I ricami di capelli vittoriani: intervista a Courtney Lane

Una parte del piacere di collezionare curiosità risiede nello scoprire le reazioni che esse sono in grado di suscitare nelle varie persone: personalmente, vedere la meraviglia stamparsi sul volto di chi guarda mi commuove sempre, e dà significato alla collezione stessa. Tra gli oggetti che, almeno nella mia esperienza, sollecitano una risposta emotiva più forte vi sono senz’altro i corredi da lutto, e in particolare le straordinarie opere decorative, tipiche dell’Ottocento, ottenute intrecciando i capelli del defunto.

Sia che si tratti di una piccola spilla contenente una semplice ciocca, di un quadretto merlettato o di un ricamo più grande, c’è qualcosa di potente e toccante in questi lavori, e il sentimento che suscitano è sorprendentemente universale. Si direbbe che chiunque, a prescindere da cultura, esperienza o provenienza, sia “equipaggiato” per riconoscere il valore archetipico dei capelli; utilizzarli per ricami, gioielli e decorazioni è dunque un atto eminentemente magico.

Ho deciso di approfondire questa particolare tradizione con un’esperta, che è stata così gentile da rispondere alle mie domande.
L’amica Courtney Lane è un’autorità in materia, non soltanto da un punto di vista storico ma anche pratico: ha cioè studiato le tecniche originali con l’intento di riportarle concretamente in vita, convinta che questa antica arte possa ancora oggi assolvere alla sua funzione, legata alla memoria e al ricordo.

Puoi raccontarci un po’ di te stessa?

Sono un’artista di ispirazione vittoriana, lavoro con i capelli; vivo a Kansas City, e mi piace definirmi una persona “weird di professione”. La mia attività si chiama Never Forgotten, creo opere moderne realizzate in stile sentimentale vittoriano su commissione, e produco anche pezzi originali usando trecce e ciuffi di capelli umani antichi che trovo ad esempio durante le vendite di vecchie proprietà. Sul piano accademico, studio la storia dell’artigianato con capelli, svolgo attività di divulgazione attraverso conferenze e video online, e viaggio per tenere dei workshop sulle tecniche di lavoro con capelli.

Uno dei lavori di Courtney.

Da dove nasce il tuo interesse per le opere in capelli vittoriane?

Ho sempre avuto un profondo amore per la storia, e per la scoperta del bello nei luoghi che molti considerano oscuri o macabri. Alla tenera età di 5 anni, mi innamorai della bellezza dei mausolei del Diciottesimo e Diciannovesimo Secolo nei pressi del Quartiere Francese di New Orleans. Perfino da bambina, adoravo la grandiosità di quelle elaborate sculture in ricordo dei defunti. Questo mi portò a sviluppare una particolare attrazione per l’età vittoriana e per i costumi funebri dell’epoca.
Durante il mio studio del lutto vittoriano ho incontrato le opere fatte con i capelli. Essendo io stessa profondamente romantica, conoscevo già il valore sentimentale che poteva rivestire una ciocca della persona amata, quindi mi sembrò molto naturale che i capelli potessero essere anche una reliquia perfetta per un caro estinto. Trovai straordinarie queste realizzazioni artistiche, e il sentimento che le sottende di una bellezza ancora maggiore. Mi domandai perché una simile tradizione non venisse più praticata su ampia scala, e avvertii il bisogno di scoprire perché.
Così ho studiato per anni cercando di trovare le risposte e alla fine ho imparato in prima persona a creare queste opere d’arte. Ho sempre fortemente creduto che la potenza delle opere sentimentali create con i capelli potesse aiutare la società a riappropriarsi di una più sana relazione con la morte e con il lutto, quindi ho deciso di aprire una mia attività per produrre lavori moderni, educare il pubblico sulla storia spesso travisata di questa forma d’arte, e assicurare che questa tradizione non venga, appunto, “mai dimenticata”.

Come mai la creazione di queste opere divenne una pratica funebre così popolare? I capelli venivano raccolti pre o post mortem? Era un’attività esclusivamente relativa all’elaborazione del lutto?

L’arte dei capelli ha conosciuto una varietà di motivazioni, molte delle quali erano intrinsecamente sentimentali, ma non è sempre stata relativa al lutto. Con la morte di suo marito, la regina Vittoria cadde in un profondo stato di lutto che durò per i rimanenti 40 anni della sua vita. Questo a sua volta creò una certa moda, quasi un feticismo, per l’idea del lutto nell’era vittoriana. Oggi molte persone credono che tutti i lavori ricamati con i capelli fossero realizzati per elaborare una perdita, ma tra il Cinquecento e l’inizio del Novecento simili opere spaziavano dai ricordi romantici della persona amata ai memento familiari, e talvolta servivano come souvenir di un momento importante nella vita di qualcuno. Per esempio, molti dei grandi ricami tridimensionali che si possono ancora vedere, erano in realtà una sorta di “storia familiare”. I capelli spesso venivano raccolti da diversi membri della famiglia ancora in vita, e intrecciati assieme per raffigurare un albero genealogico. Ho visto altri esempi di lavori con capelli che commemoravano più semplicemente un importante evento della vita, come una prima comunione o un matrimonio. Molto prima che nascesse una vera e propria forma d’arte, gli esseri umani si scambiavano già ciocche di capelli; quindi è naturale che vi fossero delle coppie che indossavano dei gioielli contenenti i capelli dei loro amati ancora in vita.


