Simone Unverdorben, il falso martire

Guestpost a cura di La cara Pasifae

Un bambino un giorno andò fuori a giocare.
Quando aprì la porta di casa, egli vide il mondo.
Nel passare attraverso la porta per uscire, egli causò un riflesso.
Il male era nato!
Il male era nato e seguiva il bambino.
(D. Lynch, Inland Empire, 2006)

È un bel pomeriggio di tarda estate, anno 2013. Lo ricordo bene.
Un amico mi ha invitato all’inaugurazione della sua ultima mostra. Singolare la scelta del luogo deputato all’evento: una pieve, un’antica isolata chiesetta, in posizione alquanto rilevata, restaurata di recente e aperta ormai solo per specifiche occasioni pubbliche. L’antica Pieve di Nanto.
Una volta lì, viene subito voglia di dare un’occhiata attorno. Lo sguardo giunge lontano, ma deve subire le inevitabili conseguenze dell’impatto con l’edilizia (stavo quasi per scrivere “architettura”), industriale e non, che la pianura veneta s’è fatta così lietamente tatuare addosso. Meglio entrare a guardare i quadri.

Sono in anticipo sull’orario di apertura e ho le opere, l’artista e l’area espositiva tutti per me. Posso girare e guardare con calma, eppure qualcosa di cui non ho subito coscienza mi disturba: sembra insinuarsi nello spazio visivo, provando a richiamare la mia attenzione. Su un muro, nel passare da una tela all’altra, alla fine scorgo un improvviso, rapido e indefinito mutamento cromatico. Un affresco. Dunque un’immagine era posta lì ben prima dei quadri in mostra e di chi su di essi esercitava l’atto del vedere!

Nonostante il restauro, come in tanti affreschi medievali e rinascimentali, alcuni elementi risultano confusi, dai contorni vaporosi. Ma una volta messo a fuoco, ecco emergere la perturbante visione: l’affresco raffigura un singolarissimo supplizio, di una specie che mai mi è capitato di riscontrare in nessun altro manufatto artistico (non vorrei comunque dare qui l’erronea impressione di essere un esperto in materia).
Due figure femminili, poste ai margini laterali, tengono sospeso per le braccia un biondo fanciullo (una sorta di Cristo giovinetto, o un santo bambino, o un puer sacer, o un mistico infante, proprio non saprei) che subisce tortura a opera di due giovani uomini: ognuno col proprio stiletto, gli incidono la pelle in ogni parte del corpo, non escluso il viso, su cui anzi sembra esserci stato un certo accanimento.


Dai piedi legati il sangue scorre copioso in una coppa di raccolta, appositamente posta sotto le membra del suppliziato.

L’espressione solo apparentemente estatica del suo volto tumefatto (l’unico peraltro ben visibile) fa appena per un attimo da contrappeso all’orrore dell’emorragia e della scena tutta: sullo sfondo una sesta figura maschile, autorevolmente barbuta, è colta nell’atto del tendere una fascia di tessuto intorno alla gola del prigioniero. Il pargoletto sta soffocando! Maggiore attenzione spende l’osservatore, più stupefacente è l’effetto che ne ricava.

Qual è la storia di questo affresco? Cosa racconta realmente?
I cinque attori non sembrano popolani; gli strumenti non sono scelti a caso: son sottili, affilati, professionali. Troppo regolari le incisioni nella carne. Chi doveva essere l’obiettivo della reazione di sdegno o rabbia che l’autore premeditava nel pubblico della pieve? Forse è la raffigurazione, magari un po’ roboante e destinata a una platea con esigenze estetiche da tenere in debito conto, di un pasticciaccio brutto realmente accaduto. Lo strozzare, lo scorticare e il dissanguare vanno visti idealmente, correlati a forme di sfruttamento parassitario, oppure come il richiamo alle stravaganze di un potente un po’ “eccentrico”? Metafora politica o cronaca sadiana?
L’aureola intorno al capo della triste preda in primo piano ne fa un innocente o un’anima salva. Un omaggio, una lusinga compiacente volta ad esaltare la virtù del committente? E intenzione di costui era celebrare l’onorata memoria dei soggetti in azione disposti su tre lati per un inspiegabile, intenzionale, penosissimo programma, o quella dell’individuo al centro della raffigurazione, oggetto oscenamente passivo delle loro dolorose attenzioni? Guardiamo i cinque emissari di qualche brutale ma ordinata giustizia nell’esecuzione di una funzione salvifica, o la sventura di un indifeso nelle mani di una feroce masnada mentre si avvia al martirio?

