Battesimi pericolosi

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Castrillo de Murcia è un piccolo borgo di 500 anime nella provincia di Burgos, nella Spagna del Nord. Il paesino è sonnacchioso, e non vi succede nulla di eclatante; ma per un giorno all’anno, Castrillo si guadagna l’attenzione dei media e di un manipolo di turisti incuriositi dalla strana tradizione che vi si svolge da quasi 400 anni.

Nata nel 1620, la festa di El Colacho si svolge nel giorno del Corpus Domini (in Maggio o in Giugno), ed è curata dalla Confraternita del Santísimo Sacramento de Minerva. Un prescelto si veste con un abito tradizionale dai colori sgargianti che ricordano le fiamme dell’Inferno: si tratta infatti di una vera e propria personificazione del Diavolo, che indossa una minacciosa maschera di sapore carnevalesco. El Colacho si aggira per le vie paesane, accompagnato in processione dai membri della Confraternita, e rincorre di tanto in tanto i passanti e i bambini, frustandoli giocosamente con una sorta di gatto a nove code.

A man dressed in a red and yellow costume representing the devil runs through the streets chasing a boy during traditional Corpus Christi celebrations, in Castrillo de Murcia

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Ma è la seconda parte della processione che è la più impressionante. Giunto nella piazza cittadina, El Colacho si appresta al rituale tradizionale che ha reso celebre la festività. Vengono preparati dei materassi, su cui sono adagiati dei bambini, tutti rigorosamente nati nei dodici mesi precedenti: alcuni degli infanti piangono, altri ridono, altri ancora dormono di gusto.

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Ed ecco che, una volta pronti questi affollati lettini, El Colacho prende la rincorsa e comincia a saltarli, uno dopo l’altro, atterrando a pochi centimetri di distanza dalle testoline dei piccoli. Un passo falso potrebbe essere davvero pericoloso: ma, a quanto si dice, fino ad ora non si è mai verificato alcun incidente.

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Perché una madre dovrebbe voler posizionare il proprio figlioletto di pochi mesi sul materassino, affinché un uomo vestito da diavolo vi salti sopra, di fronte a una folla plaudente? Il rito, secondo la credenza popolare, è salvifico e benefico: il passaggio di El Colacho rimuove il Peccato Originale, e porta con sé ogni male, proteggendo i neonati dalle malattie.

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Ovviamente, la Chiesa non si limita a storcere il naso di fronte a questo tipo di tradizioni, ma le condanna apertamente, poiché secondo la dottrina ufficiale soltanto il sacramento del battesimo può sollevare il peso del Peccato Originale. Ma gli abitanti di Castrillo de Murcia, per quanto devoti, non rinuncerebbero per niente al mondo alla loro tradizione: si è sempre fatto così, e tutti coloro che battezzano i propri figli in questo strano modo sono stati a loro tempo sottoposti al salto del Colacho.

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Se il salto del Colacho può sembrare estremo e pericoloso, non è nulla in confronto al battesimo che si celebra in alcune parti dell’India, in particolare negli stati di Karnataka e Maharashtra; si tratta di un rito praticato indistintamente da musulmani ed induisti.

Un uomo scala con una corda le mura del tempio, mentre sulla sua schiena penzola un secchio. Una volta arrivato in cima, il devoto mostra a tutti il contenuto del secchio – un bambino (di massimo due anni): dal tetto, alto una decina di metri, esibisce il neonato alla folla sottostante, tenendolo per le braccia e i piedini. Dopo aver invocato la protezione divina, di colpo lo lancia nel vuoto.

Nella piazza, una quindicina di uomini stanno aspettando l’atterraggio del bambino, tendendo una coperta per salvarlo. Il piccolo rimbalza sul telone, viene acchiappato al volo, rapidamente fatto passare di mano in mano e riconsegnato alla madre o al padre. Il tutto dura pochi secondi, anche se ci vogliono svariati minuti perché il bambino si riprenda dallo shock.

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Il salto, ancora una volta, ha lo scopo di portare fortuna e salute al neonato; per la sua pericolosità, si tratta comunque di un rituale controverso, e diverse associazioni per i diritti umani hanno cercato di proibirlo. Nel 2011 queste proteste sono state ufficialmente ascoltate, ma la legge che mette al bando tale pratica è regolarmente ignorata dai fedeli, e perfino la polizia preferisce non interferire con i riti.

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Visto anche il carattere sensibile della questione, è facile immaginare lo scandalo e la rabbia di chi è estraneo a questo tipo di tradizioni, e certamente si può (e si deve) discutere sull’opportunità che certi rituali rischiosi continuino ad essere riproposti al giorno d’oggi. Ma, per quanto il rito in questione sia stato tacciato di essere barbarico, “assurdo”, “senza logica né ragione”, per chi ha un minimo di dimestichezza con l’antropologia il suo senso è cristallino – in verità, esso mostra molte caratteristiche classiche di qualsiasi rito di passaggio.

Il bambino viene innanzitutto separato dai genitori; la guida lo conduce fino al confine, fino alla prova – eminentemente fisica – che egli dovrà affrontare da solo (il salto); infine, una volta completata l’essenziale fase di “transizione”, cioè il superamento della difficoltà, avviene la reintegrazione del bambino con il nucleo familiare e, più genericamente, con la società. Il bambino, com’è ovvio, è ora un individuo nuovo, e gode dei benefici del nuovo status (immunità dalle malattie).

Il salto del Colacho, così come il lancio dei bambini dalla moschea, sono “battesimi del fuoco” portatori di un senso profondo: i riti di passaggio sono talmente fondamentali per l’uomo da sopravvivere anche nelle nostre società industrializzate, cibernetiche e all’avanguardia. Non è tanto il valore di queste tradizioni che andrebbe messo in discussione, quindi, quanto piuttosto la modalità d’esecuzione. Forse, piuttosto che bandire e proibire, sarebbe più produttivo incentivare l’elaborazione di varianti ritualistiche meno cruente, come si è provveduto a fare in molti altri casi nel mondo.

Le esequie dei Toraja

Sulawesi è un’isola della Repubblica Indonesiana, situata ad est del Borneo e a sud delle Filippine. Nella provincia meridionale dell’isola, sulle montagne, vivono i Toraja, etnia indigena di circa 650.000 persone. I Toraja sono famosi per le loro abitazioni tradizionali a forma di palafitta e dal tetto allungato, chiamate tongkonan, e per le colorate fantasie geometriche con cui intagliano e decorano il legno.

Ma i Toraja sono noti anche per i loro complessi ed elaborati rituali funebri. Essi risalgono ad un’epoca remota, quando i Toraja seguivano ancora la loro religione politeistica tradizionale, chiamata aluk (“la Via”, un sistema di legge, fede e consuetudine); quest’ultima, con il tempo e a causa della lunga guerra contro i musulmani, è oggi divenuta un miscuglio di cristianesimo ed animismo.
Sebbene molti dei rituali “della vita”, cioè quelli propiziatori e purificatori, siano man mano stati abbandonati, le cerimonie “della morte” sono rimaste pressoché invariate.

