Death Zone

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Con i suoi 8.848 metri, l’Everest è la montagna più alta della Terra. Il suo picco che svetta immacolato sopra le nubi è il simbolo della sfida ultima, quella che porta l’uomo oltre i confini delle sue capacità. Il nostro corpo, infatti, sembra progettato per reagire al meglio quando si trova al livello del mare, e più ci eleviamo in altitudine, più il nostro fisico fatica ad adattarsi.

I rocciatori e gli scalatori non devono per forza essere diretti sull’Himalaya per fare i conti con i problemi dell’alta quota. Già a partire dai 2.500 metri di altitudine si può essere soggetti al cosiddetto mal di montagna: la bassa pressione atmosferica riduce i livelli di ossigeno nel sangue, e tutta una serie di sintomi cominciano ad apparire – cefalea, vertigini, stordimento, insonnia, vomito, ecc.
Ma tutto questo è un gioco da ragazzi, rispetto a quello che succede sul monte Everest. Oltre gli 8.000 metri, infatti, si entra in quella che è definita Death Zone, la zona della morte.

Qui non ci si può adattare né acclimatare in alcun modo. Innanzitutto, non c’è abbastanza ossigeno per respirare. Il ritmo passa dai tipici 20-30 respiri al minuto agli 80-90, ed è talmente faticoso che si può perdere i sensi anche soltanto cercando di tirare il fiato. Praticamente tutti gli scalatori fanno uso di bombole d’ossigeno nella Death Zone. Ma questo è soltanto il primo dei problemi.

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Più si sale, più aumenta il rischio di edema polmonare o cerebrale da alta quota, vale a dire un accumulo di fluidi nei tessuti dei polmoni o del cervello, che può rivelarsi fatale. Dormire è sempre più difficile, digerire del cibo praticamente impossibile. Possono sopravvenire cecità da neve, disidratazione, disorientamento ed estremo affaticamento. Il corpo è talmente sotto sforzo che per percorrere meno di due chilometri verso la vetta, si impiegano circa 12 ore. A questi rischi si aggiungono gli imprevisti meteorologici: i venti avversi, le tormente, il fondo nevoso ghiacciato e scivoloso, il pericolo di slavine.

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Le temperature rigide ghiacciano qualsiasi porzione di pelle esposta all’aria, risultando nel congelamento e nella formazione di vescicole, bolle e in seguito gangrena. Per dare un’idea dell’intensità del freddo, basti pensare al brutto episodio capitato a Howard Somervell durante la spedizione del 1924. Senza ossigeno né particolari protezioni, Somervell aveva fin dall’inizio della scalata una forte e dolorosa tosse; durante la discesa, all’improvviso sentì qualcosa che, incastrato in gola, gli bloccava del tutto il respiro. Non poteva parlare o attirare l’attenzione del suo compagno, non poteva respirare, quindi si sedette nella neve per morire. Ma, prima di cedere del tutto, si premette le mani sul petto in un ultima poderosa spinta, e riuscì a tossire fuori ciò che ostruiva le vie aeree: si trattava di un pezzo della sua stessa laringe, congelata.

Somervell fu comunque più fortunato di molti altri. Durante gli anni, più di 200 persone sono morte cercando di raggiungere la vetta dell’Everest. Valanghe, ferite da caduta, rottura del ghiaccio, decisioni errate dovute allo stress o alla debolezza, o semplice perdita delle funzioni vitali: quasi ogni anno si conta qualche incidente fatale, con il picco di 15 morti nel solo 1996.

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Le dure condizioni della Death Zone spesso impediscono di soccorrere gli alpinisti in difficoltà, perché aiutare qualcuno che è in pericolo significa mettere a rischio anche la propria vita: quindi, chi si ferma è perduto.

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La Death Zone è disseminata di cadaveri. Impossibile portarli a valle, impossibile perfino rintracciarli tutti. Così, nel corso del tempo, i corpi hanno cominciato ad essere utilizzati come punti di riferimento. “Green Boots” (scarponi verdi) è il soprannome dato a uno scalatore indiano morto nel 1996, che era rimasto separato dal suo gruppo e si era riparato dagli elementi sotto una sporgenza, e lì era morto assiderato. Oggi tutti gli scalatori diretti in vetta passano di fianco al suo corpo, e lo usano per calcolare quanto manca alla cima.

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Lì vicino si trova anche il cadavere di David Sharp. Nel 2005 si fermò in una grotta, vicino alla sommità dell’Everest, per riposarsi. Il suo corpo si congelò e gli fu impossibile muoversi. Più di 30 scalatori passarono vicino a lui, alcuni udirono flebili lamenti e capirono che era ancora in vita. Lo spostarono al sole, per cercare di scaldarlo, ma comprendendo infine che proprio non riusciva a muoversi, furono costretti ad abbandonarlo alla sua sorte. Anche il suo cadavere funge oggi da punto di orientamento.

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Questi lugubri “marcatori di distanza”, fissati in pose scomposte e conservati indefinitamente dal gelo, sono talvolta fin troppo impressionanti, e le guide sherpa li spingono giù dai cigli delle rocce per nasconderli alla vista degli scalatori, facendoli cadere sul fondo di dirupi inaccessibili.

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Se fino al 1953, quando Tenzing e Hillary raggiunsero per primi la vetta, l’Everest era un picco inesplorato, oggi è una costosa moda che crea addirittura ingorghi e rallentamenti. Si possono pagare anche più di 60.000$, tra permessi ed equipaggiamento, e molto spesso i ricchi amanti del brivido che affrontano l’impresa non hanno alcuna esperienza di arrampicate.
Le critiche più aspre per questa commercializzazione della montagna vengono proprio dagli alpinisti professionisti, come ad esempio Reinhold Messner: “L’alpinismo d’alta quota è diventato turismo e spettacolo. Questi tour commerciali dell’Everest sono ancora pericolosi. Ma le guide e gli organizzatori dicono ai clienti, ‘Non si preoccupi, è tutto organizzato’. La via è preparata da centinaia di sherpa. Ossigeno extra è disponibile in tutti i campi, fino alla cima. Lo staff cucina per te e ti prepara il letto. I clienti si sentono sicuri e non si preoccupano dei rischi”.

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Wikipedia offre una lista di tutte le persone morte sull’Everest di cui siamo a conoscenza. Il documentario The Wildest Dream, invece, esplora uno dei misteri più affascinanti relativi alla montagna, quello della spedizione di George Mallory che forse potrebbe aver conquistato la vetta nel 1924, quasi trent’anni prima del record ufficiale.

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(Grazie, Slago!)

Capre sugli alberi

In Marocco, le capre hanno imparato a scalare gli alberi.

Le capre sono ghiotte dei frutti dell’argania, una varietà di albero endemica del Marocco. Dai frutti vengono ricavati due tipi di olio, uno per uso cosmetico e uno per uso alimentare. I guardiani devono tenerle a distanza fino alla completa maturità del frutto, nel mese di luglio.

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