Lungo la base: «ADI ⋅ 3 ⋅ APRILE 1479».
Questo dato storico mi riporta al presente. La sala della pieve è ormai gremita dell’atteso pubblico.
Mi sento ancora schiacciato tra lo stupore per un così inesplicabile sovraccarico semantico e la frustrazione per l’inadeguatezza delle competenze esegetiche disponibili. Scatto (fugacemente) una foto. Un cordiale saluto e poi esco, nella speranza che le chiavi di interpretazione non si siano irrimediabilmente smarrite nel tempo.

L’affresco raffigura il martirio di San Simonino da Trento, scoprirò all’inizio delle mie deboli ricerche su questo controverso prodotto dell’iconografia locale. Simone Unverdorben, un bambino di due anni e mezzo di Trento, scomparve il 23 marzo del 1475. Il suo corpo fu rinvenuto il giorno di Pasqua. Si disse che fosse straziato e con segni di strangolamento. Nel Nord Italia, in quegli anni, abusi e persecuzioni antigiudaiche trovavano terreno di coltura nei sermoni e nelle prediche del clero, seguitissimi dai fedeli cristiani. L’accusa dell’efferato delitto cadde immediatamente sulla comunità ebraica di Trento. Tutti i suoi membri furono sottoposti a uno dei più grandi processi dell’epoca, subendo torture che indussero confessioni e reciproche accuse.

Nella fase istruttoria del processo tridentino venne rivolta a un ebreo convertito la domanda se esistesse la pratica dell’omicidio rituale di bambini cristiani nel culto ebraico. […] Il convertito, alla fine dell’interrogatorio, confermò con dovizia di particolari la pratica dell’omicidio rituale nella liturgia pasquale ebraica.
Dall’interrogatorio di uno dei presunti colpevoli dell’omicidio di Simone, il medico ebreo Tobia, emerge un’altra testimonianza. Egli, sotto tortura, dichiarò che esisteva tra gli ebrei un mercato di sangue cristiano. Un mercante ebreo di nome Abraam, avrebbe lasciato Trento poco prima della morte di Simone e sarebbe stato diretto, intenzionato a vendere sangue cristiano, a Feltre o a Bassano e avrebbe chiesto quale tra le due città fosse la più vicina a Trento. Il ragionamento di Tobia avvenne sotto la minaccia terrorizzante della tortura e nel tentativo disperato di evitarla: egli doveva quindi risultare sempre collaborativo, anche a costo di inventare; le sue testimonianze però, laddove inventate, dovevano essere non contraddittorie e verosimili.
[…] Venne interrogato sotto tortura, tra gli altri, un altro convertito di nome Israele e, dopo la conversione, ribattezzato Wolfgang. Egli dichiarò di aver sentito parlare di altri casi di omicidi rituali […]. I casi di omicidi rituali erano invenzioni i cui protagonisti erano nomi della memoria dell’interrogato, presi a prestito per popolare in modo verosimile storie fittizie.

(M. Melchiorre, Gli ebrei a Feltre nel Quattrocento. Una storia rimossa, in Ebrei nella Terraferma veneta del Quattrocento, a cura di G.M. Varanini e R.C. Mueller, Firenze University Press 2005)

Molti vennero condannati al rogo. I sopravvissuti furono banditi dalla città, ogni bene confiscato.
Secondo i giudici la raccolta del sangue del bimbo dovette servire alla celebrazione rituale della pasqua ebraica.