Per i Toraja, la morte di un membro della famiglia è un evento di fondamentale importanza, e le celebrazioni funebri sono lunghe, complesse ed estremamente dispendiose, tanto da essere probabilmente il principale momento di aggregazione sociale per l’intera popolazione. Più il morto era potente o ricco, più le cerimonie sono fastose: se si tratta di un nobile, il funerale può contare migliaia di partecipanti. A spese della famiglia, in un campo prescelto per i rituali vengono costruite delle tettoie e dei gazebo per ospitare il pubblico, dei depositi per il riso, e altre strutture apposite; per diversi giorni ai pianti e alle lamentazioni si alternano la musica dei flauti e la recitazione di poemi e canzoni in onore del defunto.

Il momento culminante è il sacrificio degli animali – maiali, bufali, polli: ancora una volta, il numero varia a seconda dell’influenza sociale del morto. La lama del machete può abbattersi anche su un centinaio di animali. Particolarmente importanti sono però i bufali d’acqua: oltre ad essere le bestie più costose, sono quelle che assicureranno al morto l’arrivo più celere al Puya, la terra delle anime. Le loro carcasse vengono lasciate in fila sul prato, in attesa che il loro “proprietario” sia partito per il suo viaggio, alla conclusione dei funerali. In seguito, la loro carne verrà spartita fra gli ospiti, mangiata o venduta al mercato.

Viste le enormi spese da sostenere, la famiglia impiega spesso anche anni a cercare i fondi necessari per la cerimonia. Di conseguenza, i funerali si svolgono molto tempo dopo il decesso; in questo periodo di attesa, l’anima del morto è considerata ancora presente a tutti gli effetti e si aggira per il villaggio. Quando finalmente i funerali si sono compiuti, il suo corpo viene seppellito in un cimitero scavato all’interno di una parete di roccia, e un’effigie con le sue fattezze (chiamata tau tau) viene posta a guardia della tomba.

Se invece il morto era meno abbiente, la bara viene fissata proprio sul ciglio della parete, o in alcuni casi sospesa tramite delle funi. I sarcofagi rimarranno appesi fino a quando i sostegni non marciranno, facendoli crollare.

Anche i bambini vengono tumulati in questo modo, ma talvolta è riservato loro un posto in particolari loculi scavati all’interno di grandi tronchi d’albero.

Con questa prima sepoltura, però, il rapporto dei Toraja con i loro morti non è affatto finito. Ogni anno, in agosto, si svolge la cerimonia chiamata Ma’Nene, durante la quale i cadaveri dei defunti vengono riesumati.

I corpi mummificati vengono lavati, pettinati e vestiti in abiti nuovi dai familiari; nel caso fossero rimaste soltanto le ossa, invece, queste vengono comunque lavate e avvolte in stoffe pregiate.

Una volta che i rituali di cosmesi sul cadavere sono completati, i morti vengono fatti “camminare”, tenendoli ritti, e portati in giro per il villaggio. Questa parata, al di là delle valenze religiose, si colora del vero e proprio orgoglio di esibire i propri antenati: la gente li ammira, li tocca, e si scatta delle fotografie assieme a loro. Il Ma’Nene è il segno dell’amore dei parenti per il morto che, in effetti, non potrebbe essere più “vivo” di così.

Alla fine di questa processione d’onore, la salma viene seppellita per la seconda volta, nel suo luogo di ultimo riposo. Completato finalmente il passaggio del morto nell’aldilà, viene così sancita la sua appartenenza agli antenati, ogni sua ira è scongiurata, ed egli diviene una figura esclusivamente positiva, alla quale i discendenti potranno permettersi di chiedere protezione e consiglio.

Il rito del Ma’Nene può sembrare inusuale ed esotico ai nostri occhi odierni, abituati all’occultamento della morte e della salma, ma non è esattamente così: anche in Italia la riesumazione e l’affettuosa pulitura del cadavere fa parte della cultura tradizionale, come abbiamo spiegato in questo articolo.

Molte delle foto che trovate in questo post sono state scattate dall’amico Paul Koudounaris, il cui spettacolare libro fotografico Memento Mori dà conto dei suoi viaggi nei cinque continenti alla ricerca dei costumi funerari più particolari.

(Grazie, Gianluca!)

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Anche le religioni muoiono. Un tempo il mazdeismo o zoroastrismo, fondato sugli insegnamenti di Zarathustra, il profeta che nacque ridendo, era la religione più diffusa al mondo, la principale nell’area mediorientale prima che vi si affermasse l’Islam. Oggi invece i seguaci sono meno di 200.000, e il numero continua a diminuire anche a causa della chiusura dell’ortodossia verso i non-credenti, tanto che nei prossimi decenni questa fede potrebbe addirittura scomparire. Attualmente sono i Parsi, emigrati secoli fa dall’Iran  verso l’India, a mantenerne vivi i precetti.

Religione eminentemente monoteistica, il mazdeismo fa del dualismo fra bene e male la sua principale caratteristica: all’uomo è chiesto di scegliere fra la via della Verità e quella della Menzogna, tra la giustizia e l’ingiustizia, tra la luce e le tenebre, tra l’ordine e il disordine. Il puro, dunque, dovrà essere attento a non essere contaminato in nulla da azioni, oggetti o pensieri malvagi. Proprio per questo gli zoroastriani hanno elaborato un particolare rito funebre, volto a limitare e tenere distanti gli effetti nefasti della morte sui viventi.

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Il cadavere è, infatti, impuro, perché appena dopo la morte viene invaso da demoni e spiriti che rischiano di contaminare non soltanto gli uomini retti, ma anche gli elementi. Non è possibile dunque cremare il corpo di un defunto, perché il fuoco – che è elemento sacro – ne sarebbe infettato; sotterrarlo, d’altra parte, porterebbe a un inquinamento della terra.

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Così gli zoroastriani costruiscono da secoli un tipo speciale di struttura, chiamata dakhma, o “torre del silenzio”. Si tratta di una impalcatura di legno e argilla, talvolta simile a una vera e propria torretta, alta fino a 10 metri circa. La piattaforma superiore, dalla circonferenza rialzata e inclinata verso l’interno, è suddivisa in tre cerchi concentrici, talvolta suddivisi in celle, e ha al suo centro un’apertura o un pozzo.

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Qui i cadaveri vengono disposti da speciali addetti, i Nâsâsâlar (letteralmente, “coloro che si prendono cura di ciò che è impuro”), gli unici che hanno la facoltà di toccare i morti: gli uomini vengono sistemati nel cerchio esterno, le donne in quello mediano e i bambini in quello più interno.

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Lì vengono lasciati in pasto agli avvoltoi e ai corvi (che normalmente li divorano nel giro di tre o quattro ore) e rimangono sulla dakhma anche per un anno, finché le loro ossa non siano state completamente ripulite e sbiancate dagli uccelli, dal sole e dalla pioggia. Le ossa vengono infine gettate nel pozzo centrale, dove la pioggia e il fango le disintegreranno a poco a poco, facendo filtrare attraverso strati di carbone e sabbia quello che resta del corpo, prima di restituirlo alla terra e, ove possibile, al mare, tramite un acquedotto sotterraneo.

