Wunderkammer Reborn – Parte II

(Seconda e ultima parte – potete trovare la prima qui.)

Nell’Ottocento, le grandi wunderkammer scomparvero.
Le collezioni finirono disassemblate, vendute ai privati o integrate nei nascenti musei moderni. La scienza, disciplina ormai ben definita, perse interesse per il genere di meraviglia barocca di un tempo, forse ritenuta puerile rispetto alla più seria e impegnata prospettiva positivista.
Il collezionismo continuò in maniera sporadica e del tutto marginale durante il primo Novecento. Qualche raro antiquario, soprattutto in Belgio, nei Paesi Bassi o a Parigi, commerciava ancora in occasionali mirabilia, ma l’epoca d’oro era passata da un pezzo.
Tra gli sparuti collezionisti di questa prima metà del secolo il più celebre è André Breton, il cui cabinet di curiosità è ora esposto al Centre Pompidou.

L’interesse per le wunderkammer comincia a risvegliarsi durante gli anni ’80, e arriva da due fronti ben distinti: quello accademico, e quello artistico.
Da una parte gli studiosi di museologia iniziano a riconoscere il ruolo delle wunderkammer come antesignane delle collezioni museali odierne; dall’altra alcuni artisti si lasciano affascinare dal concetto di camera delle meraviglie e lo utilizzano nelle loro opere come metafora del rapporto tra l’uomo e gli oggetti.
Ma il vero boom avviene con internet. Il “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa sulla rete, grazie alla quale è possibile non soltanto condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.

Diamo innanzitutto un’occhiata, come abbiamo fatto per le collezioni classiche, ad alcuni elementi concettuali delle neo-wunderkammer.

Una wunderkammer democratica

La prima macroscopica differenza con il passato è che il collezionismo di curiosità non è più appannaggio esclusivo di facoltosi milionari. Certo, esiste un mercato di altissimo profilo (a cui la maggior parte degli appassionati non avrà mai accesso); ma la buona notizia è che oggi chiunque abbia una connessione internet possiede già i mezzi per cominciare una sua piccola collezione. Grazie alla rete, perfino un teenager può creare il suo scaffale di meraviglie. Tutto ciò che serve è un po’ di pazienza e buona lena per scandagliare i vari siti di articoli naturalistici o di aste online alla ricerca di buone occasioni.

Esistono libri per bambini, attività scolastiche e corsi specifici che incoraggiano anche i più piccoli a iniziare questo genere di esplorazione delle meraviglie naturali.

Il risultato è un’idea di wunderkammer più democratica, alla portata di tutti i portafogli.

Reinventare gli exotica

Abbiamo parlato della categoria classica degli exotica, quegli oggetti provenienti da colonie distanti e da culture per l’epoca ancora misteriose.
Ma oggi, cos’è davvero esotico – cioè “che resta fuori, che è lontano”? Dopotutto viviamo in un mondo in cui le distanze hanno perso significato, e per viaggiare non occorre nemmeno più spostarsi: in una manciata di secondi e pochi clic, possiamo esplorare virtualmente qualsiasi luogo, da una mulattiera sulle Ande alle giungle del Borneo.

S tratta di un dilemma fondamentale per i collezionisti, perché la globalizzazione rischia di elidere una fetta importante del concetto stesso di meraviglia. Le loro strategie, messe in atto consciamente o meno, sono molteplici.
Alcuni collezionisti hanno rivolto il loro sguardo all’unico vero spazio “esterno” che rimane, cioè il cosmo, impegnandosi nella ricerca di memorabilia provenienti dall’epoca eroica della Corsa Spaziale. Tute da astronauti, apparecchiature provenienti da varie missioni spaziali, o addirittura dei frammenti di Luna.

Altri spingono nella direzione opposta, verso il passato più remoto, e la domanda di fossili di dinosauri è in costante crescita.

Ma esistono altri exotica più vicini a noi – anzi, che riguardano direttamente la nostra stessa società.
Esotismo interno: un ossimoro solo in apparenza, se si considera che perfino gli antropologi hanno ormai da tempo rivolto gli strumenti dell’etnologia all’Occidente moderno (si pensi per esempio a Marc Augé). Cercare ciò che è esotico nella nostra stessa cultura significa spingersi verso le zone liminali, le fringe realities del nostro tempo o del recente passato.

Ecco dunque la fascinazione per determinati oggetti “tabù” riguardanti per esempio il crimine (armi del delitto, oggettistica investigativa, memorabilia di serial killer) o la morte (oggettistica funeraria, collezionismo di corredi da lutto vittoriani); la sotto-categoria dei medicalia che si interessa delle quack cures, i rimedi alternativi (e spesso spaventosi, dalla nostra prospettiva) che si vendevano nella prima metà del Novecento, come ad esempio le terapie elettriche o i prodotti farmaceutici radioattivi.

Collezione di Jessika M. – foto Brian Powell, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Collezionismo funerario.

Kit per la Violet wand, la cui scarica elettrica a basso voltaggio avrebbe dovuto essere la panacea di tutti i mali.

Anche la categoria dei curiosa, vale a dire gli oggetti erotici vintage o antichi, è un esempio di exotica provenienti dal nostro stesso passato recente, ormai trasfigurato.

Il dialogo tra gli oggetti

Costruire una wunderkammer oggi è un progetto eminentemente artistico. L’interesse scientifico o antropologico, per quanto rilevante, è divenuto inscindibile dall’estetica.

C’è una maggiore attenzione generale all’interazione fra gli oggetti, rispetto al passato. Un dipinto può interagire con un oggetto piazzato di fronte a esso; una maschera tribale può esser fatta “dialogare” con un altro pezzo simile proveniente però da una tradizione completamente diversa. C’è senza dubbio una certa dose di irriverenza postmoderna in questo approccio, perché quando si aprono le porte delle wunderkammer all’oggettistica di cultura pop, e la si esibisce al fianco di raffinate e preziose antichità, il critico d’arte serioso non può che rabbrividire (vedi la particolare iconoclastia di Victor Wynd).

Un esempio a mio avviso paradigmatico di questa ricerca di maggiore interazione sono gli accostamenti “avventurosi” sperimentati dall’amico Luca Cableri (l’uomo che ha portato la Luna in Italia), alla cui intervista rimando per approfondire l’argomento.

Indossare una wunderkammer

Anche la moda, sempre sensibile ai nuovi trend, ha intercettato alcuni aspetti del mondo delle wunderkammer. Grazie soprattutto alle sottoculture goth e dark, si trovano oggi accessori, gioielli e monili prodotti a partire da oggetti naturalistici: ormai non si contano i negozi artigianali su Etsy, eBay o Craigslist in cui è possibile acquistare spille e collane con teschi, piccole tassidermie indossabili e altri corredi di vestiario.

Arte concettuale e imbalsamatori folli

Dicevamo che il rinnovato interesse proviene anche dal mondo dell’arte, che ha individuato nella forma-wunderkammer un efficace quadro teorico per parlare della modernità.
Il nome più celebre è ovviamente quello di Damien Hirst, che ha sfruttato il concetto sia nei suoi iconici animali conservati in liquido che nelle caleidoscopiche composizioni di lepidotteri e farfalle; ma anche For The Love of God, il teschio tempestato di diamanti, è una curiosità smodatamente preziosa che non avrebbe certo sfigurato nelle camere del tesoro del Cinquecento.

