“Rimanemmo stupefatti”: l’anatomia arriva in Giappone

Immaginate di vivere in un paese il cui governo decida di proibire la conoscenza di qualsiasi scoperta scientifica proveniente dall’estero.
Ancora peggio: immaginate di vivere in questo ipotetico paese, proprio mentre nel mondo sta avendo luogo la più grande rivoluzione dello scibile umano mai avvenuta nella storia, uno sconvolgimento che sta cambiando il modo di concepire il cosmo — ma di cui ignorate i dettagli, che vi sono preclusi per legge.

Questo era probabilmente l’incubo degli uomini di scienza nel Giappone del sakoku, la politica protezionista istituita dallo shogunato Tokugawa. Messa in atto intorno al 1640, ufficialmente per fermare l’avanzata del Cristianesimo dopo la rivolta di Shimabara, questa linea di severe restrizioni era pensata in realtà per controllare il commercio: in particolare, ciò che fece lo Shogun fu vietare del tutto l’accesso e lo scambio soprattutto a Portoghesi e Spagnoli, che considerava pericolosi viste le loro mire coloniali e missionarie in Sud America. Soltanto a Cina, Corea e Olanda venne infine garantita la possibilità di compravendita. Unici Europei a cui era consentito commerciare con il Giappone, stanziati nell’enclave di Dejima, gli Olandesi stabilirono con il Sol Levante rapporti economici e culturali di enorme importanza per più di due secoli, fino a quando la politica del sakoku non finì definitivamente e ufficialmente nel 1866.

Come dicevamo, il Giappone rischiava dunque di rimanere tagliato fuori dal progresso scientifico, iniziato appena un secolo prima in quel fatidico anno di Nostro Signore 1543, quando Copernico aveva pubblicato il De revolutionibus orbium coelestium e Vesalio la sua Fabrica — due testi che scardinarono in un sol colpo ciò che stava sopra e dentro l’uomo.
Se l’incubo paventato all’inizio non si concretizzò mai, fu grazie ai ricercatori del movimento Rangaku, i quali si imposero di studiare attentamente tutto quel che gli Olandesi portavano in Giappone.
Nonostante per i primi ottant’anni di isolamento la gran parte dei libri occidentali fossero banditi, le idee continuarono a circolare e a poco a poco la “quarantena” della cultura si allentò: poterono essere tradotte in giapponese opere fondamentali di ottica, chimica, geografia, scienze meccaniche e mediche.
Nella prima metà del XIX secolo esistevano già scuole Rangaku, le versioni dall’Olandese di testi occidentali erano molto diffuse e l’interazione fra scienziati giapponesi e stranieri molto più comune.

Gli studi medici vennero riconosciuti fin da subito come un campo in cui lo scambio culturale era davvero essenziale.
All’epoca in Giappone la medicina si rifaceva alla tradizione cinese, basata su una visione religiosa/spirituale del corpo, nella quale la conoscenza esatta dell’anatomia non era considerata necessaria. La dissezione umana era proibita, secondo i dettami del Confucianesimo, e i medici che davvero volevano conoscere l’interno di un corpo umano dovevano desumere le loro informazioni sezionando lontre, cani e scimmie.

La prima autopsia, su un criminale condannato alla pena capitale, avvenne nel 1754 ad opera di Yamawaki Tōyō. La dissezione vera e propria venne svolta da un assistente, perché per le classi più elevate era ancora tabù toccare dei resti umani.
Di colpo, si scoprì che l’interno di un corpo umano era molto più simile alle raffigurazioni degli Olandesi che non a quelle contenute negli antichi testi di medicina tradizionale cinese. Il resoconto dell’autopsia firmato da Yamawaki creò un terremoto in ambito scientifico; nel suo libro egli sosteneva strenuamente l’approccio empirico, posizione inaudita per il tempo:

Le teorie possono venire ribaltate, ma come possono deludere le cose materiali? Quando si stimano più le teorie che la realtà anche il più saggio fra gli uomini non può che sbagliare. Quando le cose materiali sono investigate e le teorie si basano su questo, perfino un uomo di intelligenza comune può agire correttamente.

(cit. in Bob T. Wakabayashi, Modern Japanese Thought)

Nel 1758, uno studente di Yamawaki, Kōan Kuriyama, effettuò la seconda dissezione nella storia del Giappone e fu anche il primo medico a tagliare un corpo umano con le sue proprie mani, senza delegare il compito a un assistente.