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Il rituale delle torri del silenzio è oggi sempre più a rischio a causa di due enormi problemi: la sovrappopolazione e la scarsità di avvoltoi. Il numero sempre maggiore di cadaveri costringe a gettare nel pozzo centrale anche i corpi non ancora interamente decomposti, causando un intasamento che comporta evidenti problemi igienici, soprattutto se si pensa che a Mumbai il parco funebre sta sulla collina residenziale di Malabar Hill, a meno di trecento metri dai primi caseggiati. Nonostante la comunità Parsi abbia stanziato 200.000 euro l’anno per l’acquisto e l’allevamento di avvoltoi specificamente addestrati, sono sempre più numerosi i fedeli che optano per il cimitero o la cremazione.

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Attualmente esistono all’incirca sessanta dakhma attive, a Mumbai, Pune, Calcutta, Bangalore e nello stato del Gujarat. Ma questa antica tradizione potrebbe presto scomparire: troppo lunga e troppo poco pratica.

(Grazie, Francesco!)

La biblioteca delle meraviglie – VIII

Angela Carter
LA CAMERA DI SANGUE
(1984-95, Feltrinelli, f.c.)

Femminista innamorata del simbolo, del mito e del fiabesco barocco, Angela Carter è stata una delle voci più distinte e originali della letteratura britannica del Novecento. I suoi romanzi e racconti vengono talvolta inseriti nella vaga definizione di “realismo magico”, in ragione dell’irruzione del fantastico nel contesto realistico, ma la scrittura della Carter unisce alla piacevolezza dell’affabulazione una complessa stratificazione di rimandi culturali che la avvicinano per certi versi al postmoderno. Non fanno eccezione queste fiabe classiche, rilette dalla Carter alla luce di una sensibilità moderna che ha metabolizzato stimoli distanti ed eclettici (la tradizione orale, i maudits francesi, Sade, la psicanalisi, ecc.).

Le favole reinventate ne La camera di sangue (fra le altre, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali, la Bella e la Bestia, ecc.) sono di volta in volta crudeli, comiche, inquietanti o suggestive, ma sempre costruite alla luce di una particolare ironia che ne esalta i sottotesti sessuali o sessisti.

Il femminismo di Angela Carter, per quanto radicale, non è certamente manicheo ma pare anzi ambiguamente affascinato dalle figure maschili oppressive e dominanti (davvero esclusivamente per “denunciarle”?). In questo senso la vera e propria perla di questa antologia rimane il racconto d’apertura che dà il titolo alla raccolta, una rilettura libera della favola di Barbablù. La raffinatezza della descrizione dei sentimenti della sposa-bambina “acquistata” e segregata dal marito-orco è tra i punti più alti del libro: l’attrazione e la repulsione si confondono in modo quasi impercettibile nell’insicurezza virginale della protagonista. La prima notte di nozze avviene in una imponente camera del castello in cui il marito ha fatto istallare una dozzina di specchi – indicando la folla di ragazzine riflesse, esclama soddisfatto: “Guarda, me ne sono procurato un intero harem!”. Poi la deflorazione, ed ecco che con l’arrivo del sangue si disvela la maschera della sessualità come aggressione; sarà sempre il sangue a guidare come un filo rosso la protagonista alla scoperta del vero volto dell’assassino collezionista di mogli; e il sogno idilliaco si trasformerà in incubo proprio con l’apertura della porta proibita, la segreta del nero desiderio maschile, fatto di crudeltà e dominazione.

Per un’analisi del testo, rimandiamo a questa pagina.

Jacques Chessex
L’ULTIMO CRANIO DEL MARCHESE DI SADE
(2012, Fazi Editore)

Il libro postumo di Chessex esce in Italia a quasi tre anni dalla morte dell’autore svizzero, avvenuta per attacco cardiaco nel corso di una conferenza. E L’ultimo cranio ha certamente qualcosa di profetico, perché parla di uno scrittore che sta per morire: si tratta del famigerato Donatien Alphonse François de Sade, quel “divino marchese” che con il passare del tempo diviene una figura sempre più centrale nella cultura occidentale. La prima parte del romanzo racconta gli ultimi mesi di vita di Sade rinchiuso nel manicomio di Charenton, ormai minato nella salute a causa dei continui eccessi. La sua agonia è lenta e dolorosa: proprio lui, che ha passato gran parte della sua vita in cella, è ora costretto a fare i conti con un’altra prigione, quella della carne che va disfacendosi. Emorragie, coliche, tosse asmatica, obesità e sincopi lo rendono ancora più blasfemo e intrattabile del solito. In preda a uno sconfinato cupio dissolvi, Sade è ormai maniacalmente ossessionato dalle sue dissolutezze. La seconda parte del romanzo traccia invece la storia del suo cranio, che attraversa l’Europa e i secoli ritornando in superficie di tanto in tanto, e portando con sé un’aura magica di malvagità e sciagure. Come una vera e propria reliquia al contrario, il cranio diviene il simbolo beffardo di un ateismo che ha bisogno di martiri e di santi tanto quanto le religioni che disprezza. Questa duplicità rimanda evidentemente al celebre saggio di Klossowski Sade prossimo mio, in cui l’autore sottolinea più volte che l’ateismo del Marchese aveva necessità di una religione da vilipendere, e in definitiva anche il Sade di Chessex brucia di furia sovrumana, quasi divina. L’ultimo cranio, nonostante le accuse di pornografia e immoralità (oltre al sesso, il libro contiene anche qualche blasfemia esplicita), sorprende per la sostanziale pacatezza del linguaggio e i toni riflessivi che contrastano con la rabbia del protagonista: Chessex compone qui una misurata e matura vanitas, che ci parla della dissoluzione finale da cui non può scappare nemmeno un animo indomito.

Proprio perché l’uomo è solo, ha così terribilmente bisogno di simboli. Di un cranio, di amuleti, di oggetti di scongiuro. La consapevolezza vertiginosa della fine dell’individuo nella morte. A ogni istante, la rovina. Forse bisognerebbe considerare la passione per un cranio, e singolarmente per un cranio stregato, come una manifestazione disperata di amore di sè e del mondo già perduto“.

