Il cranio di Cartesio

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Réné Descartes è riconosciuto come uno dei massimi filosofi mai esistiti, il cui pensiero si propose come spartiacque, gettando le basi per il razionalismo occidentale e facendo tabula rasa della logica tradizionale precedente; secondo Hegel, tutta la filosofia moderna nasce con lui: “qui possiamo dire d’essere a casa e, come il marinaio dopo un lungo errare, possiamo infine gridare “Terra!”. Cartesius segna un nuovo inizio in tutti i campi. Il pensare, il filosofare, il pensiero e la cultura moderna della ragione cominciano con lui.

Il filosofo francese pose il dubbio come base di qualsiasi ricerca onesta della verità. Epistemologo scettico nei confronti dei sensi ingannevoli, perfino della matematica, della materialità del corpo o di quelle realtà che ci sembrano più assodate, Cartesio si chiese: di cosa possiamo veramente essere sicuri, in questo mondo? Ecco allora che arrivò al primo, essenziale risultato, il vero e proprio “mattone” per porre le fondamenta del pensiero: se dubito della realtà, l’unica cosa certa è che io esisto, vale a dire che c’è almeno qualcosa che dubita. Il mio corpo potrà anche essere un’illusione, ma l’intuito mi dice che quella “cosa che pensa” (res cogitans) c’è davvero, altrimenti non esisterebbe nemmeno il pensiero. Questo concetto, espresso nella celebre formula cogito ergo sum, dà l’avvio alla sua ricognizione della realtà del mondo.

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I ritratti di Cartesio giunti fino a noi mostrano tutti lo stesso volto, fra il solenne e il beffardo, dallo sguardo penetrante e sicuro: dietro quegli occhi, si potrebbe dire, riposa il fondamento stesso del pensiero, della scienza, della cultura moderna. Ma la sorte beffarda volle che il cranio di Cartesio, lo scrigno che aveva contenuto le idee di quest’uomo straordinario, l’involucro di quel cogito che dà certezza all’esistenza, conoscesse un lungo periodo di vicissitudini.

Nel 1649 Cartesio, già celebre, accettò l’invito di Cristina di Svezia e si trasferì a Stoccolma per farle da precettore: la regina, infatti, desiderava studiare la filosofia cartesiana direttamente alla fonte, dall’autore stesso. Ma gli orari delle lezioni, fissate in prima mattinata, costrinsero Cartesio ad esporsi al rigido clima svedese e, a meno di un anno dal suo arrivo a Stoccolma, Cartesio si ammalò di polmonite e morì.

Il suo corpo venne inumato in un cimitero protestante alla periferia della capitale. Nel 1666, la salma fu riesumata per essere riconsegnata alla cattolica Francia, che ne rivendicava il possesso. Le spoglie, arrivate a Parigi, vennero sepolte nella chiesa di Sainte-Geneviève per poi essere ulteriormente traslate nel Museo dei monumenti funebri francesi. Lì rimasero per tutto il tumultuoso periodo della Rivoluzione. Allo smantellamento della collezione, nel 1819, i resti di Cartesio vennero portati nella loro sede definitiva, nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, dove riposano tuttora. Ma c’era un problema.

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Durante la terza riesumazione, di fronte ai luminari dell’Accademia delle Scienze, si aprì la bara e le ossa dello scheletro tornarono alla luce: ci si accorse subito, però, che qualcosa non andava. Il teschio di Cartesio mancava all’appello. Da chi e quando era stato sottratto?

Una volta annunciato lo scandalo del furto, cominciarono a spuntare in tutta Europa teschi o frammenti di cranio attribuiti al grande filosofo.

La quantità di reperti scatenò feroci controversie: come potevano esistere più teschi, e così tanti frammenti, di una stessa persona? Ironia del destino: il dubbio, che era stato alla base del Discorso su metodo di Descartes, veniva a intaccare i suoi stessi resti mortali.

