi fallimenti. Aveva anche compreso come siano proprio quelle ferite che portiamo dentro di noi, a permettere la bellezza.
Negli ultimi tempi, dava l’idea di un uomo che si preparava alla morte spogliandosi delle sue maschere, ad una ad una.
È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. Sappi che ti sono così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia.” Così scriveva pochi mesi fa a Marianne Ihlen, la musa che aveva l’ispirato  e che si trovava in quei giorni sul letto di morte.

Il percorso di Leonard Cohen è stato tormentato, in perenne precario equilibrio fra i due estremi dello spettro dell’esperienza: vizio ed estasi, depressione e misticismo, eccessi e frugalità, cinismo e romanticismo.
Eppure sarebbe vano cercare di rintracciare nelle sue parole una qualsiasi indulgenza o presunzione. Guardatevi una sua qualsiasi intervista, e vedrete una modestia quasi imbarazzata (la sua leggendaria insicurezza gli diede in effetti non pochi problemi con le esibizioni dal vivo), e la gentilezza di chi è consapevole della pena di essere vivi.

Era questo il fulcro delle sue poesie, e della sua musica. La qualità liturgica di molti suoi testi era forse per lui il registro più naturale per affrontare il problema della sofferenza, ma non esitava a contaminarla con elementi profani. In effetti la sua è sempre stata una ricerca sintetica, un tentativo di conciliare gli opposti che aveva vissuto: e si traduceva anche in un paziente lavoro di condensamento sulla parola (cinque anni per scrivere Hallelujah, dieci per Anthem). Lo scopo era giungere il più possibile vicino alla perfezione della semplicità.
Arrivare a versi come questo, capace di riassumere in un breve tocco l’idea più autentica di amore: “Tu va’ per la tua strada / me ne andrò anch’io per la tua“.

Questa necessità di trascendenza aveva portato il “piccolo ebreo” innamorato della Cabala a sperimentare diversi sentieri spirituali, fino a rinchiudersi in un monastero Zen — e non da “turista”, ci rimase sei anni. Salvo comprendere infine, come confessava nell’ultimo singolo pubblicato, che i suoi demoni erano sempre stati vergognosamente borghesi e noiosi.

Già, quell’ultimo gioiello nero, You Want It Darker; una sorta di testamento o di preparazione alla fine.
Un cupo dialogo tra l’uomo-Cohen, l’Uomo di ogni epoca e latitudine, e un Dio con cui è impossibile il vero compromesso (“Se tu sei il banco, abbandono il gioco / Se tu sei il guaritore, allora io sono debole e spezzato / Se tua è la gloria, a me lasci la vergogna“); un Dio che si rifiuta di tendere la sua mano verso l’uomo, lasciandolo perduto nell’inferno che gli è stato preparato (“un milione di candele accese per un aiuto che non è mai arrivato“).
Un Dio freddo ed enigmatico dal cui mistero scaturisce perfino il Male, tanto che tutto l’orrore sembra nascere dal Suo ordine imperscrutabile: se Dio vuole questa Terra un po’ più oscura, noi uomini, pronti, “soffochiamo la fiamma“.
Ed è in questo desolante affresco che, come un fiato finale, come un’estrema preghiera, arriva quello straziante hineni. “Eccomi“, la parola pronunciata da Abramo mentre si accingeva a sacrificare suo figlio per conto del Signore.
Sono pronto“, sussurra Leonard.

Forse era davvero, finalmente, pronto.

Mr. Tambourine Man

Ah, ma ero così vecchio allora,

Adesso sono molto più giovane.

(Bob Dylan)

Oggi Bob Dylan conclude il suo settantesimo viaggio attorno al sole. Un poeta d’altri tempi, un cantastorie, un artista fra i più sinceri e meno inclini ai compromessi, pronto a deludere i fan pur di mantenere la sua integrità. Un uomo che, con una trilogia di album dal ’64 al ’66 ha cambiato il volto della cultura mondiale, e che ha firmato almeno un disco fondamentale ad ogni decennio successivo. La sua influenza sulla musica rock è incalcolabile. Sì, direte, ma cosa c’entra con lo “strano, macabro, meraviglioso”?

Bizzarro Bazar è stato definito da alcuni lettori un “compagno notturno”, un piccolo blog per le ore piccole, da sfogliare quando insonni cerchiamo quello stupore che soltanto la notte può regalarci. Ecco, il nostro personale ringraziamento al vecchio zio Bob è per quel suo commovente inno all’incanto e alla sospensione notturna, quel vero e proprio scrigno di meraviglie nottambule che è Mr. Tambourine Man. Se anche avesse scritto soltanto quella canzone, gliene saremmo eternamente debitori.

MR. TAMBOURINE MAN

Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Non ho sonno e non c’è nessun posto dove andare
Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Nel mattino tintinnante io ti seguirò

Sebbene io sappia che l’impero della sera è ritornato sabbia
Svanito dalle mie mani
Lasciandomi qui cieco ma ancora insonne
La mia stanchezza mi meraviglia, sono fisso sui miei piedi
Non ho nessuno da incontrare
E l’antica strada vuota è troppo morta per sognare

Portami in viaggio sulla tua magica nave turbinante
I miei sensi sono spogli, le mie mani non sentono la presa
Le dita dei miei piedi troppo intorpidite per camminare
Aspettano solo che i tacchi dei miei stivali comincino a vagabondare
Sono pronto per andare ovunque, sono pronto a svanire
Nella mia parata personale
Lancia il tuo incantesimo danzante su di me
Prometto che lo accetterò

Se anche puoi sentire delle risate piroettare, dondolare follemente verso il sole
Non sono indirizzate a nessuno, stanno solo scappando di corsa
E tranne che per il cielo, non troveranno barriere
E se senti vaghe tracce di mulinelli di rime saltellanti
Al tempo del tuo tamburino, non è altro che un lacero pagliaccio
Non gli presterei alcuna attenzione, vedi bene che è solo
un’ombra quella che sta inseguendo

E infine fammi scomparire tra gli anelli di fumo della mia mente
giù nelle brumose rovine del tempo, lontano dalle foglie gelate
Dai paurosi alberi infestati dai fantasmi, fino alla spiaggia ventosa,
Lontano dalla presa perversa del folle dolore
Sì, a danzare sotto il cielo diamante con una mano che fluttua libera
Stagliato contro il mare, circondato dalle sabbie del circo,
Con tutti i ricordi ed il destino persi al fondo delle onde
Lascia che io dimentichi l’oggi fino a domani

Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Non ho sonno e non c’è nessun posto dove andare
Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Nel mattino tintinnante io ti seguirò