Le doppie esequie

Facendo riferimento al nostro articolo sulla meditazione orientale asubha, un lettore di Bizzarro Bazar ci ha segnalato un luogo particolarmente interessante: il cosiddetto cimitero delle Monache a Napoli, nella cripta del Castello Aragonese ad Ischia. In questo ipogeo fin dal 1575 le suore dell’ordine delle Clarisse deponevano le consorelle defunte su alcuni appositi sedili ricavati nella pietra, e dotati di un vaso. I cadaveri venivano quindi fatti “scolare” su questi seggioloni, e gli umori della decomposizione raccolti nel vaso sottostante. Lo scopo di questi sedili-scolatoi (chiamati anche cantarelle in area campana) era proprio quello di liberare ed essiccare le ossa tramite il deflusso dei liquidi cadaverici e talvolta raggiungere una parziale mummificazione, prima che i resti venissero effettivamente sepolti o conservati in un ossario; ma durante il disgustoso e macabro processo le monache spesso si recavano in meditazione e in preghiera proprio in quella cripta, per esperire da vicino in modo inequivocabile la caducità della carne e la vanità dell’esistenza terrena. Nonostante si trattasse comunque di un’epoca in cui il contatto con la morte era molto più quotidiano ed ordinario di quanto non lo sia oggi, ciò non toglie che essere rinchiuse in un sotterraneo ad “ammirare” la decadenza e i liquami mefitici della putrefazione per ore non dev’essere stato facile per le coraggiose monache.

Questa pratica della scolatura, per quanto possa sembrare strana, era diffusa un tempo in tutto il Mezzogiorno, e si ricollega alla peculiare tradizione della doppia sepoltura.
L’elaborazione del lutto, si sa, è uno dei momenti più codificati e importanti del vivere sociale. Noi tutti sappiamo cosa significhi perdere una persona cara, a livello personale, ma spesso dimentichiamo che le esequie sono un fatto eminentemente sociale, prima che individuale: si tratta di quello che in antropologia viene definito “rito di passaggio”, così come le nascite, le iniziazioni (che fanno uscire il ragazzo dall’infanzia per essere accettato nella comunità degli adulti) e i matrimoni. La morte è intesa come una rottura nello status sociale – un passaggio da una categoria ad un’altra. È l’assegnazione dell’ultima denominazione, il nostro cartellino identificativo finale, il “fu”.

Tra il momento della morte e quello della sepoltura c’è un periodo in cui il defunto è ancora in uno stato di passaggio; il funerale deve sancire la sua uscita dal mondo dei vivi e la sua nuova appartenenza a quello dei morti, nel quale potrà essere ricordato, pregato, e così via. Ma finché il morto resta in bilico fra i due mondi, è visto come pericoloso.

Così, per tracciare in maniera definitiva questo limite, nel Sud Italia e più specificamente a Napoli era in uso fino a pochi decenni fa la cosiddetta doppia sepoltura: il cadavere veniva seppellito per un periodo di tempo (da sei mesi a ben più di un anno) e in seguito riesumato.
“Dopo la riesumazione, la bara viene aperta dagli addetti e si controlla che le ossa siano completamente disseccate. In questo caso lo scheletro viene deposto su un tavolo apposito e i parenti, se vogliono, danno una mano a liberarlo dai brandelli di abiti e da eventuali residui della putrefazione; viene lavato prima con acqua e sapone e poi “disinfettato” con stracci imbevuti di alcool che i parenti, “per essere sicuri che la pulizia venga fatta accuratamente”, hanno pensato a procurare assieme alla naftalina con cui si cosparge il cadavere e al lenzuolo che verrà periodicamente cambiato e che fa da involucro al corpo del morto nella sua nuova condizione. Quando lo scheletro è pulito lo si può più facilmente trattare come un oggetto sacro e può quindi essere avviato alla sua nuova casa – che in genere si trova in un luogo lontano da quello della prima sepoltura – con un rito di passaggio che in scala ridotta […] riproduce quello del corteo funebre che accompagnò il morto alla tomba” (Robert Hertz, Contributo alla rappresentazione collettiva della morte, 1907).

Le doppie esequie servivano a sancire definitivamente il passaggio all’aldilà, e a porre fine al periodo di lutto. Con la seconda sepoltura il morto smetteva di restare in una pericolosa posizione liminale, era morto veramente, il suo passaggio era completo.

Scrive Francesco Pezzini: “la riesumazione dei resti e la loro definitiva collocazione sono in stretta relazione metaforica con il cammino dell’anima: la realtà fisica del cadavere è specchio significante della natura immateriale dell’anima; per questo motivo la salma deve presentarsi completamente scheletrizzata, asciutta, ripulita dalle parte molli. Quando la metamorfosi cadaverica, con il potere contaminante della morte significato dalle carni in disfacimento, si sarà risolta nella completa liberazione delle ossa, simbolo di purezza e durata, allora l’anima potrà dirsi definitivamente approdata nell’aldilà: solo allora l’impurità del cadavere prenderà la forma del ‹‹caro estinto›› e un morto pericoloso e contaminante i vivi si sarà trasformato in un’anima pacificata da pregare in altarini domestici . Viceversa, di defunti che riesumati presentassero ancora ampie porzioni di tessuti molli o ossa giudicate non sufficientemente nette, di questi si dovrà rimandare il rito di aggregazione al regno dei morti e presumere che si tratti di ‹‹male morti››, anime che ancora vagano inquiete su questo mondo e per la cui liberazione si può sperare reiterando il lavoro rituale che ne accompagni il transito. La riesumazione-ricognizione delle ossa è la fase conclusiva del lungo periodo di transizione del defunto: i suoi esiti non sono scontati e l’atmosfera è carica di ‹‹significati angoscianti››; ora si decide – in relazione allo stato in cui si presentano i suoi resti – se il morto è divenuto un’anima vicina a Dio, nella cui intercessione sarà possibile sperare e che accanto ai santi troverà spazio nell’universo sacro popolare”.

Gli scolatoi (non soltanto in forma di sedili, ma anche orizzontali o molto spesso verticali) sono inoltre collegati ad un’altra antica tradizione del meridione, ossia quella delle terresante. Situate comunemente sotto alcune chiese e talvolta negli stessi ipogei dove si trovavano gli scolatoi, erano delle vasche o delle stanze senza pavimentazione in cui venivano seppelliti i cadaveri, ricoperti di pochi centimetri di terra lasciata smossa. Era d’uso, fino al ‘700, officiare anche particolari messe nei luoghi che ospitavano le terresante, e non di rado i fedeli passavano le mani sulla terra in segno di contatto con il defunto.
Anche in questo caso le ossa venivano recuperate dopo un certo periodo di tempo: se una qualche mummificazione aveva avuto luogo, e le parti molli erano tutte o in parte incorrotte, le spoglie erano ritenute in un certo senso sacre o miracolose. Le terresante, nonostante si trovassero nei sotterranei all’interno delle chiese, erano comunemente gestite dalle confraternite laiche.

La cosa curiosa è che la doppia sepoltura non è appannaggio esclusivo del Sud Italia, ma si ritrova diffusa (con qualche ovvia variazione) ai quattro angoli del pianeta: in gran parte del Sud Est asiatico, nell’antico Messico (come dimostrano recenti ritrovamenti) e soprattutto in Oceania, dove è praticata tutt’oggi. Le modalità sono pressoché le medesime delle doppie esequie campane – sono i parenti stretti che hanno il compito di ripulire le ossa del caro estinto, e la seconda sepoltura avviene in luogo differente da quello della prima, proprio per marcare il carattere definitivo di questa inumazione.