(A. Zanchetta, Frenologia della vanitas, 2011)

Si venne a scoprire che già all’epoca della prima esumazione, nel 1666, il teschio era stato probabilmente sostituito con un altro; ma nel 1819 si era volatilizzato perfino il cranio posticcio. Oltre ai due teschi, fu possibile verificare che anche altre ossa erano state sottratte, per essere tramandate per oltre tre secoli in chissà quali ambiti privati.

E il teschio originale? Sarebbe rimasto per sempre ad adornare la sconosciuta scrivania di qualche facoltoso dilettante filosofo?
Dopo essere passato per decenni fra le mani di professori, mercanti, militari, vescovi e funzionari governativi, il cranio di Cartesio riemerse infine in un’asta pubblica in Svezia, dove venne acquistato e rispedito in dono alla Francia.

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Era piccolo, liscio, sorprendentemente leggero. Il colore non era uniforme: in alcuni punti era stato sfregato fino a uno splendore perlaceo mentre in altri punti c’era una spessa patina di sporco, ma perlopiù aveva l’aspetto di una vecchia pergamena. E in effetti si trattava di un oggetto che aveva molte storie da raccontare, in senso non solo figurato ma anche letterale. Più di due secoli fa qualcuno gli aveva scritto sulla calotta una pomposa poesia in latino, le cui lettere sbiadite erano ora di un marrone annerito. Un’altra iscrizione, proprio sulla fronte, accennava oscuramente – e in svedese – a un furto. Sui lati si vedevano vagamente i fitti scarabocchi delle firme di tre degli uomini che l’avevano posseduto.

(R. Shorto, Le ossa di Cartesio, 2009)

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Il teschio venne dato in consegna al Musée de l’Homme a Parigi, dove è conservato tutt’oggi.
Sulla sua fronte si può leggere l’iscrizione apposta dal responsabile della sottrazione originaria: “Il teschio di Descartes, preso da J. Fr. Planström, nell’anno 1666, all’epoca in cui il corpo stava per essere restituito alla Francia“.

Ancora oggi, paradossalmente, il cranio dell’iniziatore del pensiero razionale conserva tutto l’irrazionale fascino di una sacra reliquia.

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La biblioteca delle meraviglie – VIII

Angela Carter
LA CAMERA DI SANGUE
(1984-95, Feltrinelli, f.c.)

Femminista innamorata del simbolo, del mito e del fiabesco barocco, Angela Carter è stata una delle voci più distinte e originali della letteratura britannica del Novecento. I suoi romanzi e racconti vengono talvolta inseriti nella vaga definizione di “realismo magico”, in ragione dell’irruzione del fantastico nel contesto realistico, ma la scrittura della Carter unisce alla piacevolezza dell’affabulazione una complessa stratificazione di rimandi culturali che la avvicinano per certi versi al postmoderno. Non fanno eccezione queste fiabe classiche, rilette dalla Carter alla luce di una sensibilità moderna che ha metabolizzato stimoli distanti ed eclettici (la tradizione orale, i maudits francesi, Sade, la psicanalisi, ecc.).

Le favole reinventate ne La camera di sangue (fra le altre, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali, la Bella e la Bestia, ecc.) sono di volta in volta crudeli, comiche, inquietanti o suggestive, ma sempre costruite alla luce di una particolare ironia che ne esalta i sottotesti sessuali o sessisti.

Il femminismo di Angela Carter, per quanto radicale, non è certamente manicheo ma pare anzi ambiguamente affascinato dalle figure maschili oppressive e dominanti (davvero esclusivamente per “denunciarle”?). In questo senso la vera e propria perla di questa antologia rimane il racconto d’apertura che dà il titolo alla raccolta, una rilettura libera della favola di Barbablù. La raffinatezza della descrizione dei sentimenti della sposa-bambina “acquistata” e segregata dal marito-orco è tra i punti più alti del libro: l’attrazione e la repulsione si confondono in modo quasi impercettibile nell’insicurezza virginale della protagonista. La prima notte di nozze avviene in una imponente camera del castello in cui il marito ha fatto istallare una dozzina di specchi – indicando la folla di ragazzine riflesse, esclama soddisfatto: “Guarda, me ne sono procurato un intero harem!”. Poi la deflorazione, ed ecco che con l’arrivo del sangue si disvela la maschera della sessualità come aggressione; sarà sempre il sangue a guidare come un filo rosso la protagonista alla scoperta del vero volto dell’assassino collezionista di mogli; e il sogno idilliaco si trasformerà in incubo proprio con l’apertura della porta proibita, la segreta del nero desiderio maschile, fatto di crudeltà e dominazione.