Per quanto concerne le opere di lutto, i capelli erano talvolta raccolti post mortem, oppure provenivano da epoche precedenti, in cui erano stati messi da parte. Poiché i capelli erano culturalmente così importanti, al momento di tagliarli venivano spesso recuperati, a prescindere che vi fosse il progetto immediato di farne dei gioielli o meno.
L’idea di usare i capelli per una pratica funeraria trova la sua origine in larga parte in seno al cattolicesimo del Medioevo, e in particolare nel potere delle reliquie sante della chiesa. Le reliquie dei Santi sono ben più che semplici resti umani, consentono una connessione spirituale al Santo stesso, creando un legame tra vita e morte. La credenza che una reliquia potesse essere un sostituto per la persona in odore di santità, si trasferì facilmente dal lutto pubblico e religioso al lutto privato e personale.
Di tutti i vari tipi di reliquia (ossa, carne, eccetera) i capelli sono quelli più accessibili alla persona media, in quanto non è necessario nessun tipo di accorgimento per evitare la decomposizione, al contrario del resto del corpo; raccoglierli da un cadavere richiede soltanto l’uso di un paio di forbici. I capelli sono anche una delle parti più identificabili di una persona, quindi anche se dei pezzi di osso potrebbero a rigore fungere da reliquia, i capelli della persona a cui vogliamo bene sono una parte del suo corpo che vediamo ogni giorno, in vita, e che possiamo continuare a riconoscere dopo la morte.

Ricamare i capelli era una pratica strettamente legata all’alta società?

No, non era strettamente riservato all’alta società. Anche se c’erano membri delle classi più elevate che possedevano opere in capelli, si trattava per la maggior parte di una pratica borghese. Alcuni lavori venivano prodotti da artisti professionisti, e ovviamente per commissionarli bisognava possedere adeguati mezzi economici; ma molti lavori con i capelli venivano creati in casa, di solito dalle donne della famiglia.
In questo caso, le uniche spese concernevano gli strumenti di cucito (che comunque molte donne di classe media avevano già in casa) e ovviamente i gioielli, le cornici o le campane di vetro in cui posizionare il lavoro finito.

Quante persone lavoravano a una singola ghirlanda? Era un’occupazione femminile, come il ricamo?

Le opere erano normalmente, anche se non esclusivamente, create dalle donne, ed erano addirittura considerate un sottogenere del ricamo femminile. L’attività generale del ricamo consisteva in merletti, ornamenti di perle, piume, e altro. C’erano casi in cui i capelli erano usati proprio per trapuntare e cucire. Era considerato molto femminile avere la pazienza e la meticolosità necessarie per le belle cose fatte a mano.
Per quanto riguarda le corone e le ghirlande, il numero di persone che lavoravano assieme per crearne uno poteva variare. Soltanto pochi esemplari sono documentati in modo tale da saperlo con certezza.
Ho anche osservato dozzine di diverse tecniche usate per formare i fiori nelle ghirlande, e alcune tecniche richiedono più tempo di altre. Uno dei migliori esempi che ho visto è un pezzo la cui documentazione, incredibilmente precisa, indica che il ricamo completo consiste di 1.000 fiori (ognuno più grande di una normale ghirlanda); venne interamente costruito da una sola donna nell’arco di un anno. I documenti specificano anche che i 1.000 fiori furono creati a partire dai capelli di 264 persone.

  

Perché nel Ventesimo secolo questa attività passò di moda?

I lavori con capelli cominciarono a declinare in popolarità all’inizio del Novecento. Ci furono diverse ragioni.
Il primo motivo fu l’industrializzazione di questo genere di artigianato. Diverse grosse ditte e cataloghi cominciarono a fare pubblicità per ricami di capelli, e molte persone temevano che commissionare i lavori esternamente, invece che crearli in casa, avrebbe finito per uccidere ogni sentimento. Una di queste industrie era la Sears, Roebuck & Co., e in uno dei loro cataloghi del 1908 scrivevano addirittura: “Non eseguiamo l’intreccio noi stessi. Lo appaltiamo; quindi non possiamo garantire che i capelli usati siano quelli che ci vengono spediti; il cliente si assume ogni rischio”. Questo, ovviamente, scoraggiava le persone dall’usare ricamatori professionisti.
Un’altra ragione sta nello sviluppo e nel consenso trovato dalla teoria dei germi nell’era vittoriana. Più la gente imparava dell’esistenza dei germi, e comprava prodotti sanitari, più il corpo umano cominciò a essere visto come qualcosa di sporco. Si iniziò a ritenere che anche i capelli fossero poco igienici, e le persone ci pensavano due volte prima di farne un medium per arte e gioielleria.
Anche la Prima Guerra Mondiale ha a che fare con il declino del ricamo di capelli. Non soltanto c’era penuria di risorse per i paesi coinvolti nel conflitto, ma sempre più donne cominciarono a lavorare fuori casa, e non avevano più tempo per ricamare quotidianamente. In tempo di guerra, quando tutti si davano una mano per aiutare lo sforzo bellico, i cittadini cominciarono ad abbandonare le spese superflue e concentrarsi sulle vere necessità. I capelli in questo periodo assunsero uno scopo del tutto pratico. Per esempio, in Germania c’erano dei poster di propaganda che incoraggiavano le donne a tagliarsi le chiome più lunghe e donarle all’esercito, in caso altri materiali fibrosi dovessero scarseggiare. I capelli forniti dalle donne venivano utilizzati per creare oggetti di uso pratico, come le cinghie di trasmissione.
A causa di tutto ciò, nel 1925 i ricami sentimentali di capelli erano praticamente scomparsi; nessuna grossa ditta creava o riparava più le ghirlande, e l’artigianato casalingo non faceva più parte della vita quotidiana delle donne.