Se volete approfondire ecco un eccellente studio di Francesco Pezzini sulle doppie esequie e la scolatura nell’Italia meridionale; un altro studio di A. Fornaciari, V. Giuffra e F. Pezzini si concentra più in particolare sui processi di tanatometamorfosi e mummificazione in Sicilia. Buona parte delle fotografie contenute in questo articolo provengono da quest’ultima pubblicazione.

(Grazie, Massimiliano!)

Asubha

Asubha-Kammatthana: asubha significa “il non-bello”, kammatthana “meditazione”. Stiamo parlando di meditazioni buddhiste che riguardano gli aspetti più spiacevoli e rivoltanti del corpo umano. Alcuni di questi esercizi spirituali (come ad esempio la meditazione sulle 32 parti del corpo) richiedono di concentrarsi sugli organi interni, visualizzandoli uno per uno, in tutta la loro repulsiva mollezza e viscosità. Queste meditazioni non erano pensate per tutti i monaci, ma venivano “propinate” in particolare a quegli individui che mostravano, più degli altri, un attaccamento e un’eccessiva passione per il corpo o per il sesso. Si tratta, insomma, di una specie di estremo rimedio per curare chi proprio non ce la fa a rifuggere dagli eccessi della carne.

Ma, nonostante tutte le meditazioni asubha avessero il preciso scopo di risultare spiacevoli, di certo la più terribile era quella che si svolgeva attraverso la contemplazione dei cimiteri, e in particolare dei cadaveri in decomposizione. Se dovessimo tracciare un paragone con l’Occidente, diremmo che più che al memento mori, questi esercizi erano comparabili a una riflessione sulla vanitas: non tanto, quindi, meditazioni sul nostro destino, quanto sulla futilità dei nostri desideri. Ogni contemplazione serviva a contrastare alcuni determinati impulsi – ma teniamo bene a mente che il buddhismo non è intrinsecamente ascetico, e non condanna tanto le passioni, quanto l’eccesso. Provare attrazione fisica per una donna, per fare un esempio, non è un male in sé, ma quando diviene patologico e intralcia il percorso verso la liberazione del sé va contrastato. La via del Buddha è chiamata “del giusto mezzo” proprio perché predica un sano equilibrio fra mente e sensi.

Ma torniamo ai nostri poveri monaci che decidevano (o a cui veniva impartito dal maestro) di cimentarsi nella contemplazione più terribile e difficile che ci fosse.

Le forme della meditazione asubha erano 10:

  1. uddhumātaka (cadavere gonfio)
  2. vinīlaka (cadavere brunaceo, o violaceo per la decomposizione)
  3. vipubbaka (cadavere purulento)
  4. vicchiddaka (cadavere separato in due parti)
  5. vikkhāyitaka (cadavere rosicchiato dagli animali)
  6. vikkhattaka (parti disperse di un cadavere)
  7. hatavikkhittaka (parti di un cadavere tagliate con un coltello)
  8. lohitaka (cadavere sanguinante)
  9. puḷuvaka (cadavere pieno di vermi)
  10. aṭṭhika (scheletro di un cadavere)

Il cadavere gonfio (n.1) è perfetto per combattere la troppa passione per le forme, mostrando che non sono permanenti. Il cadavere livido (n.2) contrasta la passione per il colorito della pelle e la sua consistenza. Il cadavere purulento (n.3) mostra l’inutilità di unguenti e profumi. E via dicendo, avrete certamente capito l’antifona. Nel Vissudhimagga del V secolo vengono descritti nel dettaglio i 10 tipi di cadavere, il loro aspetto e l’importanza che rivestono nello scardinare i desideri legati al corpo. Da questo bizzarro “menu”, il monaco doveva scegliere la salma che era più adatta a curare il suo punto debole, e restare per giorni interi vicino ad essa, cercando di concentrare tutti i suoi pensieri sull’oggetto della meditazione. Sei troppo ossessionato dai seni delle donne? Guarda come sono i primi ad essere rosicchiati dai cani e dagli animali selvatici, e ti renderai conto che sono soltanto pezzi di carne.

Ovviamente non era così semplice procurarsi cadaveri freschi o trovarli nelle condizioni particolari che servivano allo scopo; magari si poteva anche trovare la salma adeguata, ma non si riusciva ad averci accesso per il lungo tempo previsto dall’esercizio. Ma era talmente importante, per vedere le cose nella giusta prospettiva, che Buddha stesso raccomandava (forse figuratamente) di “eleggere il cimitero a propria dimora”.

Oggi le cose non sono migliorate, e così il sito italiano buddhista dhammadana.org suggerisce, nella pagina dedicata all’asubha (occhio a cliccare sul link, foto esplicite), di optare per una meditazione meno cruenta: ogni volta che vediamo qualcosa di piacevole (shuba), dovremmo cercare di farlo diventare spiacevole: “la bella coscia di una graziosa giovinetta diviene comparabile ad un prosciutto di maiale; il radioso sorriso di un affascinante giovane, ad una fila di denti, circondati da un pezzo di carne, e così di seguito. Possiamo mentalmente tagliare e decomporre quanto osserviamo. Per esempio, un sorriso seducente ci appare, allora, per quello che è: un dente, più un altro, più un altro… più un labbro, più un altro, il tutto attorniato da carne, punteggiata da peli, ecc. Un altro modo di praticare è quello di ingrandire i dettagli. Vista molto da vicino, non importa quale parte tra le più attraenti di un corpo, diviene un vero orrore”.

Con buona pace del “giusto mezzo”, verrebbe da dire, qui si passa da un estremo all’altro! Ma ricordiamoci che l’esercizio asubha serve proprio a quello, a contrastare un’inclinazione esagerata, per trovare il corretto compromesso.

Oggi una simile tecnica può sembrare piuttosto assurda. Eppure la meditazione sulla morte e sul cadavere non è certo un’esclusiva buddhista, e a pensarci bene è in definitiva al centro di qualsiasi spiritualità. Cos’è in fondo la ricerca religiosa o spirituale se non un tentativo di difesa dalla morte, o al contrario di accettazione della nostra inevitabile fine? Guardare i morti può provocare ribrezzo, ma in un certo senso ci avvicina a uno sguardo sincero, rende meno solide le nostre ipocrisie e certamente mette i nostri problemi quotidiani in una prospettiva più vera.

Religioni immaginarie

Non è vero, ma ci credo“: così Benedetto Croce sintetizzava l’esperienza di fede. La fede in un Dio che doni logica e significato a questo mondo, permettendo di comprendere quale sia il “modo giusto” di vivere, è un impulso necessario che appartiene ad ogni cultura, periodo o latitudine. Ed è un paradosso, ovviamente. Non c’è modo di dimostrare alcunché riguardo a questo presunto Dio: per cui, soggettivamente, o si avverte la sua presenza, o non la si avverte – o si crede, o non si crede.

