La mia settimana di meraviglie inglesi – I

L’Inghilterra, a dispetto della dolcezza con cui vi si profilano le mansuete colline o del verde piacevole delle sue campagne, ha sempre avuto ai miei occhi un che di funereo.

Una simile impressione così fumosa e irrazionale, ne sono conscio, non è altro che un’indifendibile generalizzazione; né posso peraltro impedire che sorga in me ogni volta che ritorno oltremanica.
Sarà a causa delle romantiche rovine dei conventi che caratterizzano il paesaggio fin dai tempi dello scisma, o per via del cielo di plumbea fama, o il ricordo dei lutti vittoriani; ma sospetto che a suggerirmi questa segreta affinità di un intero paese con la morte siano stati proprio gli Inglesi conosciuti negli anni, che sembravano combattere con le armi dell’ironia una congenita, filosofica rassegnazione.
John Cleese ha spesso sbeffeggiato nei suoi sketch la rispettosa severità anglosassone, la paura di ferire o ferirsi se si lascia libero corso ai sentimenti — lo stesso comportamento trattenuto che però trova il suo contraltare nella crudeltà del British humour, nelle abbacinanti esplosioni estatiche di Blake, nell’iconoclastia dandy o nel nichilismo punk. E così, per quanto faccia, non mi scrollo di dosso la sensazione che quello inglese sia un popolo che ragiona più d’altri, o forse con meno distrazioni, sulla vanitas, e che anzi dalla consapevolezza della futilità (perfino riguardo alle convenzioni sociali) sia in grado di trarre alimento per una sotterranea vena sovversiva.

Ecco perché recarmi a parlare di memento mori in Inghilterra mi è sembrato in un certo senso naturale fin dal principio.
All’Università di Winchester si è radunata un’eterogenea folla di accademici (medievalisti, storici della medicina, anatomisti, paleopatologi, esperti di letteratura o di pittura) e di artisti, tutti interessati alle relazioni fra morte, arte e anatomia.

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Questi tre giorni di memorabile fermento intellettuale hanno, per così dire, carburato una mente già per sua natura sovraeccitata.
Sono arrivato quindi in uno stato di aumentata percezione al mio appuntamento con Londra che, quasi a voler smentire i preconcetti di cui parlavo all’inizio, mi ha accolto con un sole intenso e con il blu cristallino fra i tetti dei palazzi. Eppure i giorni trascorsi nella capitale si sono dimostrati un prolungamento, e un approfondimento, delle meditazioni iniziate a Winchester.

La prima, dovuta visita, è stata chiaramente alla Wellcome Collection. Questo museo, fondato nel 2007, mi è particolarmente caro perché affronta, un po’ come faccio talvolta su queste pagine, le intersezioni fra scienza, arte e sacro. Nella collezione permanente si possono ammirare bambole anatomiche, memento mori, resti umani come ad esempio una celebre mummia peruviana vecchia di 5-7 secoli; ma anche sandali da fachiro, teste rimpicciolite, cinture di castità e oggetti religiosi.

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Un’affascinante esibizione temporanea intitolata States of mind: Tracing the edges of consciousness introduce il visitatore al mistero del sé, di ciò che chiamiamo “coscienza”, attraverso i territori liminali dell’incubo, del sonnambulismo e del suo contrario — la paralisi ipnagogica —, fino alle spiagge inesplorate dello stato vegetativo. Nell’ultima sala apprendo con un brivido come recenti studi suggeriscano che i pazienti sospesi fra la vita e la morte potrebbero essere ben più coscienti di quanto immaginato finora.


Il Grant Museum of Zoology, a 5 minuti a piedi dalla Wellcome Collection, è l’unico museo zoologico universitario rimasto nella capitale. Lo spazio aperto al pubblico non è molto grande, ma è stipato all’inverosimile con migliaia di esemplari che coprono l’intero spettro del regno animale. Scheletri, preparati in liquido e tassidermie restano muti — ma eloquenti — testimoni della vertigine della biodiversità.