I ricami di capelli ottocenteschi sono diventati oggetti da collezione molto ricercati; questo è da ascriversi in parte al fascino delle pratiche di lutto vittoriane, ma mi sembra anche che questi pezzi abbiano un valore speciale, rispetto alle normali spille o ai gioielli classici, proprio a causa – be’, della presenza di capelli umani. Secondo te avvertiamo ancora un qualche tipo di potere magico, simbolico, nei capelli? O è soltanto l’espressione di una curiosità morbosa per i resti umani, anche se in forma “moderata” e non scioccante?

Credo assolutamente che entrambe le cose siano vere. Specie tra chi è poco familiare con simili pratiche di ricamo, c’è un reale elemento di shock nel vedere qualcosa creato a partire dai capelli. Quando introduco il concetto, alcuni trovano l’idea disgustosa, ma molti si sorprendono che i capelli non si decompongano. Le persone oggi sono così poco informate sulla morte che subito pensano ai capelli come a una parte del corpo, e non comprendono come possano rimanere perfettamente immacolati a distanza di più di cento anni. Per coloro che non meditano spesso sulla propria mortalità, pensare che i loro capelli possano sopravvivere fisicamente per molto tempo dopo la morte può essere del tutto sconcertante.
Una volta che la sorpresa iniziale o la curiosità morbosa sono superate, molte persone riconoscono un valore speciale nei capelli stessi. Tra i più seri collezionisti di capelli, sembra prevalere un senso di toccante soddisfazione nell’opportunità di preservare la memoria di qualcuno che un tempo fu tanto amato da essere ricordato così – perfino se oggi si tratta di morti anonimi.
Si potrebbe quasi definire una vocazione spirituale, ma direi che come minimo si tratta di un comune senso di empatia tra esseri mortali.

Che tipo di ricerca hai dovuto fare per apprendere le basi dei ricami vittoriani di capelli? Questo, in definitiva, è un tipo di artigianato popolare che aveva un obbiettivo specifico, spesso personale; esistevano libri con istruzioni dettagliate su come procedere? O hai dovuto studiare direttamente le opere per comprendere come sono state create?

Imparare i ricami di capelli è stato un vero viaggio iniziatico per me. Per prima cosa, dovrei dire che ci sono molti tipi differenti di ricamo, e alcune tecniche sono meglio documentate di altre. Quelle che utilizzano le armature in filo di ferro sono quelle che vediamo nelle ghirlande e negli altri florilegi tridimensionali. Non sono riuscita a trovare buone fonti su questi procedimenti, quindi per imparare ho studiato innumerevoli opere originali. Ho cercato ogni opportunità per esaminare quei ricami che erano senza cornice o danneggiati, così da provare a rimetterli assieme e capire come ogni cosa era collegata. Ho passato ore a guardare vecchi pezzi e a giocare con capelli finti, sbagliando e riprovando.
Altre tecniche sono i lavori a tavolozza e i lavori da tavolo. I lavori a tavolozza includono quei disegni di capelli bidimensionali che puoi trovare incorniciati o sotto vetro nei gioielli, e i lavori da tavolo includono gli intricati intrecci che formano le catene per gioielli, come per esempio una collana o il polsino di un orologio.
The Lock of Hair di Alexanna Speight e Art of Hair Work: Hair Braiding and Jewelry of Sentiment di Mark Campbell sono due libri che insegnano, rispettivamente, i lavori a tavolozza e da tavolo. Sfortunatamente, data l’epoca in cui sono stati scritti, utilizzano un inglese arcaico e fanno riferimento a strumenti e materiali che non si producono più o che è difficile recuperare. Anche dopo averli letti, ci vuole tempo per trovare equivalenti moderni e fare pratica con alcune sostituzioni, in modo da individuare la migliore alternativa. Per questo mi piacerebbe scrivere un manuale che spieghi tutte e tre queste tecniche basilari, in modo facile da comprendere e usando materiali moderni, così da rendere quest’arte più accessibile al grande pubblico.

Perché credi che questa tecnica possa ancora essere rilevante oggi?

