Caitlin Doughty e la Buona Morte

Non dovremmo temere le autopsie.
Non mi riferisco a questo termine in senso medico-legale (anche se consiglio a tutti di assistere a una vera autopsia), quanto piuttosto al suo significato etimologico: l’atto di “vedere con i propri occhi” è il fondamento di ogni conoscenza, e il primo passo per sconfiggere la paura. Fissando ciò che ci spaventa, studiandolo, addomesticandolo si può scoprire talvolta che il nostro timore era infondato fin dall’inizio.
Per questo motivo ho spesso, in queste pagine, affrontato direttamente la morte, con tutte le sue complesse sfaccettature culturali; perché l’atto autoptico è sempre fecondo e necessario, soprattutto quando parliamo del più grande “rimosso collettivo” della nostra società.

Portando avanti queste stesse rilessioni, c’è chi oltreoceano ha dato vita a un vero e proprio movimento attivista per sollecitare un più sano confronto con la morte: Caitlin Doughty.

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Caitlin, classe 1984, ha deciso di intraprendere la carriera di operatore funebre proprio per sconfiggere le proprie paure sulla morte; anche quando era alle prime armi, recuperando le salme nelle abitazioni con un furgone, preparandole e affrontando le peculiari fatiche del forno crematorio, questa ragazza tutt’altro che timida aveva un progetto in mente – cambiare il settore funerario americano dall’interno. La fobia moderna per la morte, di cui Caitlin ha avuto esperienza diretta, ha infatti raggiunto livelli paradossali, rendendo il processo di elaborazione del lutto un’impresa quasi impossibile. L’ansia irrazionale riguardo al cadavere ha fatto sì che i professionisti di fatto rimuovano totalmente la presenza “scandalosa” della salma dall’ambito familiare, privando i parenti del tempo necessario a comprendere la propria perdita. Fino ai casi estremi delle cremazioni ordinate online, in cui un genitore può spedire il corpo del figlio morto e ricevere l’urna a casa qualche giorno dopo: nessun rituale, nessun contatto, nessuna ultima immagine, nessun ricordo di questo fondamentale momento di passaggio. Come si può venire a patti con un lutto, se si evita perfino di guardarlo?

Da queste premesse nasce dunque il suo progetto, per certi versi “sovversivo”: riportare la morte nelle case, dare la possibilità alle famiglie di riappropriarsi delle spoglie dei loro cari, e trasformare le pompe funebri in un servizio che non si sostituisca ai parenti nelle varie fasi di preparazione della salma, ma li assista in maniera non invasiva. Passare del tempo a contatto con un cadavere non pone in pratica alcun problema igienico, e anzi può aiutare a processare concretamente la perdita. Poter svolgere rituali privati, poter lavare, vestire il corpo, parlarci un’ultima volta, e infine avere maggiori opzioni riguardo al destino delle spoglie: questo approccio più sereno è possibile soltanto se si incomincia a parlare apertamente di morte.

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Caitlin ha quindi deciso di agire su più fronti.
Da una parte, ha fondato The Order of the Good Death, un’associazione di professionisti funebri, artisti, scrittori e accademici riuniti dalla voglia di cambiare l’atteggiamento occidentale nei confronti della morte, dei funerali, del lutto.
L’Ordine della Buona Morte promuove seminari, workshop, conferenze e organizza ogni anno il Death Salon, giornate di incontro e di discussione in cui storici, intellettuali, artisti, musicisti e ricercatori approfondiscono i più disparati aspetti culturali legati alla morte.
Dall’altra, Caitlin ha aperto un fortunato canale YouTube in cui risponde alle domande degli utenti sui retroscena del settore funebre. La sua webserie Ask a Mortician non arretra di fronte ad alcun dettaglio raccapricciante (si parla dell’annosa questione delle feci post-mortem, dell’esistenza o meno di necrofili nel settore funebre, ecc.), ma il taglio ironico e dissacrante riesce a stemperare i toni e a far passare il messaggio sotterraneo: non bisogna aver paura di parlare della morte.

