La discoteca ideale – I

Quanti fra voi non hanno mai provato una tenera nostalgia nei confronti dei vecchi 33 giri in vinile? Eccovi una rassegna delle migliori copertine di album che, se non hanno mai cambiato la storia della musica, potrebbero cambiare comunque la vostra vita.

Partiamo, in questo primo articolo, con una serie di titoli a tema religioso. I ragazzi del Minister Quartet implorano un devoto “Lasciami toccarlo!”, mentre i Christian Crusaders fanno sfoggio di tutta la loro eleganza sulla copertina del loro disco in collaborazione con il peso massimo Al Davis.

Il padre Robert White fuma con saggia espressione la sua pipa, mentre Mike Adkins ringrazia il Signore per le sue colombe.

Le gemelle Amason sfoggiano dei coraggiosi tailleur; invece padre McManus, il prete cantante, non può fare a meno del suo saio.

I Louvin Brothers ci ricordano che Satana è reale e si può combattere soltanto con il potere di Dio – illustrato alla perfezione sulla copertina di Mike Crain.

La signora Behanna sostiene che Dio non sia morto, sullo sfondo ambiguo di una serie di bottiglie di alcolici. Forse è da ascrivere all’abuso di alcol anche  la copertina del Celebration Read Show, che associa la foto di un bambino a quella di un senzatetto (?!).

Se aveste ancora qualche dubbio sull’esistenza di Satana, “Crying Demons” è la compilation di registrazioni di gente indemoniata che fa per voi (come è evidente dalla foto del ragazzo di colore, chiaramente posseduto).
E terminiamo con Dan Bitzer, che aiutato dal suo piccolo Louie, ci racconta alcuni classici della Bibbia.

Attenti, perché nel prossimo episodio tratteremo di album sexy ed estremamente piccanti… quindi tenete in caldo il giradischi!

Mr. Tambourine Man

Ah, ma ero così vecchio allora,

Adesso sono molto più giovane.

(Bob Dylan)

Oggi Bob Dylan conclude il suo settantesimo viaggio attorno al sole. Un poeta d’altri tempi, un cantastorie, un artista fra i più sinceri e meno inclini ai compromessi, pronto a deludere i fan pur di mantenere la sua integrità. Un uomo che, con una trilogia di album dal ’64 al ’66 ha cambiato il volto della cultura mondiale, e che ha firmato almeno un disco fondamentale ad ogni decennio successivo. La sua influenza sulla musica rock è incalcolabile. Sì, direte, ma cosa c’entra con lo “strano, macabro, meraviglioso”?

Bizzarro Bazar è stato definito da alcuni lettori un “compagno notturno”, un piccolo blog per le ore piccole, da sfogliare quando insonni cerchiamo quello stupore che soltanto la notte può regalarci. Ecco, il nostro personale ringraziamento al vecchio zio Bob è per quel suo commovente inno all’incanto e alla sospensione notturna, quel vero e proprio scrigno di meraviglie nottambule che è Mr. Tambourine Man. Se anche avesse scritto soltanto quella canzone, gliene saremmo eternamente debitori.

MR. TAMBOURINE MAN

Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Non ho sonno e non c’è nessun posto dove andare
Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Nel mattino tintinnante io ti seguirò

Sebbene io sappia che l’impero della sera è ritornato sabbia
Svanito dalle mie mani
Lasciandomi qui cieco ma ancora insonne
La mia stanchezza mi meraviglia, sono fisso sui miei piedi
Non ho nessuno da incontrare
E l’antica strada vuota è troppo morta per sognare

Portami in viaggio sulla tua magica nave turbinante
I miei sensi sono spogli, le mie mani non sentono la presa
Le dita dei miei piedi troppo intorpidite per camminare
Aspettano solo che i tacchi dei miei stivali comincino a vagabondare
Sono pronto per andare ovunque, sono pronto a svanire
Nella mia parata personale
Lancia il tuo incantesimo danzante su di me
Prometto che lo accetterò

Se anche puoi sentire delle risate piroettare, dondolare follemente verso il sole
Non sono indirizzate a nessuno, stanno solo scappando di corsa
E tranne che per il cielo, non troveranno barriere
E se senti vaghe tracce di mulinelli di rime saltellanti
Al tempo del tuo tamburino, non è altro che un lacero pagliaccio
Non gli presterei alcuna attenzione, vedi bene che è solo
un’ombra quella che sta inseguendo

E infine fammi scomparire tra gli anelli di fumo della mia mente
giù nelle brumose rovine del tempo, lontano dalle foglie gelate
Dai paurosi alberi infestati dai fantasmi, fino alla spiaggia ventosa,
Lontano dalla presa perversa del folle dolore
Sì, a danzare sotto il cielo diamante con una mano che fluttua libera
Stagliato contro il mare, circondato dalle sabbie del circo,
Con tutti i ricordi ed il destino persi al fondo delle onde
Lascia che io dimentichi l’oggi fino a domani

Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Non ho sonno e non c’è nessun posto dove andare
Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Nel mattino tintinnante io ti seguirò

I migliori mash-up

Ebbene sì, anche Bizzarro Bazar si è lasciato conquistare dalla mania dei mash-up. Proponiamo qui la nostra ideale classifica dei video più divertenti e meglio realizzati, selezionati per voi nel mare magnum di YouTube.

