Link, curiosità & meraviglie assortite – 13

GIF art di Colin Raff

Gli ultimi tempi sono stati abbastanza densi, sulla scia della pubblicazione de Il pietrificatore.
Permettetemi un breve riassunto. 1) Sul Venerdì di Repubblica è uscito un bell’articolo a cura di Giulia Villoresi che prende le mosse dal libro per spaziare poi a più ampio raggio sulla nuova estetica del macabro, riservando delle belle parole a questo blog. 2) Sono stato ospitato dal sito svizzero Ossarium per la serie Death Expert of the Month, e rispondendo a una delle tre domande previste dal format ho raccontato un episodio tragico che mi ha particolarmente fatto riflettere. 3) Ho anche partecipato a The Death Hangout, podcast + serie YouTube in cui ho chiacchierato per mezz’ora a ruota libera assieme ai due conduttori Olivier e Keith, discutendo di musei e luoghi perturbanti, del significato simbolico dei resti umani, della crudeltà e bestialità della morte, ecc. 4) Infine le fotografie di Carlo Vannini sono servite da spunto alla bravissima Claudia Crobatia di A Course In Dying per le sue ottime considerazioni sulla curiosità morbosa, ma feconda, della generazione cresciuta con siti come Rotten.com.

E partiamo subito con i link, ma non prima di aver ripassato un classico, weirdissimo sketch dei Monty Python del 1972, in cui si immagina un film sull’idillio dei “bei tempi andati” della upper class inglese… diretto però da Sam Peckinpah, regista in quegli anni molto controverso per la violenza dei suoi western.

https://www.youtube.com/watch?v=LeYznvQvnsY

  • Il blog Rocaille — dedicato alla Bellezza che si nasconde nell’oscurità — è uno dei miei spazi virtuali preferiti. E di recente Annalisa ha visitato la wunderkammer Theatrum Mundi (di cui avevo parlato anch’io), che è uno dei miei spazi concreti preferiti. Per cui, figuratevi, la delizia è stata doppia.
  • Un’altra cara amica per cui nutro incondizionata ammirazione è la “cacciatrice di reliquie” Elizabeth Harper, che gestisce il sito All The Saints You Should Know. Qualche giorno fa è uscito un suo articolo davvero eccezionale sulle processioni della Settimana Santa a Zamora, in Spagna: durante le lunghe giornate dedicate alla celebrazione della morte di Cristo, ha assistito a un paradossale allentarsi dei freni sessuali inibitori. Ma è davvero un paradosso? Forse no, se l’erotismo, come affermato da Georges Bataille, non è altro che un’anticipazione della morte stessa, che annulla i nostri confini individuali. Ecco perché è così strettamente collegato all’estasi, e al sacro.

  • Visto che parliamo di Bataille: nella sua oscena Storia dell’occhio c’è un indimenticabile passaggio in cui la protagonista Simone si infila fra le gambe il bulbo oculare strappato al cadavere di un prete (l’incisione qui sopra, ispirata alla scena in questione, è di Bellmer).
    Un’immagine estrema e ributtante, quella della vagina oculata, ma a suo modo archetipica, e rappresentativa della complessa analogia occhio/uovo che attraversa tutto il racconto.
    Seguendo il medesimo accostamento tra creazione (“dare alla luce”) e visione, c’è chi ha inserito nei genitali femminili una macchina fotografica stenopeica. Il blog Brainoise ce ne parla in un affascinante articolo: diversi artisti hanno infatti provato a usare questi rudimentali e artigianali apparecchi in una fusione cronenberghiana con il corpo umano.
  • Per inciso, uno dei primi articoli postati su Bizzarro Bazar era dedicato proprio alle macchine stenoscopiche di Wayne Martin Belger, che contenevano al loro interno materiale organico e resti umani.
  • Il pittore Toru Kamei dipinge delle bellissime nature morte o, per meglio dire, non-proprio-morte. Eccone qualcuna:

  • Intervallo ridanciano: noi italiani, quando in rete si parla di ricette, sappiamo essere davvero esasperanti. Qualcuno prova a mettere un po’ di carne di pollo negli spaghetti e 3, 2, 1!, viene immediatamente subissato di commenti indignati, se non proprio di coloriti e maccheronici insulti. Al riguardo trovate un bell’articolo e un esilarante account Twitter.