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Infine, per raggiungere un numero ancora più vasto ed eterogeneo di persone, Caitlin ha pubblicato il brillante Smoke Gets In Your Eyes, un resoconto autobiografico del suo periodo da apprendista in una ditta di pompe funebri: con il consueto humor che la contraddistingue, Caitlin dissemina le pagine di numerosi aneddoti macabri e dettagliate disavventure per deliziare la segreta curiosità del lettore (sì, alcuni capitoli andrebbero letti a stomaco vuoto), non esitando però a raccontare anche i momenti più tragici e umanamente emozionanti vissuti grazie al suo lavoro. Ma il vero interesse del libro sta soprattutto nell’evolversi del suo pensiero riguardo alla morte, fino alla decisione di scendere in campo attivamente per cambiare le cose. Smoke Gets In Your Eyes è diventato immediatamente un bestseller, a riprova della voglia di conoscere ciò che è socialmente mantenuto fuori scena.

Per introdurre anche al pubblico italiano il suo lavoro, e l’importante dibattito che solleva, ho rivolto qualche domanda in esclusiva a Caitlin.

Il tuo lavoro nel settore funebre ha cambiato il modo in cui guardi alla morte?

Mi ha consentito di essere più a mio agio con i morti. Ma, ancor di più, mi ha fatto apprezzare il cadavere e realizzare quanto sia strano che facciamo di tutto, come “industria funebre”, per nasconderlo. Saremmo una cultura più felice e più sana, in Occidente, se non cercassimo di mascherare la mortalità.

Hai dovuto mettere in atto qualche tipo di meccanismo psicologico di difesa per rapportarti ogni giorno con i cadaveri?

No, non credo. Non sono i morti il vero problema psicologico. È molto più difficile gestire le emozioni quando si lavora con i vivi, farsi carico del loro lutto, delle loro storie, del loro dolore. Devi trovare un equilibrio fra l’apertura verso le famiglie, e la necessità di non portarti a casa tutto questo.

“Sembra che stia dormendo” dev’essere il miglior complimento per un necroforo. Essenzialmente si sostituisce il cadavere con un simbolo, un simulacro. La nostra cultura ha deciso molto tempo fa che la morte debba essere un Grande Sonno: nella Grecia antica, Tanathos (la morte) e Hypnos (il sonno) erano fratelli, e con l’avvento del Cristianesimo questa analogia si è definitivamente solidificata – basti vedere ad esempio la parola “cimitero”, che letteralmente significa “dormitorio”. Quest’idea della morte come simile al sonno è chiaramente di conforto, ma è soltanto una storia che continuiamo a raccontare a noi stessi. Senti il bisogno di nuove narrative sulla morte?

“Sembra che stia dormendo” non è per forza il complimento che vorrei sentirmi dire. Mi piacerebbe davvero se qualcuno mi confidasse: “si vede che è morto, ma è così bello. Sento che vederlo così mi sta aiutando ad accettare il fatto che se ne sia andato”. Accettare la perdita diventa più difficile se insistiamo a pensare che i nostri cari stiano dormendo all’infinito. Non stanno dormendo. Sono morti. Può essere devastante pensarlo, ma è parte del processo di accettazione.

Nel tuo libro, parli estesamente della medicalizzazione e rimozione della morte dalle nostre società, un argomento che è stato molto discusso in passato. Tu però hai fatto un passo ulteriore, diventando un’attivista a favore di un nuovo, più sano modo di relazionarsi con la morte e il morire – cercando di sollevare il tabù che riguarda questi temi. Ma, all’interno di qualsiasi cultura, i tabù giocano un ruolo importante: pensi che un rapporto più rilassato con la morte potrebbe rovinare l’esperienza del sacro, e svuotarla del suo mistero?

