Il cadavere colonizzato: storia dell’ultimo uomo della Tasmania

∼  King Billy 

William Lanne, ritenuto l’ultimo aborigeno purosangue della Tasmania, era nato a Coal River intorno al 1835. All’età di sette anni, assieme alla famiglia venne trasferito alla riserva aborigena di Flinders Island; quando aveva dodici anni, gli aborigeni superstiti (poco più di una quarantina) furono spostati a Oyster Cove, 56 chilometri a sud della capitare Hobart. Qui, nel 1847, William entrò nell’orfanotrofio locale, il Queen’s Orphan Asylum. È proprio a Oyster Cove che, a parte qualche breve spostamento, Lanne passò tutta la sua vita.

William Lanne con la moglie Truganini (a sinistra).

Gli aborigeni erano spesso impiegati a bordo delle baleniere, assegnati all’albero maestro per via della loro ottima vista. William Lanne, di animo allegro, divenne popolare tra i colleghi marinai come “King Billy” e, nonostante il suo regale soprannome, condusse tutto sommato un’esistenza anonima, divisa tra i duri giorni in mare e le bevute al pub con gli amici.
Nel febbraio del 1869, dopo un lungo viaggio a bordo della Runnymede, William tornò in salute precaria. Spese la sua ultima paga in birra e rum in una bettola frequentata da prostitute e balenieri, e dopo una settimana si ammalò di diarrea colerica. Il 3 marzo morì mentre si stava vestendo per andare all’ospedale.

La sua salma venne portata al General Hospital su ordine del Dr. Crowther. E qui cominciarono i problemi, perché il cadavere di William Lanne rappresentava un’appetitosa occasione per molte persone.

  L’oggetto del desiderio 

Nel XIX Secolo, l’anatomia comparata era tra i temi più “caldi” in seno alla comunità scientifica. Lo studio della conformazione del cranio, in particolare, rivestiva un’importanza fondamentale non tanto a livello medico quanto nell’ottica più ampia della teoria delle razze.


Attraverso le misurazioni craniometriche e frenologiche, e paragonando le varie caratteristiche fisiche, si creavano delle vere e proprie classifiche razziali: si affermava ad esempio che una razza avesse un cervello più pesante di un’altra, prova “inconfutabile” di maggiore intelligenza; le peculiarità fisiognomiche di un’altra razza la avvicinavano invece alle scimmie, spingendola dunque più in basso nella scala razziale; una robusta costituzione invece aumentava le possibilità di sopravvivenza, e via dicendo. Non occorre specificare chi, in questa classifica stilata dagli uomini bianchi, occupasse la vetta dell’evoluzione.
Se gli Europei erano i più adatti a sopravvivere, era chiaro che gli aborigeni della Tasmania (spesso confinati al penultimo posto nella graduatoria delle razze) si sarebbero presto estinti come i dodo o i dinosauri. Qualsiasi violenza o sopruso era dunque giustificato da una inevitabile supremazia “naturale”.

Per dimostrare queste teorie, etnologi, anatomisti e archeologi erano costantemente alla ricerca di teschi esemplari. I resti degli aborigeni, però, scarseggiavano ed erano tra i più richiesti.
Questo fu il motivo per cui, appena l’ultimo aborigeno tasmaniano purosangue morì, si scatenò una guerra per decidere chi si sarebbe aggiudicato il suo scheletro: William Lanne ricevette più attenzione da morto di quanta ne avesse mai avuta da vivo.

William Crowther (1817-1885)

Attorno ai suoi resti, fin dal principio si crearono due fazioni opposte.
Da una parte c’era il dottor William Crowther, il medico che ne aveva constatato il decesso. Da molto tempo era alla disperata ricerca di uno scheletro aborigeno da spedire al curatore dello Hunterian Museum di Londra. Egli sosteneva che questo regalo avrebbe favorito i rapporti tra la Tasmania e l’Impero Britannico, ma evidentemente il suo vero intento era quello di entrare nelle grazie del prestigioso Royal College of Surgeons.
Dall’altra si schierava la più potente società scientifica della Tasmania, la Royal Society, la quale sosteneva che i preziosi resti fossero patrimonio nazionale e dovessero rimanere presso il proprio museo.