  • Questo qui sopra è uno scheletrino mummificato ritrovato 15 anni fa nel deserto di Atacama in Cile. In tanti hanno sperato si trattasse di un alieno. I test del DNA hanno rivelato una verità più terrena, e più commovente.
  • Una tipica mattinata in Australia: ti svegli, ancora assonnato metti giù i piedi dal letto e ti accorgi che una delle pantofole è scomparsa. Dove accidenti sarà finita? Sei sicuro di averla lasciata lì ieri sera, di fianco all’altra. Sei anche abbastanza sicuro che ieri sera, in camera da letto, non c’era quel pitone di tre metri.

  • Sempre in Australia, una famigliola in gita in spiaggia ha scoperto il più antico messaggio in una bottiglia mai ritrovato.
  • Nel frattempo il grande Mariano Tomatis si è messo alla ricerca del tesoro della mitica città perduta di Rama, sulle pendici del Rocciamelone, basandosi su un vecchio e oscuro saggio esoterico di fine Ottocento. I misteri della Valsusa sono scandagliati nel suo nuovo libro bifronte, scritto assieme a assieme a Davide Gastaldo e Filo Sottile: Il codice Dell’Oro/Roc Maol e Mompantero. Potete scoprire i retroscena nello speciale dedicato alla strana pubblicazione.
  • In a Parallel Universe è una serie di fotografie di Eli Rezkallah che ribaltano umoristicamente alcune pubblicità sessiste degli anni ’50.

  • C’è una buona probabilità che conosciate il Mardi Gras di New Orleans, la parata di carnevale con i celebri carri colorati e i costumi appariscenti. Meno nota è la sua versione più viscerale, che si tiene in diverse comunità Cajun della Louisiana del sud: il courir de Mardi Gras. Maschere inquietanti di antichissima tradizione che sbeffeggiano i vestiti dei nobili e del clero, eserciti di burloni indisciplinati che portano il caos per le strade e che vengono frustati da capitani a cavallo, polli sacrificali rincorsi per i campi ricoperti di fango… ecco alcune meravigliose foto in bianco e nero dell’eccentrica manifestazione. (Grazie, Elisa!)

  • Esistono numerose vanitas “metamorfiche”, che contengono al loro interno un teschio visibile soltanto se si guarda l’immagine da una certa distanza. Questa qui sotto è in assoluto la mia preferita, per via dell’inusuale vista laterale e della perfetta sintesi di Eros e Thanatos; qualcuno sa chi è l’artista? [EDIT: si tratta di Bernhard Gutmann, 1905, “In the midst of life we are in death”. Grazie Roberto!]

  • In Vermont le case di campagna hanno spesso una finestra storta, che all’apparenza non ha alcuna utilità pratica. Forse però serve per scoraggiare eventuali streghe che si trovassero a svolazzare da quelle parti.
  • Mi è un po’ impazzito il Twitter da quando ho postato le foto di questa superba capra, diffusa principalmente in Siria e Libano. La razza è il risultato di un’attenta selezione genetica e ha vinto svariati concorsi di bellezza per ruminanti. E scommetto che questa maliarda farebbe strage di cuori anche nella taverna di Guerre Stellari.

  • Infine, vorrei lasciarvi con un regalo che spero sia gradito: ho creato una playlist su Spotify per tutti i lettori di Bizzarro Bazar.
    Un’offerta musicale molto eterogenea, ma con un comune denominatore che in definitiva è lo stesso del blog: la meraviglia. Che si tratti di un pezzo indie sperimentale, una melodia dark, una polka squinternata e indiavolata, un brano nostalgico, un vecchio blues sulla morte, una rivisitazione ironica e weird di qualche tema classico, oppure di outsider music suonata da senzatetto e personaggi devianti, questa è musica in grado di sorprendere l’ascoltatore, trasportarlo in paesaggi sonori insoliti, talvolta farlo uscire dalla zona di comfort.
    Ogni brano è stato selezionato per un motivo preciso che potrei anche esporvi in maniera didascalica — ma non lo farò. Vi lascerò il piacere della scoperta, e anche la libertà di indovinare la ragione che mi ha spinto a includere questo o quest’altro.
    La playlist consiste di oltre 8 ore di musica (e continuerò ad aggiungerne), il che dovrebbe garantire a chiunque di trovare qualcosina di stimolante, che magari faccia da spunto a nuove ricerche e scoperte. Buon ascolto!