La morte sarà sempre misteriosa e sacra. Ma l’effettivo processo del morire e il cadavere, se li rendiamo misteriosi e li releghiamo al “dietro le quinte”, diventano spaventosi. Mi è capitato talvolta che qualcuno mi venisse a dire: “Ho sempre pensato che mio padre sarebbe stato cremato assieme ad altre persone, in una grande montagna di corpi. Grazie per avermi descritto nel dettaglio come funzionano le cose”. Le persone sono talmente terrificate da ciò che non conoscono. Io non posso aiutare la gente riguardo agli aspetti spirituali della vita dopo la morte, posso solo dare il mio contributo sulle realtà terrene della salma. E so che l’educazione rende le persone meno spaventate. La morte in diverse culture non è affatto un tabù, e molti studiosi ritengono che non sia nemmeno un tabù “naturale” o radicato – siamo noi a farlo divenire tale.

Internet ha cambiato il modo in cui esperiamo la morte? Siamo davvero prossimi a una rivoluzione?

Internet ha cambiato la morte, ma è qualcosa che non possiamo davvero giudicare appieno. Tutti si scandalizzano riguardo ai teenager che si scattano i selfie ai funerali, ma è soltanto un’altra espressione del nuovo panorama digitale. In America negli anni ’60 si pensava che la cremazione fosse una pratica pagana, demoniaca, peccaminosa, e adesso quasi il 50% degli americani la sceglie. Ogni generazione porta le cose avanti di un passo in una nuova direzione, anche la morte evolve.

Promuovendo la morte in casa, e l’idea che le famiglie possano prendersi cura dei propri morti, stai in un certo senso ribellandoti contro un business funerario multimilionario. Hai ricevuto feedback negativi o reazioni astiose?

Ci sono impresari funebri di tutti i tipi che di certo non mi amano, né gli piace ciò che dico. Ne comprendo il motivo, sto mettendo in discussione la loro importanza e sottolineando la loro incapacità ad adattarsi. Anch’io mi odierei. Eppure fanno molta fatica a confrontarsi direttamente con me. Fanno anche fatica ad avere un dialogo aperto e rispettoso. Immagino sia una questione che a loro sta troppo a cuore.

Diverse pagine nel tuo libro sono dedicate a sfatare un mito molto recente, eppure già estremamente radicato, riguardo alla morte: l’idea della necessità assoluta dell’imbalsamazione. L’imbalsamazione moderna, una pratica essenzialmente americana, si è diffusa durante la Guerra Civile per preservare i corpi dei soldati morti al fronte, fino al loro rientro a casa. Poiché questa procedura non ha mai preso piede in Italia, è difficile per noi comprenderne le implicazioni: perché questo problema ti sembra così importante?

Per prima cosa, l’imbalsamazione non è una tradizione americana dalla grandiosa importanza storica. Ha soltanto poco più di un secolo, quindi è sciocco pensare che sia la struttura portante della nostra cultura della morte. L’imbalsamazione è un processo altamente invasivo che finisce per riempire i corpi di pericolose sostanze chimiche. Non sono contro la scelta di eseguirla, ma alla maggior parte delle famiglie viene raccontato che è necessaria per legge, o che serve a rendere il corpo igienicamente sicuro, ed entrambe le cose sono completamente false.

Il tuo Order of the Good Death sta crescendo rapidamente in popolarità, e conta un nutrito calendario di eventi “death-positive”, conferenze, workshop e ovviamente il Death Salon. La maggior parte degli organizzatori e dei membri nell’Ordine sono femmine: perché secondo te le donne si ritrovano in prima linea, in questo movimento di presa di coscienza riguardo alla morte?

Questo è un grande mistero. Forse ha a che vedere con il legame storico fra le donne e la gestione della morte, e il desiderio di rivendicarlo. Magari è un atto di femminismo, una sorta di rifiuto a lasciare che i maschi controllino i nostri corpi – nella riproduzione, nell’assistenza sanitaria, nella morte. Non ci sono risposte precise, ma sarebbe bello se qualcuno ci scrivesse una tesi!

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Siti di riferimento:
The Order of the Good Death
Death Salon
Il canale Youtube di Caitlin Doughty e il suo libro: Smoke Gets in Your Eyes: And Other Lessons from the Crematorium.

Il volto del dolore

All’inizio del secolo scorso la medicina stava entrando nella sua età più matura e progredita; eppure, come abbiamo spesso notato (vedi ad esempio i metodi per aprire una bocca descritti in questo articolo), la pratica terapeutica mancava ancora della doverosa attenzione per il paziente e per la sua sofferenza.