Hirst non è certo l’unico a rifarsi all’estetica delle wunderkammer. Mark Dion, ad esempio, crea dei veri e propri armadietti delle meraviglie per l’epoca attuale: a essere messi sotto formalina nelle sue opere non sono più degli esemplari naturalistici ma le loro repliche in plastica oppure oggetti di uso comune, dagli spazzoloni per pulire i pavimenti ai vibratori in gomma. Dion costruisce così una sorta di museo del consumismo in cui – ancora una volta – Natura e Cultura collidono e a tratti si confondono, ormai senza speranza di essere distinte l’una dall’altra.

Rosamund Purcell ha invece dato vita a un’installazione che ricrea in 3D il museo di Ole Worm del Diciassettesimo Secolo: reinvenzione e replica di un’illustrazione, “doppio” postmoderno e simulacro iperreale che permette di entrare all’interno di una delle più famose incisioni relative alle wunderkammer.

Oltre all’arte, per così dire, “alta” – quella quotata nelle case d’asta ed esposta dalle gallerie più prestigiose – assistiamo anche a uno svecchiamento di altri settori più artigianali.
È il caso dell’arte tassidermica, che sta conoscendo una nuova gioventù: oggi si moltiplicano i corsi e i workshop di tassidermia.

Ricordate che nella prima parte parlavo di tassidermia come domesticazione degli aspetti più spaventosi della Natura? Bene, a detta di chi vi partecipa, questi corsi sono un modo per esorcizzare la paura della morte su piccola scala, attraverso il contatto e l’attività creativa. (Ritorneremo su questo elemento tattile.)
Un’ulteriore spinta innovativa è arrivata poi dall’ennesimo movimento digitale, la Rogue Taxidermy.

La tassidermia “artistica” (non tradizionale), è sempre esistita, dai finti mirabilia come le sirene essiccate e le Jenny Haniver ai diorami antropomorfi di Walter Potter. Ma i nuovi tassidermisti rogue portano il tutto su un altro livello.

Nata inizialmente nel 2004 come un consorzio di tre artisti – Sarina Brewer, Scott Bibus e Robert Marbury – interessati alla tassidermia nel senso più ampio (Marbury per esempio non usa nemmeno veri animali, ma giocattoli di peluche), la rogue taxidermy è diventata in breve tempo un movimento internazionale grazie alla cassa di risonanza della rete.

Le chimere di questi artisti, sempre più estreme e fantasiose, sono in verità delle meta-tassidermie: esibendo il medium in maniera così palese, sembrano interrogarci riguardo al nostro rapporto con gli animali. Un rapporto che, rispetto al passato, è profondamente cambiato ed è oggi improntato un maggiore rispetto e attenzione all’ambiente. Uno dei principi fondamentali della rogue taxidermy è infatti l’esclusivo utilizzo di fonti etiche per i materiali, vale a dire che gli animali utilizzati in queste preparazioni sono tutti morti di morte naturale. (Per approfondire, c’è un bel volume che espone l’evoluzione e i principali artisti della corrente.)

Wunderkammer Reborn

Rimane dunque il quesito fondamentale da affrontare: perché, dopo cinque secoli, le wunderkammer stanno godendo di un tale successo proprio ora? È soltanto una moda rétro e nostalgica, simile alla frivola infatuazione per il vintage di tante sottoculture (sì, cari hipster, sto guardando voi) oppure l’attrattiva risiede in un’urgenza più profonda?

È forse presto per azzardare ipotesi, ma ci provo ugualmente: è mia convinzione che il motivo della rinascita delle wunderkammer sia da ricercare in una duplice esigenza. Da una parte il bisogno di ripensare la morte, e dall’altra il bisogno di ripensare l’arte e la narrazione.

Ripensare la morte
(e perché no, già che ci siamo, addomesticarla)

L’antropologo svizzero Bernard Crettaz è stato tra i primi a dar voce al bisogno sempre più diffuso di infrangere la “segretezza tirannica”, tipica del Ventesimo secolo, riguardo alla morte: nel 2004 organizzò a Neuchâtel il primo Café mortel, un evento gratuito in cui i partecipanti potevano parlare di come si affronta una perdita, e discutere le loro paure ma anche le loro curiosità sull’argomento. Basandosi sul lavoro e sulle idee di Crettaz, Jon Underwood inaugura nel 2011 il primo Death Café britannico. Il modello incontra da subito l’entusiasmo del pubblico, e ad oggi si contano quasi 5000 eventi svoltisi in 50 paesi del globo.

Dagli Stati Uniti, nel frattempo, arriva il Death-Positive Movement vero e proprio.
Originatosi dalla volontà di ripensare da zero l’industria funeraria statunitense, verso la quale la fondatrice Caitlin Doughty è manifestamente critica, il movimento si propone di sollevare il tabù che pesa sul tema della morte, e favorire una riflessione aperta sugli argomenti correlati e sulle problematiche riguardanti il fine vita. (Forse conoscete il mio coinvolgimento personale nel movimento, al quale ho contribuito in diverse occasioni: potete leggere la mia intervista a Caitlin e il mio report dal Death Salon di Filadelfia).

Cosa ha a che fare il tabù della morte con le collezioni di meraviglie?
Nel corso degli anni ho avuto l’occasione di parlare con molti collezionisti. Quasi tutti ricordano “come fosse ieri” l’emozione di tenere fra le mani il primo pezzo della collezione, quel pezzoche ha dato avvio alla loro ossessione. E in grande maggioranza si tratta di un oggetto naturalistico – lo scheletro di un animale, una preparazione tassidermica, ecc.: come dice un amico collezionista, “il primo teschio non si scorda mai”.

L’elemento tattile è tanto fondamentale adesso quanto lo era nelle wunderkammer classiche, in cui il pubblico era invitato a studiare, esaminare, toccare in prima persona gli esemplari.

Possedere un teschio di animale (o perfino umano) è un modo innocuo e “sicuro” per prendere confidenza con la concretezza della morte. Questo potrebbe essere il motivo per cui l’elemento macabro delle wunderkammer, che era del tutto marginale secoli fa, oggi diviene spesso un aspetto preponderante.

Collezione di Ryan Matthew Cohn – foto Dan Howell & Steve Prue, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Ripensare l’arte: estetica della Meraviglia

Dopo il declino delle arti figurative, dopo la riproducibilità industriale della pop art, dopo l’avvento del ready-made, ormai l’arte concettuale è arrivata al suo confine estremo, dando il colpo di grazia al significato. Molti artisti contemporanei hanno di fatto svincolato una volta per tutte l’arte non solo dalla manualità, dall’artistry (maestria), ma anche dall’idea che l’arte debba per forza veicolare un messaggio.
Pura forma, puro significante, le nuove opere concettuali sono problematiche perché ambiscono a mettere un punto finale alla storia dell’arte come la conosciamo. Impossibili da capire, perché sono pensate per sottrarsi a qualsiasi discorso.
È difficile dunque immaginare in che modo la ricerca artistica supererà questo vuoto fatto di algida apparenza, lucidità scintillante ma sempre e solo di superficie; quale orizzonte si potrà aprire, al di là delle aste milionarie, delle artistar e delle impennate di mercato decise a tavolino dai mega-galleristi e mega-collezionisti.

