Il pianto

Si dice che l’uomo sia l’unico animale capace di piangere. Questo non è del tutto vero, perché anche altri vertebrati come scimpanzé, elefanti, orsi, cani, hanno un sistema lacrimale simile al nostro che serve a mantenere umida la superficie degli occhi. Si potrebbe dire allora che soltanto l’uomo ha sviluppato un pianto di tipo emotivo, ma sappiamo che anche i cuccioli di molti animali, se separati dalle madri, producono dei versi caratteristici e inconfondibili che in alcuni casi assomigliano proprio al pianto dei nostri bambini. Eppure una differenza notevole e curiosa fra noi e gli animali esiste, ed è la correlazione fra pianto e lacrime. Soltanto noi abbiamo sviluppato la peculiarità di lacrimare quando soffriamo emotivamente.

A cosa serve questa strana strategia evolutiva? Perché quando siamo sottoposti a un trauma o un motivo di stress, le lacrime compaiono ai nostri occhi?


Ogni vita comincia con un pianto: è il segnale che siamo arrivati al mondo, siamo qui, e abbiamo bisogno di aiuto. Vulnerabili in tutto, non abbiamo altro sistema per attirare l’attenzione sulle nostre necessità. Il pianto dei bambini è quindi soprattutto vocale, potente, ogni grido dura circa un secondo e segue il ritmo del ciclo respiratorio, con brevi pause per “tirare il fiato”; non sempre è accompagnato da lacrime.

Mano a mano che cresciamo, piangiamo sempre meno e anche il modo in cui lo facciamo cambia lentamente: si passa dalle grida rumorose ad un pianto più silenzioso, di cui l’elemento più notevole è la copiosa lacrimazione. Non ha perso la sua funzione di richiesta di aiuto, ma con la maturazione questo segnale diviene più visivo che sonoro; diventiamo, per così dire, più selettivi e possiamo “scegliere” da chi vogliamo farci vedere mentre piangiamo. Così, al di là della (relativa) capacità di inibire le lacrime o di decidere quando e dove piangeremo, il pianto adulto avviene nella maggior parte dei casi entro le mura domestiche, dove il segnale visivo raggiunge le persone con cui siamo più intimi. L’idea che la società impedisca agli adulti di piangere non è forse corretta: piuttosto le regole sociali restringono il campo d’azione, in modo che il pianto diventi un evento più “mirato”, ritualizzato e codificato – e quindi più efficace.

Ma il pianto è davvero soltanto un segnale sociale? Perché piangiamo anche da soli? E perché, dopo aver pianto, ci sentiamo meglio?

Gli studi condotti fino ad oggi evidenziano una forte possibilità che le lacrime abbiano una funzione curativa: infatti la concentrazione di NGF (nerve growth factor, la proteina scoperta da Rita Levi-Montalcini e che le ha valso il premio Nobel) presente nelle lacrime aumenta dopo una ferita alla cornea, suggerendo l’idea che l’NGF giochi un ruolo importante nella guarigione dell’occhio.

Alcuni scienziati hanno ipotizzato che le lacrime ad alta concentrazione di NGF possano quindi avere anche un effetto antidepressivo: piangere non servirebbe soltanto a segnalare agli altri  il proprio stato d’animo, dunque, ma addirittura a modularlo.

La strategia evolutiva alla base del pianto emotivo è, ovviamente, oggetto di pura speculazione: possiamo immaginare che le lacrime un tempo servissero soltanto all’auto-guarigione di ferite o malattie degli occhi. Con il tempo, però, la connessione fra le lacrime e un trauma agli occhi venne compreso e quando un membro di una tribù lacrimava ci si prendeva cura di lui, o comunque venivano inibiti comportamenti aggressivi nei suoi confronti; questo segnale primitivo può in seguito essere stato ritualizzato per divenire un segno di sofferenza fisica ed emotiva.

Questa lacrimazione emotiva è un’innovazione relativamente recente, e gli scienziati sono convinti di poter scoprire le tracce biologiche della sua genesi. L’NGF presente nelle lacrime potrebbe infatti avere una doppia funzione: da una parte, come già detto, essere un agente curativo e dall’altra, in quanto neurotrofina, giocare un ruolo centrale nella formazione dello stesso circuito neurologico necessario al pianto. Questo studio “a ritroso” delle tracce evolutive ha portato spesso a scoperte inattese, vaste e profonde. Le nostre lacrime racchiudono forse un nuovo segreto che ci aiuterà a comprendere meglio la straordinaria macchina che è il nostro corpo.

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