L’atto e la tradizione di raccogliere i capelli è ancora presente nella nostra società. I genitori spesso mettono da parte una ciocca dei primi capelli tagliati ai loro figli, ma purtroppo quella ciocca finirà nascosta in una busta o in un libro, e quasi mai più guardata. Diversi miei clienti sono persone che, pur non avendo mai sentito parlare di queste tecniche, hanno sentito l’impulso di tagliare un ciuffo di capelli a una persona cara appena defunta. I loro occhi cominciano a brillare quando scoprono che possono indossare quei capelli in un gioiello, o esporli all’interno di un’opera d’arte. La gente mi chiede di continuo se è strano avere conservato questi capelli. Spesso, non sanno nemmeno perché l’hanno fatto. È una reazione istintiva che in molti provano, ma non se ne parla né tanto meno la si celebra nella nostra cultura moderna, quindi pensano di essere anormali o morbosi, anche se è una cosa così naturale.
Un altro esempio è tenere i propri capelli dopo averli tagliati. Soprattutto quando si tratta di tagliare capelli molto lunghi, o trecce, incontro spesso persone che hanno investito talmente tanto a livello personale nei loro capelli che non se la sentono di buttarli via. Questi individui possono conservare i propri capelli in un sacco per anni, senza sapere cosa farne, consci soltanto che “sembra giusto tenerli”. Questo per me è perfettamente comprensibile, perché attraverso la storia i capelli sono sempre stati un tratto molto personale. Anche oggi, le persone si identificano attraverso i capelli, la lunghezza, la consistenza, il colore, lo stile. Culture differenti portano i capelli in modi diversi per comunicare qualcosa del loro patrimonio, oppure alcuni individui usano la loro creatività e il proprio senso identitario per decidere l’acconciatura. Che sia per motivi religiosi, culturali, romantici o di elaborazione del lutto, il desiderio di associare dei sentimenti ai capelli, e l’impulso a conservare quelli della persona amata, sono intrinsecamente umani.
Credo davvero che essere in grado di mostrare con orgoglio le nostre reliquie di capelli possa aiutarci a processare alcune delle nostre emozioni più intime, e a vivere al meglio la nostra vita.

Potete visitare il sito di Courtney Lane Never Forgotten, e seguirla su Facebook, Instagram, Twitter, e YouTube. Se siete interessati al valore magico e simbolico dei capelli umani, questo è un mio post sull’argomento.

Spiriti della strada: il culto delle animitas

Il passante che uscendo dalla Estación Central di Santiago del Cile si incammini lungo via San Francisco de Borja, dopo neanche una ventina di metri si imbatterà, proprio sul muro della stazione ferroviaria alla sua sinistra, in una sorta di parete votiva, assiepata di targhette, offerte, candele perennemente accese, santini e fotografie. Un semplice cartello verde annuncia: “Romualdito”, lo stesso nome presente su tutti gli ex voto di ringraziamento.

Se poi il nostro ipotetico viaggiatore si dirigesse in auto lungo l’Autopista del Sol verso il sobborgo di Maipù, sul bordo della carreggiata opposta vedrebbe un altare abbastanza simile al primo, questa volta dedicato a una giovane ragazza di nome Astrid il cui ritratto è quasi sommerso da decine e decine di orsetti di peluche e giocattoli.

E se percorresse tutta l’affilata lingua di terra del Cile, stretto com’è tra la cordigliera e l’oceano, magari sconfinando talvolta nelle pampas argentine, noterebbe che il paesaggio (sia urbano che rurale) è costellato da numerosi di questi strani piccoli templi: luoghi di devozione in cui non si venerano i santi canonici, ma gli spiriti di alcune persone morte tragicamente. Questo è il culto delle animitas.

Espressione di pietas popolare, le animitas sono edicole votive che si innalzano spesso sul bordo della strada (animita de carretera) per commemorare alcuni morti di “mala morte”: nonostante le spoglie di questi individui siano sepolte al cimitero, essi non possono riposare veramente per via delle circostanze violente della loro dipartita. Le anime si aggirano ancora per i luoghi in cui la vita è stata loro tolta.

 

Il Romualdito della stazione dei treni, ad esempio, era un ragazzino malato di tubercolosi che venne assaltato dai malavitosi che lo uccisero per rubargli il poncho e i 15 miseri pesos che portava addosso. Ma la sua storia, risalente agli anni ’30, si è persa in molteplici versioni più o meno leggendarie, ed è ormai impossibile risalire con certezza alla verità dei fatti: certo è che la fede in Romualdito è così radicata a Santiago che quando si dovette rimodernare e ricostruire la stazione, la sua parete non venne toccata.

La giovane Astrid, a cui è dedicata l’edicola ricoperta di peluche, morì nel 1998 in un incidente di moto, quando aveva 19 anni. Oggi è conosciuta come la Niña Hermosa.

Ma questi cenotafi sono centinaia, per lo più installati sul ciglio delle strade, in forma di casette o di piccole chiese con croci ben evidenti che spuntano dai tettucci.


Vengono costruiti in un primo momento come atto di misericordia e di memoria, sul luogo esatto dell’incidente mortale (o, nel caso di pescatori dispersi in mare, in settori appositi sulla costa); ma diventano vero e proprio fulcro di devozione nel momento in cui l’anima del defunto si dimostra miracolosa (animita muy milagrosa). Quando cioè comincia a rispondere alle offerte e alle preghiere con delle grazie particolari, intercedendo presso la Vergine o Cristo stesso.

Il culto delle animitas è un’originale fusione del culto dei morti indigeno pre-ispanico (in cui l’antenato si trasformava in presenza benigna che proteggeva la stirpe) e il culto delle anime del Purgatorio che arrivò qui assieme al Cattolicesimo. Per questo esso presenta delle sorprendenti analogie con un’altra forma di religiosità popolare “anomala” – quella relativa alle anime pezzentelle sviluppatasi a Napoli nel Cimitero delle Fontanelle, a cui ho dedicato il mio libro De profundis.
Oltre a essere non ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa, hanno in comune diversi aspetti fondamentali.

Per prima cosa le animitas, costruite con materiali di recupero, sono oggetti estetici e d’arte popolare che ricordano molto da vicino i carabattoli delle Fontanelle; non soltanto per la forma ma anche per la loro funzione, che è quella di rendere possibile una dialettica, un dialogo con l’oltretomba.
In secondo luogo, il sistema di intercessioni e di grazie, di offerte e di ex voto, è essenzialmente lo stesso in entrambi i casi.