Nei primi anni ’30 il Dr. Hans Killian, uno dei più conosciuti anestesiologi e chirurghi tedeschi, sentì che era tempo di cambiare l’attitudine dei medici nei confronti del dolore. Secondo il Dr. Killian, non soltanto ne avrebbero beneficiato i pazienti in quanto esseri umani, con una propria dignità e sensibilità, ma perfino la pratica medica: riconoscere i sintomi della sofferenza, infatti, avrebbe dovuto essere parte integrante dell’anamnesi clinica. Come esporre la questione in maniera scientifica e al tempo stesso incisiva?

Il Dr. Killian era appassionato di arte e fotografia, ma fino ad allora aveva tenuto ben separati i suoi interessi estetici dalla professione medica. Il suo primo libro di fotografie, intitolato Farfalla, mostrava suggestive immagini delle farfalle che lui stesso allevava, e venne pubblicato sotto pseudonimo, per non mettere a repentaglio la “serietà” del suo status di chirurgo. Questa volta, però, la posta in gioco era troppo alta per non rischiare. Così il Dr. Killian decise di pubblicare a suo nome (anche a discapito della sua carriera) il progetto che più gli stava a cuore, e che avrebbe contribuito a cambiare il rapporto medico-paziente.

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Il suo controverso libro, pubblicato nel 1934, si intitolava Facies Dolorosa: Das schmerzensreiche Antlitz (“l’aspetto del dolore”). Si trattava di 64 fotografie di bambini, uomini e donne di ogni età, ricoverati all’ospedale dell’Università di Freiburg in cui egli stesso esercitava come chirurgo. I soggetti dei ritratti erano suoi pazienti, alcuni dei quali terminali, fotografati nei loro letti.

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Sfogliando il volume, si avvertiva subito un’evidente (e feconda) ambiguità. Da una parte, la raccolta poteva essere interpretata come testo prettamente medico, un’osservazione empirica relativa al primo stadio di ogni diagnosi, cioè l’esame esterno del paziente: in questo senso, il libro aveva lo scopo di illustrare e catalogare tutti i diversi modi in cui la malattia può manifestarsi sul volto, influenzandone l’espressione. Veniva per esempio mostrata la facies tragica dei malati di ipertiroidismo, in cui la retrazione spastica della palpebra superiore causa una peculiare mimica con “occhi sbarrati”, assieme a diversi altri tipi di “maschera” che indicano specifici disturbi.

 

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Ma la forza del suo libro, il Dr. Killian ne era ben conscio, non stava nella cornice scientifica – che era anzi poco più che un alibi. Molte delle sue fotografie, infatti, non mostravano affatto i segni evidenti della malattia, bensì si focalizzavano sull’ansia, la tristezza e lo sconforto infinito veicolato dagli sguardi dei pazienti. Con la sua Rolleiflex, Killian si prefissava di catturare gli effetti della malattia sull’umore di quelle persone, il loro stato psicologico, la loro essenza umana sotto la fatica e la debilitazione.

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Al di là dei dati statistici e misurabili, Killian era alla ricerca di ciò che definiva das Unwägbare, “l’imponderabile”: a suo dire, infatti, ogni diagnosi si affidava anche a una sorta di istinto suggerito dall’esperienza, una fulminea “impressione” che il medico aveva guardando il paziente durante la prima visita. Certo, le analisi in laboratorio avevano il loro peso, ma per Killian l’arte medica viveva innanzitutto di questo genere di intuito.