Il fatto, da noi con accuratezza cavato dalle deposizioni dei rei, registrate negli originali processi, passò nel modo che segue. Stranamente invaghiti i perfidi ebrei, abitanti in Trento, di solennizzare la loro Pasqua colla vittima d’un fanciullo cristiano, il cui sangue potessero mescolare nei loro azimi, diedero di ciò commissione a Tobia, riputato attissimo all’infame impresa, per la pratica che aveva della città, siccome medico di professione. Uscito costui sulle ore ventidue del Giovedì Santo, li 23 marzo, mentre i fedeli erano occupati nelle sacre funzioni, percorse le strade e i vicoli della città, e adocchiato l’innocente Simone soletto in sulla soglia della casa paterna, gli porse la mano mostrandogli un grosso d’argento, e con dolci parole e sorrisi seco lo trasse dalla via del Fossato, dove abitavano i genitori, alla casa di Samuele, ricco giudeo, che lo stava con impazienza attendendo. Ivi fu trattenuto con vezzi e mele, fino che giungesse l’ora opportuna al sacrificio. Verso l’ora prima di notte, il picciol Simone, di mesi ventinove non ancora compiti, trasportato nella camera attigua alla sinagoga delle donne, e fatta una fascia o cintura dei panni che lo coprivano, denudato il resto del corpiciuolo, e strettogli un fazzoletto alle fauci, in maniera che nè subito venisse strozzato nè coi gemiti potesse farsi sentire, Mosè il vecchio, assiso sopra uno scanno, e tenendo il fanciulletto in grembo, con tenaglia di ferro dalla guancia destra gli strappò un pezzetto di carne. Lo stesso fece Samuele dal canto suo, mentre Tobia, assistito da Moar, Bonaventura, Israele, Vitale, ed altro Bonaventura, cuoco di Samuele, raccoglieva in un catino il sangue che scaturiva dalla ferita. Poscia Samuele ed ognuno dei sette sopra accennati con un ago alla mano trafissero a gara le carni del santo martire, dichiarando in lingua ebraica che ciò operavano a dileggio dell’appeso Iddio dei cristiani; e aggiungendo: così facciasi a tutti gli inimici nostri. Dopo questa ferale funzione, il vecchio Mosè, preso un coltello, trafora con esso al bambino la punta della verga, e con una tenaglia gli strappa dalla destra gambetta un pezzo di carne, e Samuele, che a lui subentra, gliene strappa un pezzo dall’altra. Il sangue, che copioso usciva dal foro della verga puerile, fu ricevuto in un vaso a parte, mentre quello che scorreva dalla gamba fu raccolto nel catino. Intanto, ora gli si stringeva ora gli si rallentava il fazzoletto che gli turava la bocca; e non per anco satolli dell’oltraggioso scempio, rinnovarono per la seconda volta con maggiore spietatezza lo stesso genere di martirio, traforandolo in ogni parte con aghi e spilloni; finchè il pargoletto spirava l’anima benedetta fra il giubilo di quell’insana ciurmaglia.

(Annali del principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540, pp. 352-353)

Prestissimo sorse il culto per Simonino, acclamato come “beato martire”, propagatosi poi in tutto il Nordest italiano. La devozione crebbe e con essa la diffusione di pitture, ex voto, sculture, bassorilievi, componenti d’altare.

Intaglio ligneo policromo, bottega di Daniel Mauch (?), Museo Diocesano Tridentino.

Elementi spregiudicatamente tratti dalla credenza popolare si innestarono a un immaginario già ben radicato, alimentato per lo più da stereotipi.

 

Da Alto Adige, 1 aprile 2017.

Nonostante il divieto di culto espresso dal Papa, i flussi di nuovi pellegrini s’ampliarono. La fama dei miracoli del “santo” si espanse e con essa il pesante clima di antisemitismo. La lotta all’usura s’accompagnò all’accusa di strozzinaggio rivolta a tutti gli ebrei. Un secolo dopo Sisto V concesse la beatificazione formale. Il culto di San Simonino da Trento si consolidò ulteriormente. Il corpo imbalsamato del bambino venne esposto a Trento fino al 1955, insieme alle reliquie dei presunti strumenti di tortura.