Per un’analisi del testo, rimandiamo a questa pagina.

Jacques Chessex
L’ULTIMO CRANIO DEL MARCHESE DI SADE
(2012, Fazi Editore)

Il libro postumo di Chessex esce in Italia a quasi tre anni dalla morte dell’autore svizzero, avvenuta per attacco cardiaco nel corso di una conferenza. E L’ultimo cranio ha certamente qualcosa di profetico, perché parla di uno scrittore che sta per morire: si tratta del famigerato Donatien Alphonse François de Sade, quel “divino marchese” che con il passare del tempo diviene una figura sempre più centrale nella cultura occidentale. La prima parte del romanzo racconta gli ultimi mesi di vita di Sade rinchiuso nel manicomio di Charenton, ormai minato nella salute a causa dei continui eccessi. La sua agonia è lenta e dolorosa: proprio lui, che ha passato gran parte della sua vita in cella, è ora costretto a fare i conti con un’altra prigione, quella della carne che va disfacendosi. Emorragie, coliche, tosse asmatica, obesità e sincopi lo rendono ancora più blasfemo e intrattabile del solito. In preda a uno sconfinato cupio dissolvi, Sade è ormai maniacalmente ossessionato dalle sue dissolutezze. La seconda parte del romanzo traccia invece la storia del suo cranio, che attraversa l’Europa e i secoli ritornando in superficie di tanto in tanto, e portando con sé un’aura magica di malvagità e sciagure. Come una vera e propria reliquia al contrario, il cranio diviene il simbolo beffardo di un ateismo che ha bisogno di martiri e di santi tanto quanto le religioni che disprezza. Questa duplicità rimanda evidentemente al celebre saggio di Klossowski Sade prossimo mio, in cui l’autore sottolinea più volte che l’ateismo del Marchese aveva necessità di una religione da vilipendere, e in definitiva anche il Sade di Chessex brucia di furia sovrumana, quasi divina. L’ultimo cranio, nonostante le accuse di pornografia e immoralità (oltre al sesso, il libro contiene anche qualche blasfemia esplicita), sorprende per la sostanziale pacatezza del linguaggio e i toni riflessivi che contrastano con la rabbia del protagonista: Chessex compone qui una misurata e matura vanitas, che ci parla della dissoluzione finale da cui non può scappare nemmeno un animo indomito.

Proprio perché l’uomo è solo, ha così terribilmente bisogno di simboli. Di un cranio, di amuleti, di oggetti di scongiuro. La consapevolezza vertiginosa della fine dell’individuo nella morte. A ogni istante, la rovina. Forse bisognerebbe considerare la passione per un cranio, e singolarmente per un cranio stregato, come una manifestazione disperata di amore di sè e del mondo già perduto“.

Il Santo Prepuzio

La circoncisione di Gesù avvenne, secondo i Vangeli (Luca, 2,21) 8 giorni dopo la sua nascita. Per secoli la Chiesa Cattolica Romana ha festeggiato questa ricorrenza (il primo giorno di Gennaio), e la Chiesa Ortodossa continua a farlo tutt’oggi.

In sé la cosa non avrebbe nulla di strano, se non fosse che il prepuzio tagliato del Salvatore ha, nel corso del tempo, scatenato acerrime lotte e controversie.

Il Medioevo, si sa, fu l’ “epoca d’oro” delle reliquie: oltre ai corpi (incorrotti e non) dei santi, o ai frammenti di legno della Santa Croce, comparivano di volta in volta le reliquie più varie e fantasiose. Il campionario comprendeva il latte della Vergine, le tre vertebre della coda dell’asino cavalcato da Cristo al suo ingresso a Gerusalemme, il pelo della barba di San Giovanni Battista, la cinta di Maria caduta a terra durante la sua ascensione al cielo e addirittura un piolo della scala vista (in sogno!) da Giacobbe.