Personalmente mi pare che la passione per le wunderkammer sia un modo per ritornare alle narrative, al significato. Un antidoto al ready-made e alla soverchiante superficie. Perché un oggetto è degno di figurare in una camera delle meraviglie soltanto in virtù della storia che racconta, della meraviglia che suscita, della vertigine che spalanca di fronte a noi.
Credo di riconoscere in questo genere di collezionismo un desiderio profondo di ridonare alla realtà il suo incanto perduto.
Perduto? No, la realtà non ha mai smesso di essere meravigliosa, è il nostro sguardo che ha bisogno di essere rieducato.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Ecco, la wunderkammer è in fondo soltanto una collezione di oggetti, e in un oceano di oggetti viviamo già sommersi.
Ma è anche uno strumento (com’era un tempo, com’è sempre stata), una lente d’ingrandimento per conoscere il mondo e noi stessi. Negli oggetti strani o bizzarri, il collezionista ricerca una dimensione magico-narrativa che si oppone all’omologazione e alla serialità della produzione di massa. Che se ne renda conto o meno, nell’essere sensibile alle storie che gli oggetti celano, alle emozioni che trasmettono, alla loro unicità, il collezionista di wunderkammer sta compiendo un atto di resistenza: perché dare valore all’eccezione, all’esotismo, significa cercare prospettive inedite a dispetto della Visione Condivisa.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Tiny Tim, il reietto trovatore

Ricorda, è meglio essere una vecchia gloria
che non essere mai stato nessuno.
(Tiny Tim)

Il fatto che un outsider come Tiny Tim sia arrivato al successo, seppure breve, è senza dubbio da imputare all’appetito per le stranezze tipico degli anni ’60, quelli dell’etica/estetica del Freak Out!, perennemente alla ricerca di un pop non allineato e dalla follia liberatoria e sovversiva.
Eppure, rispetto a molti altri weird acts dell’epoca, questo bizzarro personaggio incarnava a suo modo un’innocenza e una purezza in cui la Love Generation si rispecchiava in pieno.

Al secolo Herbert Khaury nato a New York nel 1932, Tiny Tim era un omone grande e grosso, dall’enorme naso aquilino e dai lunghi capelli disordinati. Nonostante in realtà fosse un maniaco della pulizia e non avesse passato un giorno della sua vita senza farsi una doccia, dava sempre l’impressione di una certa untuosità. Si presentava sul palcoscenico in maniera quasi imbarazzata, il volto ricoperto di uno strato di cerone bianco, e tirava fuori da un sacchetto di carta il suo fido ukulele; i suoi occhi roteavano in maniera ambigua, caricati di un’enfasi melodrammatica fuori luogo. E quando incominciava a cantare, arrivava l’ultimo shock. Da quel volto vagamente inquietante si levava un incredibile, tremolante falsetto da bambina. Come se una Shirley Temple fosse rimasta imprigionata nel corpo di un gigante.

Ad aumentare l’effetto straniante contribuiva anche la scelta dei brani eseguiti da Tiny Tim sul suo ukulele: quasi invariabilmente oscure melodie degli anni ’20 o ’30, dal sapore già antico, reinterpretati in maniera affettata e ironica.

Facile sospettare che si trattasse di un personaggio creato a tavolino, con l’intento di perturbare e al tempo stesso di suscitare una risata. E le risate di sicuro non infastidivano Tiny Tim. Ma il vero segreto di questo eccentrico artista è che non portava alcuna maschera.
Tiny Tim era sempre rimasto un bambino.

Justin Martell, autore della biografia più completa sull’artista (Eternal Troubadour: The Improbable Life of Tiny Tim, con A. Wray Mcdonald), ha avuto occasione di decifrare alcuni diari di Tiny, compilati talvolta in scrittura bustrofedica: e qui si scopre che effettivamente per poco egli evitò l’ospedale psichiatrico.
Che i tratti peculiari della sua personalità avessero o meno a che fare con qualche disturbo nello spettro autistico, come è stato ipotizzato, l’unica cosa certa è che il suo infantilismo non era una messinscena. In grado di ricordare i nomi di chiunque incontrasse, mostrava un rispetto d’altri tempi per qualsiasi interlocutore – fino a riferirsi alle sue tre mogli chiamandole invariabilmente “signorina”: Miss Vicki, Miss Jan, Miss Sue. I primi due matrimoni fallirono anche per il suo dichiarato disgusto per il sesso, alle cui tentazioni resisteva strenuamente, da fervente cristiano. Un altro elemento che fece scalpore all’epoca era proprio il candore e la schiettezza con cui Tiny Tim parlava pubblicamente della sua vita sessuale, o dell’assenza della stessa. “Ringrazio Dio che mi ha dato la capacità di guardare tranquillamente le donne nude e avere solo pensieri puri”, diceva.
A sentire lui, era stato proprio Gesù che gli aveva rivelato l’abilità di cantare in falsetto, nonostante il suo timbro di baritono naturale (che spesso utilizzava come “seconda voce”, da alternare al registro più alto). “Stavo cercando uno stile originale che non suonasse come Tony Bennett o chiunque altro. Così pregai il Signore, e mi risvegliai con questa voce acuta e verso il 1954 partecipavo già a concorsi per principianti, e vincevo”.

Il palco era evidentemente tutta la sua vita, e che il pubblico lo trovasse buffo oppure che ne apprezzasse le qualità canore era tutto sommato indifferente: a Tiny Tim interessava portare gioia. Questa era la sua ingenua idea di show business – si trattava soltanto di essere amato, e di contraccambiare l’affetto regalando un po’ di allegria.

Tiny era un avido ricercatore d’archivio della musica americana di inizio secolo, di cui possedeva una conoscenza enciclopedica. Idolatrava i classici crooner come Rudy Vallee, Bing Crosby e Russ Columbo: e in un certo senso proprio ai suoi eroi faceva il verso, quando cantava degli standard come Livin’ In The Sunlight, Lovin’ In The Moonlight o My Way. Il suo humor cartoonesco non cessava comunque mai di essere rispettoso e reverenziale.

Tiny Tim ebbe un clamoroso e inaspettato successo nel 1968 con il singolo Tiptoe Through The Tulips, che raggiunse il diciassettesimo posto della classifica annuale; l’album di debutto da cui era tratto, God Bless Tiny Tim, godette di analoga fortuna di critica e pubblico.
Di colpo proiettato verso un’implausibile fama, accettò l’anno seguente di sposare la fidanzata Victoria Budinger in diretta TV al Tonight Show di Johnny Carson, di fronte a un’audience da record di 40 milioni di spettatori.

Nel 1970 si esibì al famoso rock festival dell’Isola di Wight, dopo Joan Baez e prima di Miles Davis; con la sua versione di There’ll Always Be An England riuscì, nelle parole della stampa, a rubare la scena “senza un singolo strumento elettrico”.