Ma lo snodo davvero cruciale è che a essere venerati non sono gli eroi religiosi, vale a dire dei santi che hanno compiuto imprese incredibili miracolose in vita, ma piuttosto delle vittime del destino.
Questo consente un’identificazione tra il fedele e l’anima invocata, un riconoscimento della reciproca condizione, una condivisione dell’umana miseria che risulta pressoché impossibile avvertire nei confronti di figure “soprannaturali” come i santi. I quali certo svolgono anch’essi una funzione apotropaica, ma rimanendo sempre in posizione più elevata rispetto al comune mortale.
Le animitas, così come le anime pezzentelle, sono invece emblemi “democratici”, con cui è più semplice relazionarsi: condividono con i fedeli la stessa estrazione sociale, conoscono le difficoltà quotidiane della sopravvivenza. Sono degli spiriti protettivi che è possibile scomodare anche per miracoli più modesti, più banali potremmo dire, perché in fondo comprendono bene le necessità della gente.

Ma se in Italia il culto è rimasto esclusivo appannaggio di una singola città, Napoli, in Cile si è diffuso a macchia d’olio. Per dare un’idea della tenacia e della pervasività di questa fede, è sufficiente fare un ultimo, stupefacente esempio.
Il fenomeno artistico delle bici fantasma (biciclette pitturate di bianco a ricordo di un ciclista investito) è diffuso in tutto il mondo, e ha la funzione di monito per gli utenti della strada. Ebbene, quando queste installazioni sono arrivate in Cile non hanno potuto fare a meno di confondersi con la devozione popolare, dando luogo a degli ibridi chiamati bicianimitas. Ecco dunque che vicino alla bicicletta compaiono anche le edicole per le offerte rituali, e il memoriale funebre si trasforma in punto di comunicazione tra i vivi e i morti.
Vivi e morti che, sembrano voler ricordare le animitas, non sono mai veramente separati ma coesistono per le strade della città, o lungo i bordi delle polverose autostrade che s’inoltrano nel deserto.

Il blog Animitas Chilenas si propone di archiviare tutte le animitas, riportando di ciascuna il nome, la storia e le  coordinate GPS.
Oltre ai link alle fonti presenti nell’articolo, consiglio il saggio di Lautaro Ojeda,
Animitas – Una expresión informal y democrática de derecho a la ciudad (in ARQ Santiago n. 81 agosto 2012) e l’approfondito post El culto urbano de la muerte: el origen y la trascendencia de las animitas en Chile, di Criss Salazar.
Il fotografo Patricio Valenzuela Hohmann ha una splendida gallery di foto di animitas.
A margine segnalo infine
la Difunta Correa, l’animita più celebre in Argentina, dedicata alla leggendaria figura di una donna morta di sete e fatica a metà dell’Ottocento mentre seguiva il marito costretto forzosamente ad arruolarsi, e il cui cadavere fu trovato sotto un albero mentre stringeva ancora al petto il figlio neonato. Il culto della Difunta Correa si è diffuso a tal punto che è stato addirittura costruito un vero e proprio santuario a Vallecito, presso il quale arrivano un milione di pellegrini all’anno.

Vermi cannibali e molecole di memoria

A volte, in questo mondo, la meraviglia può nascondersi nei luoghi e negli esseri più umili e, all’apparenza, insignificanti.
Le planarie sono dei minuscoli e piatti vermiciattoli, lunghi appena qualche centimetro, del colore del fango e che nel fango trascorrono la loro esistenza, nell’alveo di stagni e acquitrini.

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Eppure questi platelminti hanno una capacità che ha del miracoloso: se li tagliate in due, la testa è capace di rigenerare l’intero corpo. E fin qui non ci sarebbe nulla di così straordinario – molti animali sono in grado di far “ricrescere” le parti del proprio corpo che vengono a mancare e alcuni (come il granchio, la salamandra, la stella marina o la lucertola) arrivano addirittura all’autotomia, vale a dire ad amputarsi volontariamente un’appendice per sfuggire a un predatore. Quello che rende le planarie davvero straordinarie è che non soltanto la testa può rigenerare l’intero corpo, ma anche la coda riesce a farsi spuntare una nuova testa.
In effetti, esistono planarie sessuate e planarie asessuate; se quelle sessuate copulano e producono uova, le loro compagne asessuate si riproducono perdendo la coda, che diviene un secondo individuo con lo stesso patrimonio genetico del “genitore”.
E questo è solo l’inizio.

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Se sezionate una planaria longitudinalmente passando il vostro bisturi fra i due occhi, dove dovrebbe stare il cervello, fino alla fine della coda, le due metà si rigenereranno comunque: la parte sinistra farà ricrescere la parte destra mancante, e viceversa.
Poniamo che siate davvero accecati dall’odio per questo animaletto, e che decidiate di tagliarlo in 100 pezzi, certi finalmente di averlo fatto fuori; nel giro di qualche settimana le “fettine” avranno dato vita a 100 vermi perfettamente formati. Questo è stato verificato perfino tagliando una planaria in 279 pezzi.
E per finire, se dividete a metà la testa di una planaria, lasciandole però intatto il corpo, le due parti attiveranno comunque il processo di ricrescita della metà “mancante”, e in poco tempo vi ritroverete con una planaria a due teste.