Simone Unverdorben (o Unferdorben) fu ritrovato in realtà nella roggia di uno dei mercati della città, in prossimità della casa di un ebreo, probabilmente un prestavaluta. Se non fu vittima di un seviziatore che depistò i sospetti su un facile capro espiatorio, il bambino può essere caduto nel canale, annegandovi. I ratti devono aver fatto il resto. Già nell’800 accurate indagini poterono smentire la teoria dell’omicidio rituale. Nel 1965, a cinque secoli dai fatti, le autorità ecclesiastiche soppressero definitivamente il culto di San Simonino “martire”.

Anche il violento accanimento contro le raffigurazioni stesse dei “carnefici” si protrasse a lungo. Il San Simonino di Nanto non ne fu immune. Per questo, la fonte di quel confuso bisbiglio di luce apparsami durante la mostra, cioè nell’evidenza pittorica della circostanza in cui l’ho colta, ha avuto bisogno di tempo per rendersi riconoscibile.

Il tentativo di raccogliere elementi sufficienti a chiarirmi il senso del simulacro collocato nella pieve di Nanto mi ha portato a scoprire una vicenda spesso nota solo per sommi capi agli artisti che se ne sono occupati, così come ai loro committenti e al loro pubblico; ma non è valso a smuovere di molto il peso del mio profondo sconcerto.

La cara Pasifae


Per un approfondimento storico:
– R. Po – Chia Hsia, Trent 1475. Stories of a Ritual Murder Trial, Yale 1992
– A. Esposito, D. Quaglioni, Processi contro gli Ebrei di Trento (1475-1478), CEDAM 1990
– A. Toaff, Pasque di sangue: ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino 2008

Cibi rituali napoletani

di Michelangelo Pascali

Tutti conoscono la cucina italiana, ma pochi sanno che diverse pietanze hanno anche un significato simbolico. Il guestblogger Michelangelo Pascali ci porta alla scoperta del valore metaforico di alcuni piatti partenopei.

La cultura napoletana mostra una densa simbologia che accompagna la preparazione e il consumo, soprattutto a scopo propiziatorio, di alcuni cibi durante le feste rituali, intensamente sentite e legate per lo più al passaggio delle stagioni e al percorso della vita. Feste antichissime, alcune delle quali successivamente cristianizzate.
Più precisamente, il significato simbolico dei cibi rituali può essere legato talora alla ciclicità della vita, talaltra all’eccezionalità di particolari momenti sociali.

Nella categoria dei “cibi della devozione” si inserisce a pieno diritto il bianco e duro torrone, che si mangia durante le festività dei morti, tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre. Con le mandorle al suo interno vuole rappresentare le ossa dei defunti che vanno, secondo un’ottica antropofagica, assimilate dentro di sé (un po’ come succede con gli scheletri di zucchero messicani). Il cosiddetto torrone dei morti può assumere tradizionalmente anche una forma squadrata ricoperta di cacao scuro, che steso a rivestire la bianca pasta diventa così del tutto simile alla sagoma di un tavùto («bara»).

Le decorazioni romboidali della pastiera, dolce pasquale, richiamano invece i campi arati, alludendo, assieme al grano grosso che forma la sua base, alla venuta della stagione più mite e più affine alla vita.


La rinascita primaverile, dopo la “morte” dell’inverno, trova una sua rappresentazione anche nel casatiello, tradizionale rustico della Pasquetta, la cui lievitazione deve avvenire un’intera notte dal tramonto all’alba, e che si presenta a forma circolare bucata. Il richiamo qui è alla ciclicità del tempo, secondo la lettura tipica di una società legata alla terra (per certi versi distante dal messaggio finalistico proprio della religione cristiana); i formaggi e i salumi nell’interno rievocano ancora una volta i defunti sepolti nel terreno. Ma la vera particolarità sono le uova, che spuntano per metà dalla torta, protette da una “croce” di pasta: un elemento bizzarro, che non avrebbe ragione di esistere se non come allegoria della nascita, visto che le uova sono posizionate, per l’appunto, “da sotto la terra alla terra” o “dalla terra al cielo”.