Ma il trionfo non durò a lungo: Tiny Tim ritornò poco dopo alla relativa oscurità che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua carriera. Durante tutti gli anni ’80 e ’90 visse di alterne fortune, tra matrimoni falliti e difficoltà economiche, invitato sporadicamente a programmi televisivi o radiofonici, e incidendo album in cui i suoi amati brani del passato erano inframezzati a cover di successi pop contemporanei (dagli AC/DC ai Bee Gees, da Joan Jett ai Doors).

Secondo una delle leggende che circolano sul suo conto, ogni volta che faceva una telefonata chiedeva al suo interlocutore: “hai fatto partire il registratore?
E in effetti in ogni intervista Tiny sembrava sempre intento a costruire una sua personale mitologia, a sviluppare il suo ideale romantico di artista “maestro di confusione”, spiazzante, sfuggente a qualsiasi categoria. Secondo alcuni, rimase sempre “un reietto solitario inebriato dalla fama”; anche quando la fama l’aveva ormai abbandonato. L’uomo che un tempo si accompagnava con i Beatles o con Bob Dylan, invitato a tutti i compleanni delle star, a poco a poco venne dimenticato e finì a suonare per pochi spiccioli in locali di terz’ordine, e perfino nei circhi. “Finché la mia voce resiste, e c’è un Holiday Inn che mi aspetta, va tutto alla grande”.

Come performer non smise mai di esibirsi, instancabilmente impegnato in logoranti tour attraverso gli States che alla fine richiesero il dazio: malato di cuore, contro il parere del medico Tiny Tim decise di continuare a cantare di fronte ai suoi sempre meno numerosi fan. Il secondo, fatale infarto arrivò il 30 novembre 1996 sul palcoscenico di una serata di beneficenza, mentre cantava la sua hit più celebre, Tiptoe Through The Tulips.

E proprio così, “in punta di piedi”, come recitava la canzone, quest’essere eternamente romantico, idealista, di rara gentilezza lasciò il mondo, e la scena, senza grande clamore.
Il pubblico se n’era già andato, e la sala era ormai semivuota.

The Shaggs: la band che non voleva suonare

Fremont, nel New Hampshire, è una cittadina anonima, evitata dalle principali autostrade, senza alcun segno particolare: il classico esempio di un posto in cui non succede nulla. Il paesino si distingue per essere il primo luogo in cui un B52 è precipitato senza ferire nessuno, e per aver dato i natali a un meteorologo relativamente famoso negli anni ’20. Per il resto, solo pascoli, casa e chiesa.
Negli anni ’60, la cittadina contava poco meno di 800 abitanti, e la sensazione di trovarsi in una comunità chiusa, tagliata fuori dal mondo, era ancora più forte. Perfino lo storiografo locale, autore di un libro sulla storia del centro abitato, ammette che vivere a Fremont in quel periodo significava affrontare ogni giorno una noia mortale.

Austin Wiggin non era certo ricco, e assieme alla moglie Annie aveva cresciuto sette figli. Ma Austin aveva un sogno o, meglio, una certezza. Quand’era giovane sua madre gli aveva letto la mano, e aveva profetizzato che si sarebbe sposato con una donna dai capelli biondo rosso – e la profezia aveva colto nel segno. La madre gli aveva detto anche che avrebbe avuto due figli, ma che lei non avrebbe mai visto i nipotini perché sarebbero nati dopo la sua morte – e anche questo era effettivamente successo. Infine la madre, decifrando le linee del palmo, aveva sentenziato che le figlie di Austin sarebbero diventate il gruppo musicale più grande degli Stati Uniti. Questa era l’unica profezia che ancora non si era avverata.

Così, quando le sue figlie Helen, Betty e Dot furono grandi abbastanza, Austin decise che avrebbero imparato a suonare. Le radunò, e annunciò di aver cancellato la loro iscrizione alla scuola: avrebbero conseguito il diploma via posta, studiando da casa, per potersi dedicare alla musica. La band si sarebbe chiamata The Shaggs, e il loro enorme successo avrebbe riscattato il buon nome dell’intera famiglia Wiggin.
Austin era un padre severo e autoritario: le sorelle non pensarono nemmeno per un momento a ribellarsi a questa novità.

Certo, Helen, Dot e Betty amavano la musica, ma non avevano in realtà alcun desiderio di diventare rockstar. Erano ragazze di provincia, timide, un po’ infantili, e i loro sogni si spingevano soltanto fino a immaginare un buon matrimonio, dei figli, una casa e magari un lavoretto come segretarie. La fantasia di Betty era quella di avere una macchina sportiva, il serbatoio pieno, e di partire sgommando verso una qualsiasi destinazione, via da Fremont. Ma Austin aveva altri piani per loro.

Le sottopose a un rigido programma educativo, da lui stesso progettato. Dopo aver preso un po’ di lezioni di musica, le ragazze dovettero proseguire da sole, sotto il severo scrutinio del padre-manager che le costringeva a fare pratica con gli strumenti tutta la mattina e tutto il pomeriggio. La sera dopo cena era prevista una prova generale, in cui Austin giudicava in maniera inflessibile i progressi e gli errori della band; poi un’ora di ginnastica o flessioni, e via a letto.

La famiglia era totalmente ripiegata su se stessa, alle ragazze non era permesso uscire o frequentare estranei, dunque per loro suonare divenne l’unica attività possibile; cominciarono a comporre le loro canzoni, anche se nessuno in casa – né Austin, né la madre Annie, né tanto meno le ragazze – avevano delle effettive conoscenze musicali.

Dopo due o tre anni di questo allenamento intensivo, Austin decise che era tempo di fare il grande salto, cioè esibirsi dal vivo. Le sorelle non pensavano affatto di essere pronte a salire sul palco, ma chi poteva rifiutarsi?
Il primo concerto, nel 1968, fu un disastro. Le Shaggs vennero fischiate, mortificate da un pubblico che tirava contro di loro lattine e cibo. Quando alla fine dello spettacolo il padre le sgridò dicendo che dovevano fare più pratica, nessuna fra le ragazze osò controbattere.

The_Shaggs

Questa scena si sarebbe ripetuta per i sette anni successivi, perché ogni sabato sera Austin le costringeva ad esibirsi alla Fremont Town Hall, l’unica sala comune della cittadina. Le Shaggs avrebbero preferito essere ovunque tranne che su quel palco, anche se in definitiva era l’unico modo di uscire di casa; convinte di essere delle buone a nulla, vi salivano ad occhi bassi come verso un inevitabile Calvario, accettando lo scherno, le lattine e gli insulti lanciati dalla gente.

SHAGGS-2

Austin, nel marzo del 1969, fece il passo successivo e le portò ai Fleetwood Studios nei pressi di Boston, dove le Shaggs incisero l’album di debutto, intitolato Philosophy of the World. I presenti si ricordano ancora benissimo di quella giornata: queste ragazze tutt’altro che pop, vestite con gli abiti della nonna, suonavano talmente male che i tecnici del suono si sentirono in colpa per i soldi che il padre stava spendendo. Le loro canzoni erano sformate, dalla ritmica a prima vista scollegata da tutto il resto, gli accordi non seguivano alcuna struttura e le parole delle canzoni sembravano uscite dalla mente di un dodicenne.
Talvolta le Shaggs si fermavano, dicevano di aver sbagliato una nota, e ripartivano: i tecnici si guardavano increduli – si erano davvero accorte di aver fatto un errore, in quel marasma senza senso?