La fede personale non è mai particolarmente problematica; forse è quando si viene a creare una “chiesa” ufficiale, con la propria casta sacerdotale, le sue dottrine e la sua teologia, che si rischia di finire alle Crociate. Ecco, appunto, la teologia: nobilissima branca di pensiero, troppo spesso sottovalutata, volta a fondere in modo complementare fede e ragione – ma che talvolta si è impantanata in sterili dissertazioni dogmatiche. E quando la religione, nell’intento di delimitare il proprio credo e stigmatizzare quello delle “tribù” vicine, si spinge fino a catalogare ed analizzare ogni minimo dettaglio delle caratteristiche e volontà dell’Essere Supremo, è chiaro che rischia di sortire un effetto involontariamente comico. I dibattiti sull’imene della Sacra Vergine che rimane intatto durante il parto, le discussioni sull’ascesa al cielo o meno del Santo Prepuzio, sono diatribe medievali che possono suscitare il riso, soprattutto quando l’intera cattedrale di speculazioni si basa su un assunto (l’esistenza di un Dio) che ha subìto forti contraccolpi in epoca moderna.

È proprio sulla scia di questa vis comica involontaria che, nell’ultima metà del secolo scorso, sono nate alcune “religioni immaginarie” che non contano adepti veri e propri, ma il cui scopo satirico è quello di parodiare e ridicolizzare alcuni dei paradossi delle religioni “serie”. Prendiamo qui in esame alcune delle più celebri religioni immaginarie, la cui fortuna è anche stata aiutata dall’avvento di internet. Sono religioni scherzose, umoristiche, ma che possono comunque far riflettere sull’assurdità di alcuni dogmi.

BOKONONISMO

Il Bokononismo è una religione immaginaria inventata da Kurt Vonnegut, autore di una serie di grandissimi romanzi dall’inimitabile atmosfera surreale e beffarda, conditi spesso da vaghi elementi fantascientifici. In Ghiaccio-nove (1963), il protagonista e narratore in prima persona della vicenda si dichiara fin da subito bokononista e ci spiega gli assunti fondamentali di questa religione. Il principio di base del credo di Bokonon è che ogni religione è fondata sulla menzogna. Il Bokononismo non fa eccezione, ma almeno lo dichiara apertamente: “Tutte le verità che sto per dirvi sono spudorate menzogne“. Ma se le bugie sono innocue, potranno comunque portare a condurre una vita felice. Queste bugie a fin di bene sono chiamate, nel linguaggio bokononista, i foma.

L’altro concetto fondamentale del Bokononismo, e forse quello più affascinante, è quello di karass. A ciascun uomo, Dio ha riservato un progetto imperscrutabile, un fine ultimo inconoscibile. Così, esistono molti individui che senza saperlo stanno “lavorando” per lo stesso fine: essi formano una karass, una sorta di gruppo o di “famiglia” inconsapevole, i cui membri spesso si incrociano senza apparente logica. Stanno in realtà tutti tendendo allo stesso wampeter, cioè un oggetto o una persona che è il loro centro gravitazionale, il loro motivo di esistenza. A completare il quadro, esistono false karass (chiamate granfaloon), come ad esempio il far parte di una Nazione o di un Partito, ed esistono anche karass composte da soli due elementi (chiamate duprass), i quali hanno una relazione talmente forte da vivere tutta la loro vita, e morire, sempre assieme.

Sotto la patina scanzonata e buffonesca, il bokononismo inventato da Vonnegut scardina così in un sol colpo praticamente tutte le istituzioni: la religione “seria” (che è fondata sulle menzogne), lo Stato (che è un’istituzione fittizia) e l’appartenenza politica (anche questa priva di valore). E riporta l’essenza stessa della vita a uno scopo misterioso, inconoscibile… che possiamo sopportare con un sorriso soltanto se siamo capaci di credere alle bugie.

DISCORDIANESIMO

Descritto spesso come “Zen per occidentali”, il Discordianesimo è la più complessa, esoterica e delirante delle religioni parodistiche. Anche soltanto riuscire a comprendere come sia nata è un enigma senza soluzione, fra autori reali, pseudonimi, false attribuzioni: quello che si sa è che nel 1958 (o 1959) vennero pubblicati i Principia Discordia, ad opera di Malaclypse II il Giovane (che sarebbe lo pseudonimo dello scrittore Gregory Hill, il quale a sua volta potrebbe non essere mai esistito…) e Kerry Thornley. Oltre a questo testo seminale, il Discordianesimo fu poi ampliato e sviluppato nei decenni successivi da Robert Anton Wilson, autore della trilogia Illuminati!, una vera e propria Bibbia della controcultura hacker. Nei suoi romanzi, che uniscono umoristicamente teorie del complotto, paranoia, esoterismo e anarchia, la Setta degli Illuminati controlla il mondo intero da centinaia di anni ed è in perenne lotta contro la resistenza discordiana. Secondo molti Wilson potrebbe essere l’unico artefice di tutta la complicata faccenda, ma nessuno lo saprà mai con certezza.

Per farla breve, il principio fondamentale del Discordianesimo è il Caos (non si era capito?). Rifiutando le idee di armonia e ordine cosmico, i Principia pongono la dea greca della discordia, Eris, al comando del mondo.

Se vuoi entrare nella Società Discordiana / dichiarati quello che vuoi / fai quello che ti pare / e vieni a dircelo / oppure / se preferisci / non farlo. / Non c’è nessuna regola. / La Dea Prevale.

Il Pentaconato (i cinque doveri sacri di ogni discordiano) è un capolavoro di parodia dei dogmi ufficiali:

  1. Non c’è Dea tranne Dea e Lei è la Tua Dea. Non c’è Movimento Erisiano tranne Il Movimento Erisiano ed è Il Movimento Erisiano. E ogni Corpo della Mela D’oro è l’adorata casa di un Verme D’oro.
  2. Un Discordiano Deve Sempre usare il Sistema Discordiano Ufficiale di Numerazione dei Documenti.
  3. È Richiesto che un Discordiano, nella sua fase iniziale di Illuminazione, si Allontani in Solitudine e Gioisca nella Comunione con un Panino con hot dog di venerdì; questa Cerimonia Devozionale serve per Protestare contro le numerose forme di Paganesimo di oggi: dei Cattolici Cristiani (niente carne al Venerdì), degli Ebrei (niente carne di Maiale), degli Induisti (niente carne di Manzo), dei Buddisti (niente carne di animali) e dei Discordiani (niente Panini da Hot Dog).
  4. Un Discordiano non mangerà Panini da Hot Dog, poiché Ciò è stato il Conforto della Nostra Dea quando subì il Rifiuto Originale.
  5. È proibito a un Discordiano di Credere in quello che legge.

Il Discordianesimo si basa su una ramificazione eccezionalmente complessa di simboli e di assunti che non possiamo riassumere qui. Vogliamo citare soltanto uno dei racconti più illuminanti contenuti nei Principia. È scritto che nel 1166 a.C., un uomo malvagio chiamato Grigiaghigna (Greyface, nell’originale) insegnò agli uomini che la vita è seria e che il gioco è peccato. Da questa “maledizione” stiamo cercando di liberarci ancora oggi, e i discordiani hanno escogitato mille modi di combattere i seguaci di Grigiaghigna… E voi, da che parte state?