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L’opera del Dr. Killian è tutta racchiusa in questa duplicità, in questa tensione fra la solidità apparente della presentazione scientifica e la dimensione emotiva della sofferenza. Paradossalmente le fotografie di Facies Dolorosa, nonostante non mostrino morbi o deformità particolarmente scioccanti, colpiscono in maniera ancora più profonda l’osservatore: in luogo dell’asetticità che ci si aspetterebbe da un atlante medico, propongono una visione partecipe dello sconforto e del dolore dei soggetti rappresentati. Talvolta i malati guardano in macchina, talvolta il loro sguardo sembra perdersi oltre l’obbiettivo, in una commovente contemplazione della propria condizione. I pochi e spogli dettagli, oltre al volto, concentrano tutta l’attenzione sul corpo, divenuto una gabbia penosa e desolata.
Che l’empatia fosse ciò che davvero interessava a Killian risulta evidente nei due casi in cui l’intimità dell’obbiettivo si spinge fino a fotografare il soggetto prima e dopo la morte.

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Il libro ebbe probabilmente un ruolo fondamentale nell’evoluzione del rapporto medico-paziente; oltre a questo, Facies Dolorosa scavalcò coraggiosamente i confini tra scienza ed arte in un periodo in cui queste due discipline erano largamente considerate contrapposte. La sua aura di poetica umanità colpisce anche oggi, tanto che l’esperto di storia della fotografia Martin Parr lo ha definito “forse il più melanconico di tutti i libri fotografici”.

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Speciale: Fotografare la morte – I

Tutte le fotografie sono dei memento mori.

Scattare una foto significa partecipare alla

mortalità, vulnerabilità e mutevolezza

di un’altra persona.

(Susan Sontag)

Abbiamo deciso di proporre cinque domande, sempre le stesse, ad alcuni fra i più grandi fotografi che durante la loro carriera hanno affrontato direttamente il tema della morte e del cadavere. Alcuni hanno gentilmente declinato l’invito, come ad esempio Jeffrey Silverthorne, che già negli anni ’70 aveva rifiutato di comparire nel fondamentale saggio The Grotesque in Photography di A. D. Coleman. Altri, invece, ci hanno generosamente concesso questa breve intervista in esclusiva.

ANDRES SERRANO

Nato a New York nel 1950, figlio unico di padre honduregno e madre afro-cubana, Andres Serrano ha passato gran parte della giovinezza a Brooklyn. La rigida educazione cattolica ricevuta da ragazzo giocherà un ruolo fondamentale nella sua ricerca artistica; affascinato dai pittori del Rinascimento, da Rembrandt così come dai surrealisti, Serrano esplora fin da subito le connessioni nascoste ed estatiche fra l’iconografia religiosa e la concretezza del corpo. Il sangue, archetipo mistico e simbolo di vita e morte al tempo stesso, diviene uno degli elementi fondamentali dei suoi lavori. Più tardi comincerà ad utilizzare altri fluidi corporei, come urina, latte e sperma, rendendoli non semplici oggetti delle sue fotografie, ma veri e propri mezzi espressivi.

Le sue due serie Body Fluids e Immersions (1985-90) fecero scoppiare una furibonda polemica che colse di sorpresa l’autore stesso. Una fotografia, in particolare, si rivelò di una forza provocatoria destinata a rimanere immutata nei decenni successivi: si tratta di Piss Christ, e mostra un crocefisso immerso nell’urina. Considerata blasfema e offensiva, nel 1989 fu oggetto di un acceso dibattito al Senato degli Stati uniti; vandalizzata in Australia e presa di mira da un gruppo di naziskin in Svezia nel 2007, nel 2011 venne distrutta da un gruppo cattolico ad Avignone. Nelle intenzioni dell’artista, la serie Immersions si prefiggeva di visualizzare la dicotomia fra la condizione umana, corporale, terrena, e la tensione mistica: Piss Christ e le altre fotografie della serie sembrano affermare che è possibile trovare la divinità perfino nella fisicità umana, nei fluidi e nella carne, perché in fondo il nostro corpo è santo in tutte le sue manifestazioni.


Nell’immaginario popolare da quel momento Serrano è divenuto un artista “maledetto”, estremo e provocatore. La sua visione non ha mai deviato a causa delle polemiche, ed egli ha sempre rifiutato di censurare le sue fotografie, anche quelle più scabrose contenute nella serie A History of Sex; ma ridurre la sua opera a pietra dello scandalo significherebbe dimenticare le sue abilità di ritrattista mostrate in Nomads (1990), Klan series (1990, che ritrae membri del KKK) o in Budapest Series (1992).