Il Santo Prepuzio era una delle reliquie più gettonate: a seconda della fonte, in varie città europee c’erano otto, dodici, quattordici o addirittura diciotto diversi Santi Prepuzi. Contemporaneamente.

Secondo la versione “ufficiale” dell’epoca, Carlo Magno, mentre pregava presso il Santo Sepolcro, avrebbe ricevuto in dono il Prepuzio da un angelo. In seguito, l’avrebbe regalato a Leone III il 25 dicembre 800  in occasione della sua incoronazione. Secondo un’altra versione invece il prepuzio sarebbe un dono di Irene di Bisanzio, ricevuto da Carlo Magno in occasione delle nozze. Leone III collocò la reliquia nel Sancta sanctorum della Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, assieme alle altre.

Ma Roma era soltanto un nome tra gli altri, sull’affollata mappa delle basiliche che rivendicavano il possesso del Santo Prepuzio: ce n’era uno a Santiago di Compostela, uno a Coulombs nella diocesi di Chartres (Francia), uno a Chartres stessa;  e anche le chiese di Besançon, Metz, Hildesheim, Charroux, Conques, Langres, Anversa, Fécamp, Puy-en-Velay, e Auvergne ritenenevano ciascuna di essere in possesso dell’unico vero Santo Prepuzio.

Uno dei più famosi prepuzi era quello conservato dal 1100 in poi ad Anversa, prepuzio che era stato venduto al re Baldovino I di Gerusalemme in quel di Palestina nel corso di una crociata. Durante una messa, il vescovo di Cambray ne vide uscire tre gocce di sangue che macchiarono i lini dell’altare. In onore di questo santissimo e sanguinante pezzetto di pelle, nonché della macchiata tovaglia, venne subito costruita una speciale cappella e vennero periodicamente tenute festose processioni; il miracoloso prepuzio divenne oggetto di culto e meta di pellegrinaggi.

Nel 1557 venne rinvenuto un Santo Prepuzio nella cittadina di Calcata (Viterbo). Il Prepuzio di Calcata è degno di nota perché è il più longevo di cui si abbia notizia: il reliquiario venne portato in processione anche recentemente (nel 1983) durante la Festa della Circoncisione. La tradizione ebbe fine quando dei ladri rubarono il contenitore ricoperto di gioielli e le reliquie in esso contenute.

Il Prepuzio di Calcata fu anche al centro di un acceso dibattito teologico. Infatti i  monaci di una abbazia rivale, quella di Charroux, sostenevano che il Santo Prepuzio conservato nella loro chiesa fosse stato donato direttamente, dall’immancabile Carlo Magno. Nei primi anni del XII secolo il Prepuzio venne portato in processione fino a Roma, perché Innocenzo III ne verificasse l’autenticità, ma il Papa rifiutò di farlo. La reliquia in seguito andò perduta, per ricomparire solo nel 1856, quando un operaio che lavorava nell’abbazia dichiarò di aver trovato il reliquiario nascosto nello spessore di un muro. La riscoperta portò ad uno scontro teologico con il Prepuzio ufficiale di Calcata, che era venerato ufficialmente dalla Chiesa da centinaia di anni. Nel 1900 la Chiesa risolse il dilemma vietando a chiunque di scrivere o parlare del Santo Prepuzio, pena la scomunica (Decreto no. 37 del 3 febbraio 1900). Nel 1954, dopo lungo dibattito, la punizione venne portata al vitandi (persona da evitare), il grado più grave della scomunica; successivamente il Concilio Vaticano Secondo rimosse dal calendario liturgico la festività della Circoncisione di Cristo.

Il Santo Prepuzio di Calcata rimase per lungo tempo l’ultimo sopravvissuto ai vari saccheggi. A seguito del furto in epoca moderna del reliquiario di Calcata, non si sa se qualcuno dei Prepuzi sia tuttora esistente. Il mistero riguardante una delle più bizzarre reliquie della storia cristiana resiste ancora.