Sotto la pretesa importanza scientifica, si trattava dunque di una questione eminentemente politica.
Di questo si rese conto subito il premier Richard Dry, chiamato a decidere sulla delicata questione: la sua mossa fu inizialmente favorevole alla Royal Society, forse perché quest’ultima era strettamente ammanicata con il suo governo, o forse perché lo stesso Dry aveva avuto violente divergenze politiche con Crowther in passato.
Fatto sta che venne stabilito che il corpo sarebbe rimasto in Tasmania; ma Dry decise, da fervente cristiano, che l’ultimo aborigeno avrebbe avuto prima di tutto un funerale. Conoscendo l’impazienza di Crowther di mettere le mani sullo scheletro, ordinò al nuovo responsabile dell’ospedale, il Dottor George Stockell, di impedire che succedesse qualcosa alla salma.

  La profanazione, atto primo: Crowther 

Il giorno seguente Stockell incontrò Crowther per strada, e subito nacque un diverbio; Crowther sosteneva che il cadavere era suo di diritto, mentre Stockell ribatté di aver ricevuto chiari ordini di proteggere la salma.
Quando a sorpresa Crowther lo invitò a cena alle 8 della sera stessa, Stockell dovette pensare ingenuamente a un tentativo di riappacificazione. Presentatosi all’abitazione all’ora stabilita, però, scoprì che il medico era fuori casa: ad accoglierlo trovò la moglie, che sembrava particolarmente loquace, e continuava a farlo parlare…

Nel frattempo Crowther, con il favore del crepuscolo, doveva agire in fretta.
Assistito da suo figlio, penetrò nell’ospedale e si diresse all’obitorio. Qui si concentrò innanzitutto sulla salma di un anziano signore bianco: decapitò il vecchio, e spellò velocemente la testa per ottenerne il teschio. Si recò poi nella sala attigua, dove si trovava il cadavere di William Lanne.
Crowther cominciò a incidere il capo di Lanne lateralmente, passando dietro l’orecchio; spostando la pelle del volto e forzando le mani al di sotto, estrasse il teschio dell’aborigeno e lo sostituì con quello appena prelevato dall’altro cadavere.
Una volta ricucito il volto di Lanne, nella speranza che nessuno notasse la differenza, si dileguò nella notte con il prezioso bottino.

Stockell rimase a parlare con la moglie di Crowther fino alle 9, quando intuì che qualcosa non quadrava, e finalmente fece ritorno all’ospedale. Nonostante le precauzioni di Crowther, non gli ci volle molto a comprendere cosa fosse successo.

  La profanazione, atto secondo: Stockell e la Royal Society 

Stockell, invece di chiamare le autorità, avvisò subito il segretario della Royal Society delle mutilazioni effettuate sul cadavere. Dopo un breve consulto con altri membri della società, si decise che era imperativo assicurarsi le parti più importanti del cadavere, prima che Crowther provasse a fare ritorno.
Alla salma di Lanne vennero dunque tagliati i piedi e le mani, che furono nascosti nel museo della Royal Society.

Il funerale si svolse il giorno previsto, sabato 6 marzo. Un’inaspettata folla si radunò per salutare King Billy, l’ultimo vero aborigeno: soprattutto marinai, tra cui il capitano della Runnymede che si era accollato i costi delle esequie, e diversi nativi tasmaniani.
Tuttavia le voci di un’orrenda mutilazione subita da Lanne cominciavano a diffondersi, e al primo ministro Dry venne chiesto di riesumare il corpo per controllare. Il premier, in attesa di aprire l’inchiesta, ordinò che la tomba fosse piantonata da due agenti fino al giorno di lunedì.
Ma all’alba della domenica, si scoprì che il luogo di sepoltura era stato devastato: la bara giaceva esposta sulla terra smossa. C’era sangue tutto attorno, e il corpo di Lanne era sparito. Il teschio del vecchio, quello sostituito all’interno del cadavere, era stato scartato e gettato di fianco alla tomba.

Nel frattempo, un sempre più furioso Crowther era ben lontano dal darsi per vinto – soprattutto ora che si era visto soffiare a quel modo le parti mancanti del “suo” aborigeno.
Il pomeriggio del lunedì egli irruppe all’ospedale con un gruppo di sostenitori. Quando Stockell gli intimò di andarsene, Crowther rispose facendosi strada a martellate attraverso il divisorio di uno dei reparti, e sfondando la porta dell’obitorio.
All’interno la scena era raccapricciante: sul tavolo delle dissezioni giacevano pezzi di carne e masse di grasso insanguinate. Lanne era stato disossato.
Non trovando dunque l’agognato scheletro, Crowther e la sua cricca lasciarono l’ospedale.