Nel menu della vigilia partenopea “i cibi comandati si chiamano ancora ‘devozioni’, proprio come nei banchetti sacri dell’antica Grecia”, e “l’obbligo del mangiare di magro si rovescia nel suo contrario” (M. Niola, Il sacrificio del capitone, in Repubblica del 15 dicembre 2013).
Il tradizionale cenone natalizio segue la falsariga degli antichi pranzi funerari (con la presenza irrinunciabile di frutta secca e frutti di mare), e provvede alla consumazione delle scorte residue prima dell’anno nuovo, come ad esempio nella menestra maretata.

Ma il protagonista assoluto è il capitone, grossa anguilla femmina dalla peculiarissima riproduzione (dovuta ai suoi costumi migratori), legato simbolicamente all’Uroboro, dal greco οὐροβόρος. Questa somiglianza con il serpente, animale che in tantissime culture viene associato al tempo proprio per la sua capacità di comporre un cerchio, è nel caso del capitone associata anche all’acqua, elemento vitale per antonomasia.
Il capitone viene prima allevato in famiglia, per finire poi ucciso dai suoi componenti (in un rito che prevede la possibile “fuga” dell’animale), richiamando esplicitamente il sacrificio rituale intracomunitario.

Il capitone, ancora vivo, viene tagliato a pezzi e gettato in una padella colma di olio bollente, mentre ciascuna delle sue singole parti si contorce e si agita freneticamente: in questa preparazione, è come se si disaggregasse e incorporasse l’infinito ciclo mentre ancora esso si muove. L’equiparazione del capitone al serpente come allegoria del male appare invece propria di una simbologia più tarda e, in qualche modo, giustapposta.

Sugli struffoli, dolci in foggia di piccole sfere ricoperte di miele — ingrediente prezioso, tanto che il corpo di Gesù Bambino è indicato come “roccia che dà miele” —, canditi e diavulilli (piccolissimi confetti di vari colori), possiamo solo avanzare l’ipotesi che essi indichino, con il loro aspetto, una connessione con il piano stellare. Questi dolcetti si offrono infatti a Natale, un momento tanto importante per la cosmologia: il solstizio d’inverno è definito da Macrobio la “porta degli dei”, in quanto sotto il segno del Capricorno è possibile la comunicazione tra gli uomini e le divinità. È il momento in cui si dice siano nate diverse divinità solari, come il persiano Mitra, il semidio irlandese Cú Chulainn, il greco Apollo — protettore precristiano di Napoli, il cui tempio era situato proprio dove ora si trova il Duomo. E il Santo protettore Gennaro, il cui sangue è conservato proprio nel Duomo, è simbolicamente affine ad Apollo.
Ovviamente anche la Chiesa ha fissato in prossimità del solstizio la nascita di Cristo, in precedenza collocata al sei gennaio.

La sfogliatella (riccia), invece, allude evidentemente nella sua forma all’organo genitale femminile, la “valle di fuoco” (secondo la traduzione della parola napoletana di uso comune, e di origine greca). Essa ci riporta ai riti orgiastici, diffusi in quel di Napoli per oltre un millennio e mezzo dall’avvento del cristianesimo, che si svolgevano in numerosi luoghi particolari, tra cui le grotte del Chiatamone. Questo dolce era forse pensato proprio per fornire ai partecipanti un alto apporto energetico.

Di carattere squisitamente profano appare infine l’inscindibile binomio di chiacchiere e sanguinaccio. La forma delle prime ricorda le lingue (o i cartigli su cui, nei dipinti e nei bassorilievi, erano impresse le parole di chi era rappresentato). Il secondo invece era originariamente a base di sangue di maiale.
Durante il Carnevale, unica vera festa profana rimanente, questa accoppiata di dolci suona come una specie di invito all’omertà: avverte e diffida dal contaminare con logiche ordinarie la carica sovversiva di questo rito che è per eccellenza egualitario (le maschere occultano l’identità individuale, rendendo irriconoscibili ma anche indistinguibili i presenti).
Quel che accade a Carnevale, insomma, lì deve rimanere confinato — pena “affogare le lingue nel sangue”.