Come c’era da aspettarsi, il disco non ebbe il minimo successo, anche perché delle 1.000 copie stampate di Philosophy of the World, 900 sparirono in modo misterioso assieme al discografico che avrebbe dovuto promuovere l’album.
Il giorno in cui Austin morì nel 1975 di un infarto, la band smise di esistere; ognuna delle tre sorelle, finalmente libere, si costruì la propria vita e nessuna di loro toccò più uno strumento musicale.
Sembrava che la loro breve e indesiderata carriera fosse finita. Ma non era così.

Nel 1980 Terry Adams, collezionista di dischi e pianista degli NRBQ, decise di ristampare l’album, e due anni dopo produsse anche un secondo LP, Shaggs’ Own Thing, basato su registrazioni del 1975 mai utilizzate. Secondo lui, infatti, le Shaggs non erano semplicemente una band di musiciste incompetenti. Certo, ad un primo ascolto la sensazione era quella; eppure, mettendo da parte i pregiudizi e ascoltando veramente, ci si poteva accorgere che lo sgangherato garage-pop delle sorelle Wiggin non era esattamente un fallimento. Adams comprese di trovarsi di fronte a un esempio straordinario di outsider music. Queste ragazze non avevano alcun tipo di riferimento, non sapevano cosa stavano facendo, e dunque avevano dovuto riscrivere da zero la musica pop: le progressioni di accordi erano del tutto inaudite, la chitarra seguiva la stralunata e improbabile “melodia” della voce, mentre la batteria raramente suonava un colpo a tempo – quasi programmaticamente, si sarebbe detto. Si trattava di un accumulo di note mai sentito, privo di sovrastrutture, infantile e libero da qualsiasi regola. La musica di chi era stato costretto a inventarsi una sua musica.

Anche i testi, che potevano sembrare ridicoli, se letti alla luce della storia di abusi subiti dalle sorelle, risultavano commoventi. Mentre il rock “adulto” cantava la ribellione delle droghe e l’amore libero, e affrontava temi politici, le Shaggs cantavano:

Some kids do as they please
They don’t know what life really means
They don’t listen to what the ones who really care have to say
They just go and do things their own way

Who are parents?
Parents are the ones who really care
Who are parents?
Parents are the ones who are always there

Some kids think their parents are cruel
Just because they want them to obey certain rules
They start to lean from the ones who really care
Turning, turning from the ones who will always be there

Alcuni ragazzini fanno quello che vogliono
Non sanno qual è il vero senso della vita
Non ascoltano ciò che hanno da dire quelli che si preoccupano veramente
Continuano soltanto a far le cose a modo loro

Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che si preoccupano veramente
Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che ci sono sempre

Alcuni ragazzini credono che i loro genitori siano crudeli
Solo perché vogliono che obbediscano a certe regole
Cominciano ad allontanarsi da quelli che si preoccupano veramente
Girano le spalle a quelli che ci saranno sempre

Impossibile non leggere, dietro queste parole, l’ombra del padre-padrone Austin. E, ancora, la confusione di teenager veniva espressa candidamente in questi termini:

There are many things I wonder
There are many things I don’t
It seems as though the things I wonder most
Are the things I never find out

Ci sono molte cose che mi chiedo
Molte altre non me le chiedo
Sembra che le cose che mi chiedo di più
Sono le cose di cui non vengo mai a capo

Il modo in cui le Shaggs provavano disperatamente a tenere in piedi le loro fragili canzoni senza metrica, involandosi in giri di note impossibili sostenute dai tempi discordanti della batteria (che a volte sembrava suonare chissà quale altro pezzo), poteva risultare a tratti perfino tenero.

La ristampa dell’album creò un vero e proprio fenomeno di culto: se già nel 1970 Frank Zappa, a metà fra il serio e l’ironico, aveva definito le Shaggs “migliori dei Beatles” (anche se l’episodio potrebbe essere apocrifo), la riedizione del 1980 trovò nuovi fan in quei reduci della prima ondata punk che erano alla ricerca di chicche underground e weird, Kurt Cobain in prima fila. In questo revival c’era sicuramente un elemento di derisione, l’esaltazione un po’ snob del “so bad it’s good”, ma dall’altro canto la vera sorpresa era che un album del genere potesse esistere: molti musicisti rimasero sinceramente affascinati dalla musica delle sorelle Wiggin, perché si trattava dell’espressione senza filtri di ciò che era nelle loro teste mentre venivano forzate a suonare. Niente ammiccamenti a un possibile pubblico, niente fronzoli, nessun utilizzo di modalità stilistiche già conosciute, tantomeno virtuosismi. Pura musica, e basta.

Nel 1999 gli NBRQ, per il loro trentennale, invitarono le Shaggs ad esibirsi sul palco. Si presentarono soltanto Betty e Dot (Helen da anni soffriva di depressione), sbigottite dall’accoglienza calorosa e dalle richieste di autografi, senza capire veramente cosa la gente trovasse nel loro vecchio disco, di cui erano ancora piuttosto imbarazzate. Eseguirono soltanto quattro pezzi, perché erano gli unici di cui avevano ritrovato gli spartiti: perché sì, con grande sorpresa di tutti si scoprì che suonavano leggendo i loro pentagrammi vergati a mano. Le loro versioni, trent’anni dopo la registrazione di Philosophy, erano esattamente identiche a quelle del disco.

Nel 2001 uscì Better than the Beatles, un tribute album dedicato alla band; nel 2003 debuttò off-Broadway un musical sulle loro vite e la loro musica (foto sotto).

Helen è morta nel 2006. Betty non vuole più saperne di suonare, mentre Dot nel 2013 ha registrato un album (Ready! Get! Go!) contenente inediti delle Shaggs e nuove canzoni, anche se quest’ultimo sforzo non riesce ovviamente a ricatturare la magia del tutto irripetibile del 1969.
Dall’alto dei cieli, comunque, papà Austin sarà finalmente soddisfatto.

Ecco qui sotto, da YouTube, l’integrale dell’album Philosophy of the World. Trovate tutti i testi a questa pagina.
Se volete cimentarvi nell’ascolto del disco (sono solo 32 minuti della vostra vita, vale la pena tentare), innanzitutto allontanatevi da personaggi indiscreti che potrebbero non comprendere, e interrompere sgarbatamente il flusso del vostro trip; ricordate di lasciare dietro di voi ogni idea di canzone tradizionale, preparatevi a cadere in una sorta di trance musicale catatonica dopo il primo paio di pezzi… e con il tipo giusto di orecchi (e di cuore) potrete apprezzare l’incredibile opportunità di entrare nella mente di tre ragazze rinchiuse in un mondo alienante, che suonavano per assecondare le ossessioni di loro padre, e che nella musica hanno creato qualcosa di completamente inedito.

Come ha scritto Cub Koda su AllMusic:

C’è un’innocenza in queste canzoni, e nelle loro performance, che è al tempo stesso affascinante e disturbante. Colpi di batteria tagliati con l’accetta, accordi sparati attorno, canzoni che sembrano non avere una metrica suonate su chitarre scordate da quattro soldi, tutto converge, creando dissonanza e bellezza, caos e serenità, inducendo ogni ascoltatore che arriva a questa musica a riorganizzare qualsiasi nozione preesistente sulla relazione fra talento, originalità e abilità. Non c’è alcun album che possiate possedere che suoni anche solo lontanamente come questo.

