Il paradiso è pieno di pervertiti

Ayzad è uno dei massimi esperti italiani di sessualità alternative e BDSM, autore di svariati libri fra i quali spiccano BDSM – Guida per esploratori di erotismo estremo e XXX – Il dizionario del sesso insolito. La mia ammirazione per il suo lavoro è incondizionata: anche se non siete interessati a fruste e bondage, il mio consiglio è di seguirlo comunque, perché le sue approfondite perlustrazioni delle galassie del sesso estremo aprono prospettive inedite e illuminazioni sulla sessualità tout court, sulla psicologia dei rapporti, sulla semantica dell’eros e sulle storie che raccontiamo a noi stessi quando pensiamo di stare semplicemente facendo l’amore. Affrontando questi temi con scrupolo e ironia, la sua cartografia delle bizzarrie sessuali più strane assicura divertimento, stupore e molte sorprese.
L’ho incontrato la sera prima dell’apertura dei lavori della Rome BDSM Conference a cui partecipava come relatore, ed ha gentilmente acconsentito a firmare un reportage per Bizzarro Bazar su questo peculiare evento.

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Fenomenologia della Rome BDSM Conference

di Ayzad

Ho passato gli ultimi giorni circondato da gente in lacrime. Il che era prevedibile, dato che mi trovavo alla più grande convention europea sul BDSM. La parte sorprendente, in effetti, era semmai il motivo per cui piangesse – ma di questo parliamo dopo.

La terza edizione della Rome BDSM Conference si è tenuta in un gradevole hotel capitolino immerso in uno scenario quanto più lontano possibile dalle immagini romantiche solitamente associate alla Città Eterna. Il quartiere è così ontologicamente orribile da essere diventato perfino il soggetto di una celebre gag di Nanni Moretti: benché ci fossi già stato per la precedente edizione dell’evento, ho trovato la sua incongruenza con le comuni aspettative non meno bizzarra – e solo la prima di una serie in cui mi sono imbattuto durante il lungo weekend fra deviati.

Quel che potrebbe risultare ancora più scioccante per tutti coloro che ancora identificano l’eros insolito con squallida pornografia o col fenomeno di 50 sfumature di grigio è che una convention di sadomasochisti non sembra poi tanto diversa da un qualsiasi evento aziendale o raduno professionale. Nella hall i cartelli che indicano le aule dei seminari stanno fianco a fianco con quelli che puntano a noiosi meeting trimestrali di commercialisti; la gente porta al collo gli stessi tesserini usati alle fiere di ortodonzia; e partecipanti dall’aria esausta approfittano del bar per riprendere fiato – o concedersi un pisolino sulle poltrone più appartate.
Cravatte e tailleur sono una rarità fra i look casual adottati dalla maggior parte degli intervenuti, tuttavia anche gli abiti fetish non abbondano mica. Nelle aree comuni non si vedono più tacchi maliziosi o dettagli provocanti di quanti non se ne incontrerebbero in altri giorni lavorativi: i pochi collari da schiava e corsetti indossati con discrezione praticamente scompaiono fra jeans e t-shirt.

Le persone in sé, in compenso, colpiscono per la loro varietà. Al di là della provenienza geografica (con sconforto degli organizzatori erano più gli stranieri che gli italiani), è evidente che si tratti di una combriccola allegramente priva di ansie di conformità agli standard sociali. Le coppie omosessuali si mescolano alle altre con naturalezza rinfrescante rispetto alle controversie infinite sulle unioni civili alimentate da mass media e politicanti; diverse signore serenamente oversize, che in altri contesti verrebbero guardate storto, qui vengono accettate con lo stesso entusiasmo delle più eteree modelle fetish, e lo stesso vale per i disabili presenti. I ventenni chiacchierano educatamente ma sullo stesso piano con partecipanti dai capelli grigi. La situazione mi ha ricordato da vicino i resort naturisti, dove ci si dimentica in fretta di essere nudi e le persone vengono viste per le loro qualità umane, senza essere valutate per l’esteriorità.

A dirla tutta, questo aspetto della Conference ha la tendenza a spiazzare ogni volta che ci si ferma a considerare la situazione dal punto di vista di un osservatore esterno. «Fermi tutti: ma sto davvero discutendo di fisting anale con un chirurgo slovacco asessuale e una ragazza che avrà a malapena un terzo dei miei anni e si identifica come un pony ninfomane?» Per fare un esempio, benché fosse piuttosto ovvio mi ci è voluta un’intera giornata per rendermi conto che uno dei miei interlocutori fosse transessuale: semplicemente non stavo dando alcun peso al suo aspetto. Allo stesso modo, una volta che ci si trova immersi in quell’ambiente ci vuole un po’ per notare che assistere a un seminario dedicato alle varie tecniche per penetrare senza pericolo una donna con una baionetta, o seguire una lezione su come mordere la gente, non è propriamente normale – nemmeno per me. Perché sì: naturalmente la BDSM Conference ha anche lati decisamente pratici.

L’evento vero e proprio si svolge nel centro congressi dell’albergo, che consiste di parecchie aule disposte lungo un corridoio nel quale artigiani dell’erotismo vendono fruste, collari, polsiere, gatti a nove code e altri giocattoli zozzi. Quest’anno hanno condiviso lo spazio con la mostra fotografica legata a un concorso organizzato dalla più importante associazione leather italiana, che ne ha annunciato il vincitore durante la cena di gala tenutasi nel secondo giorno della conferenza.
Il programma offriva oltre ottanta seminari, ciascuno dei quali di quasi due ore. I relatori arrivano da tutta Europa, da Israele e dagli Stati Uniti (nonché dal Giappone, nelle edizioni precedenti). Ma qui è dove finiscono le somiglianze con altri congressi.

Benché nell’area loro riservata i partecipanti restassero sempre gioviali e rispettosi, i suoni provenienti dalle aule non lasciavano infatti alcun dubbio sulla natura delle lezioni. Schiocchi di frusta e mugolii misti a risate e occasionali strilli, mentre i workshop proponevano una raffica di titoli bizzarri. Violet wand, cosa fare con l’elettricità affiancava La cultura del consenso; si poteva passare da Negoziare una sessione a Dermoincisioni artistiche o al tecnicissimo Progressioni per bondage freestyle in sospensione; incontri intellettualoidi quali La realtà delle relazioni di scambio di potere totale, Destrutturare un incontro BDSM o il mio Poliamore e BDSM coesistevano con argomenti decisamente più terra-terra quali I su e giù dei giochi anali e Giochi d’aghi per sadici. Si è parlato inoltre di feticismi, psicologia, kinbaku, sicurezza, comunicazione, strumenti e soggetti esotici quali il solletico erotico o la semantica della sessualità. L’unica cosa che proprio non s’è vista sono stati i chudwah.