Sugita Genpaku fu un altro medico che rimase sconvolto nel constatare come le illustrazioni dei “barbari” occidentali fossero più accurate dei consueti diagrammi cinesi. Nel suo memoriale Rangaku Koto Hajime (“Inizio degli Studi Olandesi”, 1869), racconta di quando assieme ad altri medici dissezionò il cadavere di una donna di nome Aochababa, impiccata a Kyoto nel quartiere di Kozukappara (oggi Aeakawa) nel 1771. Prima di iniziare l’autopsia esaminarono un testo di anatomia occidentale, il Ontleedkundige Tafelen di Johann Adam Kulmus:

Ryotaku aprì il libro e ci spiegò, secondo quello che aveva appreso a Nagasaki, i vari organi come il polmone chiamato “long” in olandese, il cuore chiamato “hart”, lo stomaco chiamato “maag” e la milza chiamata “milt”. Sembravano così differenti dalle immagini nei libri anatomici cinesi che molti di noi erano piuttosto scettici sulla loro verità, finché non osservammo sul serio gli organi reali. […] Comparando le cose che vedevamo con le illustrazioni nel libro olandese che io e Ryotaku avevamo con noi, fummo meravigliati nel constatare il loro perfetto coincidere. Non c’era traccia né della divisione in sei lobi e due auricole nei polmoni, né dei tre lobi sinistri e due destri nel fegato, come era spiegato nei testi antichi. E ancora, la posizione e la forma degli intestini e dello stomaco erano molto differenti dalle descrizioni tradizionali. [Anche le ossa] non erano affatto come venivano raffigurate nei libri antichi, ma erano esattamente come nel libro olandese. Rimanemmo completamente stupefatti.

(1771: Green Tea Hag, the beginning of Dutch Learning)

Genpaku spese i successivi tre anni a tradurre il testo olandese che l’aveva talmente impressionato. L’impresa venne portata avanti senza alcuna conoscenza della lingua né dizionari a disposizione, a forza di interpretazioni, deduzioni e discussioni con altri medici che erano stati in contatto con gli Europei a Nagasaki. Il mastodontico lavoro di Genpaku, simile a una vera e propria decrittazione, venne infine pubblicato nel 1774.
Il Kaitai Shinsho era il primo libro giapponese illustrato di anatomia moderna.

Mano a mano che la medicina tradizionale importata dalla Cina impallidiva di fronte all’efficacia e alla precisione delle conoscenze che arrivavano dall’Europa, anche in Giappone la pratica della dissezione divenne sempre più diffusa.

In questo contesto va inserito il vero capolavoro del periodo, il Kaibo Zonshishu (1819), un rotolo contenente 83 illustrazioni anatomiche realizzate dal Dottor Yasukazu Minagaki.
Minagaki, nato a Kyoto nel 1785, studiò alla scuola pubblica e in seguito divenne medico in una clinica nella sua città; ma era anche un artista di enorme talento rispetto ai suoi predecessori, così decise di dipingere in maniera scrupolosa i risultati di una quarantina di autopsie a cui aveva presenziato. Il rotolo faceva parte di una corrispondenza fra Minagaki e il dottore olandese Philipp Franz von Siebold, che lodò gli ammirevoli disegni del collega giapponese.

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In rete si trovano diversi articoli sul Kaibo Zonshishu, e quasi tutti sostengono che Minagaki sia evidentemente distante dall’iconografia classicista degli écorché europei — quei modelli scorticati che mostravano le interiora restando in pose plastiche, da scultura greca. I cadaveri sezionati qui sono invece dipinti con crudo realismo, il sangue gocciolante dalle labbra, i loro volti contorti in una smorfia d’agonia.

In realtà, questa idea non è del tutto esatta.
In Europa, infatti, agli écorché si affiancavano illustrazioni di un verismo spesso perturbante già dal XVI secolo: basta guardare la dissezione della testa di Johann Dryander, addirittura pre-Vesaliana e molto simile a quella di Minagaki, le spietate tavole anatomiche dell’olandese Bidloo nel suo Anatomia Hvmani Corporis (1685), o i cadaveri di donne gravide di William Hunter che fecero gran scalpore nel 1774.
Questi predecessori occidentali ispirarono Minagaki, proprio come avevano già influenzato il Kaitai Shinsho. Un esempio per tutti:

La raffigurazione dei tendini del piede nel Kaibo Zonshishu

…era ispirata a questa tavola del Kaitai Shinsho, la quale a sua volta…

…era tratta da questa illustrazione di Govand Bidloo (Ontleding des menschelyken lichaams, Amsterdam, 1690).