(Grazie, Gigio!)

Wat Rong Khun

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Da lontano il Phra Ubosot, ovvero la struttura principale all’interno dell’area sacra, risplende nel sole abbagliando il visitatore. Il bianco delle complesse e barocche decorazioni è reso ancora più accecante da migliaia di frammenti di specchi incastonati sull’intera superficie, per riflettere maggiormente la luce; nell’insieme la struttura sembra un manufatto alieno, o soprannaturale. Ma le sorprese sono appena iniziate.

Siamo in Thailandia. Veri e propri luoghi della meraviglia, i 33.000 templi buddisti che si trovano sparsi per tutto il paese offrono senza dubbio infinite declinazioni di bellezza e fascino; fra questi, il bizzarro tempio di Wat Rong Khun offre più di una curiosità. Si tratta di una recente costruzione realizzata sulla base di un edificio precedente: negli anni ’90 il tempio versava in pessime condizioni, e sarebbe sicuramente andato in rovina se il pittore Chalermchai Kositpipat, classe 1955, non si fosse fatto avanti.

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Kositpipat, uno dei pittori di maggior successo in Thailandia, è sempre stato un artista controverso. All’inizio della sua carriera, era accusato di confondere in modo sacrilego la tradizione e la modernità; una volta affermatosi, fu tacciato invece di essersi venduto all’establishment e di aver perso la sua vena dissacrante.
La notorietà per Kositpipat arrivò nel 1988 quando, dopo alcuni anni passati a dipingere locandine per film, gli venne affidata la decorazione del primo tempio buddista inglese, il Buddhapadipa di Londra, e i suoi murales causarono un putiferio. Nell’illustrare le diverse vite e reincarnazioni del Buddha, infatti, Kositpipat aveva inserito vicino alle raffigurazioni classiche alcune icone della cultura pop o della storia recente. In un affresco compaiono ad esempio Superman e Saddam Hussein; in un altro, tra i fedeli radunati in preghiera, fanno capolino Charlie Chaplin e un ragazzo che sfoggia una colorata cresta di capelli in stile punk. “Si lamentarono tutti – ricorda l’artista – il governo di Bangkok, i monaci e gli altri artisti, tutti dicevano che ciò che facevo non era vera arte Thai“.

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Decidendo, quasi dieci anni dopo, di restaurare il tempio di Rong Khun, l’artista dimostrò di non aver perso nulla della propria ispirazione, né peraltro della propria integrità. Kositpipat si sobbarcò infatti tutte le spese per la ricostruzione, che ad oggi ammontano a più di un milione di euro. L’entrata al tempio, fin dalla sua apertura a fine anni ’90, è rimasta gratuita, e le donazioni volontarie non possono superare i 10.000 baht (270 euro circa), in modo da salvaguardare il progetto dall’eventuale influenza di grandi mecenati.

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Questa follia architettonica e artistica accoglie il visitatore con una scena impressionante. Centinaia di mani, umane e mostruose, emergono e si allungano da un pozzo abissale, come per cercare di afferrare il passante. Potrebbero sembrare anime dannate, ma la simbologia che sottende questa installazione è invece un’altra: si tratta dei desideri (tṛṣṇā) che senza freno attanagliano gli uomini. Il ponte, attraverso il quale si supera questo pericolo, sta a significare l’abbandono delle brame sensuali e terrene, e varcandolo ci si prepara a lasciare alle spalle ogni avidità e tentazione.

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Fra statue che rappresentano creature mitologiche e altre immagini del Buddha, si arriva ai Cancelli del Cielo. I due guardiani, la Morte e Rahu, decidono il destino di chi varca il cancello. L’esterno dell’Ubosot riprende alcuni criteri dell’architettura classica tailandese, come ad esempio il tetto a tre sbalzi e l’utilizzo decorativo di naga (divinità serpente), animali e dragoni attorcigliati sugli angoli e sulle pareti.

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L’interno, come accade per molti altri templi thailandesi, è affrescato con dei murales che descrivono la vita del Buddha. Ma, come ci si può aspettare, i dipinti di Kositpipat sono tutto fuorché tradizionali. Ecco quindi che in questa esplosione di colori si trovano gli spregiudicati accostamenti che hanno reso famoso l’artista: i monaci e le figure sacre si trovano fianco a fianco con le icone pop più celebri, da Batman a Spiderman, da Elvis a Michael Jackson, da Freddy Krueger a Terminator, in un vortice kitsch di cui è difficile in un primo momento intuire veramente il senso.

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Eppure con questa infantile giustapposizione di astronavi, pompe di benzina, cataclismi vari, Harry Potter, Hello Kitty, l’attacco terroristico alle Torri Gemelle, Neo di Matrix, e chi più ne ha più ne metta, la spiazzante messe di simboli arriva a creare un teatrale affresco della contemporaneità con le sue contraddizioni, le sue violenze di massa, il suo degrado e i suoi miti moderni: in tutto questo “rumore”, sembra voler dire Kositpipat, è ancora più essenziale ritrovare la via interiore verso la pace e la serenità.

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Il 5 maggio 2014 il tempio venne danneggiato da un terremoto, e per qualche giorno sembrò che la struttura fosse destinata alla distruzione. Ma, dopo che un’équipe di ingegneri dichiarò che i danni non erano strutturali, Kositpipat annunciò che avrebbe dedicato la sua vita a riportare Wat Rong Khun al suo splendore originario. Oggi è possibile visitare soltanto l’esterno dell’Ubosot, ma già dall’anno prossimo anche gli interni saranno ripristinati ed accessibili.

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Il progetto prevede inoltre la costruzione di altri edifici, per un totale di nove strutture fra cui una cappella delle reliquie, una grande sala per la meditazione, una galleria d’arte e un monastero.
La fine dei lavori non avverrà prima del 2070. Impossibile dunque, per Chalermchai Kositpipat, vedere ultimata la sua opera, ma questo dettaglio non lo scoraggia. Per lui, il tempio di Wat Rong Khun è il capolavoro che gli garantirà l’immortalità: “soltanto la morte potrà interrompere il mio sogno, ma non fermerà il mio progetto“.

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Bizzarro Bazar su ILLUSTRATI

Qualche giorno fa vi avevamo avvertiti che era in arrivo una bella novità.

Ebbene, finalmente possiamo svelarvela: Bizzarro Bazar approda da oggi sulla carta stampata, con una rubrica fissa all’interno della rivista più straordinaria e meravigliosa che ci sia: ILLUSTRATI!

Se non la conoscete, dovreste. È di grande formato, piacevole al tatto, è colorata, folle, visionaria, è un’importante vetrina per talenti artistici vecchi e nuovi, e se tutto questo non bastasse, è gratis. Entrare a far parte di un simile progetto non può che riempirci di entusiasmo.

Il tema di questo numero, in linea con il rientro scolastico settembrino, è “Cara maestra”. Illustratori, disegnatori, grafici, artisti si passano il testimone di pagina in pagina affrontando liberamente il soggetto.