‘Chudwah’ è la contrazione inglese di Clueless Heterosexual Dominant Wannabe, cioè “sprovveduti dominatori eterosessuali di belle speranze”. Si tratta di quei trogloditi che impestano le comunità kinky sia virtuali che reali pensando che fare la voce grossa e una smorfia arcigna basti per portarsi a casa partner fighissimi pronti a fornire sesso orale e pulizie domestiche in cambio di qualche ceffone. Gente insomma che non riesce nemmeno a concepire che il BDSM sia un’arte che per risultare sicura e piacevole richiede molta dedizione, per non parlare di vero e proprio studio.
I partecipanti della Conference in compenso erano determinatissimi a migliorare il proprio livello di giochi, quindi si sono comportati come studenti modello. Ciò ha reso i seminari un’esperienza ancora più surreale, con gente impegnata a prendere appunti mentre interpreti disperati cercavano le parole per tradurre discorsi su temi improbabili quali l’infantilismo sessuale, il mindfucking estremo, il bondage tradizionale giapponese o l’origine storica di un particolare virtuosismo con le fruste nato nella Firenze rinascimentale. Credetemi: nella vita ci sono poche cose più strane del ritrovarsi a fine lezione a compilare un modulo di valutazione e discutere col proprio vicino di sedia se la dimostrazione di sutura genitale meritasse quattro o cinque stelline.

Indipendentemente dall’apparente assurdità della situazione, la serietà nell’impegno di tutti a imparare e condividere le proprie conoscenze era comunque palpabile, anche perché questo tipo di nozioni si traduce immediatamente in piacere e sicurezza quando ci si sposta in camera da letto – o nella camera delle torture. Per tutto il corso dell’evento la cultura dell’eros estremo ha avuto priorità su tutto, con dibattiti ininterrotti. Perfino l’ultimo giorno, quando eravamo tutti esausti, la conversazione bilingue durante il pranzo si è per esempio concentrata sui meriti relativi allo stile di presentazione di due relatori che s’erano entrambi occupati di umiliazione erotica. Tutti hanno convenuto che lo shock di sentirsi profondamente umiliati possa contribuire molto a scrollarsi d’addosso il proprio personaggio e concedersi il permesso di lasciare le proprie inibizioni alle spalle. Un insegnante però aveva attentamente creato uno spazio mentale in cui si potesse esplorare l’imbarazzo in un ambiente sicuro, mentre l’altro aveva sottoposto la partner a una sessione di degradazione estrema che molti partecipanti hanno ritenuto semplice abuso. Ne è seguita una discussione tanto educata quanto accalorata, che sarebbe continuata ancora se solo non fosse venuto il momento di assistere a una nuova serie di lezioni che pretendevano la nostra attenzione. Ma naturalmente oltre al lavoro c’è stato anche parecchio gioco.

Aspettarsi che centinaia di pervertiti riuniti in un luogo isolato non trovino occasione di divertirsi a modo loro sarebbe assurdo. Il programma del ritiro comprendeva quindi due feste: una riservata agli iscritti alla BDSM Conference e uno più ampio aperto a tutti la sera dopo. Entrambi sono stati tenuti nei saloni tipo palestra nei quali durante il giorno si svolgevano i seminari di frusta e bondage, che richiedono parecchio spazio. Quei pavimenti moquettati che di solito ospitano soporifere presentazioni aziendali sono stati liberati dalle sedie da conferenza e stipati con una serie impressionante di croci di S. Andrea, panche da fustigazione, gabbie, sling per fisting, gogne e altra mobilia inquietante. C’era pure una grande struttura di tubi Innocenti che assomigliava al gioco da giardino più grande del mondo, ma la cui funzione era consentire la realizzazione di bondage in sospensione multipli.

Non entrerò nei dettagli dei party. Ciò che li rendeva diversi da tanti eventi analoghi era semplicemente il ritrovarsi circondati dalle stesse persone incontrate a colazione con gli occhi ancora arrossati, e poi in veste di diligenti studenti durante il giorno, e ancora a cazzeggiare o tentare approcci al bar del salone, poi vestiti eleganti (o provocanti) per la cena di gala, e ora bardati di lattice e pelle mentre si scatenavano fra dolori e delizie nella luce soffusa. Quando mi sono trovato in fila con loro la mattina dopo al tavolo dei pancake e delle marmellate, ho sentito una specie di privilegio voyeuristico per quella possibilità di averli visti così completamente spogliati da ogni maschera, a mostrare senza malizia lati del loro carattere riservati di norma solo ai coniugi – e a volte nemmeno a loro.
Se già un’intimità continua conduce a legami profondi, la consapevolezza di trovarci tutti lì per la nostra passione per l’erotismo estremo ha spinto la cosa ancora un passo avanti. Con i nostri fantasmi psicosessuali confessati fin dall’inizio, il bisogno di nascondere e sublimare la libido era semplicemente sparito – con tre curiosi effetti.

Il primo era la totale assenza di quel tipo di comportamenti nevrotici tanto comuni nella vita quotidiana; dopotutto la stragrande maggioranza di problemi personali ha origine nella repressione degli istinti e dei pensieri sessuali. Mi azzardo a dire che le rarissime persone a disagio nelle quali mi sono imbattuto nel weekend sembravano tutte avere problemi di ben altra natura.
Un’altra peculiarità è stata la mancanza di viscidume e morbosità. Certo, le persone si scambiavano occhiate inequivocabili, ma le proposte di seduzione venivano fatte e ricevute con una splendida mancanza di sovrastrutture, così come anche i rifiuti erano accettati senza drammi. In effetti, perché avvolgere nell’ansia una parte della vita che dovrebbe essere normale e sana? Il contrasto con le immagini ipersessualizzate vomitate dalle televisioni nella lobby dell’hotel e dalle riviste sui tavolini sottolineava come la società “normale” travisi la gioia del sesso nel suo gemello malvagio – e quanto sia assurdo che tutti noi si sia finiti per credere a una tale orrenda mascherata, spesso perdendo completamente di vista il senso stesso della sessualità.