Comunque, al di là delle considerazioni di carattere estetico, il Kaibo Zonshishu rimane probabilmente il compendio autoptico più accurato e vividamente realistico mai dipinto nell’epoca Edo, tanto da essere dichiarato patrimonio culturale nel 2003.

Quando finalmente vennero aperte le frontiere, grazie al lavoro di traduzione e diffusione culturale operato dalla comunità Rangaku, il Giappone poté mettersi velocemente al passo con il resto del mondo.
E diventare, in meno di un secolo, uno dei paesi leader nella tecnologia d’avanguardia.

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Potete consultare il Kaitai Shinsho qui, e leggere l’incredibile storia della sua traduzione qui. A questa pagina molte altre bellissime immagini sull’evoluzione dell’illustrazione anatomica in Giappone.
(Grazie, Marco!)

The Monster Study

Vi sono molti disturbi ai quali la scienza non ha ancora saputo trovare un’origine e una causa certa.

Sotto il comune termine di “balbuzie” si è soliti raggruppare diversi tipi di impedimenti del linguaggio, più o meno gravi; al di là delle classificazioni specialistiche, ciò che risulta chiaro anche ai profani è che chi soffre di questo genere di disfluenze verbali finisce per essere sottoposto a forte stress, tanto da farsi problemi ad iniziare una conversazione, avere attacchi di ansia, e addirittura nei casi più estremi isolarsi dalla vita sociale. Si tratta di un circolo vizioso, perché se la balbuzie provoca ansia, l’ansia a sua volta ne aggrava i sintomi: la persona balbuziente, quindi, deve saper superare un continuo sentimento di inadeguatezza, lottando costantemente contro la perdita di controllo.

Le cause esatte della balbuzie non sono state scoperte, così come non è ancora stata trovata una vera e propria cura definitiva per il problema; è indubbio che il fattore ansiogeno sia comunque fondamentale, come dimostrano quelle situazioni in cui, a fronte di uno stress più ridotto (ad esempio, parlando al telefono), i sintomi tendono ad affievolirsi notevolmente se non a scomparire del tutto.

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Fra i primi a sottolineare l’importanza dell’aspetto psicologico della balbuzie (pensieri, attitudini ed emozioni dei pazienti) fu il Dr. Wendell Johnson. Riconosciuto oggi come uno dei più influenti patologi del linguaggio, egli focalizzò il suo lavoro su queste problematiche in un’epoca, gli anni ’30, in cui gli studi sul campo erano agli albori: eppure i dati raccolti nelle sue ricerche sui bambini balbuzienti sono ancora oggi i più numerosi ed esaustivi a disposizione degli psicologi.

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Nonostante le molte terapie efficaci da lui iniziate, e una vita intera dedicata alla comprensione e alla cura di questo disturbo (di cui egli stesso soffriva), Johnson viene spesso ricordato soltanto per un esperimento sfortunato e discutibile sotto il profilo etico, che nel tempo è divenuto tristemente famoso.

Wendell Johnson era convinto che la balbuzie non fosse genetica, ma che venisse invece fortemente influenzata da fattori esterni quali l’educazione, l’autostima e in generale l’ambiente di sviluppo del bambino. Per provare questa sua teoria, nel 1939 Johnson elaborò un complesso esperimento che affidò a una studentessa universitaria, Mary Tudor, sotto la sua supervisione. Lo scopo del progetto consisteva nel verificare quanto influissero i complimenti e i rimproveri sullo sviluppo del linguaggio: la Tudor avrebbe cercato di “curare” la balbuzie di alcuni bambini, lodando il loro modo di esprimersi, e allo stesso tempo – ecco che arriva la parte spinosa – di indurla in altri bambini perfettamente in grado di parlare, tramite continui attacchi alla loro autostima. Venne deciso che le piccole cavie umane sarebbero state dei bambini orfani, in quanto facili da reperire e privi di figure genitoriali che potessero interferire con il progetto.