I Misteri di Santa Cristina

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Due giorni fa si è svolta, come di consueto, una fra le più particolari solennità d’Italia: i “Misteri” di Santa Cristina a Bolsena, martire vissuta agli inizi del IV secolo.

Ogni anno, la notte del 23 luglio, la statua di Santa Cristina viene portata in processione dalla sua basilica fino alla chiesa del SS. Salvatore, nella parte alta e più antica del borgo. La mattina successiva segue il percorso inverso. La processione incontra cinque piazze, nelle quali sono stati allestiti palchi in legno: qui i bolsenesi danno vita a dieci tableau vivant che ripercorrono altrettante fasi della vita e del martirio della Santa.

Queste rappresentazioni sacre hanno intrigato antropologi, studiosi di storia del teatro e di religione per più di un secolo, e le loro origini affondano nella nebbia dei tempi.

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Nel nostro articolo Corpi estatici, dedicato ai rapporti fra le vite dei santi e l’erotismo, avevamo già menzionato il martirio di Santa Cristina: in effetti la sua agiografia è a nostro parere un piccolo capolavoro narrativo, ricco di colpi di scena e di sostrati simbolici.

Secondo la tradizione, Cristina è dunque una vergine dodicenne segretamente convertitasi al cristianesimo, contro il volere del padre Urbano che ricopre la carica di prefetto di Volsinii (l’antica Bolsena). Urbano cerca in tutti i modi di allontanare la fanciulla dalla fede e riportarla ad adorare gli Dei pagani, ma senza successo. La figlioletta “ribelle”, nella sua battaglia religiosa contro il padre, arriva perfino a distruggere gli idoli d’oro e a distribuirne i pezzi fra i poveri. Dopo alcuni sgarri di questo tenore, Urbano decide di piegarla con la forza.

Ed è a questo punto che la leggenda di Santa Cristina diviene unica, perché essa si trasforma in uno dei martiriologi più fantasiosi, brutali e sorprendenti che ci siano stati tramandati.

Inizialmente Cristina viene schiaffeggiata e battuta con le verghe da dodici uomini: ma essi cadono esausti a poco a poco, senza aver minimamente intaccato il vigore della sua fede. Quindi Urbano comanda che venga portata alla ruota, sopra alla quale la fanciulla è legata. La ruota, girando, le spezza il corpo e disarticola le ossa, ma non è sufficiente; Urbano fa accendere un fuoco sotto la ruota, alimentato con l’olio affinché sua figlia bruci più in fretta. Appena Cristina prega Dio e Gesù Cristo, però, le fiamme si rivolgono contro i suoi aguzzini, divorandoli (“istantaneamente il fuoco si allontanò da lei e uccise millecinquecento dei persecutori idolatri, mentre santa Cristina stava adagiata sulla ruota come su di un letto e gli angeli la servivano”).

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Urbano la fa allora rinchiudere in carcere, dove Cristina viene visitata dalla madre – ma nemmeno le lacrime materne la fanno desistere. Disperato, il padre manda cinque schiavi nella notte che prelevano la giovane, le legano un’enorme mola al collo e la gettano nelle cupe acque del lago.

La mattina dopo, all’alba, Urbano esce dal palazzo e triste si reca sulla riva del lago. Ma ad un tratto vede qualcosa galleggiare sulle acque, una specie di miraggio che si fa sempre più vicino. È sua figlia: come una sorta di Venere o ninfa risorta dai flutti, ella sta in piedi sulla pietra che avrebbe dovuto trascinarla a fondo, e che invece galleggia come una piccola imbarcazione. A questa vista, Urbano non regge a una sconfitta così miracolosa e muore sul colpo, mentre i demoni si impadroniscono della sua anima.