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Altri 10 minuti di cammino, e raggiungo il numero 1 di Scala Street, dove si apre quello che probabilmente è il più particolare e suggestivo museo londinese: il Pollock’s Toy Museum.

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La visita procede salendo strette scale, passando all’interno di stanze e corridoi, in una sorta di labirinto che si dipana su più piani attraverso due diverse case, una costruita alla fine dell’Ottocento e l’altra risalente addirittura al secolo precedente. Ovunque, giocattoli antichi: bambole, soldatini, modelli di treni, peluche, cavalli a dondolo, pupazzi e caleidoscopi.
Venendo dal Museo di Zoologia, non posso impedirmi di pensare a quanto il gioco sia un’attività fondamentale per il mammifero uomo. Ma quello che potrebbe essere soltanto un curioso excursus nella storia e nelle diverse tipologie di giocattoli si trasforma ben presto in qualcos’altro.

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Sommersi dall’incredibile quantità di dettagli, di fronte alle teche affollate da centinaia di pupazzi logorati dal tempo, ci si trova facilmente in preda a una vaga inquietudine. E non si tratta nemmeno di quella fobia che alcuni provano di fronte al vitreo sguardo delle bambole vecchie; è una sottile, antica malinconia.

Che ne è stato dei bambini che hanno stretto quegli orsacchiotti, inscenato storie fantastiche sui teatrini di cartone o spalancato gli occhi di fronte a una lanterna magica?

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Forse è soltanto una suggestione dovuta ai giorni appena trascorsi fra animate discussioni riguardo ai simboli e ai simulacri della morte; forse sono ancora una volta i miei preconcetti.
Ma perfino in un museo dedicato al divertimento infantile, è il senso dell’impermamenza a trionfare.

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(Questo articolo continua qui)

Bizzarro Bazar a New York – I

New York, Novembre 2011. È notte. Il vento gelido frusta le guance, s’intrufola fra i grattacieli e scende sulle strade in complicati vortici, senza che si possa prevedere da che parte arriverà la prossima sferzata. Anche le correnti d’aria sono folli ed esagerate, qui a Times Square, dove il tramonto non esiste, perché i maxischermi e le insegne brillanti degli spettacoli on-Broadway non lasciano posto alle ombre. Le basse temperature e il forte vento non fermano però il vostro esploratore del bizzarro, che con la scusa di una settimana nella Grande Mela, ha deciso di accompagnarvi alla scoperta di alcuni dei negozi e dei musei più stravaganti di New York.

Partiamo proprio da qui, da Times Square, dove un’insegna luminosa attira lo sguardo del curioso, promettendo meraviglie: si tratta del museo Ripley’s – Believe It Or Not!, una delle più celebri istituzioni mondiali del weird, che conta decine di sedi in tutto il mondo. Proudly freakin’ out families for 90 years! (“Spaventiamo le famiglie, orgogliosamente, da 90 anni”), declama uno dei cartelloni animati.

L’idea di base del Ripley’s sta proprio in quel “credici, oppure no”: si tratta di un museo interamente dedicato allo strano, al deviante, al macabro e all’incredibile. Ad ogni nuovo pezzo in esposizione sembra quasi che il museo ci sfidi a comprendere se sia tutto vero o se si tratti una bufala. Se volete sapere la risposta, beh, la maggior parte delle sorprendenti e incredibili storie raccontate durante la visita sono assolutamente vere. Scopriamo quindi le reali dimensioni dei nani e dei giganti più celebri, vediamo vitelli siamesi e giraffe albine impagliate, fotografie e storie di freak celebri.

Ma il tono ironico e fieramente “exploitation” di questa prima parte di museo lascia ben presto il posto ad una serie di reperti ben più seri e spettacolari; le sezioni antropologiche diventano via via più impressionanti, alternando vetrine con armi arcaiche a pezzi decisamente più macabri, come quelli che adornano le sale dedicate alle shrunken heads (le teste umane rimpicciolite dai cacciatori tribali del Sud America), o ai meravigliosi kapala tibetani.