In un orfanotrofio di veterani nello Iowa, Johnson e Tudor selezionarono ventidue bambini dai 5 ai 15 anni, che avevano tutti perso i genitori in guerra; fra questi, soltanto dieci erano balbuzienti. I bambini con problemi di balbuzie vennero divisi in due gruppi: a quelli del gruppo IA, sperimentale, la Tudor doveva ripetere che il loro linguaggio era ottimo, e che non avevano da preoccuparsi. Il gruppo IB, di controllo, non riceveva particolari suggestioni o complimenti.

Poi c’erano i dodici bambini che parlavano fluentemente: anche loro vennero divisi in due gruppi, IIA e IIB. I più fortunati erano quelli del secondo gruppo di controllo (IIB), che venivano educati in maniera normale e corretta. Il gruppo IIA, invece, è il vero e proprio pomo della discordia: ai bambini, tutti in grado di parlare bene, venne fatto credere che il loro linguaggio mostrasse un inizio preoccupante di balbuzie. La Tudor li incalzava, durante le sue visite, facendo notare ogni loro minimo inciampo, e recitando dei copioni precedentemente concordati con il suo docente: “Siamo arrivati alla conclusione che hai dei grossi problemi di linguaggio… hai molti dei sintomi di un bambino che comincia a balbettare. Devi cercare immediatamente di fermarti. Usa la forza di volontà… Fa’ qualunque cosa pur di non balbettare… Non parlare nemmeno finché non sai di poterlo fare bene. Vedi come balbetta quel bambino, vero? Beh, certamente ha iniziato proprio in questo modo”.

L’esperimento durò da gennaio a maggio, con Mary Tudor che parlava ad ogni bambino per 45 minuti ogni due o tre settimane. I bambini del gruppo IIA, bersagliati per i loro fantomatici difetti di pronuncia, accusarono immediatamente il trattamento: i loro voti peggiorarono, e la loro sicurezza si disintegrò totalmente. Una bambina di nove anni cominciò a rifiutarsi di parlare e a tenere gli occhi coperti da un braccio tutto il tempo, un’altra di cinque divenne molto silenziosa. Una ragazzina quindicenne, per evitare di balbettare, ripeteva “Ah” sempre più frequentemente fra una parola e l’altra; rimproverata anche per questo, cadde in una sorta di loop e iniziò a schioccare le dita per impedirsi di dire “Ah”.

I bambini della sezione IIA, nel corso dei cinque mesi dell’esperimento, divennero introversi e insicuri. La stessa Mary Tudor riteneva che la ricerca si fosse spinta troppo oltre: presa dai sensi di colpa, per ben tre volte dopo aver concluso l’esperimento Mary ritornò all’orfanotrofio per rimediare ai danni che era convinta di aver provocato. Così, di sua spontanea iniziativa, cercò di far capire ai bambini del gruppo IIA che, in realtà, non avevano mai veramente balbettato. Se questo tardivo moto di pietà sia servito a ridare sicurezza ai piccoli orfani, oppure abbia disorientato ancora di più le loro già confuse menti, non lo sapremo mai.

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I risultati dell’esperimento dimostravano, secondo Johnson, che la balbuzie vera e propria poteva nascere da un errato riconoscimento del problema in famiglia: anche con le migliori intenzioni, i genitori potevano infatti scambiare per balbuzie dei piccoli difetti di linguaggio, perfettamente normali durante la crescita, e ingigantirli fino a portarli a livello di una vera e propria patologia. Lo psicologo si rese comunque conto che il suo esperimento poggiava su un confine etico piuttosto delicato, e decise di non pubblicarlo, ma di renderlo liberamente disponibile nella biblioteca dell’Università dello Iowa.

Passarono più di sessant’anni, quando nel 2001 un giornalista investigativo del San Jose Mercury News scoprì l’intera vicenda, e intuì subito di poterci costruire uno scoop clamoroso. Johnson, morto nel frattempo nel 1965, era ritenuto uno degli studiosi del linguaggio di più alto profilo, rispettato ed ammirato; il sensazionale furore mediatico che scaturì dalla rivelazione dell’esperimento alimentò un intenso dibattito sull’eticità del suo lavoro. L’Università si scusò pubblicamente per aver finanziato il “Monster Study” (com’era stato immediatamente ribattezzato dai giornali), e il 17 agosto 2007 sei degli orfani ancora in vita ottennero dallo Stato un risarcimento di 950.000 dollari, per le ferite psicologiche ed emotive sofferte a causa dall’esperimento.