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Ma i tormenti di Cristina non sono finiti: a Urbano succede Dione, nuovo persecutore. Egli rincara le crudeltà, facendo immergere la vergine in una caldaia di pece ed olio bollente, nella quale la santa entra cantando le lodi di Dio come se si trattasse di un bagno rinfrescante. Dione allora le fa tagliare i capelli e ordina che sia portata nuda per le strade della città fino al tempio di Apollo; una volta lì, la statua del Dio va in frantumi di fronte a Cristina, e una scheggia uccide Dione.

Il terzo aguzzino è un giudice di nome Giuliano: la fa murare viva per cinque giorni in una fornace. Quando si riapre il forno, Cristina viene trovata in compagnia di un gruppo di angeli, che sbattendo le loro ali hanno tenuto il fuoco a distanza per tutto il tempo.

Giuliano allora comanda che un “serparo” le applichi sul corpo due aspidi e due serpenti. I serpenti si attorcigliano ai suoi piedi, lambendo il sudore dei tormenti, e gli aspidi si attaccano come lattanti ai suoi seni. Allora vengono aizzate due vipere, che però si rivoltano contro il serparo e lo uccidono.

Quindi la furia e la frustrazione di Giuliano arrivano al culmine. Fa strappare le mammelle alla ragazzina, ma da esse sgorga latte invece che sangue; in seguito le fa tagliare la lingua. La santa ne raccoglie un pezzo da terra e glielo getta in faccia, accecandolo da un occhio. Infine, gli arcieri imperiali la legano ad un palo e Dio permette misericordiosamente che le pene della vergine abbiano una fine: Cristina viene uccisa con due frecce, una al petto e una al fianco, e la sua anima s’invola a contemplare il volto di Cristo.

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Avevamo già affrontato nell’articolo summenzionato l’innegabile tensione erotica presente nella figura di Cristina. Ella è la femmina intoccabile, la vergine che non è possibile deflorare in virtù del suo corpo misterioso e miracoloso. I torturatori, tutti maschi, si accaniscono su di lei per straziare e punire le sue carni, ma gli assalti si ritorcono immancabilmente contro di loro: sono gli uomini che, in ogni episodio, rimangono beffati e impotenti, quando non metaforicamente castrati (vedi la lingua che acceca Giuliano). Cristina è una santa sprezzante, splendida, ultraterrena, dalla femminilità al contempo acerba e minacciosa. I simboli del suo sacrificio (le mammelle tagliate che spargono latte, i serpenti che leccano il suo sudore) se non fossero calati nel contesto cristiano potrebbero ricordare personaggi più cupi, come i demoni femminili delle mitologie mesopotamiche, o addirittura corteggiare l’immaginario legato alle streghe (il potere di galleggiare sull’acqua): qui invece le caratteristiche soprannaturali vengono reinterpretate per rinforzare lo stoicismo e l’eroicità della martire. I miracoli sono attribuiti agli angeli e a Dio, di cui Cristina è prediletta proprio perché accetta e subisce indicibili sofferenze a riprova della sua onnipotenza. Esempio dunque di fede incrollabile, di eccellenza divina.

Senza dubbio i supplizi di Santa Cristina, con il loro incalzante climax, si prestano bene alla rappresentazione sacra.
Per questo i “Misteri”, come vengono chiamati, esercitano da sempre una magnetica attrazione sulla folla: cittadini, turisti, curiosi e comitive arrivate appositamente per l’evento assiepano le strette vie della cittadina, condividendo un’euforia del tutto singolare.

I Misteri selezionati possono variare: quest’anno, la notte del 23 sono stati messi in scena la ruota, la fornace, le carceri, il lago, i demoni, e la mattina successiva il battesimo, i serpenti, il taglio della lingua, le frecce e la gloria.

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I figuranti restano immobili, nello spirito del quadro vivente, e silenziosi. Le scenografie possono in alcuni casi essere spoglie, ma questa ostentata povertà di mezzi è bilanciata dal barocchismo delle coreografie. Decine di attori sono disposti in pose caravaggesche, e la staticità assoluta dona un particolare senso di sospensione.