L’ultimo e forse più affascinante effetto dell’insolita convivenza è stato osservare i sottili cambiamenti nel linguaggio corporeo dei partecipanti. Più l’evento procedeva, più la gente appariva rilassata e in confidenza con la propria fisicità – compresi i lividi e i segni ostentati da molti come vere e proprie medaglie d’onore. Lontanissimi dagli stereotipi frigidi alla Helmut Newton che ancora prevalgono nell’immaginario del BDSM, abbondavano i sorrisi e gli abbracci; i movimenti divenivano più morbidi e consapevoli; le persone imparavano letteralmente a non avere più paura degli altri e di se stesse. Anche l’atteggiamento generale è rapidamente cambiato: anziché essere sempre pronti a criticare e lamentarsi di ogni minuzia come avviene di solito, in questa occasione tutti tendevano a godersi ogni opportunità di piacere – da una nuova pratica erotica a una semplice buona conversazione – ignorando le parti negative. Come aveva commentato un amico sessuologo durante l’edizione precedente, chi fosse entrato in cerca di perversione e depravazione sarebbe rimasto spiazzato dalla tenerezza diffusa fra i partecipanti.

Ecco quindi perché alla fine di tre stravaganti giornate ho visto piangere così tante persone alla cerimonia di chiusura. Per chi si è sempre sentito emarginato a causa delle proprie inclinazioni sessuali e sente di avere finalmente trovato una casa e una tribù, il momento del distacco si carica di così tanta emozione da avere perfino dato vita a un giro di scommesse su quanto avrebbe resistito il rude organizzatore dell’evento prima di scoppiare anch’egli in lacrime durante il discorso di ringraziamento. E non è stato il solo: immaginate come vi sentireste se aveste finalmente passato un weekend in paradiso e sapeste che dovrà passare un altro intero anno prima di ritrovare tanti spiriti simili. Immaginate cosa sia essere stati parte di un mondo perfetto – privo di pregiudizi, ignoranza, meschinità, paura, competizione, odio – e doverselo lasciare alle spalle per tornare alle mestizie quotidiane. Immaginate quanto sia strano rendersi d’un tratto conto che la vita sarebbe tanto migliore se solo più persone smettessero di aver paura della propria sessualità, e che buffo sia scoprirlo a una convention per depravati.

Martiri

Roma, il Pomarancio e l’arte sacra crudele

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I martiri costituiscono uno dei temi prediletti dall’arte cristiana fin dagli albori. Eppure inizialmente le rappresentazioni dei supplizi subìti dai santi in testimonianza della loro fede mostravano comunque dei toni abbastanza neutri. Come scrive Umberto Eco nella sua Storia della bruttezza:

Raramente nell’arte medievale il martire è rappresentato imbruttito dai tormenti come si era osato fare col Cristo. Nel caso di Cristo si sottolineava l’immensità inimitabile del sacrificio compiuto, mentre nel caso dei martiri (per esortare a imitarli) si mostra la serenità serafica con cui essi sono andati incontro alla propria sorte. Ed ecco che una sequenza di decapitazioni, tormenti sulla graticola, asportazione dei seni, può dar luogo a composizioni aggraziate, quasi in forma di balletto. Il compiacimento per la crudeltà del tormento sarà caso mai reperibile più tardi […], nella pittura seicentesca.

In realtà già nel Tardo Manierismo, vale a dire verso la fine del ‘500, la Controriforma aveva riportato una rigorosa ortodossia nell’arte sacra; nel 1582 il Cardinale Gabriele Paleotti pubblica il suo fondamentale Discorso intorno alle immagini sacre e profane, in cui vengono dettate le direttive iconografiche ecclesiastiche da seguire. Da questo momento gli artisti dovranno concentrarsi su scene bibliche educative, di immediata lettura, allontanandosi dai temi classici e attenendosi scrupolosamente a quanto riportato nelle Scritture; nel caso dei martiri, si dovrà cercare di rendere il più possibile concreta la descrizione della sofferenza, in modo da favorire l’immedesimazione del fedele. In questo clima di propaganda, nacquero quindi affreschi e dipinti di una violenza senza precedenti.

A Roma soprattutto si trovano alcune chiese particolarmente ricche di simili raffigurazioni. La più significativa è quella di Santo Stefano Rotondo al Celio; poco distante si trova la Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo; in via Nazionale, invece, sorge la Basilica di San Vitale. Innumerevoli altri esempi sono sparsi un po’ ovunque nella capitale, ma queste tre chiese da sole costituiscono una sorta di enciclopedia illustrata della tortura.

In particolare le prime due ospitano gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio (ma attenzione, perché il nomignolo venne dato anche a suo figlio Antonio e al pittore Cristoforo Roncalli). Autore manierista ma lontano dagli eccessi bizzarri del periodo, Niccolò Circignani mostrava una spiccata teatralità compositiva, e un’esecuzione semplice ma efficace, dai colori vivaci e incisivi.

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Il ciclo del martiriologio a Santo Stefano Rotondo è impressionante ancora oggi per il realismo cruento e a tratti rivoltante delle scene: dal supplizio di Sant’Agata, a cui le tenaglie dilaniano il petto, alla lapidazione del primo martire della storia (Santo Stefano, appunto), fino alla “pena forte e dura“, le pareti della chiesa sono un susseguirsi di santi bolliti vivi o soffocati dal piombo fuso, lingue strappate, occhi e budella sparse, corpi fatti a pezzi, mazzolati, bruciati, straziati in ogni possibile variante.

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Sempre al Pomarancio sono attribuite altre opere situate nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Qui San Simone viene segato a metà a partire dal cranio, San Giacomo Maggiore decapitato, San Bartolomeo scorticato vivo, e via dicendo.

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Nella Basilica di San Vitale possiamo ammirare il santo omonimo che viene prima torturato sulla ruota, e poi sepolto vivo – anche se in questo caso i dipinti sono ad opera di Agostino Ciampelli. La chiesa contiene anche decapitazioni e teste mozzate.

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Certo, nelle intenzioni queste scene dovevano essere educative, e spingere all’imitazione di questi esempi di fede incrollabile. Ma che dire dell’evidente compiacimento nel mostrare le varie torture e i supplizi? Il nostro sadismo non è forse stuzzicato da queste rappresentazioni?

È questo fascino oscuro che spinge Eco a parlare di “erotica del dolore“; e d’altronde Bataille termina il suo excursus nell’arte erotica (Le lacrime di Eros) sulla fotografia di un condannato alla pena cinese del lingchi, la morte dai mille tagli, “inevitabile conclusione di una storia dell’erotismo” e simbolo dell’ “erotismo religioso, l’identità dell’orrore e del religioso“.
Fotografia talmente insostenibile che il filosofo confessa: “a partire da questa violenza – ancora oggi io non riesco a propormene un’altra più folle, più orribile – io fui così sconvolto che accedetti all’estasi“. Rapimento mistico, orgasmo e orrore sono, per Bataille, inscindibili.