Era davvero così “mostruoso” questo studio? I bambini del gruppo IIA rimasero balbuzienti per tutta la vita?

In realtà, non lo divennero mai, nonostante Johnson sostenesse di aver provato la sua tesi anti-genetica. Mary Tudor aveva parlato di “conseguenze inequivocabili” sulle abilità linguistiche degli orfani, eppure a nessuno dei bambini del gruppo IIA venne in seguito diagnosticata una balbuzie. Alcuni di loro riferirono in tribunale di essere diventati introversi, ma di vera e propria balbuzie indotta, neanche l’ombra.

Le valutazioni degli odierni patologi del linguaggio variano considerevolmente sugli effetti negativi che la ricerca di Johnson potrebbe aver provocato. Quanto all’eticità del progetto in sé, non va dimenticato che negli anni ’30 la sensibilità era differente, e non esisteva ancora alcuna direttiva scientifica internazionale riguardo gli esperimenti sugli esseri umani. A sorpresa, in tutto questo, l’aspetto più discutibile rimane quello scientifico: i professori Nicoline G. Ambrose e Ehud Yairi, in un’analisi dell’esperimento condotta dopo il 2001, si mostrano estremamente critici nei confronti dei risultati, viziati secondo loro dalla frettolosa e confusa progettazione e dai “ripensamenti” della Tudor. Anche l’idea che la balbuzie sia un comportamento che il bambino sviluppa a causa della pressione psicologica dei genitori – concetto di cui Johnson era strenuamente convinto e che ripeté come un mantra fino alla fine dei suoi giorni – non viene assolutamente corroborata dai dati dell’esperimento, visto che alcuni dei bambini in cui sarebbe dovuta insorgere la balbuzie avevano invece conosciuto addirittura dei miglioramenti.

La vera macchia nella brillante carriera di Johnson, quindi, non sarebbe tanto la sua mancanza di scrupoli, ma di scrupolo: la ricerca, una volta spogliata da tutti gli elementi sensazionalistici ed analizzata oggettivamente, si è rivelata meno grave del previsto nelle conseguenze, ma più pasticciata e tendenziosa nei risultati che proponeva.

Il Monster Study è ancora oggi un esperimento pressoché universalmente ritenuto infame e riprovevole, e di sicuro lo è secondo gli standard morali odierni, visto che ha causato un indubbio stress emotivo a un gruppo di minori già provati a sufficienza dalla morte dei genitori. Ma, come si è detto, erano altri tempi; di lì a poco si sarebbero conosciuti esperimenti umani ben più terrificanti, questa volta dalla nostra parte dell’Oceano.

Ad oggi, nonostante l’eziologia precisa del disturbo rimanga sconosciuta, si ritiene che la balbuzie abbia cause di tipo genetico e neurologico.

Controllo della mente

Uno degli scienziati più controversi, divenuto col passare degli anni un “mostro” assoluto ma sempre più nebuloso nella mitologia del XX secolo, è José Delgado.

Spagnolo di origine, classe 1915, si trasferì in America accettando la cattedra di fisiologia alla prestigiosa università di Yale nel 1946. Era particolarmente interessato agli studi di neurofisiologia, allora agli albori, e in dettaglio la sua ricerca consisteva nell’esplorare le reazioni del cervello stimolato da impulsi elettrici. Mise a punto lo stimoceiver, un microchip radiocomandato che poteva stimolare le onde cerebrali monitorandole al tempo stesso mediante elettroencefalogramma. Questo permetteva libertà di movimento al soggetto dell’esperimento, e il controllo a distanza da parte degli sperimentatori.