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Le carceri mostrano Cristina incatenata, mentre dietro di lei alcuni aguzzini tagliano i capelli e amputano le mani di altre sventurate prigioniere. Potrebbe stupire la presenza di bambini all’interno di queste rappresentazioni crudeli, ma il loro sguardo riesce a malapena a nascondere l’eccitazione del momento: certo, ci sono le torture, eppure qui è la santa a dominare la scena, con sguardo deciso e pronto al supplizio. I figuranti sono talmente concentrati nel loro ruolo, quasi rapiti si direbbe, che inevitabilmente c’è qualcuno fra il pubblico che cerca di farli ridere, di farli muovere. È il classico spirito tutto italiano, capace di nutrirsi al tempo stesso di sacro e di profano senza che la partecipazione venga meno: appena si richiude il tendone, tutti si incamminano nuovamente dietro la statua, intonando le preghiere.

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La scena dei demoni che si impossessano dell’anima di Urbano – uno dei pochi quadri in movimento – chiude la processione notturna ed è senza dubbio fra i momenti più impressionanti: attorno alla salma di Urbano la bolgia infernale è scatenata, mentre i diavoli seminudi si dimenano e si gettano l’uno sull’altro in una confusione di corpi; Satana, illuminato da toni accesi, incalza il putiferio con il suo forcone; quando infine compare la santa, sui bastioni del castello, una cascata pirotecnica ne incornicia la suggestiva e gloriosa figura.

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La mattina dopo, il giorno di Santa Cristina, l’icona ripercorre lo stesso cammino a ritroso per rientrare nella sua basilica, accompagnata stavolta dalla banda.

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Anche il martirio dei serpenti è animato. I rettili, che un tempo venivano raccolti nelle vicinanze del lago, sono oggi noleggiati dai vivai, accuratamente maneggiati e protetti dal caldo. Il torturatore agita i serpenti di fronte al volto impassibile della santa, prima di cadere vittima del veleno: la folla esplode in un applauso entusiastico.

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Il taglio della lingua è un altro di quei momenti che non avrebbe sfigurato in una rappresentazione al Grand Guignol. Un bambino porge il coltello al carnefice, che porta la lama alle labbra della martire: mozzata la lingua, la ragazza reclina il capo mentre il sangue sgorga dalla bocca. La folla è, se possibile, ancora più euforica.

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Ecco che Cristina trova la sua morte: con due frecce piantate nel petto, arriva all’ultimo atto della sua passio di fronte a una moltitudine di donne dallo sguardo duro e indifferente, mentre la schiera di arcieri osserva i suoi respiri fermarsi.

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L’ultima scena rappresenta la gloria della santa. Un gruppo di ragazzi ne esibisce il corpo senza vita, coperto da un drappo, mentre coreuti e bambini innalzano a Cristina offerte e lodi.

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Un aspetto che senza dubbio colpisce nelle rappresentazioni dei Misteri di Bolsena è la loro innegabile sensualità. Non soltanto, per tradizione, la santa è interpretata da giovani e belle fanciulle: anche i corpi maschili seminudi sono una presenza costante. Che indossino faretre o ali d’angelo, che siano avvolti da serpenti o che sollevino una Cristina dolcemente abbandonata alla morte, i muscoli torniti dei ragazzi scintillano sotto le luci o nel sole, perfetto contraltare alla fisicità della passione della santa. Questa sensualità, va sottolineato, non toglie nulla al trasporto della venerazione, anzi. Come accade in tante altre espressioni fideistiche popolari, un po’ ovunque nella nostra penisola, il rapporto spirituale con la divinità diviene anche intensamente carnale.

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La leggenda di Santa Cristina nasconde effettivamente una sotterranea tensione sessuale, ed è rimarchevole che anche in queste sacre rappresentazioni si mantenga (molto velata, s’intende) una simile carica simbolica.

Mentre ammiriamo le ricostruzioni delle sevizie e delle clamorose vittorie della martire bambina, patrona di Bolsena, ci rendiamo conto che a salire sul palco teatrale non è soltanto la fede sincera e spontanea di una città. Oltre ai miracoli che intendono ricordare, i quadri sembrano alludere a un altro, più grande “mistero”: potranno anche apparire fissi e immobili, ma sotto la superficie ribollono di passione, di slanci metafisici, di vita.

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