La rivista bimestrale, pubblicata da Logos Edizioni, sarà disponibile nelle vostre librerie preferite a partire da questo week-end. Nel frattempo, è già consultabile gratuitamente online, scaricabile in formato PDF oppure ordinabile – il tutto sulla pagina ufficiale di ILLUSTRATI.

E, se la rivista vi dovesse piacere, non mancate di visitarne la pagina Facebook. Buona lettura a tutti!

Alex Prager

Nata a Los Angeles nel 1979, la fotografa Alex Prager si sta affermando come una delle voci più originali della scena artistica californiana. Le sue fotografie, estremamente ricercate, fanno di sicuro la felicità di semiotici e critici, ma riescono a provocare forti emozioni anche nel pubblico meno “dotto”. E questo perché contengono riferimenti a un certo tipo di cultura popolare, o meglio “pop”, che tutti conosciamo bene.

Nonostante la splendida fattura e la maniacale ossessione per i dettagli, l’arte di Alex Prager è infatti interessante proprio in virtù di ciò che non mostra, per i rimandi esterni che chiama in causa. I suoi scatti sembrano provenire direttamente dagli anni ’60, dalle patinate riviste di moda, piene di belle modelle vestite di colori sgargianti, con stravaganti acconciature e che spesso esibiscono la gioiosa e liberatoria indipendenza delle donne di quegli anni. La cura nel ricostruire il look e i piccoli particolari d’epoca è notevole, ma il tutto non si esaurisce in un vuoto esercizio di stile.

Talvolta la drammaticità di alcune fotografie le fa sembrare dei veri e propri fotogrammi tratti da film che non vedremo mai… e che, allo stesso tempo, abbiamo la sensazione di aver visto centinaia di volte. Così un volto dal trucco rétro, gli occhi arrossati colmi di lacrime, è talmente potente da risvegliare in noi una fantasia narrativa. Lo spettatore si ritrova, inconsciamente, a ricostruire un prima e un dopo, a inventare un personale e immaginario film, è cioè chiamato a usare tutti i referenti “cotestuali” che ha per completare il senso dell’immagine.

Le migliori opere della Prager sono quindi rivolte a un pubblico cinefilo, e non a caso l’artista californiana ha anche diretto un paio di cortometraggi utilizzando alcune amiche modelle come attrici. I toni mélo e la drammaticità dell’illuminazione riportano direttamente a un immaginario cinematografico, che scopriamo essere molto più che un bagaglio culturale: in questo caso si tratta di un vero e proprio filtro inconscio, attraverso il quale guardiamo e interpretiamo gli stimoli visivi che ci arrivano dalle fotografie. Le riconosciamo istantaneamente come probabili fotogrammi di film anche se, a rifletterci, faremmo fatica a spiegare il perché di questa immediata “interpretazione”.

E, infine, parliamo dell’aspetto più “politico” dell’opera di Alex Prager. Forse stiamo leggendo un po’ troppo fra le righe, ma donne, sempre donne sono le protagoniste di queste foto. Donne disperate, liberate, spregiudicate o misteriose. Talvolta, donne che sembrano in gabbia. Come se il vero senso di ribellione di quell’epoca d’oro, gli anni Sessanta, fosse racchiuso in un universo esclusivamente femminile – e, allo stesso tempo, al di là dell’emancipazione, la donna continuasse ad essere un personaggio, stereotipato nelle sue pose melodrammatiche e fissato per sempre in un mondo dai colori accesi e dalle mille passioni incontrollabili. Ma, al di là delle interpretazioni, quello che rimane inconfutabile è la stupefacente potenza di alcune di queste foto, che giocano in maniera postmoderna con l’immaginario di una controcultura ormai metabolizzata e addomesticata. E ci spingono a interagire, a integrare attivamente ciò che vediamo con ciò che abbiamo vissuto come spettatori.

Ecco il sito ufficiale di Alex Prager.

AGGIORNAMENTO: Ecco un interessante documentario su Alex Prager firmato da un lettore di Bizzarro Bazar, il giovane ma talentuoso scrittore e attore Francesco Massaccesi.

[vimeo http://vimeo.com/24849216]

Liz McGrath

Pittrice, animatrice, stilista, punk rocker e scultrice: Liz McGrath è la bad girl della nuova scena artistica pop-surrealista californiana.

Essendo precocemente ribelle, i suoi genitori ultra-cattolici decisero di usare il pugno di ferro con la piccola Elizabeth; è proprio a quegli anni, fatti di imposizioni, minacce di inferno e altri terrori, che la McGrath attribuisce la sua fascinazione con il lato oscuro della propria fantasia. Eppure c’è sempre una delicatezza, un’eleganza rétro nelle sue creazioni. Liz McGrath non è mai cresciuta, e ci invita  a conoscere i suoi amici immaginari.

Si tratta di sculture anomale, piccoli personaggi di un mondo infantile distorto. Animali freak antropomorfizzati, spesso inseriti in bacheche che ricordano le insegne dei sideshow degli anni ’40. Un bestiario contemporaneamente macabro e raffinato, che unisce bellezza e malattia, ironia ed elementi gotici.

Certo, c’è sempre quella ingenua e forse “facile” estetica un po’ dark che contraddistingue molti surrealisti pop, quello stile vagamente alla Tim Burton, per intenderci; eppure le sculture di Liz ci sembrano più gioiose, più scanzonate e irriverenti. Forse, come la loro autrice, sotto la patina leziosa e ricercata sono davvero delle sculture punk.

E poi ammettiamolo: quanti di noi, da bambini, non sarebbero impazziti per dei pupazzetti simili?

Ecco il sito ufficiale di Elizabeth McGrath.

Roland Topor

 

Ogni giorno ripetersi: “Non sarò mai più così giovane come oggi”.
(Roland Topor)

Roland Topor (1938-1997) è stato un illustratore, disegnatore, pittore, scrittore, poeta, regista, paroliere, attore e cineasta francese.

Nato a Parigi da genitori polacchi, Topor si distingue come creatore narrativo per immagini dallo stile originale e trasgressivo – è curioso notare che la parola “topor” significa in polacco “ascia” – attivo nei campi più svariati dell’espressione figurativa nella quale infondeva carattere umoristico e dissacrante: dalla pittura all’illustrazione, dall’incisione alla fotografia, dalla scultura alla scenografia teatrale, dal cinema alla musica, dalla letteratura alla televisione.

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Nella sua opera, frutto di una vita indipendente da committenze continuative e da conformismi di ogni tipo, sempre a contatto umano ed artistico con personaggi del mondo dell’arte e della cultura internazionale, emergono affinità e richiami ad alcuni dei movimenti artistici del novecento quali l’esperienza Dada, la derivazione Cobra, il lavoro con Fluxus, le esperienze dei pittori gestuali, la trasgressione della Body-Art, l’ironia della Pop Art e, alle radici, la conoscenza della grande illustrazione didascalica dell’Ottocento: il tutto condito da umorismo nero e da amore per la libertà.