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Questa seduzione ambigua delle immagini violente, però, è intrinseca in ogni crudeltà. Il concetto trova infatti origine in due ceppi etimologici diversi – da una parte cruor, la carne sanguinosa, il sangue sparso, e dall’altra crudus, il crudo, tutto ciò che è animalesco, primordiale e non ancora conquistato dalla cultura umana (conoscere il fuoco e utilizzarlo per cuocere il cibo è, sostiene Lévi-Strauss ne Il crudo e il cotto, uno dei momenti fondanti dell’umanità, rispetto alla vita bestiale).
In questo senso la crudeltà oscilla fra due opposti perturbanti: l’orrore e l’oscenità della violenza, e il segreto giubilo di vedere riaffiorare l’istinto represso, che minaccia l’ordine costituito.
Starebbe in questo nucleo di sentimenti contrapposti la calamita che attira il nostro sguardo verso simili immagini, eccitandoci e repellendoci al tempo stesso, e forse facendoci in questo modo accedere alla parte più nascosta del nostro essere.

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Per approfondire i risvolti concettuali della crudeltà, il saggio di riferimento è l’eccellente Filosofia della crudeltà. Etica ed estetica di un enigma di Lucrezia Ercoli.
Se vi interessa conoscere meglio la figura del Pomarancio, ecco un esaustivo podcast di Finestre sull’arte.

Sade, diamante oscuro

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Dopo trent’anni di battaglie legali, il manoscritto delle 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade è ritornato in Francia. Si tratta di un rotolo di foglietti incollati l’uno all’altro, come un antico libro sacro (o, meglio, sacrilego…), lungo 12 metri e largo 11,5 centimetri, vergato in una calligrafia microscopica sul fronte e sul retro. Un’opera colossale, lunghissima, composta di nascosto dal Divin Marchese mentre si trovava prigioniero alla Bastiglia. E proprio durante l’assalto alla prigione, quel famoso 14 luglio del 1789, nel trambusto il manoscritto scomparve. Sade morirà convinto che l’opera che riteneva il suo capolavoro fosse andata perduta per sempre.
Il manoscritto, invece, ha percorso l’Europa fra rocambolesche peripezie (ben riassunte in questo articolo), fino alla notizia di pochi giorni fa dell’acquisto per 7 milioni da parte di una collezione privata e del suo probabile, prossimo inserimento all’interno della Bibliothèque Nationale. Questo significa che il libro – e di conseguenza il suo autore – saranno presto dichiarati patrimonio nazionale.

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Questo riconoscimento arriva nel duecentenario della morte dell’autore: tanto ci è voluto perché il mondo si accorgesse appieno del valore della sua opera. Sade ha pagato con il carcere e con l’infamia postuma la sua ricerca artistica, ed è per questo il caso più interessante di rimozione collettiva della storia della letteratura. La società occidentale non ha infatti potuto tollerare i suoi scritti e, soprattutto, le loro implicazioni filosofiche per ben due secoli.
Perché? Cosa contengono di tanto scandaloso le sue pagine?

Chiariamo innanzitutto che non sono le scene erotiche il problema: la tradizione letteraria libertina era già ben solida prima di Sade, e contava diversi libri che si possono certamente definire “crudeli”. Sade, in effetti, era un ben mediocre scrittore, dalla prosa ripetitiva e noiosa e dall’originalità linguistica limitata; ma anche questo è un elemento importante, come vedremo più avanti. Allora, perché tanta indignazione?
Ciò che risultava inaccettabile era la totale inversione filosofica operata da Sade: inversione dei valori, inversione teologica, inversione sociale. La visione sadiana, molto complessa e spesso ambigua, prende le mosse dall’idea del male.

Il problema del male attraversa secoli e secoli di filosofia e teologia cristiana (nel concetto di teodicea). Se Dio esiste, come può permettere che esista il male? A che fine? Perché non ha voluto creare un mondo privo di tentazioni e semplicemente buono?

Secondo gli illuministi, Dio non esiste. Esiste soltanto la Natura. Ma il bene e il male sono comunque chiaramente definiti, e per l’uomo tendere al bene è naturale.
Sade invece fa un passo ulteriore. Guardiamo, suggerisce, cosa succede nel mondo. I malvagi, i violenti, i crudeli, hanno una vita più prosperosa delle persone virtuose. Indulgono nel vizio, nei piaceri, a discapito delle persone deboli e virtuose. Questo significa che la Natura è dalla loro parte, che anzi trova giovamento dal loro comportamento, altrimenti punirebbe le loro azioni.
La Natura dunque è malvagia, e fare il male significa accordarsi al suo volere – cioè in realtà far cosa giusta. L’uomo, secondo Sade, tende al bene soltanto per abitudine, per educazione; ma la sua anima è nera e torbida, e al di fuori delle regole imposte dalla società l’uomo cercherà sempre e solo di soddisfare i suoi piaceri, trattando i suoi simili come oggetti, umiliandoli, sottomettendoli, torturandoli, distruggendoli.

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La ricerca di Sade è stata paragonata a quella di un mistico; ma laddove il mistico si dirige verso la luce, Sade cerca al contrario l’oscurità. Nessuno prima o dopo di lui ha mai osato scendere così in fondo alla parte tenebrosa dell’uomo, e paradossalmente egli vi riesce spingendo fino alle estreme conseguenze il pensiero razionalista. Torna alla mente il famoso dipinto di Goya, Il sonno della ragione genera mostri: leggendo Sade, si ha la netta impressione che sia invece la ragione stessa a crearli, se portata all’eccesso, fino a mettere in discussione i valori morali.

Ecco quindi l’ultima spiaggia: non solo non condannare più il male, ma addirittura promuoverlo e assumerlo come fine ultimo dell’esistenza umana. Ovviamente, dobbiamo ricordare che Sade passò in carcere la maggior parte della sua vita proprio per queste idee; così, man mano che gli anni passavano, egli diveniva sempre più amaro, furibondo e carico d’odio verso la società che l’aveva condannato. Non sorprende che i suoi scritti composti in prigionia siano quelli più sulfurei, più estremi, in cui Sade sembra prendere piacere a distruggere e scardinare qualsiasi codice morale. Ne risulta, come dicevamo, una totale inversione dei valori: la carità e la pietà sono sbagliate, la virtù porta sventure, l’omicidio è il bene supremo, ogni perversione e violenza umana non solo è scusata ma proposta come modello ideale di comportamento.
Ma ci credeva veramente? Era serio? Non lo sapremo mai con certezza, ed è questo che lo rende un enigma. Di sicuro possiamo solo dire che nei suoi scritti non c’è quasi traccia di umorismo.