  Quando tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole

Le investigazioni sul caso portarono a un risultato sfavorevole soprattutto per Crowther, che venne sospeso dalla professione medica, mentre suo figlio si vide revocato il permesso di studiare all’ospedale. Per quanto riguardava la Royal Society , nonostante Stockell avesse ammesso di aver tagliato mani e piedi al cadavere, si ritenne che non ci fossero prove sufficienti per alcuna condanna.
Anche se l’inchiesta si risolse essenzialmente con un nulla di fatto, il terribile episodio di cronaca scosse l’opinione pubblica, per più di un motivo.

Da una parte, gli eventi avevano scoperchiato il marcio che si annidava nelle istituzioni scientifiche e statali.
Il cadavere di William Lanne era stato profanato – e altrettanto quello di un uomo bianco.
I medici si erano dimostrati abbietti e senza scrupoli – altrettanto i poliziotti che, evidentemente corrotti, avevano abbandonato il loro posto di guardia presso la tomba.
Le misure di sicurezza dell’ospedale si erano rivelate risibili – altrettanto quelle del St. David’s, il cimitero urbano più grande della città.
Il governo aveva agito in maniera poco imparziale e decisa – altrettanto oscuro e riprovevole era stato il comportamento tenuto dalla Royal Society.
Come riassunse un quotidiano dell’epoca, l’incidente aveva dimostrato che “la gente comune ha un maggior senso della decenza e della moralità rispetto alle cosiddette classi superiori, e agli uomini istruiti”.

John Glover, Mount Wellington and Hobart Town from Kangaroo Point (1834)

Ma il secondo motivo di indignazione era che l’ultimo aborigeno era stato trattato come carne da macello.
Un atto orrendo, ma tristemente in linea con la decimazione degli indigeni della Tasmania in quello che è stato definito un vero e proprio genocidio, che in poco più di settant’anni dall’arrivo dei coloni aveva spazzato via l’intera popolazione dell’isola. Come la sua terra e la sua gente, anche William Lanne era stato spartito avidamente tra i bianchi – desiderosi forse di giustificarsi dimostrandone l’inferiorità.
Pur con tutta la retorica razzista dell’epoca, era difficile non sentirsi in colpa. Quando qualcuno propose di erigere un monumento in ricordo di Lanne, prevalse la vergogna e non si costruì nessun memoriale.

  Epilogo: molto orrore per nulla 

Chi si guadagnò una statua imponente, invece, fu William Crowther.
Il dottore entrò in politica poco dopo i sanguinosi avvenimenti, e una fulgida carriera lo portò addirittura a essere eletto premier della Tasmania nel 1878.Non bisogna stupirsi che avesse tanti sostenitori, perché nulla è solo bianco o nero: nonostante il torbido episodio, Crowther era benvoluto perché in qualità di medico si era sempre dedicato a curare i poveri e i nativi. Rimase in politica fino alla morte, nel 1885; dichiarò di non aver mai perso una notte di sonno per la faccenda della “testa di King Billy”, che a suo dire era stata solo una montatura per screditarlo.

Statua di William Crowther, Franklin Square, Hobart.

Stockell, dal canto suo, non vide confermato il suo posto all’ospedale al termine del periodo di prova, e si trasferì a Campbell Town dove morì nel 1878.
Lo scandalo Lanne ebbe almeno una conseguenza positiva: sulla scia delle polemiche la Tasmania promulgò nell’agosto del 1869 il primo Anatomy Bill, un atto che regolamentava la pratica delle dissezioni.

E le ossa di William Lanne?
Lo scheletro rimase quasi sicuramente nascosto tra le proprietà del museo della Royal Society. Si ignora che fine abbia fatto.
Anche del teschio nessuno sentì più parlare. Eppure, stranamente, Crowther ricevette nel 1874 una medaglia d’oro dal Royal College of Surgeons per i suoi “numerosi e preziosi contributi” allo Hunterian museum. Quali fossero stati esattamente questi contributi, non si sa di preciso; ma è naturale sospettare che l’onorificenza avesse qualcosa a che fare con l’infame teschio di Lanne, magari spedito a Londra in gran segreto.
Non esistono però prove certe che il teschio sia effettivamente arrivato in Inghilterra, e d’altronde la collezione di crani umani del Royal College of Surgeons venne distrutta nei bombardamenti nazisti.

Royal College of Surgeons, inizio ‘900.