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Ovviamente il segreto sta nella semplicità della struttura fisica di questi animali: l’apparato digerente è rudimentale, lo scambio fra ossigeno e anidride carbonica avviene per diffusione, senza bisogno di organi particolari e, più che di un vero e proprio cervello, essi sono dotati di un piccolo ganglio, due lobi di tessuto nervoso che formano una massa in cui è stata riscontrata attività elettrica simile a quella di altri animali. Due nervi principali corrono giù su entrambi i fianchi della planaria fino alla coda, e altri più piccoli li uniscono trasversalmente, come pioli di una scala.

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L’attività rigenerativa avviene per epimorfosi: questo significa che sulla ferita cominciano a proliferare delle cellule indifferenziate che, una volta raggiunto un numero adeguato, si differenziano e cominciano a creare i tessuti mancanti.

McConnell, James V

Se tutte queste stranezze non fossero già abbastanza, ecco entrare in scena il professor James V. McConnell, biologo ed etologo, personalità eccentrica con uno spiccato gusto per la provocazione. Lo studioso nel 1955 cominciò i suoi esperimenti con le planarie, e scoprì di poter condizionare il loro comportamento proprio come Pavlov con il suo famoso cane. Sottopose i vermi a questo trattamento: prima accendeva sul loro acquario una forte luce, e poi dava loro una scossa elettrica. Le planarie, come è comprensibile, facevano l’unica cosa che potevano per proteggersi o per resistere al dolore: si accartocciavano. Luce forte, scossa, luce forte, scossa. Dopo un certo periodo McConnell provò ad accendere soltanto la luce; gli animali si accartocciarono, in attesa di una scossa che non sarebbe arrivata.
McConnell dimostrò quindi che le planarie avevano una memoria: quelle già condizionate in precedenza avevano bisogno di meno tempo, e meno scosse, per ricordarsi il significato della luce, rispetto alle loro ignare colleghe appena entrate nell’acquario.
A partire da questa constatazione, McConnell cominciò i bizzarri esperimenti per cui ancora oggi – nonostante successive, più prestigiose ricerche – viene ricordato.

Assieme al suo team di worm runners (così aveva battezzato i suoi collaboratori) condizionò delle planarie, poi le divise a metà. Voleva accertarsi se, una volta rigenerate in due individui separati, si ricordassero ancora il loro condizionamento, e le sottopose quindi al suo test luce/scossa. La planaria formatasi a partire dalla testa, che quindi aveva mantenuto il suo cervello, si ricordava ancora perfettamente il pericolo associato alla luce, e si accartocciava appena questa veniva accesa. Ma la cosa davvero incredibile era che anche la planaria “nata” dalla coda tagliata sembrava non aver minimamente perso la memoria del condizionamento.
Cosa voleva dire? Per McConnell la spiegazione era evidente: quella era la prova che la memoria dell’animale non albergava esclusivamente nel cervello, o nel sistema nervoso centrale. Ma dove, allora?

McConnell aveva una sua teoria, ma per confermarla doveva fare un passo ulteriore.
Tagliò uno dei vermi già condizionati in pezzetti piccolissimi – praticamente lo macinò – e lo diede in pasto ad altre planarie che non sapevano nulla di luci o di scosse. (Ebbene sì, questi animaletti non disdegnano affatto il cannibalismo).
Ed ecco, prodigio!, le planarie ignoranti di colpo non lo erano più. Avevano digerito e incorporato la memoria del loro sfortunato compagno.

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Secondo i test successivi, infatti, i vermi cannibali che si erano cibati della planaria “addestrata” apprendevano molto più in fretta a reagire al riflesso condizionato. La memoria, concluse McConnell, era dunque un fenomeno chimico: dato che l’RNA codifica informazioni, e dato che le cellule viventi producono e modificano l’RNA in reazione ad eventi esterni, era forse così che all’interno dei neuroni venivano registrati e conservati i ricordi: Memory RNA, battezzò McConnell la molecola che ipoteticamente potrebbe essere responsabile di tutte le nostre memorie.

Le scoperte di McConnell causarono, comprensibilmente, un piccolo vespaio. Dal 1962 fino al 1969 circa, scettici e possibilisti si accapigliarono: potevano questi risultati avere qualcosa a che vedere con il modo in cui l’apprendimento avviene nel cervello umano? I vermi avevano davvero imparato semplicemente mangiando le memorie altrui, o l’esperimento era falsato? Era possibile immaginare un futuro in cui, invece di studiare, sarebbe bastata una pillola per diventare edotti in qualsiasi materia?

Di colpo, tutti si misero a tagliare vermi in laboratorio. Nonostante la buona volontà, però, questi eclatanti risultati non vennero mai replicati con precisione. Già difficile da digerire in partenza, la teoria di McConnell a poco a poco perse di risonanza, fino a diventare poco più di una barzelletta.

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A dire la verità, l’atteggiamento poco ortodosso e irriverente di McConnell non aiutò. Secondo lui, per essere scienziati seri non serviva assolutamente essere anche solenni e pomposi.
Nel suo Journal of Biological Psychology, il professore spesso amava mischiare le carte, e pubblicava le sue scoperte “serie” insieme ad articoli satirici. I lettori finirono per essere troppo confusi, quindi McConnell decise di stampare i testi scientifici su un lato della rivista, e quelli comici sul retro, sottosopra: da una parte si leggeva il Journal of Biological Psychology, e girando i fogli ci si poteva intrattenere con il più faceto Worm Runner’s Digest. McConnell si divertiva come un matto quando qualche libreria rispediva indietro le copie della strana rivista, segnalando un errore nella rilegatura.
Alla fine i contributi satirici del Worm Runner’s Digest risultarono così numerosi che McConnell riuscì a raccoglierli in ben due libri: The Worm Re-Turns (1965) e Science, Sex and Sacred Cows (1971).