Ma le fotografie che ci interessano qui sono ovviamente quelle contenute nella celebre The Morgue (1992). Serrano ha dichiarato: “credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati più insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

In The Morgue, l’obbiettivo del fotografo si concentra sui corpi arrivati all’obitorio, talvolta ancora quasi perfetti, talvolta decomposti, mutilati, dilaniati. Ritratti in composizioni rigorose, veri e propri tableaux dall’illuminazione caravaggesca e dai colori accesi, i morti sembrano in bilico fra la reificazione ultima e una sorta di postuma soggettività.

L’intrusione della macchina di Serrano in questo luogo nascosto, il suo indugiare su questi cadaveri vulnerabili e indifesi è una violazione dell’intimità, o un commosso omaggio? Il suo occhio cede alla seduzione morbosa del macabro, oppure è alla ricerca di qualche segreto dettaglio che dia significato alla morte stessa? Impossibile, e forse inutile, risolvere questa ambiguità. La potenza delle immagini di Andres Serrano sta proprio in questa capacità di estetizzare ciò che viene normalmente reputato osceno, e nella testarda convinzione di poter mostrare la meraviglia anche nel più triste e quotidiano degli orrori.


Ecco quindi la nostra intervista ad Andres Serrano.

1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è una parte della vita. Esserne incuriositi è naturale. Io fotografo la morte come un’investigazione, allo stesso tempo spirituale ed estetica. È una ricerca sulla vita alla fine del suo corso.


2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Lo scopo del mio lavoro sui morti è lo stesso del mio lavoro sui vivi: creare opere d’arte potenti e avvincenti.


3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

Lavorando nell’obitorio, a fianco di dottori e assistenti clinici, mi sono sentito parte di un gruppo di professionisti che hanno scelto di lavorare con i cadaveri. Non c’è nulla di disgustoso o irrispettoso nel lavorare con i morti, o nel volere mostrare la bellezza che è nella morte. Non considero il mio lavoro scioccante, né tabù.


4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Non è mai difficile fare il lavoro che vuoi fare e che ti senti spinto a intraprendere. Non saprei dire se è successo qualcosa che potrei definire aneddotico; l’unica cosa che mi ha sorpreso è che davvero poche persone erano morte di morte naturale. La maggior parte di quei cadaveri erano morti inaspettatamente e prematuramente.


5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Preferirei scattarmela da solo, perché nessun altro saprebbe farla come me.

Ecco un interessante saggio (PDF in inglese) su The Morgue, e il sito ufficiale di Andres Serrano.

Maschere mortuarie

Le maschere mortuarie sono una delle tradizioni più antiche del mondo, diffusa praticamente ovunque dall’Europa all’Asia all’Africa. Così come assieme al cadavere venivano spesso lasciati viveri, armi o altri oggetti che potessero servire al morto nel suo viaggio verso l’aldilà, spesso coprire il volto con una maschera garantiva al suo spirito maggiore forza e protezione. Nelle tradizioni africane queste maschere erano minacciose e terribili, per spaventare ed allontanare i dèmoni dall’anima del defunto. Nell’antico bacino del Mediterraneo, invece, la maschera veniva forgiata stilizzando le reali fattezze del morto: ricorderete certamente le più famose maschere funerarie, quella di Tutankhamen e quella attribuita tradizionalmente ad Agamennone (qui sopra).

Ma già dal basso Impero Romano, e poi nel Medio Evo, le maschere non si seppellivano più assieme al corpo, si conservavano come ricordi; inoltre si cercò di riprodurre in maniera sempre più fedele il volto del defunto. Si ricorse allora all’uso di calchi in cera o in gesso, applicati sulla faccia poco dopo la morte del soggetto da ritrarre: da questo negativo venivano poi prodotte le maschere funerarie vere e proprie. Si trattava di un processo che pochi si potevano permettere e dunque riservato a un’élite composta da nobili e sovrani – ma anche a personalità di spicco dell’arte, della letteratura o della filosofia. È grazie a questi calchi che oggi conosciamo con esattezza il volto di molti grandi del passato: Dante, Leopardi, Voltaire, Robespierre, Pascal, Newton e innumerevoli altri ancora.