INVISIBILE UNICORNO ROSA

L’Invisibile Unicorno Rosa è il primo sistema religioso inteso apertamente come satira e parodia delle religioni ufficiali. Le linee di base di questa “fede” umoristica sono infatti nate nei primi anni ’90 all’interno di un celebre newsgroup dedicato all’ateismo; elaborate dagli utenti, e sviluppate negli anni successivi, le dottrine dell’Invisibile Unicorno Rosa contano ormai diversi siti internet dedicati, T-shirt, gadget. L’idea di base è ovviamente il paradosso insito nello stesso nome della divinità: il sacro unicorno in questione è contemporaneamente invisibile e rosa. Da qui l’ormai celebre citazione:

Gli invisibili unicorni rosa sono esseri dotati di grande potere spirituale. Questo lo sappiamo perché sono capaci di essere invisibili e rosa allo stesso tempo. Come tutte le religioni, la fede negli invisibili unicorni rosa è basata sia sulla logica che sulla fede. Crediamo per fede che siano rosa; per logica sappiamo che sono invisibili, perché non possiamo vederli.

L’assenza di prove sull’esistenza dell’Unicorno non scoraggia i fedeli; anzi, questa stessa assenza dimostra l’invisibilità del fantastico animale divino. E, anche se è soltanto uno scherzo, l’Unicorno ha anche il suo opposto malvagio: la temibile Ostrica Viola. Un tempo la prediletta dell’Invisibile Unicorno Rosa, l’Ostrica venne in seguito scacciata dai pascoli divini per aver sostenuto che l’Unicorno preferisce la pizza con i funghi all’ananas con prosciutto. Ogni riferimento ad altre cosmogonie non è puramente casuale.

Ecco un sito italiano dedicato all’Invisibile Unicorno Rosa.

PASTAFARIANESIMO

Dovete sapere che i creazionisti americani sostengono che tutti gli animali sono stati creati assieme, così come sono, e nessuna mutazione o selezione naturale è mai sopravvenuta. Dovete sapere che i creazionisti americani sostengono che i fossili di dinosauri sono stati messi sottoterra da Dio solo per provare la nostra fede. Dovete sapere che in alcuni stati americani si è legiferato, un po’ come da noi per l’ora di religione, di insegnare nelle scuole il Creazionismo come alternativa all’evoluzione darwiniana.

Per protestare contro questo tipo di insegnamento nel Kansas, nel 2005 Bobby Henderson con una lettera aperta chiese che, per par condicio, venisse dedicato lo stesso tempo di insegnamento del creazionismo e dell’evoluzione darwiniana al Pastafarianesimo, una religione inventata di sana pianta, ma internamente coerente. Aprite le orecchie, miscredenti.

Il mondo è stato creato dal Mostro Spaghetti Volante, probabilmente mentre era ubriaco. Ecco perché la sua Creazione non è perfetta. Ogni tentativo scientifico volto a dimostrare la non-esistenza del Mostro Spaghetti Volante viene regolarmente viziato e alterato dalla sua Spaghettosa Appendice.

Il dogma principale del pastafarianesimo, poi, è davvero ingegnoso: qual è la causa del surriscaldamento globale, degli uragani e dei terremoti che devastano con sempre maggiore frequenza la Terra? Ovviamente, il calo nel numero di pirati a livello mondiale. Infatti la diminuzione della pirateria dal XIX secolo ad oggi va di pari passo con l’innalzarsi delle temperature (questo dogma è una parodia di quelle correlazioni che non indicano affatto una causalità, sfruttate spesso dalle religioni apocalittiche).

Il Pastafarianesimo è diventato, è il caso di dirlo, un fenomeno “di culto”. Il Mostro Spaghetti Volante esige che tutti i suoi fedeli si vestano da pirati (uno studente della North Carolina invocò la libertà di culto quando venne sospeso perché indossava indumenti pirateschi) e spesso si manifesta con miracolose apparizioni, come dimostra la foto seguente.

Alcune di queste religioni-burla partono evidentemente dall’idea che la fede sia un inganno e un’illusione. Comunque la pensiate, la satira può sempre essere feconda perché ci offre uno specchio in cui normalmente non vorremmo guardare; uno specchio in cui possiamo scorgere alcune delle nostre stesse contraddizioni.

In conclusione, possiamo soltanto ricordare che, se l’idea di Dio può sembrare un controsenso, è altrettanto vero che paradossale è la vita che viviamo: piccoli esseri che si aggirano su una palla di fango che vola nel vuoto, in un universo incredibile di cui non si conoscono né lo scopo né i confini. Forse è il cosmo il primo a parlare la lingua del paradosso, il primo a ridere di se stesso e di tutto.

José Guadalupe Posada

José Posada è uno dei più celebri fra gli incisori messicani, e certamente precursore dei movimenti artistici e grafici nati dopo la rivoluzione del 1910. Nato ad Aguascalientes nel 1852, divenne presto maestro incisore e litografo, dapprima nella sua città natale, poi a Léon, e infine a Città del Messico.

Le sue prime opere sono praticamente impossibili da trovare, poiché vennero stampate sulla povera carta dei giornaletti sensazionalistici dell’epoca; le uniche copie rimanenti sono di proprietà di collezionisti privati, o esposte nei maggiori musei nazionali del Messico.

José Posada è celebre principalmente per le sue calaveras, icone prese a “prestito” dall’immaginario religioso e folkloristico messicano. “Reclutando” questi allegri e vitali scheletri per i suoi intenti satirici, Posada crea un originale affresco sociale, alla maniera dei famosi Capricci di Goya. Questa ironica danza macabra che non risparmia niente e nessuno è stata presa come vero e proprio manifesto da molti degli artisti messicani del ‘900.

L’innovazione posadiana è più complessa di quanto potrebbe sembrare a una prima occhiata. Da una parte, opera un connubio fra i teschi e gli scheletri che già erano presenti nell’iconografia precolombiana, e le rappresentazioni occidentali della morte di matrice cristiana (memento mori, danza macabra, ars moriendi, ecc.). Dall’altra, utilizza questi elementi per prendersi gioco, in maniera grottesca, dei valori borghesi, del progresso, delle differenze di classe. E, infine, pare ricordare comunque che, ricchi o poveri, potenti o sfruttati, non siamo nient’altro che ossa che camminano.

L’opera più famosa di José Posada è senza dubbio la Calavera Catrina. Questa nobildonna dall’imponente cappello all’ultima moda (ma ovviamente destinata, come tutti, a ritrovarsi scheletro) è divenuta nel tempo una delle più riconoscibili figure dell’immaginario messicano. Nel Giorno dei Morti vengono costruiti altari e dolci a forma di Calavera Catrina, e indossati costumi che ne ricordano le fattezze.

Posada, oltre che incisore, era anche vignettista; ancora oggi, il primo premio dell’Encuentro Internacional de Caricatura e Historieta (Incontro Internazionale di Cartoon e Fumetti) è chiamato “La Catrina”.