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La sua personalità era fiammeggiante e mai doma, perennemente inquieta e tormentata. Impulsivo, sessualmente iperattivo, anche la sua scrittura era febbrile e senza freno. Ne Le 120 giornate di Sodoma, Sade si propone di declinare tutte le possibili perversioni umane, tutte le violenze, catalogandole con precisione maniacale: un romanzo enciclopedico, colossale anche per dimensioni, compilato di straforo perché ad un certo punto le autorità gli proibirono penna, carta e calamaio. Sade arrivò a scriverlo con un pezzetto di legno utilizzando inchiostri di fortuna, e talvolta perfino con il proprio sangue, pur di non interrompere il flusso di pensieri e parole che da lui sgorgavano come un fiume in piena. Per un personaggio così, non esistevano le mezze misure.

La sua opera è contro tutto e tutti, di un nichilismo talmente disperato e terminale che nessuno ha mai avuto il coraggio di replicarla. È il nostro specchio nero, l’abisso che tanto temiamo: leggerlo significa confrontarsi con il male assoluto, la sua opera sfida continuamente qualsiasi nostra certezza. Scriveva Bataille: “L’essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena […] ma anche dell’autore e della sua stessa opera.”
La sua prosa, dicevamo, non è elegante né piacevole; ma credete davvero che, viste le premesse, a Sade interessasse essere raffinato? La sua opera non è pensata per essere bella, anzi. La bellezza non gli appartiene, lo disgusta, e quanto più rivoltanti sono le sue pagine, tanto più sono efficaci. Quello che gli interessa è mostrarci il marcio, l’osceno.

Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti. (Aline e Vancour, 1795)

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È comprensibile quindi perché, a suo modo, Sade sia assolutamente unico in tutta la storia della letteratura. C’è bisogno anche di lui, c’è bisogno della sua crudeltà, è il nostro gemello oscuro, il rimosso e il negato che tornano a galla per perseguitarci. Possiamo rimanere scandalizzati dalle sue posizioni, anzi, dobbiamo scandalizzarci: è ciò che vorrebbe anche il Divin Marchese, in definitiva. Quello che gli artisti veri fanno da sempre è appunto proporci dei dilemmi, dei dubbi, delle crisi. E Sade è un problema dall’inizio alla fine, che ha spiazzato per lungo tempo anche gli studiosi. Bataille ha paragonato l’opera sadiana a un deserto roccioso, riassumendo splendidamente il senso di smarrimento che ci fa provare:

È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? […] La mostruosità dell’opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. (La letteratura e il Male, 1957)

All’inizio del ‘900 Sade è stato finalmente riconosciuto come una figura a suo modo monumentale, e la sua riscoperta (ad opera di Apollinaire, e poi dei surrealisti) ha dominato l’intero XX Secolo e continua ad essere imprescindibile oggi. L’acquisto del manoscritto diviene quindi simbolico: dopo due secoli di oscurantismo, Sade rientra trionfalmente in Francia, con tutti gli onori e gli allori del caso. Ma sarà molto difficile, forse impossibile, che un testo come Le 120 giornate venga metabolizzato nello stesso modo in cui la nostra società riesce a inglobare e rendere inoffensivi tabù e controculture – si tratta davvero di un boccone troppo indigesto. Un grido di rivolta contro l’universo intero, in grado di resistere al tempo e alle sue rovine: un nero diamante che continua a diffondere la sua luce oscura.

Il sesso fuori dalla pagina

In amore gli scritti volano e le parole restano.

(E. Flaiano)

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La critica ha spesso analizzato lo stile e il senso (allegorico, filosofico) delle più celebri scene erotiche descritte dai maestri della letteratura. Ma qui vorremmo dedicarci a una riflessione sulla faccia più nascosta degli autori, sulla loro sessualità “fuori” dalla letteratura, dalla pagina scritta.
Le peripezie sessuali di Henry Miller a Parigi ci sono ben note, perché egli stesso ne ha reso conto con dovizia di dettagli nei suoi romanzi più celebri. Ma cosa sappiamo dell’approccio al sesso di altri grandi scrittori? Di quali segreti inconfessabili o piccole manie siamo a conoscenza?

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Alcune loro gesta amatorie sono celebri. Lord Byron, stando a quanto si racconta, riuscì a dormire con 250 donne in un solo anno. Con la sua amante Caroline Lamb vi fu (pare) perfino uno scambio di peli pubici inviati via posta.
Nella categoria dei sessuomani, alcuni biografi inseriscono Stendhal, in virtù delle sue numerosissime relazioni amorose, della sua sensualità esaltata e di alcune curiose pagine autobiografiche in cui, ad esempio, ci regala la ricetta per mantenere duratura un’erezione: basterebbe strofinarsi l’alluce destro con un unguento di ceneri di tarantola. Un altro fenomenale amatore si dice fosse Balzac, e un aneddoto recita così: alla signora che gli chiedeva se fosse vero, come si vociferava, che egli era in grado di avere un’erezione “a comando”, Balzac rispose aprendo la giacca, e dicendo semplicemente “Controlli pure”.
A supporto di questi racconti c’è l’enorme scandalo che suscitò a fine ‘800 la statua che di Balzac realizzò Rodin, nella quale il grande autore viene ritratto con una lunga vestaglia e, sotto il drappeggio, sembra tenere in mano il proprio pene eretto.

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Siamo in un territorio spesso e volentieri circonfuso dall’alone della leggenda, e sarebbe bene non dimenticarlo quando ad esempio ci imbattiamo in qualche pagina che associa per esempio Francis Scott Fitzgerald al feticismo del piede: l’intera storia nasce dall’interpretazione tendenziosa – ad opera di un biografo evidentemente interessato allo scandalo – delle parole della sua segretaria, orripilata in seguito nello scoprire che le sue dichiarazioni erano state distorte per sostenere una teoria simile.