La differenza con un ritratto dipinto o una scultura dal vivo è evidente: nelle maschere mortuarie non è possibile l’idealizzazione, lo scultore riproduce senza imbellettare, e ogni minimo difetto nel volto rimane impresso così come ogni grazia. Non soltanto, alcune maschere mostrano volti con fattezze già cadaveriche, occhi infossati, guance molli e cadenti, mascelle allentate. Con la sensibilità odierna ci si può domandare se sia davvero il caso di ricordare il defunto in questo stato – dubbio non soltanto moderno, visto che Eugène Delacroix aveva dato disposizioni affinché “dopo la sua morte dei suoi lineamenti non fosse conservata memoria”.

Eppure, se pensiamo che la fotografia post-mortem prenderà il posto delle maschere dalla fine del 1800, forse queste estreme, ultime immagini hanno un valore e un significato simbolico necessario. Possibile che ci raccontino qualcosa della persona a cui apparteneva quel volto? Il volto di un cadavere ci interroga sempre, pare nascondere un ambiguo segreto; quando poi si tratta del viso di un grande uomo, l’emozione è ancora più forte. Ci ricorda che la morte arriva per tutti, certo, ma segna anche la fine di una vita straordinaria, magari di un’epoca come nel caso della maschera mortuaria di Napoleone. E, soprattutto, riporta nomi celebri a una concretezza e una fisicità terrena che nessun dipinto, statua o addirittura fotografia potrà mai avere: si fanno segni della loro realtà storica, ci ricordano che questi uomini leggendari sono davvero passati di qui, hanno avuto un corpo come noi, e sono stati capaci di cambiare il mondo.

Se volete approfondire, questa pagina raccoglie molte delle principali maschere mortuarie con splendide foto; è anche consigliata una visita al Virtual Museum of Death Mask, più incentrato sulla tradizione russa, e che permette di confrontare le foto o i ritratti “in vita” e le maschere mortuarie di alcuni personaggi celebri.

Fotografia post-mortem

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L’introduzione del dagherrotipo, nel 1839, rese la fotografia ritrattistica molto più comune, e in  breve tempo divenne usanza ritrarre un’ultima immagine del corpo di un caro estinto. Questa, che può sembrare una consuetudine macabra o malsana, era in effetti molto spesso l’unica possibilità per una famiglia di ritenere un’estrema immagine del defunto – e in effetti si trattava nella maggioranza dei casi dell’unica fotografia posseduta dalla famiglia, soprattutto nel caso di morte di un infante, evenienza molto diffusa nell’epoca vittoriana.

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Spesso la fotografia veniva inoltre spedita ai parenti rimasti oltremare, che avevano così quell’unica opportunità di vedere il volto del defunto, e di sentirsi così più vicini al dolore e alla perdita dei familiari.

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I cadaveri venivano normalmente bloccati in pose che suggerissero un’idea di vita, come se i morti stessero riposando, dormendo o semplicemente sedendo su una sedia. I fotografi talvolta dovevano ingegnarsi a costruire delle vere e proprie armature di metallo per sostenere i corpi in posture che risultassero naturali. Altre volte, specialmente sulle fotografie di bambini, essi intervenivano sul negativo dipingendo occhi spalancati sulle palpebre chiuse del piccolo cadavere.

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Recentemente un fotografo tedesco, Walter Schels, e la sua partner Beate Lakotta hanno intervistato diversi malati terminali, inducendoli a parlare delle proprie aspettative e dei timori che nutrivano nei confronti della morte. Hanno poi scattato una fotografia ad ognuno di loro, prima e dopo il loro trapasso. Il risultato è un eccezionale ritratto umano, e un toccante tentativo di discernere, nella differenza fra il volto vivo e quello morto, quella scintilla che fa di ogni essere qualcosa di unico.

Le fotografie di Schels, assieme alle commoventi interviste, sono raccolte in questa pagina del Guardian.

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