Al terzo posto si classifica uno dei primi e più celebri mash-up comparsi in rete: vi sarebbe mai venuto in mente di mixare il kitsch degli anni ’80 (in questo caso, Rick Astley con la sua Never Gonna Give You Up) con il grido di rabbia dei Nirvana (Smells Like Teen Spirit)?

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Si guadagna il secondo posto un’operazione di alto livello. Ecco l’unione, perfetta e intelligente, dei tempi dispari di un classico intramontabile del jazz (Take Five di Dave Brubeck) con 15 Step dei Radiohead. Thom Yorke avrà apprezzato.

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E, infine, ecco al primo posto la fusione di The Wall dei Pink Floyd con Stayin’ Alive dei Bee Gees. Pensate che sia un’accoppiata improbabile? Tutt’altro. John Travolta che balla al grido di We don’t need no education è perfettamente plausibile.  E di fronte alle immagini orwelliane di The Wall, spuntano gli ottimistici faccioni dei tre australiani, che hanno tutta l’intenzione di “rimanere vivi”.

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Captain Beefheart

Avevamo da tempo l’intenzione di postare un articolo su Captain Beefheart, al secolo Don Van Vliet, quando ieri abbiamo appreso della sua dipartita. Come un saluto al Capitano, e un ringraziamento per la selvaggia cavalcata che ci ha regalato, scriviamo dunque queste righe in sua memoria.

La figura del Capitano Cuoredibue è unica nel panorama della musica rock: un alieno, sceso sulla Terra per far ascoltare agli umani la musica che si suona lassù, sul suo pianeta lontano. Un primitivo. Un folle e surreale sciamano della poesia. Un vero pittore, mica come quei rockers che si improvvisano imbrattatele. Un dittatore, per i membri della sua Magic Band. Si racconta che si dirigesse verso il telefono prima ancora che cominciasse a squillare. Si racconta che sia la persona che ha ingerito più LSD della storia. Si racconta che non avesse dormito per anni, e poi durante una dormita di 24 ore avesse sognato un intero album. Si racconta che vivesse in una roulotte sperduta nel Mojave, perché era in grado di sentire la voce del deserto.

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La musica di Captain Beefheart era profondamente intrisa di blues, ma fin dal disco di debutto Safe As Milk (1967) si intuiva che si sarebbe spinta ben oltre: se flirtava con la psichedelia di quegli anni, era un po’ troppo far out per gli hippie medi, e non parlava di pace e amore ma di elettricità e di strane, poetiche visioni nonsense. Due anni dopo, nel 1969, esce, prodotto dal suo amico/nemico Frank Zappa, il disco che lo proietta oltre le stelle: Trout Mask Replica.

La storia della nascita dell’album meriterebbe un film (con Beefheart che “sequestra” i membri della Magic Band e li costringe a prove estenuanti non-stop in una capanna abbandonata, tentativi di fuga falliti, follia, droga e violenza). Ma è il risultato che sconcerta ancora oggi. Al primo ascolto, Trout Mask Replica sembra un assalto sonoro, un’aggressione alla melodia e all’orecchiabilità. Gli strumenti, nelle mani degli abili musicisti della Magic Band, lottano l’uno contro l’altro, salvo ritrovarsi uniti per qualche secondo, prima di ricadere in una apparente cacofonia. Il Capitano urla e abbaia i suoi testi surreali ed enigmatici senza curarsi di andare a tempo con il sottofondo musicale. Il blues rock di base si frammenta, esplode in improvvisazioni continue, accenni di free jazz, in un affresco dantesco di lucida follia.

L’album venne salutato come uno dei dischi più importanti del XX secolo dai critici, anche se come tutti i dischi di Beefheart non fu un successo commerciale; ancora oggi Trout Mask Replica non ha perso nulla della sua potenza destabilizzante.