Certo è che per quel teschio Crowther aveva rischiato tutto ciò che aveva, la sua reputazione e la sua professione. Ed ecco l’amara ironia: nel 1881, fu lo stesso curatore dello Hunterian a mettere pubblicamente in dubbio la validità della craniologia nella determinazione delle presunte razze.
Al giorno d’oggi risulta evidente che tutta questa ansia di catalogare e classificare fu “uno sforzo futile”, dal momento che “il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne” (da Storia e geografia dei geni umani, 2000).

Ovunque si trovassero, né il cranio né lo scheletro di William Lanne furono mai utilizzati per essere studiati scientificamente, e non comparvero in alcuna ricerca.
Dopo tutto quello che si era fatto per espropriarli, conquistarli e annetterli a una collezione piuttosto che a un’altra, e a dispetto dell’importanza fondamentale che si sosteneva rivestissero per la comprensione dell’evoluzione, quei resti umani finirono dimenticati in qualche cassa o in qualche armadio.
L’importante era averli colonizzati.

La fonte principale per questo articolo è Stefan Petrow, The Last Man: The Mutilation of William Lanne in 1869 and Its Aftermath (1997) che è disponibile online in PDF.
Interessante anche la storia di Truganini, la moglie di William Lanne nonché l’ultima donna aborigena, che subì un meno drammatico ma comunque analogo calvario post-mortem.
L
a procedura utilizzata da Crowther per sostituire il teschio senza sfigurare il cadavere ha una sua storia affascinante, raccontata in Frances Larson, Teste mozze: Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri (2014) – un libro che non mi stancherò mai di lodare.

Atlantropa

Guardate una mappa della buona, vecchia Europa: rimasta immutata per secoli, per millenni. In un certo senso, è rassicurante seguire con lo sguardo i contorni frastagliati e familiari del bacino del Mediterraneo, che ha cullato la nostra cultura, da Scilla e Cariddi alle colonne d’Ercole, dalla foce del Nilo alla Terra Promessa. Eppure meno di cento anni fa c’era qualcuno che, guardando la stessa cartina geografica, vedeva tutt’altro: i suoi occhi vi scorgevano un’opportunità, un mondo nuovo, la più grande opera architettonica dell’umanità. Ecco a voi Herman Sörgel, l’uomo che sognava di cambiare il volto di due continenti.

Herman_Sörgel

All’inizio del XX Secolo, lo spirito generale era positivo ed ottimista; nonostante la Guerra, c’era una bella aria di cambiamento, di progresso scientifico e di rinnovamento politico e sociale. La tecnologia riduceva sempre di più le distanze fra i continenti, grazie a telegrafi senza fili, radio, aeroplani, e cineprese. C’era la sensazione, ben esemplificata dalla furia del nostro Marinetti, che il futuro fosse luminoso e già alle porte; e questo si rifletteva anche nelle nuove mode architettoniche come ad esempio il Bauhaus, scuola tedesca all’avanguardia per le inedite soluzioni razionali, funzionali e dal design fantascientifico. Insomma, tutto sembrava possibile – bastava avere il coraggio di pensare in grande.

Se una cosa si può dire di Herman Sörgel, classe 1885, è che pensava davvero in grande. Il progetto della sua vita, pianificato nel 1927 (anno di Metropolis di Fritz Lang… coincidenza?) e presentato ufficialmente nel 1928, era la più titanica opera di ridefinizione geofisica mai immaginata. In soldoni, Sörgel voleva creare un nuovo super-continente, chiamato Atlantropa, unendo l’Europa all’Africa. “E come?”, vi chiederete.
Che domande.
Prosciugando il Mediterraneo, ovviamente.

2011-06-25-atlantropa

Übersicht_zu_Atlantropa
Per prima cosa, andavano chiusi lo stretto di Gibilterra, il canale di Suez e lo stretto dei Dardanelli con una serie di imponenti dighe, in modo da isolare completamente il Mediterraneo dagli oceani. A questo punto, toccava aspettare un po’: il mare sarebbe evaporato al ritmo di quasi due metri all’anno, processo ulteriormente velocizzato con l’aiuto di pompe idrauliche. L’Adriatico sarebbe quasi scomparso, e tutte le altre coste sarebbero state ridisegnate con l’emergere dei fondali.