Topor non si occupa veramente dell’inconscio, ma dell’inaccettabile. La sua fantasia dissimula con crudezza la globalità strana del mondo. Nulla gli è estraneo ma il mondo intero è al di là del percettibile, perché quello che sembra più evidente , più banale – la morte, la sofferenza – in realtà non lo sono.” (Alberto e Gianmaria Giorgi)

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Artista poliedrico e spiazzante, Roland Topor è stato troppo frettolosamente dimenticato e accantonato dall’immaginario collettivo, sia a causa di una sua difficile catalogabilità, che per una sconcertante violenza insita nelle sue opere. Dotato di un’ironia beffarda e dissacrante, Topor ha sempre fatto venire i brividi lungo la schiena ai soloni della critica ufficiale.
Nella sua eccentrica carriera artistica ha fatto di tutto: dalla pittura all’illustrazione, dal teatro alla fotografia, dall’incisione alla scultura, dal cinema d’animazione ai romanzi, dalla musica alla televisione. E tutto questo continuamente sperimentando nuovi linguaggi espressivi e rimanendo fedele alle sue convinzioni e ai suoi principi. Erede del nichilismo dadaista, è riuscito con la sua enigmatica arte a demolire qualsiasi forma di autorità precostituita, ridimensionando contemporaneamente sia il borioso sapere scolastico che la cultura ufficiale imperante. Illuminante il fatto che abbia frequentato la rinomata Accademia di Belle Arti “dal bar di fronte”, come amava ricordare, rifiutando così di diventare un’artista/pollo di batteria come tanti altri.

Un individuo, per sopravvivere, deve dissimulare la sua virulenza.
Deve svolgere un’attività utile a una comunità umana, a un gruppo sociale.
Deve dare l’impressione di essere sincero. Deve apparire UOMO NORMALE.
La sola rivolta individuale consiste nel sopravvivere.

(Roland Topor)

La sua immaginazione sadica e il suo tagliente umorismo nero hanno disvelato, senza mezzi termini, l’assurdità nascosta nel reale, regalandoci un intimo e perturbante brivido. I suoi esseri umani immondi e mostruosi, raffigurati in preda ai piaceri più sfrenati e aggressivi, fanno pensare alle fantasie devianti di un moderno Hieronymous Bosch.

Viviamo i dettagli angoscianti delle sue opere, fino quasi a sentirne l’acre odore e ad apprezzare, sconvolti, l’elasticità delle carni lacerate. Il mondo rivela la sua doppiezza, l’ipocrisia strisciante e l’artista, indignato, la mostra in tutta la sua repellente virulenza.

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Il campo dell’indagine dell’artista è dunque l’uomo con le sue frustrazioni nella società e quindi l’irrealtà delle situazioni quotidiane, l’allucinante e l’assurdo che diventano normalità sono rappresentati con la perversione del realismo, la crudeltà della verità, l’inquietudine dell’ironia più dissacrante… Il suo lavoro è concentrato non tanto sui significati convenzionali delle cose e degli esseri, quanto su ciò che questi offrono di ulteriore alla vista, sull’abisso su cui si aprono e sul mondo che lasciano intravedere e in cui ci si può perdere. Il posto del pubblico è proprio sul baratro, dove deve provare il gusto di sfiorare il pericolo e la fine.” (Gilberto Finzi)

CRONOLOGIA MINIMA

1962 – Crea con Alejandro Jodorowsky e Fernando Arrabal il Movimento Panico.

Dal 1961 al 1965 – Contribuisce alla rivista satirica Hara Kiri, oltre che pubblicare vignette sul New York Times e sul Newyorker.

1965 – Crea, con il collega René Laloux, il cortometraggio di animazione Les Escargot, premio speciale della giuria al Cracovia Film Festival.

1971 – Crea i disegni per i titoli di testa di Viva la muerte (di F. Arrabal).

1973 – René Laloux dirige Il Pianeta Selvaggio (La Planète Sauvage), su disegni e sceneggiatura di Topor, basato su un romanzo di fantascienza di Stefan Wul. Il lungometraggio di animazione vince il premio della giuria al Festival di Cannes.

1974 – Topor ha un cameo in Sweet Movie di Dusan Makavejev.

1976 – Roman Polanski dirige L’inquilino del terzo piano (The Tenant) adattando il romanzo di Topor Le locataire chimérique.

1979 – Recita nel ruolo di Renfield nel Nosferatu di Werner Herzog.

1983 – Crea con Henri Xhonneux la popolare serie TV Téléchat, una parodia dei telegiornali con pupazzi di un gatto e di un’ostrica.

1989 – Con Henri Xhonneux co-scrive la sceneggiatura del film Marquis, ispirato alla vita e alle opere del Marchese de Sade. Il cast è costituito da attori in costume con maschere di animali.

Per guadagnare da vivere io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura…
La realtà in sé è orribile, mi dà l’asma. La realtà è insopportabile senza gioco,
il gioco consente un’immagine della realtà. Io non posso perdere
il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno
di questo gioco astratto che mi permette di trovare
quello che può essere ancora umano.

(Roland Topor)


Hyungkoo Lee

Hyungkoo Lee è uno scultore Sudcoreano che ha creato un collezione davvero particolare. L’artista ha immaginato quali potrebbero essere le strutture scheletriche dei più popolari eroi dei cartoni animati. Modellando in resina, con fili d’acciaio, barrette di alluminio e altri materiali, e dipingendo ad olio la scultura, Lee cerca di rendere piuttosto realistici i suoi soggetti, quasi fossero degli antichi ritrovamenti di qualche paleontologo. Un paleontologo pop, potremmo dire.

Dopo l’iniziale risata che suscitano le sue sculture, è interessante come le opere facciano anche riflettere. Wile E. Coyote che insegue Road Runner è istantaneamente riconoscibile, così come Paperino, Tom & Jerry o Bugs Bunny. Anche se ridotti all’osso, questi personaggi irreali sono entrati talmente a fondo nella nostra mitologia moderna, da esserci più familiari di animali realmente esistenti. Li abbiamo antropomorfizzati e, in definitiva, li sentiamo vicini a noi. Li conosciamo bene, sono gente di famiglia. Ed ecco qui i loro scheletri, esposti in un museo.

Cosa significa? Forse che anche nel mondo moderno le mitologie sono destinate ad estinguersi? O che ad estinguersi è stata la nostra infanzia, e la nostra ingenuità così bene rappresentata da questi personaggi?

Secondo l’autore, si tratta semplicemente di analizzare e scomporre. Se i cartoni animati ci rappresentano così bene, decostruendo il loro aspetto si arriva a capire qualcosa anche di noi stessi. Abbiamo, cioè, creato i personaggi animati perché dessero corpo alle nostre gioie e ai nostri dolori, alle tribolazioni e alle vittorie: sono anche simbolo di un mondo ideale, in cui la realtà si può piegare a piacimento, in cui dolore e sofferenza sono momenti comici, e finire sotto una schiacciasassi ha per unico effetto quello di ridurci a sottilette ambulanti. “Spogliare” questi personaggi della loro illusoria carne per arrivare all’ossatura vera e propria è il senso di queste sculture. Gli scheletri, così essenziali, sarebbero un’espressione dei nostri desideri, delle nostre paure. L’essenza, cioè, della nostra caricatura.

Il sito ufficiale di Hyungkoo Lee.

Scoperto via Michael Sporn Animation.