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Dopo Lick My Decals Off, Baby (1970), che proseguiva sulla falsariga di Trout, Captain Beefheart cerca di piegarsi al mercato e diviene via via più commerciale. Se Clear Spot (1972) è ancora Beefheart puro, un po’ più catchy e orecchiabile, Unconditionnally Guaranteed e Bluejeans & Moonbeams (entrambi del1974) sono due album insipidi e inspiegabili. Il Capitano li disconoscerà poco dopo, invitando i fan a restituirli e a prendere indietro i soldi. Dopodiché Beefheart inanella due fra i suoi dischi più riusciti, Shiny Beast (1978) e Doc At The Radar Station (1980). Quest’ultimo è forse una delle sue opere più mature, sicure e brillanti, in cui i tempi dispari e i tour de force delle chitarre che si rincorrono sono più compiutamente efficaci.

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Nel 1982, dopo la pubblicazione di Ice Cream For Crow, Captain Beefheart decide di ritirarsi per sempre dal mondo della musica. Si dedica così all’altro suo grande amore, la pittura, che pratica fin dalla più tenera età. I suoi quadri sono come le sue canzoni: se nella musica Don Van Vliet era come un bambino che si diverte a pestare i pugni sulla tastiera del pianoforte, lo stesso si può dire della sua pittura. Primitivista, infantile, naif, solo colori primari. Nel tempo Don riuscì a farsi “perdonare” il suo passato di rockstar e venne accettato nel mondo dell’arte ricevendo critiche sempre più positive, esponendo anche al MoMA di New York e in prestigiose gallerie.

Ma Beefheart resta principalmente un innovatore musicale. John Peel diceva di lui: “Se c’è mai stato un genio nella storia della musica popolare, è Beefheart. Ho sentito echi della sua musica in alcuni dei dischi che ho ascoltato la settimana scorsa, e sentirò altri echi in quelli che ascolterò questa settimana”. PJ Harvey, Beck, Tom Waits, John Lennon, Joe Strummer, White Stripes, Black Keys, Red Hot Chili Peppers, Sonic Youth, Soundgarden… è sterminata la lista degli artisti che hanno riconosciuto il debito nei suoi confronti, e la grande influenza che ha avuto sulla musica rock.

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Il Capitano sta veleggiando verso le stelle, in questo momento, per ritornare a quel lontano pianeta da cui è venuto. “E pensare che non ho nemmeno una barca”.

R.I.P. Captain Beefheart

Ieri Captain Beefheart, uno dei nostri numi tutelari, uno di quegli artisti che se conosciuti al momento giusto possono cambiarti la vita, è partito per l’ultimo suo volo. E noi, quaggiù, siamo un po’ più poveri.

Non voglio vendere la mia musica. Mi piacerebbe regalarla, perché dove l’ho presa non bisogna pagare per averla. (1970)

Rock’n’roll con Andy Kaufman!

Il compianto genio comico americano Andy Kaufman era celebre per annullare i confini tra lo sketch di commedia e la performance artistico-teatrale. Raramente i suoi numeri facevano effettivamente ridere nel senso classico: erano una sorta di sfida con il pubblico più smaliziato, un gioco meta-teatrale che mirava a destabilizzare e a deludere ogni possibile aspettativa, per affermare la libertà assoluta dell’artista. Gli spettatori venivano beffati, sbeffeggiati, insultati e continuamente sorpresi; ogni sua esibizione era un vero e proprio esperimento sui limiti del teatro e della sua rappresentazione. Finte vecchiette che salivano sul palco simulando infarti, monologhi teatrali che continuavano, dopo l’orario di chiusura del locale, sul traghetto per Staten Island, personaggi assurdi che cantavano stonati e inascoltabili, incontri di wrestling contro femministe incattivite, finte liti e risse con altri attori, letture integrali  di testi letterari serissimi della durata di diverse ore – Kaufman metteva a dura prova i nervi dei suoi spettatori, per cercare di “risvegliarli” dal torpore del già visto.

Nel filmato che vi proponiamo, Andy Kaufman sigla forse la canzone definitiva del rock’n’roll. Un unico verso ripetuto all’infinito, nonsense eppure vagamente accusatorio: “I trusted you” – “Mi fidavo di te”.

Cosa sta facendo, qui, Kaufman? Interpreta un rockettaro sfigato, frustrato e megalomane che non sa nemmeno scrivere il testo di una canzone? Ci sta dicendo che qualsiasi messaggio si voglia inserire in un pezzo rock, diviene totalmente ininfluente, privato di ogni significato dalla continua reiterazione del mercato? Sta veramente accusando il pubblico di non avergli dato fiducia? O forse ci sta per l’ennesima volta prendendo per i proverbiali fondelli…?

E quanti, fra il pubblico, avranno intuito che erano proprio loro i protagonisti di questo sketch demenziale, e che le loro reazioni erano il vero fulcro della performance?

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