Kapala

I kapala (in sanscrito, “teschio”) sono coppe rituali caratteristiche del tantrismo di matrice induista o buddista, utilizzate in diversi rituali sacri, e ricavate normalmente dalla calotta cranica di un teschio umano.

Tipiche del tantrismo tibetano, quello più specificatamente magico e sciamanico, queste coppe sono spesso scolpite in bassorilievo con figure sacre (soprattutto Kali la dea dell’eterna energia, Shiva il distruttore e creatore, principio primo di tutte le cose, e Ganesha colui che rimuove gli ostacoli), e talvolta montate con elaborati orpelli e abbellimenti in metallo e pietre preziose.

Gli utilizzi rituali di queste coppe sono molteplici: vengono impiegate nei monasteri tibetani come piatti di offerta di libagioni per gli dèi – pane o dolci a forma di occhi, lingue, orecchie – come oggetti di meditazione, o per iniziazioni esoteriche che prevedono che dai kapala si beva sangue o vino. A seconda di cosa contengono, le coppe vengono chiamate con differenti appellativi.

Gli dèi tantrici vengono talvolta rappresentati mentre reggono dei kapala nelle mani, o bevono il sangue da simili coppe. Esistono kapala ricavati da teschi di scimmie o di capre, che come quelli umani debbono essere consacrati prima che si possano utilizzare per scopi religiosi.

L’antica tradizione dei kapala è vista spesso come un retaggio di antichi sacrifici umani. Quello che ne resta al giorno d’oggi è una strana, macabra ma affascinante forma d’arte e di scultura, una sorta di memento mori ritualizzato, che dona a questi oggetti un alone di mistero e ci riconnette al senso più vero e ineluttabile del sacro.

Immortalità

La paura della morte è un processo psicologico riscontrabile in pressoché tutte le culture, ed è dovuto alla capacità del pensiero umano di figurarsi in future e passate situazioni, a trascendere il presente per visualizzare immagini differenti. La certezza della nostra dipartita deriva dall’osservazione della più basilare delle leggi naturali: il mondo è un continuo cambiare di forme, un aggregarsi e un disgregarsi senza tregua, e se siamo vivi lo dobbiamo al fatto che qualcun altro è morto. Quindi, sappiamo che siamo spacciati. Allacciamo la cintura di sicurezza ogni giorno, guardiamo bene prima di attraversare sulle strisce, facciamo check-up medici, ma in fondo sappiamo che prima o poi toccherà a noi. Secondo alcuni psicologi questo terrore è talmente paralizzante che la stessa cultura non sarebbe altro che uno stratagemma per sfuggire dalla paura della morte: un complesso sistema di produzione di senso, di modo che ci illudiamo di sapere cosa ci serve, cosa è importante, cosa si può fare e cosa no, quali sono le regole del successo, quali sono i valori e le tradizioni, chi siamo veramente –  un’imponente struttura simbolica in cui ognuno occupa una precisa posizione con doveri e diritti. Questo per combattere l’idea della morte, che annulla ogni senso e vanifica ogni nostro sforzo.

Dall’altro versante, la morte è stata combattuta concretamente e simbolicamente con le tecniche più disparate. Dagli elisir di lunga vita e la ricerca della pietra filosofale nell’alchimia classica, alle pratiche magiche e spirituali del Taoismo religioso, fino alla costruzione di mitologie che spostassero la vita oltre i limiti del corpo vero e proprio (il Nirvana, l’aldilà, la resurrezione Cristiana, ecc.) o che concedessero la consolazione di un’immortalità differita (raggiunta attraverso opere artistiche o dell’ingegno, attraverso la rilevanza storica acquisita dalla persona, attraverso l’atto di mettere al mondo dei figli per continuare a “vivere” nel loro ricordo, ecc.).

Oggi però anche la scienza tenta l’impossibile. Da trent’anni i ricercatori stanno studiando e mettendo a punto processi che rallentino l’invecchiamento. Ovviamente restare giovani non basterebbe, ma dovrebbe essere coadiuvato da ulteriori progressi medico-chirurgici per proteggerci da malattie e incidenti. Inoltre il quadro si complica se pensiamo alla densità di popolazione attuale – andrebbero risolti ovviamente anche i problemi relativi alle risorse energetiche. Da queste poche righe, è chiaro che stiamo parlando ancora di estrema fantascienza, nonostante l’ottimismo di alcuni ricercatori (vedi questo articolo).

A quanto ne sappiamo, in natura esiste un solo animale virtualmente immortale. Si tratta della turritopsis nutricula, un tipo di idrozoo della famiglia Oceanidae. Questa medusa è l’unico animale in grado di invertire il proprio orologio biologico: dopo aver raggiunto la maturità sessuale, la t. nutricula è capace di ritornare allo stadio immaturo, e regredire allo stato di polipo. Un po’ come una farfalla che si tramutasse in bruco, insomma. Questa sorprendente trasformazione è possibile grazie a un processo chiamato transdifferenziazione, in cui un tipo di cellula altera il proprio corredo genetico e diviene un altro tipo di cellula. Altri animali sono capaci di limitate transdifferenziazioni (ad alcune salamandre possono crescere nuovi arti), ma soltanto la t. nutricula rigenera il suo corpo tutto intero. Il processo teoricamente potrebbe essere ripetuto all’infinito, se non fosse che le meduse sono soggette agli stessi pericoli degli altri animali e poche di loro arrivano ad avere l’opportunità di ritornare polipi, prima di finire sul menu di qualche pesce più grosso. Ma, chi lo sa? forse proprio questa minuscola medusa svelerà agli scienziati il segreto per invertire l’invecchiamento.

Il progresso tecnologico avanza a passi da gigante. La scienza si sta già avvicinando alla produzione di organi di ricambio, la ricerca su clonazione, staminali e nanotecnologie applicate alla medicina promette di cambiare il modo in cui pensiamo al futuro. L’idea che non noi, non i nostri figli, ma magari i nostri lontani pronipoti potrebbero avere accesso a vite, se non eterne, lunghe qualche centinaio di anni, stimola la fantasia e pone inediti problemi morali e filosofici. Certamente molti lettori, stando al gioco della speculazione fantascientifica, si domanderanno: ne vale davvero la pena? Chi vorrebbe vivere così a lungo? Non sarebbe forse meglio trovare un modo per imparare a morire serenamente, piuttosto che imparare a vivere in eterno? Altri penseranno invece che, se c’è questa possibilità, perché non provare?

Se qualcuno fosse curioso di approfondire il discorso, questo libro di E. Boncinelli e G. Sciarretta traccia il sogno dell’immortalità dalle origini mitologiche fino alla scienza moderna; il bellissimo documentario Flight From Death – The Quest for Immortality analizza invece la psicologia della morte, la creazione della cultura come schermo protettivo, e l’accettazione del nostro destino finale.

In chiusura, proponiamo come spunto di riflessione la splendida incoscienza (e l’intuitiva saggezza) di una delle più belle fiabe, il capolavoro di James M. Barrie Le Avventure di Peter Pan: “Morire sarà una grande meravigliosa avventura.”