Impiantò gli stimoceiver nei cervelli di gatti, scimpanzè, scimmie, gibboni, tori e anche esseri umani. Stimolando la corteccia motoria, era in grado di controllare i movimenti degli animali indipendentemente dalla volontà di questi ultimi. Poteva far loro alzare una gamba, muovere la testa, senza che i soggetti potessero opporvisi. Nell’esperimento a suo dire più importante, impiantò nel cervello di un gibbone dominante e aggressivo un microchip collegato ad una leva: ogni volta che la leva veniva azionata, lo stimolo elettrico induceva nel gibbone un’immediata quiete. Pose la leva all’interno della gabbia, e alle femmine di scimmia occorse poco tempo prima di scoprire che tirare la leva inibiva gli attacchi del “bullo” in questione. Così le femmine impararono a tirare la leva ogniqualvolta il comportamento del gibbone aggressivo diveniva minaccioso.

In quella che fu la sua più spettacolare dimostrazione, Delgado si improvvisò torero. Sceso pubblicamente nell’arena di un allevamento di tori a Cordoba, José sfidò un toro a cui era stato impiantato lo stimoceiver. Quando il toro lo caricò, all’ultimo istante, come un abile prestigiatore della mente, Delgado premette il pulsante del suo radiocomando, e il toro interruppe la corsa, allontanandosi confuso. Un altro suo esperimento riguardava i “fusi neuromuscolari” (sequenze di onde cerebrali con una specifica frequenza): ogni volta che il cervello della scimmia Paddy ne produceva uno, il chip stimolava la materia grigia della scimmia con una “sensazione di avversione”. Nel giro di poche ore, i fusi erano notevolmente diminuiti.

La ricerca sugli umani non andò altrettanto bene. Un soggetto chiudeva il pugno in modo involontario, confessando al dottore che “la sua elettricità è più forte della mia volontà”. Un altro, la cui testa si girava a destra e a sinistra in modo incontrollato, non riusciva invece ad abbandonare l’idea del libero arbitrio, e affermava “Lo sto facendo volontariamente. Sto solo cercando le mie pantofole”. Ma in generale Delgado notò che le risposte erano talmente soggettive che non potevano essere ritenute rilevanti. Così, nonostante le pressioni (molti pazienti con problemi mentali chiedevano insistentemente di essere “curati” con il microchip), Delgado finì per sperimentare la sua invenzione su una percentuale bassissima di volontari.

Questo non gli impedì di preconizzare una società futura “psicocivilizzata”, in cui ogni istinto sovversivo o criminale potesse essere inibito con la semplice pressione di un bottone. Stupri? Istinti aggressivi e violenti? Sarebbero tutti spariti grazie al microchip. Le tendenze reazionarie della sua visione del mondo non tardarono a catalizzare su di lui l’indignazione e la condanna pubblica. In un mondo in cui ogni mente è controllata, nessuna ribellione è possibile.

Così, nonostante il suo stimoceiver facesse la fortuna degli scrittori di fantascienza, Delgado si ritirò nuovamente in Spagna e gradualmente scomparve dalla ribalta internazionale, verso la metà degli anni ’70. Il suo nome venne citato sempre meno frequentemente nelle ricerche, e alcuni pensarono addirittura che fosse morto. Ma José Delgado è vivo e vegeto, e alla veneranda età di 95 anni, anche se non lavora più, è ancora elettrizzato dalle nuove scoperte nel campo della stimolazione cerebrale.

Delgado divenne con il tempo un nome associato alla scienza “malvagia”, quella deriva nazista e senza scrupoli che, figlia degli esperimenti di Mengele, aspira ad ottenere il controllo sulle menti e le vite dei cittadini. In realtà i microchip sono recentemente tornati alla ribalta e, come spesso accade nella tecnologia più controversa, gli esperimenti di Delgado hanno spianato la via ad un utilizzo della tecnologia degli impianti cerebrali per curare patologie come distonia, epilessia e Parkinson. Ultimamente, poi, le terapie cerebrali hanno sviluppato tecnologie sempre meno invasive che implicano l’utilizzo di caschi stimolanti le varie aree cerebrali, sperimentati anzitempo da Delgado in prima persona e da sua figlia Linda.

Oggi i vari saggi e le relazioni sui nuovi esperimenti citano raramente Delgado, che è divenuto una sorta di paria della scienza a causa delle sue posizioni troppo “estremiste” e “destrorse” negli anni ’70. Il placido vecchietto che oggi è José Manuel Rodriguez Delgado guarda distaccato alle accuse dei cospirazionisti di voler controllare la mente delle persone, scuote la testa, e dice semplicemente: “È pura fantascienza”.

Ecco un articolo dettagliato sulle ricerche di José Delgado.