Tutto ciò che può suscitare stupore trova posto nelle vetrine del museo: dalla maschera funeraria di Napoleone Bonaparte, alla pistola minuscola ma letale che si indossa come un anello, alle microsculture sulle punte di spillo.

Talvolta è la commistione di buffoneria carnevalesca e di inaspettata serietà a colpire lo spettatore. Ad esempio, in una pacchiana sala medievaleggiante, che propone alcuni strumenti di tortura in “azione” su ridicoli manichini, troviamo però una sedia elettrica d’epoca (vera? ricostruita?) e perfino una testa umana sezionata (questa indiscutibilmente vera). Il tutto per il giubilo dei bambini, che al Ripley’s accorrono a frotte, e per la perplessità dei genitori che, interdetti, non sanno più se hanno fatto davvero bene a portarsi dietro la prole.

Insomma, quello che resta maggiormente impresso del Ripley’s – Believe It Or Not è proprio questa furba commistione di ciarlataneria e scrupolo museale, che mira a confondere e strabiliare lo spettatore, lasciandolo frastornato e meravigliato.

Per tornare unpo’ con i piedi per terra, eccoci quindi a un museo più “serio” e “ufficiale”, ma di certo non più sobrio. Si tratta del celeberrimo American Museum of Natural History, uno dei musei di storia naturale più grandi del mondo – quello, per intenderci, in cui passava una notte movimentata Ben Stiller in una delle sue commedie di maggior successo.

Una giornata intera basta appena per visitare tutte le sale e per soffermarsi velocemente sulle varie sezioni scientifiche che meriterebbero ben più attenzione.

Oltre alle molte sale dedicate all’antropologia paleoamericana (ricostruzioni accurate degli utensili e dei costumi dei nativi, ecc.), il museo offre mostre stagionali in continuo rinnovo, una sala IMAX per la proiezione di filmati di interesse scientifico, un’impressionante sezione astronomica, diverse sale dedicate alla paleontologia e all’evoluzione dell’uomo, e infine la celebre sezione dedicata ai dinosauri (una delle più complete al mondo, amata alla follia dai bambini).

Ma forse i veri gioielli del museo sono due in particolare: il primo è costituito dall’ampio uso di splendidi diorami, in cui gli animali impagliati vengono inseriti all’interno di microambienti ricreati ad arte. Che si tratti di mammiferi africani, asiatici o americani, oppure ancora di animali marini, questi tableaux sono accurati fin nel minimo dettaglio per dare un’idea di spontanea vitalità, e da una vetrina all’altra ci si immerge in luoghi distanti, come se fossimo all’interno di un attimo raggelato, di fronte ad alcuni degli esemplari tassidermici più belli del mondo per precisione e naturalezza.

L’altra sezione davvero mozzafiato è quella dei minerali. Strano a dirsi, perché pensiamo ai minerali come materia fissa, inerte, e che poche emozioni può regalare – fatte salve le pietre preziose, che tanto piacciono alle signore e ai ladri cinematografici. Eppure, appena entriamo nelle immense sale dedicate alle pietre, si spalanca di fronte a noi un mondo pieno di forme e colori alieni. Non soltanto siamo stati testimoni, nel resto del museo, della spettacolare biodiversità delle diverse specie animali, o dei misteri del cosmo e delle galassie: ecco, qui, addirittura le pietre nascoste nelle pieghe della terra che calpestiamo sembrano fatte apposta per lasciarci a bocca aperta.

Teniamo a sottolineare che nessuna foto può rendere giustizia ai colori, ai riflessi e alle mille forme incredibili dei minerali esposti e catalogati nelle vetrine di questa sezione.

Alla fine della visita è normale sentirsi leggermente spossati: il Museo nel suo complesso non è certo una passeggiata rilassante, anzi, è una continua ginnastica della meraviglia, che richiede curiosità e attenzione per i dettagli. Eppure la sensazione che si ha, una volta usciti, è di aver soltanto graffiato la superficie: ogni aspetto di questo mondo nasconde, ora ne siamo certi, infinite sorprese.

(continua…)