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Esistono poi casi in cui viene male interpretata l’ironia di certe frasi: un esempio celebre, Benjamin Franklin e la sua supposta parafilia gerontofila (l’attrazione sessuale per le persone anziane). Nella realtà Franklin, che era un accanito donnaiolo ma anche fine umorista, satirico e goliardico, scrisse una lettera a Cadwaller Colden, in cui argomentava i motivi per cui è preferibile scegliersi una moglie vecchia, invece che una bella e giovane. Nei primi punti Franklin asserisce che la conversazione con le donne di una certa età è molto più piacevole, perché conoscono il mondo; che quando una donna non è più bella, cerca di diventare buona; che le femmine anziane sono più prudenti e discrete, e via dicendo. Per quanto riguarda il sesso, Franklin vi arriva al punto 5:

In ogni animale che cammina eretto, il declino dei fluidi che riempiono i muscoli appare prima nelle parti alte: il viso diventa flaccido e rugoso per primo; poi il collo; e poi i seni e le braccia; le parti basse continuano ad essere fresche come sempre, fino alla fine. Quindi se coprissi tutta la parte superiore con un cesto, e guardassi soltanto quello che c’è sotto il busto, ti sarebbe impossibile distinguere fra due donne qual è la vecchia o la giovane. E poiché nell’oscurità tutti i gatti sono grigi, il piacere delle gioie corporali con una donna vecchia è almeno uguale, se non frequentemente superiore, visto che ogni talento con la pratica può migliorare.

Fare attenzione a distinguere il mito dalla storia è ancora più essenziale quando si affronta un “maledetto” come Sade, la cui sulfurea opera viene troppo spesso confusa con la sua turbolenta, ma infinitamente più innocua, biografia. Nella realtà, pur avendo inventato per i suoi libri proibiti il più sconcertante e sconvolgente campionario di crudeltà mai vergato su pagina, nella vita reale non mise in pratica se non una minima parte delle sue fantasie. Due sono gli “scandali” a sfondo sessuale del Divin Marchese, che secondo le testimonianze coinvolsero una mendicante e alcune prostitute, drogate da Sade con dei confetti alla cantaride, frustate e sodomizzate. Per l’epoca, la flagellazione era pratica comune fra i giochi sessuali, e infatti fu per sodomia che il Marchese venne condannato. Ma le sue incarcerazioni senza fine sono in realtà da ascriversi principalmente ai suoi scritti, ritenuti osceni, e per i quali pagherà passando 30 dei suoi 74 anni di vita da una prigione all’altra, fino all’internamento nel manicomio di Charenton. Certo che, almeno a giudicare dalle lettere scritte in cella all’amata/odiata moglie, a cui rimproverava di avergli procurato un godemichet (dildo) troppo piccolo, la sua vigorosa sessualità e l’ossessione anale non lo abbandonarono mai.

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Alcuni autori hanno apertamente parlato delle proprie inclinazioni in materia di sesso. Fra le parafilie confesse, possiamo citare con sicurezza quella di Jean-Jacques Rousseau, a cui piaceva essere sculacciato (il termine moderno di questa pratica è spanking), e che nelle Confessioni faceva risalire l’origine di questa sua ossessione alla governante della sua infanzia:

La Signorina Lambercier, nostra tutrice, esercitava in tutto su di noi l’autorità di una madre, anche per infliggerci la punizione classica data ai bambini… Chi avrebbe mai detto che questa disciplina infantile, ricevuta all’età di otto anni dalle mani di una donna di trenta, dovesse influenzar così tanto le mie propensioni, i miei desideri, tutte le mie passioni per il resto dell’esistenza… Cadere ai piedi d’una padrona imperiosa ed esser messo sulle sue ginocchia, del tutto inerme e scoperto a lei, obbedendo ai suoi ordini ed implorando perdono, sono stati per me i godimenti più squisiti; e più il mio sangue s’è infiammato sforzandosi in fervide fantasie e più ho acquisito l’aspetto d’un amante piagnucolante.

Fra gli scrittori che non facevano segreto delle proprie fissazioni sessuali ricordiamo ad esempio Cartesio, attratto dalle donne affette da strabismo; André Pieyre de Mandiargues, che andava orgoglioso delle sue due anime – una sadica e una masochista – e le cui inclinazioni crudeli hanno intriso di poetica sensualità gran parte della sua migliore produzione; Bruno Schulz, autore delle Botteghe Color Cannella, il cui spirito masochistico-feticista risulta evidente in diverse sue pagine sulle “veneri ucraine” ma soprattutto nelle illustrazioni che egli stesso realizzava, e in cui si autoritraeva schiacciato e calpestato sotto i piedi di bellissime donne.

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E, ovviamente, Charles Bukowski, lo “sporcaccione ubriaco” per eccellenza, che non ha mai celato la sua simpatia per le situazioni più volgari, disperate e “ai margini”, come risulta evidente nella sua poesia La donna ideale:

il sogno di un uomo
è una puttana con un dente d’oro
e il reggicalze,
profumata
con ciglia finte
rimmel
orecchini
mutandine rosa
l’alito che sa di salame
tacchi alti
calze con una piccolissima smagliatura
sul polpaccio sinistro,
un po’ grassa,
un po’ sbronza,
un po’ sciocca e un po’ matta
che non racconta barzellette sconce
e ha tre verruche sulla schiena
e finge di apprezzare la musica sinfonica
e che si ferma una settimana
solo una settimana
e lava i piatti e fa da mangiare
e scopa e fa i pompini
e lava il pavimento della cucina
e non mostra le foto dei suoi figli
né parla del marito o ex-marito
di dove è andata a scuola o di dove è nata
o perché l’ultima volta è finita in prigione
o di chi è innamorata,
si ferma solo una settimana
solo una settimana
e fa quello che deve fare
poi se ne va e non torna più indietro

a prendere l’orecchino dimenticato sul comò.

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Bukowski

Ma c’è chi invece ha tenuto debitamente nascosta la propria parafilia, salvo essere postumamente “scoperto”. Parliamo per esempio di James Joyce, le cui lettere passionali ed esplicite alla moglie Nora sono riemerse soltanto di recente. Si tratta di una corrispondenza violentemente oscena, anche se allo stesso tempo mirabilmente delicata e colma d’amore. Nella furia erotica di queste lettere si evince un’inclinazione di Joyce per tutto ciò che è lurido, estremo, a tratti rivoltante, e trovano spazio parafilie come ad esempio la petofilia:

Mia dolce puttanella, Nora, ho fatto come mi hai detto, cara mia piccola sporcacciona.
Le parti del tuo corpo che fanno sconcezze sono quelle che mi piacciono di più, ma preferisco il sedere, amore, alle poppe, perché fa una cosa così sporca.
Io penso, Nora, che riconoscerei dovunque le tue scoregge. Scommetto le riconoscerei perfino in una stanza piena di donne che scoreggiano. Fanno un rumore da ragazza, non come certe mogli ciccione che immagino scoreggino umido e ventoso. Le tue sono improvvise, secche e sporche come le farebbe una ragazza spiritosa, per gioco, di notte, in dormitorio. Spero proprio che la mia Nora voglia farmele sul viso, sì che io possa anche odorarle.
Buona notte, piccola Nora scoreggiante.