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La sede della memoria, oggi lo sappiamo con relativa certezza, è la corteccia cerebrale, anche se ippocampo e amigdala giocano sicuramente ruoli importanti nella “registrazione” del ricordo. Eppure i meccanismi molecolari che regolano la formazione e il mantenimento della memoria, così come la sua “morte” nel momento in cui dimentichiamo qualcosa, sono ancora nebulosi.

Nel 2001 alcuni ricercatori intenti a studiare l’interferenza dell’RNA (uno degli argomenti più “caldi” nella biologia molecolare odierna) hanno sollevato il dubbio che McConnell, almeno in parte, fosse sulla strada giusta nell’insistere affinché venissero studiate le basi chimiche della memoria. Peccato che il diretto interessato non possa assistere a questo ritorno di fiamma delle sue teorie.
Nella seconda parte della sua carriera accademica di professore emerito, James McConnell si dedicò alla redazione di un fondamentale libro di testo di psicologia generale (Understandig Human Behavior), si occupò di psicologia sociale e di sensorialità nei soggetti autistici, e svolse ricerche sulla percezione subliminale. Nel 1985 fu vittima di Unabomber, e perse temporaneamente l’udito quando il suo assistente aprì un manoscritto esplosivo. Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, per dedicarsi alle sue orchidee, morì infine nel 1990.

E i vermi di tutto il mondo sospirarono di sollievo.

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Scherzi della memoria

Il modo in cui il nostro cervello registra e rielabora i ricordi è ancora in gran parte sconosciuto alla scienza. Vi sono però alcuni casi estremi che potrebbero aiutare gli studiosi a comprendere i confini della nostra memoria: come ricordiamo, e come dimentichiamo.

La sindrome di Susac è stata scoperta negli anni ’70 dall’omonimo medico; si tratta di un disordine cerebrale che colpisce le donne fra i 18 e i 40 anni, e presenta molti segni clinici distintivi – ma fra tutti il più peculiare è la perdita della memoria a lungo termine. Chi è affetto da questa sindrome ricorda quasi esclusivamente ciò che gli è accaduto nelle 24 ore precedenti. Immaginate cosa significhi avere dimenticato dove eravate e cosa avete fatto la settimana scorsa, tre mesi fa, tre anni fa; risvegliarvi ogni mattina non sapendo se siete laureati, o fidanzati, o addirittura sposati… se è Natale, se vostra nonna è viva o morta, e via dicendo. Come dare un senso alla vostra persona, alla vostra identità?

È quello che accade a circa 250 persone in tutto il mondo. La sindrome arriva all’improvvio e in genere si manifesta con attacchi ricorrenti che durano più o meno da quindici mesi a 5 anni. Come si presenta se ne va, senza preavviso. Non sono segnalati casi mortali, ma su un terzo dei pazienti restano postumi sensoriali e neurologici di gravità variabile.

Jess Lydon, 19 anni, inglese, soffre della sindrome da qualche tempo. Rinchiusa in un infinito presente, non può ricordarsi nemmeno se ha già mangiato. Non osa avventurarsi fuori di casa, per paura di dimenticare la strada del ritorno; ma continua a pettinarsi e curarsi, perché «quando questo disastro sarà passato voglio che la vita mi trovi in ordine». La sindrome provoca anche stati confusionali e Jess è di tanto in tanto preda di terrori e convinzioni paranoiche e irreali – crede che dei chirurghi l’abbiano operata, lasciando una scarpa nel suo stomaco, o che la sua casa sia in realtà un ospedale psichiatrico. I neurologi non conoscono ancora le cause della sindrome, né sanno esattamente come curarla: si procede a tentoni, cercando di arginare le crisi, ma nessun farmaco si è rivelato efficace fino ad ora. Si sa soltanto che Jess guarirà prima o poi, anche se la perdita di udito e di vista potrebbe rimanere permanente.

Ancora più strana è l’opposta malattia di cui soffre l’americana Jill Price: come il Funes del celebre racconto di Borges, Jill non riesce a dimenticare. Ricorda esattamente quasi tutti i giorni della sua vita, da quando aveva 11 anni. È in grado di dire in che giorno e a che ora un determinato episodio di Dallas è andato in onda 20 anni fa, e anche cosa stava facendo lei in quel momento, se pioveva, se era un lunedì o un martedì, com’era vestito suo fratello, e via dicendo.

Quello che potrebbe sembrare un dono invidiabile, com’è facilmente intuibile, risulta essere nella realtà una vera e propria disgrazia. È la nostra capacità di dimenticare che ci permette di superare i problemi e metabolizzare il passato. Jill non può fare né l’una né l’altra cosa: ricorda esattamente tutte le volte in cui la madre l’ha rimproverata quando aveva 15 anni, sente ancora le precise parole così come sono state pronunciate, e ovviamente non può fare a meno di ripassare nella sua testa tutti i momenti drammatici della sua vita, primo fra tutti la morte dell’unico amore della sua vita, vittima di un infarto due anni fa. Il tormento di non riuscire a disfarsi del passato e voltare pagina è ciò che l’ha spinta a sottoporsi a innumerevoli esami e a divenire un caso clinico celebre, nella speranza di poter trovare una cura e finalmente archiviare le sue memorie senza doverle rivivere costantemente.

