La morte in musica – VI

Esiste un gioco a cui giocano gli amanti, talvolta, quando vogliono cedere alla dolcezza della malinconia. È la sofferta partita del “chi di noi se ne andrà per primo”.

“Preferirei morire per ultimo, per farmi carico del dolore e non pensarti sola e senza più sorrisi. Anzi, preferirei morire per primo, perché anche senza di me forse il destino ti regalerebbe ancora qualche sorriso…
Preferirei morire per ultima, per tenerti la mano fino alla fine. Anzi, preferirei morire per prima, per puro egoismo…”

Melassa sentimentalistica? Forse. Certo è che quando teniamo davvero a una persona, è naturale immaginarsi il momento e il modo in cui potremmo finire per perderla. È a questo tipo di intimi e delicati pensieri che è dedicato il brano Naked As We Came del cantautore folk rock statunitense Iron & Wine (nome d’arte di Samuel Beam).

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Naked as we came

Gli esseri umani sono forse gli unici animali che anticipano, si pre-occupano e si pre-parano, “allenandosi” a provare l’inevitabile dolore che li attende.
Ma questa prefigurazione della morte non sembra affatto essere causa di angoscia, nel testo del cantautore americano: perfino il pensiero della dipartita è permeato dalla serenità che sta vivendo la coppia. Certo, uno dei due morirà “fra queste braccia”, in fondo è il mistero del mondo – si viene e si parte senza difese e senza comprensione, “nudi come siamo arrivati”. Per questo è essenziale “rubare” ogni istante. E l’autore non resta fermo, nel letto, respirando semplicemente il profumo della donna, ma respirando lei (breathing her). Questo tipo di simbiosi non verrà intaccata dalla morte. In questo senso, il gesto di disperdere le ceneri nel giardino di casa non è affatto un momento di separazione, ma di perpetua vicinanza. Chiunque partirà per primo, sarà sempre lì, parte di quella famiglia felice.

Nonostante Iron&Wine sia stato paragonato a Nick Drake o Neil Young, Naked As We Came si distingue per il tono dimesso e per l’assenza totale di accenti tenebrosi o maudit, che sarebbe facile aspettarsi da una ballata incentrata sulla morte. Una coppia che scherza, ma non troppo, e i bambini che dormono nell’altra stanza… tutto il contrario dello stereotipo rock. Eppure la canzone cattura in modo stupefacente la poesia di un attimo sospeso, e riesce ad esprimere alcune fra le emozioni più difficili da verbalizzare. L’accettazione del fluire delle cose, la pace interiore, la speciale comunione avvertita da due spiriti affini, anche di fronte alla morte.

Sam Beam

Un incontro improbabile

1958, Grenoble, Francia. I coniugi Roussimouff erano due contadini; Boris proveniva dalla Bulgaria e sua moglie Mariann dalla Polonia. La loro vita scorreva placida seguendo il ritmo del lavoro nei campi, finché divenne chiaro che il loro figlio aveva un problema: la sua crescita era abnorme ed evidentemente patologica, tanto che a 12 anni pesava 110 kg, ed era alto 190,5 cm. La sua stazza era dovuta a una secrezione eccessiva di ormone della crescita, che causa il gigantismo nei bambini e l’acromegalia negli adulti.
Ben presto per il ragazzo divenne impossibile salire sul piccolo autobus che faceva il giro delle fattorie, raccogliendo gli alunni e portandoli fino a scuola. L’unico modo per garantire che loro figlio ricevesse un’istruzione sarebbe stato acquistare un’automobile capace di reggere il suo peso per accompagnarlo alle lezioni; sfortunatamente i Roussimouff non avevano i soldi necessari.

Cinque anni prima, però, un irlandese aveva acquistato un terreno vicino alla loro fattoria. Boris Roussimouff gli aveva dato una mano nella costruzione del cottage, e da allora erano rimasti in buoni rapporti. Venuto a sapere dei problemi del ragazzo ad arrivare a scuola, l’irlandese si offrì di accompagnarlo con il suo pickup. Così, ogni mattina il gigantesco ragazzo e il vicino di casa percorrevano assieme il tragitto verso l’edificio scolastico.

Questa potrebbe non sembrare una storia tanto straordinaria, se non fosse per l’identità dei due protagonisti. L’irlandese alla guida del furgoncino non era altri che Samuel Beckett:all’epoca aveva già scritto Aspettando Godot, Finale di partita e L’ultimo nastro di Krapp e dieci anni dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Il ragazzo dodicenne che viaggiava con lui, invece, avrebbe raggiunto una fama di tutt’altro tenore, diventando un idolo per milioni di bambini con il nome di scena di André The Giant.

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Icona del wrestling dagli anni ’70 fino alla sua scomparsa nel 1993, André The Giant resta tuttora uno dei lottatori più riconoscibili e amati. Gigante gentile e di buon cuore con i bambini, ma terribile avversario sul ring, è ricordato da tutti i colleghi con affetto e simpatia. Hulk Hogan, nonostante sia stato protagonista con André di alcuni fra i più celebri feud (ossia le “faide” fra lottatori, appositamente sceneggiate e concordate per dare un contesto narrativo agli incontri), ha sempre mostrato nelle varie interviste una stima e un rispetto profondi per il gigante francese. Nella  vita di André, ha spesso ricordato Hogan, niente era comodo o scontato; non c’erano forchette o coltelli della sua misura, e i viaggi in aereo erano un incubo di ore e ore: durante il volo, il gigante doveva rimanere con la testa piegata per non toccare il soffitto, e il bagno era per lui inaccessibile a causa della sua stazza. Nonostante i problemi che l’acromegalia comportava, André era famoso per la sua generosità e la conviviale allegria. Poteva mangiare 12 bistecche e 15 aragoste, bevendo fino a 150 birre in una sola sera, soltanto per divertire i suoi ospiti.

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Di cosa avranno parlato nel 1958, in quel furgoncino, questi due uomini straordinari – “l’Ottava Meraviglia del Mondo” e Samuel Beckett? Secondo André The Giant, discutevano semplicemente di cricket, disciplina sportiva nella quale il grande scrittore aveva eccelso da ragazzo.

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D’altronde la storia non è avara di incontri così inverosimili, in cui strade e vite diversissime fra loro si incrociano per puro caso. Ad esempio, quando era un giovane studente fra la Germania e l’Austria, Orson Welles accompagnò un insegnante ad un raduno politico vicino a Innsbruck. Si trattava di un partito di minoranza, piuttosto comico nella follia del suo programma, a cui nessuno dava grande credito. L’insegnante riuscì a guadagnare un posto, per sé e per l’adolescente Welles, al tavolo del leader del partito.

L’uomo che sedeva di fianco a me – ricorderà Welles nel 1970, intervistato durante il Dick Cavett Show – era Hitler, e mi impressionò talmente poco che non riesco a ricordare nemmeno un secondo di conversazione. Non aveva assolutamente nessuna personalità. Era invisibile“.