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Questa lettera del 1909 (che non è certo fra le più spinte – le altre le trovate in lingua originale qui) è stata venduta all’asta da Sotheby’s per 350.000 euro. L’episodio ha avviato un dibattito critico sulla liceità della pubblicazione postuma di una parte così intima della vita di uno scrittore, per quanto importante. È davvero necessario conoscere questi dettagli per comprendere meglio il lavoro di un artista? Non si tratta forse di puro e semplice voyeurismo, di gossip, di un sensazionalismo che ci allontana, invece che avvicinarci, al vero intento dell’opera dello scrittore?

Questo tipo di discussioni è in realtà una versione più piccante, in quanto esacerbata dal contesto “proibito” dei dettagli in questione, del vecchio dibattito sull’Opera e l’Autore. Secondo la scuola semiologica della seconda metà del ‘900, qualsiasi testo va analizzato isolandolo dalle informazioni para-testuali che abbiamo a disposizione (come ad esempio le vicende biografiche dell’autore), perché il suo valore deve consistere unicamente in se stesso. Secondo l’esperienza di molti altri critici, invece, non si può apprezzare intimamente un’opera se non abbiamo elementi che ci permettano di comprendere meglio l’umanità di chi vi sta dietro, il carattere e la personalità dell’autore. Se amo un quadro, mi piacerebbe sapere chi l’ha dipinto, come ha vissuto, in cosa credeva… e forse, sì, anche come amava.

In questo senso, qualsiasi dettaglio può contare, e anche scoprire i vizi e le manie della sessualità – che rimane una delle fondamentali espressioni dell’individuo – non può che gettare un’ulteriore luce sulla personalità (se non sull’opera) dei grandi autori. Quando questa sessualità non fosse aneddotica o amplificata dai toni scandalistici, potrebbe aprire uno spiraglio più intimo sulla visione della vita e del mondo degli scrittori che hanno cambiato e influenzato la letteratura.

Purtroppo, però, sono pochi quegli artisti che hanno parlato apertamente della propria sfera sessuale, autorizzando in questo modo che essa entrasse a far parte della discussione sulla loro opera. E allora il dilemma etico rimane.

La biblioteca delle meraviglie – VI

Lawrence Weschler

IL GABINETTO DELLE MERAVIGLIE DI MR. WILSON

(1999, Adelphi)

Questo libro parla di un museo scientifico davvero straordinario, un museo che potrebbe sembrare impossibile se non esistesse veramente: si tratta del Museum Of Jurassic Technology, ubicato a Los Angeles e diretto dall’enigmatico e geniale Mr. Wilson del titolo. Quest’ultimo ha creato e mantiene in vita una delle più sconcertanti esposizioni al mondo. La peculiarità del museo, che illustra diverse scoperte scientifiche poco note e dettaglia teorie dimenticate, strambe o fantasiose, non sta tanto nel materiale che propone, quanto piuttosto nel fatto che il visitatore non può mai sapere se quello che sta vedendo è realtà o invenzione. Facciamo un esempio: nella collezione permanente del museo è narrata con dovizia di particolari la strana storia del Deprong Mori, un pipistrello sudamericano che sembra abbia l’abilità di passare attraverso le pareti delle capanne e attraverso il legno, e dei tentativi fatti per catturarlo. Allo stesso modo, viene illustrata la formica del Camerun denominata Megolaponera foetens, il cui cervello viene talvolta controllato da una spora fungina che la “costringe” ad arrampicarsi sugli alberi più alti della foresta e infine le fa esplodere la testa. Una di queste due storie è basata su fatti scientifici comprovati, l’altra no. Eppure sono esposte fianco a fianco, senza che il pubblico possa distinguere i fatti inventati da quelli reali.

Vi domanderete, ma che razza di museo scientifico è? Qual è lo scopo?

Beh, di certo non avrete risposte da Mr. Wilson, che se ne starà beffardo a guardarvi dal suo bancone all’entrata. Il museo include aneddoti veritieri e notizie false, teorie certe e dati contraffatti, eppure il tutto è presentato con rigore scientifico e con la classica didattica “alta” ma divulgativa tipica di un museo di scienze. Ci sono addirittura le audioguide, con la seria e pacata voce di una professionista che spiega gli oggetti nelle varie sale. Eppure, alla fine, il terreno vi mancherà sotto ai piedi… e forse è proprio quello lo scopo segreto di Mr. Wilson.

Lo splendido libro di Weschler ci accompagna fra le varie sale del museo, raccontandoci qualcosa di più sul suo misterioso creatore, e spiegandoci perché questo strano connubio di verità e falsità ha tanto affascinato ed entusiasmato allo stesso modo la comunità scientifica (che vi ha visto una rappresentazione dell’incertezza del lavoro del ricercatore) e il mondo dell’arte: il museo è in definitiva una vera e propria installazione artistica permanente, che affronta il metodo scientifico e la stranezza del mondo con bizzarro senso dello humor.

André Pieyre De Mandiargues

MUSEO NERO

(1997, EST Saggiatore)

All’interno di questa nostra rubrica dedicata ai consigli di lettura non abbiamo ancora presentato alcun libro di narrativa. Sopperiamo a questa mancanza con Museo nero, capolavoro poco conosciuto in Italia, il cui sottotitolo è “L’invasione della realtà da parte del meraviglioso”. L’autore è il grande A.P. De Mandiargues, morto nel 1991, scrittore e poeta francese vicino ai surrealisti. Questo libro è una buona introduzione ai temi e ai fantasmi che popolano il mondo altamente erotico e crudele di Mandiargues, influenzato da Sade ma venato da un fiume sotterraneo di allegorie fantastiche e macabre. Ciò che colpisce maggiormente è la stupefacente abilità stilistica nelle descrizioni, che riescono a cogliere i minimi dettagli della scena e a colorarli di accenti misteriosi, come se ogni particolare fosse espressione di un complesso piano metaforico che costituisce la rete nascosta della realtà. Il mito e l’archetipo sono evidenti in ogni racconto, e Museo nero è essenzialmente un’iniziazione ai segreti del mostruoso. L’erotismo per Mandiargues è sempre un momento di crudele discesa negli abissi del nostro stesso significato: abbandono, dolorosa illuminazione, perdita di ogni maschera sociale, scoperta dell’animalità, liberazione e condanna al tempo stesso. Museo nero è un’esplorazione di quegli strappi e buchi che si aprono talvolta nel “panorama tracciato dai nostri sensi”, e che lasciano intravvedere ciò che sta sotto – la nostra vera, misteriosa e spesso mostruosa natura. Apre la raccolta il sublime Il sangue dell’agnello, adattato per il cinema da Walerian Borowczyk (un altro autore di cui parleremo sicuramente).