La sua sindrome si chiama ipertimesia, e la particolarità di questa affezione è che concerne principalmente la memoria autobiografica; questo significa che, paradossalmente, Jill ha difficoltà a memorizzare qualcosa volontariamente – l’enorme flusso di ricordi relativi alla sua vita e alle sue esperienze le impedisce di dare buoni risultati nei test di memoria. La sindrome ha alcuni punti di contatto con l’autismo e la sindrome dei savant, per quanto riguarda la calendarizzazione ossessiva che permette di ricordarsi data e ora di ogni evento; ma le scansioni cerebrali di Jill hanno mostrato anche una maggiore estensione dell’area normalmente associata con il comportamento maniaco-compulsivo, come se la sindrome potesse essere una sorta di ossessione non rivolta ad oggetti concreti, ma ai ricordi stessi, “collezionati” in maniera incontrollabile.

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Tutti impariamo dal passato, e facciamo le nostre previsioni sulla base delle esperienze precedenti; la capacità di ricordare, e di dimenticare, forgia gran parte delle nostre azioni, e in definitiva sta alla base di chi siamo o pensiamo di essere. Eppure la nostra memoria è forse un equilibrio più delicato e misterioso di quello che sembrerebbe, una selezione e rielaborazione continua con cui la nostra mente “decide” a quali avvenimenti far spazio e quali accantonare, cosa è degno di essere ricordato e cosa possiamo, o dobbiamo, lasciare andare.

E anche cosa tutti noi possiamo immaginare di aver vissuto, “ricordando” eventi mai accaduti… ma questa è un’altra storia, ancora più affascinante, di cui parleremo certamente in futuro.

Maschere mortuarie

Le maschere mortuarie sono una delle tradizioni più antiche del mondo, diffusa praticamente ovunque dall’Europa all’Asia all’Africa. Così come assieme al cadavere venivano spesso lasciati viveri, armi o altri oggetti che potessero servire al morto nel suo viaggio verso l’aldilà, spesso coprire il volto con una maschera garantiva al suo spirito maggiore forza e protezione. Nelle tradizioni africane queste maschere erano minacciose e terribili, per spaventare ed allontanare i dèmoni dall’anima del defunto. Nell’antico bacino del Mediterraneo, invece, la maschera veniva forgiata stilizzando le reali fattezze del morto: ricorderete certamente le più famose maschere funerarie, quella di Tutankhamen e quella attribuita tradizionalmente ad Agamennone (qui sopra).

Ma già dal basso Impero Romano, e poi nel Medio Evo, le maschere non si seppellivano più assieme al corpo, si conservavano come ricordi; inoltre si cercò di riprodurre in maniera sempre più fedele il volto del defunto. Si ricorse allora all’uso di calchi in cera o in gesso, applicati sulla faccia poco dopo la morte del soggetto da ritrarre: da questo negativo venivano poi prodotte le maschere funerarie vere e proprie. Si trattava di un processo che pochi si potevano permettere e dunque riservato a un’élite composta da nobili e sovrani – ma anche a personalità di spicco dell’arte, della letteratura o della filosofia. È grazie a questi calchi che oggi conosciamo con esattezza il volto di molti grandi del passato: Dante, Leopardi, Voltaire, Robespierre, Pascal, Newton e innumerevoli altri ancora.

La differenza con un ritratto dipinto o una scultura dal vivo è evidente: nelle maschere mortuarie non è possibile l’idealizzazione, lo scultore riproduce senza imbellettare, e ogni minimo difetto nel volto rimane impresso così come ogni grazia. Non soltanto, alcune maschere mostrano volti con fattezze già cadaveriche, occhi infossati, guance molli e cadenti, mascelle allentate. Con la sensibilità odierna ci si può domandare se sia davvero il caso di ricordare il defunto in questo stato – dubbio non soltanto moderno, visto che Eugène Delacroix aveva dato disposizioni affinché “dopo la sua morte dei suoi lineamenti non fosse conservata memoria”.

Eppure, se pensiamo che la fotografia post-mortem prenderà il posto delle maschere dalla fine del 1800, forse queste estreme, ultime immagini hanno un valore e un significato simbolico necessario. Possibile che ci raccontino qualcosa della persona a cui apparteneva quel volto? Il volto di un cadavere ci interroga sempre, pare nascondere un ambiguo segreto; quando poi si tratta del viso di un grande uomo, l’emozione è ancora più forte. Ci ricorda che la morte arriva per tutti, certo, ma segna anche la fine di una vita straordinaria, magari di un’epoca come nel caso della maschera mortuaria di Napoleone. E, soprattutto, riporta nomi celebri a una concretezza e una fisicità terrena che nessun dipinto, statua o addirittura fotografia potrà mai avere: si fanno segni della loro realtà storica, ci ricordano che questi uomini leggendari sono davvero passati di qui, hanno avuto un corpo come noi, e sono stati capaci di cambiare il mondo.

Se volete approfondire, questa pagina raccoglie molte delle principali maschere mortuarie con splendide foto; è anche consigliata una visita al Virtual Museum of Death Mask, più incentrato sulla tradizione russa, e che permette di confrontare le foto o i ritratti “in vita” e le maschere mortuarie di alcuni personaggi celebri.