20080412181953!Übersicht_zu_Atlantropa

Atlantropa
Ma Sörgel non voleva far essiccare tutta l’acqua, perché quello che gli interessava era creare una serie di dislivelli all’interno dell’enorme bacino. Ad ovest, il mare sarebbe stato abbassato di circa 100 metri, mentre ad est sarebbe calato di 200 metri. La Sicilia, ormai quasi unita alla Tunisia da una parte e alla Calabria dall’altra, avrebbe ospitato delle dighe interne che, sfruttando il dislivello fra Mediterraneo occidentale ed orientale, avrebbero alimentato delle enormi centrali idroelettriche. Non solo: l’Italia, ormai unita all’Africa (da Marsala a Tunisi ci sarebbe bastato un ponte) avrebbe funzionato come canale di comunicazione privilegiato con la parte meridionale di Atlantropa.

atlantropa-001-title
Anche per l’Africa Sörgel aveva dei piani di rinnovamento: sbarrando con un’ulteriore diga il fiume Congo, si sarebbe creato un gigantesco lago di 135.000 km² al centro del continente; calcolò che questo avrebbe invertito il corso del fiume Ubangi, che fluendo a nordovest nel fiume Chari avrebbe trasformato il Lago Ciad nel “Mare del Ciad”, di ben 270.000 km². Quest’ultimo sarebbe infine stato collegato a ciò che rimaneva del Mediterraneo attraverso un “secondo Nilo” per irrigare l’Algeria e il Sahara.

2013-10-19-dam-ambitious

001dfdf971c

Che bisogno c’era di tutto questo? Sörgel era convinto che i benefici della sua visione utopica fossero incalcolabili. Innanzitutto, il complesso sistema di dighe e centrali idroelettriche avrebbe soddisfatto il fabbisogno di energia non soltanto europeo, ma anche della quasi totalità dell’Africa; inoltre, prosciugato il Mediterraneo, l’emergere di circa 660.000 km² di terre costiere avrebbe garantito nuove aree agricole. L’Europa si sarebbe riappacificata grazie agli sforzi collaborativi necessari per completare l’opera, e il nuovo super-continente, Atlantropa, sarebbe stato grande ed economicamente forte quanto l’Asia o le Americhe. E immaginate quale gioia avrebbero provato gli archeologi a vedere rispuntare le svariate migliaia di relitti di navi persiane, romane e greche che riposavano sui fondali fin dall’antichità!

afrika3
Visto oggi, il progetto Atlantropa sembra una follia: sigillare il Mediterraneo significherebbe aumentarne la salinità a dismisura, creando una specie di enorme Mar Morto senza vita alcuna. Le terre emerse, ricoperte di sale, sarebbero tutt’altro che coltivabili; la Corrente del Golfo, non potendo più contare sul riversamento di una parte delle sue acque oltre Gibilterra, cambierebbe forse il suo flusso, rendendo ghiacciato il Nord Europa. Tutto questo senza considerare l’idea di alluvionare tutto l’interno dell’Africa.

All’epoca, però, il dibattito che Atlantropa suscitò fu enorme, e continuò per tutta la metà del ‘900. Si poteva fare, non si poteva? I sostenitori illustri erano molti, ma purtroppo il progetto non incontrò il favore della persona giusta – vale a dire, del Führer. Hitler infatti non aveva alcuna intenzione di collaborare con gli altri stati europei e inoltre, come purtroppo sappiamo, aveva piani ben diversi per ottenere lo “spazio vitale” di cui necessitava il popolo tedesco.

afrika1
Il sogno di Sörgel, che poteva rivelarsi un incubo, non ebbe mai un futuro. Infatti Atlantropa, a suo modo, prevedeva la partecipazione, l’industrializzazione e l’emancipazione dei popoli africani – e questo non era un punto a favore in periodi di leggi razziali ed espansionismo coloniale; disperato, Sörgel provò perfino a smussare questi “angoli” troppo egualitari, e a colorare il progetto di toni razzisti pur di compiacere il regime, ma Hitler non ci cascò. All’architetto venne proibita ogni ulteriore pubblicazione, e rifiutato il visto per portare le sue idee alla Fiera Internazionale di New York del 1939.

afrika4

Sörgel morì nel 1952 a Monaco di Baviera, e l’Istituto Atlantropa chiuse i battenti sei anni più tardi, dichiarando il tutto come “un progetto superato”.

Il mio bambino è nero!

“Niente che abbiate visto prima d’ora, e niente che abbiate sentito prima d’ora, potrà prepararvi allo shock di…”

“MY BABY IS BLACK!!!”

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=jy-zVlB4mvA]