Letto ad aspirazione

– Amanti sotto vuoto –

Parliamo oggi di un accessorio sessuale davvero particolare utilizzato nell’ambito del BDSM.

Il BDSM è un acronimo che comprende tutta una variegata e ampia gamma di pratiche sessuali: le quattro lettere rimandano infatti a Bondage e Disciplina, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo. L’elemento fondamentale è il rapporto fra il ruolo del dominatore e del sottomesso, rapporto che provoca piacere e soddisfazione ad entrambi; come poi questo rapporto si sviluppi, si consolidi o si trasformi nel tempo e in quali declinazioni si configuri sta soltanto alle personalità dei due soggetti.

Come è noto, il BDSM può esprimersi in giochi molto “leggeri”, ma può arrivare a pratiche estreme fino a vere e proprie torture. Sempre regolate, comunque, dall’utilizzo di safe words (parole concordate per indicare al partner che sta esagerando e per interrompere immediatamente il gioco), e dai principi fondamentali di sicurezza espressi dall’espressione inglese SSC – Safe, Sane, Consensual (Sicuro, Sano, Consensuale).

Una peculiarità del mondo BDSM è un’attenzione davvero marcata per l’estetica. L’utilizzo di abiti in latex (nero o colorato) esalta le curve del corpo, lo rende lucido e sinuoso, e l’associazione con il metallo brillante delle borchie, gli anelli, i collari e tutto l’armamentario sado-maso ha fatto entrare questo tipo di immaginario anche nel mondo della moda (fetish fashion) e della pubblicità.

Per gli amanti di questo tipo di pratiche, è un piacere indispensabile l’utilizzo di mezzi di contenimento del sottomesso, vale a dire degli accessori per immobilizzare il partner, prima di sottoporlo ai piccoli e grandi tormenti previsti dal copione della propria fantasia sessuale. Si può andare dalle classiche (e banali!) manette, alle complesse geometrie di corde ereditate dall’arte del bondage giapponese, alla pesantezza delle catene o al minimalismo del nastro adesivo in gomma.

Ma la forma di immobilizzazione più particolare e poco conosciuta è il cosiddetto vacuum bed, letteralmente “letto sotto vuoto”. Si tratta di una struttura (plastica o metallica) che tiene tesi due “fogli” di lattice abbastanza ampi da coprire interamente una persona. Il sottomesso si stende fra i due strati di lattice, e può respirare attraverso un tubo collegato con l’esterno. A questo punto, tramite un aspirapolvere o una macchina per il vuoto, l’aria contenuta fra i due lembi di latex viene aspirata, lasciando la vittima completamente bloccata nella gomma, incapace di reagire e istantaneamente immobilizzata.

Il vacuum bed ha alcuni svantaggi che hanno impedito un successo veramente ampio di questo attrezzo. Innanzitutto, è costoso (dai 600 € in su), ingombrante e molto delicato. Il lattice teso è continuamente a rischio di tagli e rotture, il rumore dell’aspirapolvere può essere una distrazione fastidiosa, le intelaiature in plastica sono talvolta troppo fragili e non reggono alla pressione. Inoltre vi sono alcuni pericoli per la salute di chi è “risucchiato” all’interno del letto: la respirazione è particolarmente difficile, il caldo e l’impossibilità di una normale sudorazione all’interno della gomma impediscono sessioni particolarmente lunghe, e la sensazione di claustrofobia può divenire più terrorizzante di quanto ci si aspettasse.

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Nonostante questi problemi, per molti appassionati il “letto” rimane uno dei metodi più perfezionati di immobilizzazione. Inoltre è innegabile che, fissato nel lattice nella posizione concordata, il corpo del partner divenga una sorta di opera d’arte, con tanto di cornice – e questo ancora una volta prova quanto l’estetica sia fondamentale per gli amanti del BDSM.

The Torture Game

Un amico di Bizzarro Bazar ci suggeriva di inaugurare una rubrica dedicata alle diverse torture, e ai principali strumenti inventati dall’uomo a tale fine. In effetti la nostra biblioteca contiene svariati volumi sulla questione, e confessiamo che il pensiero ci aveva già sfiorato, all’epoca degli scandali del waterboarding utilizzato dalle truppe americane in missione e nei carceri militari; non escludiamo in futuro di affrontare il tema.

Per il momento, però, ci piace rispondere a questo suggerimento in maniera trasversale, un po’ trasgressiva, ma ludica e leggera. Proponiamo qui un gioco flash abbastanza famoso in rete, che vi permette di vestire i panni di un torturatore. Questa, che sembra una trovata di dubbio gusto, si rivela essere poco più che un innocuo antistress: in questo videogame, avrete a vostra disposizione un manichino che subirà tutte le peggiori sevizie che vorrete provare su di lui, utilizzando una serie di armi predefinite. Ma con un clic del mouse, eccolo ritornare integro e pronto per nuove sadiche combinazioni di morte.

Certo, un gioco simile rende l’idea della tortura un intrattenimento un po’ stupido e vacuo, virtuale e irreale, quando sappiamo tutti quali terribili realtà siano legate a questa pratica. Ma buttiamo lì un paio di domande, per puro spirito di provocazione: la nostra società ha davvero bisogno di censurare violenza e sesso? O forse, come auspicava Ballard, maggiori dosi di entrambi potrebbero portare a una aumentata consapevolezza e a una minore paranoia schizofrenica dettata dai tabù? Film e videogiochi violenti sono davvero pericolosi, o è pericolosa una mancata educazione che ci porti a distinguere il reale dalla finzione? Cosa hanno a che fare la catarsi, e la sublimazione degli istinti violenti, con tutto ciò? È giunto il tempo di accettare la nostra intima psicopatologia occidentale, e di creare una mitologia adatta ad essa?

Sono questioni delicate e complesse, che noi vi proponiamo con l’ausilio di un semplice ma controverso videogioco!

Nota: su YouTube si trovano tutorial che descrivono complicate varianti e procedure per raggiungere risultati davvero artistici con questo giochino. Buon divertimento!

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